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Archive for 1 marzo 2018

Lascia stare missy HydeEra una bella ragazza, ma anche un po’ strana. E strano era stato anche il luogo del loro primo incontro. Non capita spesso di trovare l’avventura seduta su un muricciolo di un cimitero. Era andato a salutare la vecchia nonna. Ma lei era lì ed era un bel bocconcino. Diversa e provocante.
Con quei capelli di quel colore impossibile che non erano una parrucca. Con le ali da pipistrello sulle spalle, sulla testa e anche sulle calze. E quel mantello di ciniglia nera. Un po’ Batman, un po’ Vampiria e un po’ lady Macbeth. Ma aveva delle belle gambe, robuste e ben tornite. E bene in mostra. E anche di seno non era messa male, tutt’altro. Sembravano sbarazzine, entusiaste, sode e abbondanti. E anche quelle abbastanza bene in mostra. Si vedeva subito che era una sgamata. Ti succhiava l’anima da dietro due occhi neri come l’inferno.
Lui aveva ancora i crisantemi in mano. Al primo sguardo era stato affascinato. Col secondo incenerito. Ormai lui si sentiva il lupo e lei era l’agnello; o viceversa. Niente aveva più importanza. Lei lo aveva visto e lo aveva reputato innocuo. Penava che non si sarebbe nemmeno avvicinato, che non se ne sarebbe dato il coraggio, invece l’aveva fatto. Con fatica, con un’aria distratta, ma c’era riuscito. Quasi fischiettando. Distratto, ma circospetto. Muovendo passi incerti di un percorso arzigogolato. Aveva vinto l’ultima incertezza, perplessità, timore e ritrosia, e chiesto Posso? Lei aveva alzato le spalle, incurante e distratta, e s’era seduto. Non troppo vicino, ma nemmeno troppo lontano. Chi vieni a trovare? Nessuno e tutti. Strana risposta. Io la nonna.
Io sono qui spesso. La cosa si faceva complicata e affascinante. Lo riempiva di curiosità. E la curiosità è l’anima dell’avventura. È il sale in ogni storia. Come poteva starsene lì da sola senza dir niente? Senza un brivido di freddo? E… Come poteva quel corsetto non trattenerle il respiro? Non farle schizzare fuori? Avrebbe voluto guardarla senza vergogna. Non era un timido. Non erano mai state le parole a mancargli, eppure ora non lo soccorrevano. Ma sarebbe stata una domanda impertinente. Forse glielo avrebbe chiesto lei, o forse non avrebbero avuto bisogno di parole, era solo una questione di tempo, ma non lo stava facendo. E il silenzio non era un obbligo, e ne avrebbe fatto piacevolmente a meno. Perciò si fece più coraggio e divenne audace: Sono Enrico.
Piacere, missy Hyde. Strano anche il nome per una con l’accento romagnolo. Lui riusciva a ragionare di gran fretta. Da vicino era anche più bella: Ti fermi molto? Non credo; forse. Aspetti qualcuno? Sì e no, vediamo. Era un’anguilla che sfuggiva tra le dita. Le frasi corte e monche, mai chiare e mai definitive; lo riempivano di sospetti, e di dubbi. Strana era strana anche dentro. Forse un po’ pazza. Forse solo una ragazza che amava la vita. A cui piaceva divertirsi. E un po’ prendersi gioco degli altri: Studi?
Osservo. Aveva guardato il cielo ed era una lastra incerta tra il grigio e l’azzurro. Non aveva promesse, né buone né ostili. Doveva ancora decidersi sul cosa fare. Avrebbe potuto fare tutto o niente. Il sole sonnecchiava dietro quella tenda. Per un poco parlò solo il silenzio del disagio. Poi quello del turbamento: Mi andrebbe un boccone.
Io non mangio, azzanno. Era anche spiritosa. Guardò l’ora e si stavano facendo le quattro. Quella sera alle sette aveva appuntamento con Elvisa, una compagna di corso. Decise che forse non ci sarebbe andato. Poteva avvertirla e anche no. Non era niente di speciale, Lisa, anche se non lo sapeva. Comunque, c’era tempo e il tempo era d’oro. Forse avrebbe potuto giocarsi le sue carte un po’ con una un po’ con l’altra. Si fece intrepido e la invitò a casa: Ti vanno due passi, magari andiamo da me? C’era riuscito a dirlo. Boh! Non ho niente di meglio; perché no? Cazzo! aveva trovato il coraggio presto. Cazzo! aveva accettato subito. Sembrava semplicemente annoiata. Certo, si sentiva un drago. Un vero seduttore. Era veramente una splendida pollastrella.
Quand’era scesa per seguirlo si era accorto che era una buona spanna più alta di lui. E decisamente più robusta. Non gli creava impiccio. Anzi era anche meglio. Fino alla macchina lo prese sottobraccio. Non sapeva decidersi. Forse si sarebbe vergognato se qualcuno lo vedeva con una tipa conciata così. Forse ne sarebbe stato fiero. Si stava già pavoneggiando ingozzato d’orgoglio. Nella testa un motivetto gli fischiettava leggero. Era una preda da punteggio alto. Era un gran bel vedere, se non ci si soffermava solo al costume. Che poi quello si può anche togliere. Il che è anche meglio. Era certo che lo avrebbe fatto. Che appena tranquilli avrebbe provveduto lui. Magari già dentro l’automobile.
Si vergognò un po’ del suo scassone, ma era andato bene a tutte. E ne aveva fatte di cotte e di crude, lì dentro. Quella machina avrebbe potuto raccontarne di storie. Certo avrebbe avuto anche bisogno di una bella lavata. Nemmeno quella sarebbe bastata: Scusa ma la mia e dal meccanico; niente di grave. Era un vero rottame, ma lei mostrava di non essere esigente; e di macchine pareva non saperne niente: Basta che ci porti dove ci deve portare. La sua voce era fredda più del ghiaccio, e il suo volto era determinato. Tutto in contrasto con il suo corpo che era un invito, una favola. Che non faceva mai silenzio, nemmeno mentre lui cercava di concentrarsi e guardare solo la strada. Nella testa la supplicava di respirare forte. Aveva fretta, ma la tardona più di così non correva.
Erano saliti in casa. Il lavello era pieno di piatti. In fondo era il domicilio di uno studente. Cosa ci si poteva aspettare? Aprì la finestra perché c’era odore di chiuso. Di chiuso, di cicche e di pattume. Lei odorava come quei crisantemi che aveva abbandonato sulla pietra dove s’era seduto, ma in modo molto più violento. Un odore metallico con un retrogusto di vuoto. Si sentì girare la testa. Sarebbe rimasto lì solo a guardarla. E già pensava a quando le avrebbe sfilato tutto. Lentamente. Pezzo per pezzo, un pezzo alla volta. Forse non aveva tutto quel tempo. Forse non avrebbe trovato abbastanza pazienza. Da dove cominciare?
Le offri un bicchiere d’acqua, non c’era altro: Perché non parliamo prima un po’, per conoscerci meglio? Non amo troppo le parole, ma… va bene. Lui non voleva mostrare di avere troppa fretta. Lei un poco si stava già annoiando. Il letto era ancora sfatto. Con una scusa sarebbe dovuto scivolare via e provvedere. Ma forse lei non era una che ci faceva troppo caso. E poi non si sentiva sicuro di niente, ma era lì e questo certo voleva dire qualcosa. Sicuramente non poteva che essere di vedute spicce. Una di quelle. Non poteva essere schizzinosa. Intanto che indugiavano avrebbe potuto anche essere gentile e fargli vedere le tette. Toglierlo da quel sapore greve di lieve imbarazzo. Certamente a lui veniva a mancare un briciolo di impertinenza. Forse era appena uscita da una favola. Forse da qualche set. Da qualcosa di così improbabile da restare impensabile. C’erano molte cose che ognuno non sapeva dell’altro.
Lui si credeva un vero mago. A lei sembrava un po’ impacciato, anche come apprendista. Lui la credeva vestita per Halloween, anche se sarebbe stato un tantino troppo presto, invece lei era proprio così ogni giorno. Lei lo credeva un bravo ragazzo, invece era in cerca solo di un’altra avventura. Lui non la credeva una ragazza brava e ci sperava. Lei temeva di stare a perdere solo tempo. Lui studiava anatomia. Lei conosceva già il corpo umano. Lui finalmente si era deciso: Perché non si va di là. Lei finalmente era tornata sicura: Non stavo aspettando altro. Cazzo! non le mandava a dire. Era svelta di lingua e anche di cervello. E più svelta era a togliersi il travestimento. Era uno schianto.
Lui aveva avuto un centinaio di avventure, se ne vantava. Anche lei ne aveva avute un centinaio, ma non ne parlava molto. Lui di molte aveva conservato in un cassetto le mutandine come trofei. Lei lo aveva tagliato a tutti, ma li conservava nel congelatore, anche lei come trofei. Entrambi avevano appeso a ogni bottino una targhetta con nome e cognome dei vecchi proprietari.
Quello di lui è là con appesa la targhetta. Ma aveva notato che era tutto sbagliato. Non era quello il suo nome. Lì c’era scritto Harry Potter, maghetto per procura.

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