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Archive for 28 febbraio 2018

La strada

La stradaIl mostro non è solo la crisi che semina la povertà e ulteriori ingiustizie. Che toglie lavoro e sussidi. Nemmeno questa immigrazione selvaggia. Nemmeno le guerre, inutili, spudoratamente giustificate come pace. Nemmeno il vigliacco e dinamico e efficiente sviluppo tecnologico selvaggio che divora spazio e tempo. Non una sola di queste cose. Forse tutte assieme e forse nemmeno sarebbero bastate. Il ricco ha sempre avuto bisogno del povero per godere pienamente dei suoi privilegi.
Nella vita ci vuole anche un po’ di culo. Forse ci vorrebbe anche un bel poco di quello sullo stomaco; una bella pelliccia a pelo lungo. Il mondo è dei lupi e delle iene. Lo è sempre stato. Solo che gli avanzi e gli spazi non sono mai stati così scarsi. Non c’era mai stato, che potesse ricordare, tanto poco per tanti. Se ci fosse un Dio non lo permetterebbe. Ormai si chiedeva, sempre più raramente, dove se n’era andata a finire la sua dignità? Eppure… ma di questi tempi la dignità è un lusso che non ci si può più permettere. O almeno se lo possono permettere solo i soliti pochi.
No! non c’era più nemmeno decoro. Nemmeno nel frugarsi in tasca in cerca di spiccioli. Ci sono sempre quelli che nel farti la carità ti offendono con la loro arroganza. Solo perché loro credono di potersi ancora permettere la loro dose di superbia. Poveri stupidi. Per quanto? Quelli che sono veramente al sicuro non fanno l’elemosina; non scendono dalle macchine. Oppure, se non riescono a soffocare i rimorsi, mandano l’autista. In fondo ci si sente bene a sentirsi buoni. Per tutti gli altri stavolta la grande sfiga ha già cominciato a non guardare in faccia nessuno. Non lo sanno ma domani o dopodomani si possono trovare loro al suo posto.
Era stato così anche per lui. Non era nato pezzente e nemmeno moccioso. Non aveva mai girato con le pezze al culo. In casa avevano anche una donna di servizio. E non aveva ancora il cervello bruciato. I suoi avevano una fabbrichetta, scarpe, non se la passavano male. E avevano anche un po’ di terra. E si erano potuti permettere, come tutti allora, di farlo studiare.
Valle a sapere prima le cose. Di studiare e faticare non ne aveva mai avuto troppa voglia. Era solo uno stupido. C’erano i soldini di papà e mamma. C’erano le vacanze a Ibiza. C’erano le vetrine piene; le novità e le macchine. E c’erano le ragazze. Un gran coro di ragazze. Uno stormo. Splendide passere. Sbarbine che gli correvano intorno. Disposte a tutto. E poi c’erano tutte quelle feste. Con i deejay. Come si faceva a non essere distratti?
Poi, senza avvisare, i tempi erano cambiati. Dapprima sembrava che tutti avessero deciso di andare in giro a piedi nudi. Poi le scarpe avevano cominciato a farle i cinesi. Pian piano anche il padre aveva dovuto ingoiare i suoi rospi. Aveva dovuto, con fatica, rinunciare a quella sua rispettabilità tanto sudata. Aveva cercato di salvare l’attività liberandosi della terra. Poi ricorrendo alle banche. Era stata la sua messa funebre. Quelle lo avevano strozzato. La mamma era morta di crepacuore. Il papà appeso a una trave.
Di feste nessuno ne aveva più voglia. Gli amici erano spariti. Le ragazze non lo cagavano nemmeno di striscio. Certo puttane erano e puttane erano rimaste. Sempre golose, ma solo un po’ più cresciute, e un po’ più gelose della loro fortuna. Di averla gratis non se ne parlava più. L’unico risultato era sentirsi mandare via e dare del pezzente. Erano quelle le prime volte che era stato apostrofato così. Con la stessa superba cattiveria.
Si era detto che gliel’avrebbe fatto ingoiare, a loro e a tutti. Aveva ancora il rispetto di se stesso. Allora era stato costretto a cercarsi un lavoro. E il lavoro lo aveva trovato. Suo padre aveva ancora un amico. Niente di che, quello che bastava. Doveva sporcarsi le mani, e se le era sporcate. Cucire tomaie non era il massimo. La vergogna era durata meno di un mese. Forse non aveva mai provato la fatica. Forse semplicemente la dea bendata gli aveva girato le spalle. Certo non era sempre puntuale. Certo riusciva meno bene di altri. Però non era giusto. L’amico lo aveva chiamato in ufficio e gli aveva detto solo che gli dispiaceva.
Quell’amico gli era sopravvissuto sei mesi. Ora si sbatte anche lui in una strada a Weimar con le vene gonfie. A raccattare tra le immondizie pieno di eroina. Lui invece era andato al mercato a scaricare cassette. Era durato sei mesi. Sei mesi durissimi. Forse avrebbe resistito anche qualche ora in più. Ma la gente aveva cominciato a risparmiare anche sul cibo. Era disposta a digiunare, o a rubare, per uno stupido cellulare. Lui nemmeno come ladro era mai stato un granché. Al primo scippo si era trovato in gabbio. Non era vita quella e non è vita questa.
La casa di giornali e mille ore al giorno senza sapere cosa fare. Cercando solo di svuotarsi la testa. A stare seduto in un angolo con la mano tesa. Ma ci si abitua a tutto, anche a non aver niente. Nemmeno un posto dove farla tranquillo. Ormai era tra quelli di più lungo corso. E alle donne non ci pensava nemmeno più. Certo se ne ricordava. E a volte rimpiangeva con malinconia certe gallinelle e certe scopate. A volte piangeva senza nemmeno sapere perché. E allora cambiava strada.
Qualche volta era costretto a farlo. Si faceva ricoverare così che per un po’ di pasti aveva qualcosa da mettere nello stomaco. Solo che lo lavavano. Lo mettevano a posto. Erano gentili, ma per un po’ di giorni non aveva più l’aspetto del barbone che era. Si sentiva tornare persona; fiero. E non raggranellava nemmeno il becco di uno spicciolo. E si trovava punto e a capo. Senza nemmeno il quanto per un bicchiere.

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