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Archive for 21 febbraio 2018

QuaccherandoSegue: La spesa [12]
1. Era stato un viaggio lungo. Non una fuga. Non si sentiva al sicuro nemmeno lì. Forse non era nemmeno quello… Usciva lo stretto necessario. Per il resto se ne stava in quella stanza che odorava di piscio e di fumo. Le mancavano le amiche. Si sentiva desolatamente sola. Un po’ le giravano. Nel mondo, per quante opere buone fai, c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da dire. Pronto a criticare. Che non si fa gli affaracci suoi. Anche se quello era proprio un altro mondo. Si hanno presente i paesaggi del Far West? Le strade polverose e i rovi trascinati da un vento caldo, anch’esso polveroso? I rodei e gli abiti di Frenchy, di Bella del saloon, ma coi due meloni incredibili come quelle di Jewels Jade? Per i nostalgici di Alamo. Con la bandiera confederata. San Antonio non era niente di che, anche meno. Era andata a visitare quelle quattro pietre.
Tutto senza Il mucchio selvaggio. Le era anche rimasta la colazione sullo stomaco. La sabbia sin dentro in gola. Non c’era abituata. Quel nuovo mondo non le sembrava migliore di quello vecchio, anzi, per molti versi peggiore. Era il paese dove non avevi faccia. Dove potevi girare nuda che nessuno ti riconosceva, e allo stesso tempo quello dove c’era sempre qualcuno pronto a guardarti di traverso e ad insegnarti come vestire. Un paese per ricchi, ma affollato di poveri; e di afroamericani. La terra delle opportunità. Pfui! Il luna-park dei santi sporcaccioni. Che si mangiava anche male, e il caffè era un vero schifo. Si dovrebbe sempre diffidare immediatamente e allarmarsi quando… dove cercano di sostituire il presente con il passato presentandolo come futuro. Non spettare dopo. Eppure…
Era il paese dell’avventura. Della frontiera. Degli Oscar e di Gola profonda. Di Yellow Kid e dei Funny animals. Di Mickey Mouse ma anche quello di Hollywood babylon. La terra dei Tijuana Bibles, dove Popeye si spupazzava allegramente la sua Olive Oyl, usando spinaci come viagra prima del viagra. Dove quella Olive Oyl scatenata se la faceva impunemente alle sue spalle, disponibile per tutti, anche alle cose maggiormente turpi, anche con J. Wellington Wimpy e Bluto, persino con un Swee’ Pea che tanto Pisellino non era; mentre il Marinaio si divertiva persino con Sea Hag. Dove il Dick Tracy di Chester Gould era sempre alle prese con mille donnine e una Mozzafiato Mahoney senza mai uno straccetto addosso, nemmeno al Club Ritz. Dove un Flash Gordon impenitente era instancabile con la sua Dale Arden, ma anche con Ondina, e con qualsiasi troietta gli passasse accanto; persino con la moglie del principe Ronal, cugino di Barin, e quella di Gundar. Dove il cazzuto emigrato irlandese Jiggs, il nostro Arcibaldo, rincorreva una Maggie (Petronilla) sempre in fregola, disposta a qualunque cosa, e lo provocava dentro vesti trasparenti. Dove nessuno era immune al richiamo dei sensi e di quella cosa. Né Li’l Abner Yokum con la sua splendida e formosa Daisy Mae Scragg, né Dagwood Bumstead e la sua biondissima Blondie Boopadoop, che non disdegnava nemmeno le donne. Dove a Linda piaceva fare le capriole con quello di Robert Mitchum, in Goof Butts, che pure disegnavano enorme, tanto da diventarne pazza. Dove non si salvava dal peccato nemmeno la povera Little Orphan Annie. Di Mae West. Eccetera. Insomma, un paese con tutti subito pronti a sfilarsi le mutande. Anche solo per una particina nell’ultima produzione, o per omaggiare di un bacio il presidente. Ma lì anche i presidenti li prendevano dal cinema, e dagli stessi fumetti.
Poi, magari, correvano a confessarsi. Insomma, un mondo che c’era e non c’era più. Dove nessuno sembrava fare caso a nessuno. Non tanto diverso dal nostro, ma un altro mondo. Un giorno si era in prima pagina, quello seguente si tornava nell’anonimato. Si spariva agli occhi e all’interesse degli altri. Non si era più notizia. Dalla porta basculante le sembrava di aver visto uscire Calamity Jane, ma anche a lei nessuno aveva fatto caso. Eppure lei, Betty, era ancora l’eroina dei fumetti più famosa e sexy. La preferita degli americani. C’erano gadget da per tutto, e strisce con lei in tutte le pose, vestita in tutti i modi, che festeggiava qualsiasi evento, religioso o laico o pagano. Che ancheggiava e faceva l’occhiolino. Tazzine, accendini, portachiavi, penne, persino in cui si spogliava o era nuda.
Pensino… se ne vergognava a dirlo. Ottantacinque anni portati con disinvoltura, ed era sempre uguale. Con i suoi occhioni e quella boccuccia rossa. Già! ma quella era solo un vecchio fumetto che non stancava mai. Invece lei era uscita dalle strisce, dalla carta, era lì in carne e ossa. E tutto il resto; quella piccola grazia di Dio. Avrebbe voluto essere così disinvolta, così disponibile. Per piacere le piaceva, e anche abbastanza. Solo che… In fondo lei non era così, e se ne stava andando per la sua strada. Curiosa di tutto. Persa nei suoi pensieri. Persa in quel paese che non si premurava di voler conoscere. Non interessata, e nemmeno incuriosita. Era solo una grande bolla di plastica. Non cercava nulla. Non si aspettava di poter trovare il serpente; lì. Non lo aveva cercato. A volte è proprio chi ti dovrebbe salvare, quello che ti offre spontaneamente il suo aiuto, senza che tu glielo chieda, senza che lo cerchi, senza che ne provi il bisogno, a volte è proprio quello a spingerti sotto e a farti affogare.
Quaccherando22. Stava semplicemente bighellonando senza meta. Camminava, sicura sui tacchi, cercando di non farsi notare; guardinga. Un ultimo stupido scrupolo. Un ingiustificato timore. Forse il sopravvivere della sua ultima timidezza giovanile. Che ne potevano sapere della cronaca del nostro paese, se non ne avevano parlato nemmeno i nostri media. Per loro eravamo solo gli spaghetti, la chitarra, e la moda. Lei era vestita normale, come ci si può vestire; mica come lui. Per quelle strade potevi imbatterti, nello istesso istante, nelle astronavi come in una carrozza sgangherata trainata da cavalli. E lui era sceso da uno di quei sgangherati barrocci, lasciando la sua… compare ad aspettarlo[1].
Sì! la gonna forse era un po’ corta, ma non si vedeva niente. La maglietta un po’ scollata, un piccolo top, faceva così caldo. Forse potevano essere le calze a rete. Forse era solo vittima di se stessa. Delle sue forme tornite. Dell’applicazione della mamma. Che poi il peccato non è nella nudità, ma negli occhi di chi guarda. La libido non è un gesto, ma una lettura. In quel momento non aveva certo voglia di malizia. Avrebbe voluto farsi trasparente. Aveva voglia di una granita, in quel momento. Era stato lui, quello, a guardarla con quegli occhi. Lei osservava semplicemente le vetrine. Un vestitino che pensava le sarebbe stato d’incanto. E lui continuava a fissarla. Che ci faceva lì, così lontano dalla Pennsylvania? Dannazione, non riusciva a capire il valore di quei prezzi. Pensava solo che la vita era proprio matrigna. E lui, cosa aveva da guardare tanto? Neanche fosse uno splendido esemplare femmineo di Milo Manara; o una Bayba, o una di quelle scostumate donnine di Roberto Baldazzini, con frusta e lingerie fetish; o una di quelle mammine sempre in calore. Che fanno figli coi figli. Lei nemmeno aveva figli. Che, se era per lei… lei andava pazza per Alack Sinner. E prima per i Peanuts. Invece erano per strada. Eppure, lo sapeva: i suoi occhi l’avevano già spogliata. La vedevano nuda. Forse solo perché si era chinata ad accarezzare quello stupido cane; che era anche scappato.
Le venne istintivo cercare di coprirsi, di nascondersi. Solo che non c’era nulla da nascondere. E lui aveva la voce roca: “Una ragazza così carina non dovrebbe mai girare in modo così scostumato. Con la testa scoperta e i capelli tagliati corti come un ragazzo. Con occhi così grandi che non riconoscono la vergogna. Che non mostrano umiltà. Curiosi. Che guardano altrove e non a terra. Mascherare il proprio volto e travisarlo con tutto quel trucco. La donna dovrebbe avere sempre la faccia e l’anima pulite. Senza pensieri impuri. Non dovrebbe mostrare le gambe. Tutte quelle gambe. Vestire in modo così… indecente, spudorato. Come… come una donna di malaffare”. Nessuno che si facesse quelli suoi. “Ma… secondo lei… sant’uomo, una ragazza d’oggi come dovrebbe essere”? “Non sono un sant’uomo ma solo un povero e umile servo del Signore”. “Smisi di essere serva quando uscii di casa e riuscii a fuggire da quel padre”. “Non bestemmiare, figlia di Belzebù. E onora il padre”.
La stava importunando e già annoiando. A lei non importava cos’era, se era santo o cosa. Sembrava più un satiro. Spalancò due occhi enormi di meraviglia da Tim Burton: “In fine, di cosa dovrei provare vergogna, Vostra Penitenza? Troppe regole possono diventare nessuna regola. Fare unicamente confusione. E non tutte hanno il padre che meritano”. Anche loro erano diventati business. Si erano spinti a vendere zuppe, e mille altre stupidaggini. Eppure, non avevano perso la voglia di pontificare e giudicare. Non abbandonavano la missione di condannare: “La strada è nella bibbia. Non c’è nessun altro posto. E nessuna confusione Dovresti stare al tuo posto”. “E quale sarebbe”? “C’è una sola strada, un solo posto, un’unica verità. Non ci si può sbagliare”. “E quale sarebbe”? “Pregare e chiedere perdono. Tornare in grazia di Dio. Piegare la testa. Prega, figliola”. “È quello che ho sempre fatto”. “Non vedi, figliola, che ti si vede il culo”? “E allora? basta non guardarlo”. “Non ti imbarazza”? “Perché dovrebbe”? “Perché sei sotto gli occhi di tutti”. “Ho le mutandine”. “Appunto”. “Non è colpa mia se la mamma me l’ha fatto”. “Ma la mamma non ti ha insegnato”? “Non è colpa mia se il vestito me l’hanno fatto corto”. “Tua è la colpa se lo porti in giro. Se lo indossi. Se è tuo. Nessuno ti ha costretta”. “Se non si guarda non si vede”. “E non esser impertinente, figliola”. “Mi hanno disegnata così”.
Betty non era la sua figliola. Lo vedeva per la prima volta. Sarebbe stata a guardarlo per ore, in posa, divertita. Curiosa. Lo avrebbe persino fotografato. Per riderne con le amiche per i tempi dei tempi. Strano personaggio quel personaggio. Come tutti quelli che sbucano dal passato. Che si sopravvivono per sopravvivere a tutto. Sarà anche stato quacchero, ma gli occhi erano molto laici. E laidi. E le sue voglie molto poco quacchere. Anzi… avrebbe detto… affrettate. Non fosse stato per quel Dio avrebbe potuto essere forse molto d’accordo con loro. Non fosse per quel radicalismo. Per il puritanesimo. Per tutto quel loro buffo modo di vestire. E di far vestire le loro donne. Per i buffi cappelli. Spuntati da Salem. Da La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne. Avrebbe fatto bene a non scordarsi quest’ultimo riferimento. A prenderne debita nota. Insomma, anche per tante altre cose.
Per essere precisa precisa cosa le avrebbe dovuto insegnare quella mamma? Lui nemmeno la conosceva. Parlava senza sapere. Anche lei era stata solo una vittima. La vita non era stata una passeggiata nemmeno per lei. Intanto il tipo non si schiodava di lì. E le mostrava sempre più interesse. Voleva salvarla, ma salvarla da cosa? Dall’inferno? Lei era già all’inferno. E quell’uomo si pavoneggiava di una santità falsa e di occhi da porco. Sbavava come un ripugnante pedofilo. “Come ti chiami, Figliola”? Voleva dirglielo che non sopportava che la indicasse come la sua figliola. Avrebbe voluto chiedergli a cosa era dovuto tanto interesse. Voleva dirglielo che aveva già avuto un padre, e anche quello era stato di troppo. “E lei… Padre”? “Beh! io sarei… sono il reverendo Dimmesdale[2]”.
Non era certa di sapere cosa fosse veramente un padre, ma lui non era sua padre. Forse non ne poteva avere solo l’età. Certo non il diritto. Forse ne aveva anche le stesse voglie. Un padre non dovrebbe averle. Un padre dovrebbe avere delle qualità, una morale. Mostrare alla figlia le strada. Avvisarla dei pericoli. Non essere i pericoli. Essere severo, non solo nell’aspetto. Ma non dovrebbe nemmeno tingersi di ridicolo ogni volta che indossa un abito al mattino. Girare con quella faccia e quei capelli lunghi e candidi legati da una ciocca. Vestito da becchino come un becchino; che persino l’odore era quello da camposanto. Per fortuna l’aveva importunata in una stradina deserta, distante da occhi indiscreti. Frequentata solo da gatti che frugavano disperati tra i rifiuti. Da qualche folata di vento e da qualche topo. Lì, aveva potuto limitare la propria vergogna.
La nostra Betty, che era di buon cuore, alzò le spalle e la gonna e fu mossa a compassione. La faccia del reverendo sembrava quella del re delle rinunce. Aveva la maschera del tormento e della tentazione. Per quanto cercasse di resistere, e di scacciare il suo satana, quei pensieri, gli occhi di quel reverendo Dimmesdale erano lo specchio della cupidigia, della libidine. E allo stesso tempo quegli occhi erano rancorosi. Ed erano accusatori. La biasimavano. Volevano negare di desiderare quello che desideravano e avrebbero voluto. Tutti profeti e fustigatori dei costumi e dei peccati degli altri. Come spesso accade l’uomo è duplice. Invoca Dio e supplica Satana. E dentro i suoi calzoni, trattenuti su da una cordicella, era evidente come quei due si stavano dando battaglia. E non era certo il Bene che stava vincendo. Anche una sciocca ragazzina se ne sarebbe accorta e avrebbe provato almeno un filo di vergogna.
Perché, figlia di satana, vuoi indurre in peccato questo misero servo del Signore”? L’uomo sembrava prendere coraggio dal suono stesso della propria voce. “Veramente, Reverendo Padre, sarebbero i suoi occhi che peccano guardando. Io non volevo proprio niente. Niente di niente. I potrei solo… perdonarla. Assolverla. Ma.. È… è la sua mano che pecca toccando”. Si era guardato intorno e, tranquillizzato, s’era fatto più intraprendente: “La mia mano non è la mia mano. Non esiste il peccato se non lo si conosce. Se non si affronta la tentazione lottando e resistendo. È la mano del signore. Che controlla e assolve dal peccato. È il segno della verità”. Intanto proseguiva imperterrito nella sua coscienziosa indagine, del peccato. “A me sembrano proprio le sue dita. E non sembrano fuggire ma frugare. Mi sembra che… la prego, non così impaziente”.
Ormai era evidente che dentro il santo c’era un uomo. “Sei tu che mi tenti. Che mi spingi al peccato. Che mi condanni. Col tuo comportamento. Con la tua arroganza. Con la tua mancanza di pudore. Sei tu il diavolo. Anch’io sono solo un povero uomo. Cosa credi? La carne è carne. Che Dio mi perdoni. Sei tu la colpa”. “Credo che si stia già perdonando. E… Lei, comunque, Reverendo, poi potrebbe assolvere anche me e il peccato dai miei occhi”. “Dio è misericordioso, ma non è così che funziona”. Era solo infastidita. E spazientita. E imbarazzata. Quelle mani la frugavano come non era mai stata frugata: “Non posso pentirmi prima”? Quel Dio era un vero rompicapo: “Non ti indurrebbe a peccare”. Gli sputò in faccia la sua rinuncia: “Fa nulla, lo farò durante. Intanto mi mostri la penitenza”. Ormai era diventata impertinente. Davanti a Satana quel maschio non riusciva a porre molta resistenza. E si sentiva nell’intimo sfidato: “Figlia di Belzebù. Con me avrai più di quello che cerchi”. Certo che lei non lo voleva, ma le parole gli uscirono dalle labbra. E poi voleva solo che la smettesse. Con quelle mani e quel sermone: “E allora muoia Sansone e tutti i filistei. Si sbrighi. Mi faccia peccare”.
Dio, Satana, il peccato, il perdono, ecc. non potevano stare tutti lì. Come ogni uomo anche il sant’uomo amava menarsi a gloria. Vantarsi, che di per sé sarebbe di già da solo un peccato. Decantarsi. Promettere più del dovuto. E di quanto potesse mai essere in grado di mantenere e dispensare: “Ti farò ingoiare tutto… tutta la tua arroganza”. A parte quel suo nome così altisonante e la superbia delle sue parole, quell’uomo di fede non aveva null’altro di cui andare fiero. Forse era stato un essere forte e robusto, con un verbo tuonante. Era solo un povero vecchio, con le carni flaccide. E flaccido da per tutto. “Anche Lui era figlio dell’uomo. Tu, figlio di Maddalena, un piccolo miracolo, no! Vero”? Per fortuna lei aveva sempre con sé la sua gentile 98-FS, pronta a dirgli una parola di conforto, ad assolverlo e a dargli l’ultimo saluto. Appena lui si abbassò le brache lei non gli diede il tempo per nessun altro peccato, solo quello di un pensiero impuro, e fu lei a salvarlo dall’inferno, e gli infilò in bocca tutta la lunga e robusta canna. Prima che si aprisse il baratro della perdizione eterna. Lui ebbe un attimo di stupore, in quell’attimo a lei sembrò simile a quelle donne di malaffare fin troppo impegnate in una delle loro imprese. Le sarebbe anche venuto da ridere, ma prima di pensarci lasciò parlare solo la sua Beretta. Amen.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Quaccherismo
[2] http://www.wuz.it/riassunto-libri/8883/lettera-scarlatta.html

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