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Archive for 2 marzo 2018

Betzabea SaltuttiTutti lasciano la città in piena fretta. Abbandonandosi dietro molto. In qualche caso una vita intera. Come fosse scoppiata un’epidemia. Mi dice: “Scegli un bel libro”. La guardo: Betzabea è ancora e sempre una gran figa. Mi lascia che la chiami Beta, ma non mi ha permesso mai nessun’altra minima confidenza. Forse è stato solo il caso. L’occasione. Spero che sia la volta buona. Ne cerco uno adatto all’occorrenza. Con un poca di fortuna trovo qualcosa che può fare proprio al caso: Memorie di una Beatnik[1], della sacerdotessa Diane di Prima. Un libro avventuroso pieno di sesso in ogni pagina.
Andiamo da me. Il divano e comodo e preferisco giocare in casa. Preparo tutto in modo che niente ci disturbi. Stacco il telefono. Accosto le tende, c’è ancora troppa luce. Prendo due birre fresche. Vado in bagno. Controllo che sia tutto in ordine. Mi dice che non conosceva il libro né quella autrice. Le dico che è meglio così, sarà una nuova scoperta. Le spiego un po’ chi è per contestualizzare il periodo, quel mondo e il personaggio. Non mi sbilancio. Siamo pronti. Mi sento un Dio, sicuro di sé. Ci mettiamo vicini e comincio a leggere.
Già dalla nota parla della roba, invita a farsi. Solo che Beta e contraria all’uso di qualsiasi droga, anche di quelle leggere. Per fortuna non si fa cenno a quello che è il focus del romanzo. In una brevissima pausa le spiego che la scrittura è autobiografica. Siamo appena entrati nel mese di febbraio. Mi fermo subito. Ancora c’è solo qualcosa che può creare un sospetto. Un nulla. Diane non è da sola. Io lo so. Non possiamo certo scandalizzarci su un’ambiguità. Nemmeno lei. Sono fin troppo cauto. So che l’autrice parte sparata. Inizio pagina dieci e al primo capoverso faccio un sospiro e glielo chiedo: “Ancora una birra”? e le vado a prenderle. Lei mi attende paziente e curiosa. Non sa cosa l’aspetta. Che programmino ho in mente per noi.
Torno e cerco di impostare la voce e di dare enfasi alla lettura. Non finisco la pagina ed io sarei già un po’ stuzzicato. Accaldato. La controllo con la coda dell’occhio, ma lei niente. Non fa una piega. Ascolta solo attenta e seria. Ma il meglio deve ancora arrivare. Quando, un paio di pagine dopo, la sacerdotessa narratrice usa la bocca sul suo Ivan, resto nuovamente deluso. Seppure io non so molto bene quanto ancora potrò resistere porto pazienza. Sono certo che prima o dopo anche lei dovrà capitolare. Ho tutt’altro che perso le mie speranze. Lei è bella e desiderabile. Siamo soli. In un mondo svuotato. Confido nelle pagine in cui racconta quando si è trovata con due. E in quelle che descrive come per la prima volta ha concesso il rapporto più intimo. Ha fatto l’amore porgendo l’altro verso. Come dire? l’altra guancia. Nemmeno lei potrà resistere ad un suggerimento simile. Magari non così. Non oggi. Non al primo vero appuntamento. Intanto comincio a non riuscire più a tenere a freno le mie fantasie.
Non c’è scrittrice che tenga. Lei non è di carta. Lei è ben presente, ed è vicino a me. Intanto a Beta si scoprono appena le ginocchia. Si gusta la sua birra. Spero lo faccia senza curarsi di me. Iniziando a promettermi un minimo di confidenza. Se guardassi i suoi occhi so che mi perderei. Non riuscirei più a proseguire. Non so cosa farei. Mi sento un drago. Un drago furbo: Non è più una ragazzina. Sa di cosa sto leggendo. Di cosa sto parlando. Sono certo che la prossima o l’altra riga sarà lei a pregarmi. A supplicarmi. Mi chiedo se è un bene mostrarmi troppo accondiscendente. Mentre penso a tutto questo, e a tanto altro anche meno confessabile, forse meno onorevole, mi accorgo che ancora mi resiste. Che non fa una piega. Eppure le pagine scorrono veloci e non rimangono più segreti da svelare. Il sesso è stato tutto mostrato. In ogni più piccola piega e intimità. L’autrice s’è spogliata completamente. Impaziente la guardo. Non posso più aspettare: “Che te ne sembra”?
Non lo so”.
Ti piace”?
Non lo so”.
Qualcosa ti avrà mosso?”…
Parla solo di scopate. Di cose che ormai conoscono tutti. Delle solite cose. Cose che tutti abbiamo provato. Sarà anche una poetessa… Niente amore. Niente di che. Ho sempre pensato che fossero così. Ora ne ho la certezza. Non sento pathos. Non sento desiderio vero. Non provo niente. Io”.
Intanto ho appoggiato il libro e mi avvicino ancora di più. Credo che potrei amarla per una vita intera. Senza interruzioni. Che di lei non mi stancherei mai. In silenzio le confesso tutti i miei sentimenti. Insieme a tutte le mie voglie. Che sono ormai infinite. La fulmino con uno sguardo. Non saprei dare una preferenza. Una precedenza. Confido nel suo buon cuore. Nella sua passione. Le poggio una mano su un ginocchio e cerco di dare ai miei occhi un’aria implorante. E da assassino: “Pensavo che noi”…
Questa Beta, ovvero Betzabea Saltutti, mi fissa nello sguardo. Mi scruta dentro. Mi toglie quella mano. Mi spiega tranquilla e fredda che non è mai stata capace di essere una bohémien. Che per il movimento degli hippies e quel loro maledetto Village non ha mai provato simpatia. Tanto meno per i beatniks. Non si è mai interessata alla politica. Mi capisce. Capisce dove vorrei arrivare, non è una bambina. Per questo non ho scelto In culo oggi no di Jana Cerná[2], che pure c’era. Perché già dal titolo poteva rivelarsi un disastro. E se fosse bastato, come un suggerimento, rischiavamo di non arrivare a casa. E non lo conosco altrettanto bene.
In qualche modo persino mi giustifica, conosce gli uomini. Lei può farlo come se non ci fossi; può leggere. Anche se forse sappiamo già tutto e come andrà a finire. Entrambi. Anzi non a finire. Semplicemente a continuare. Per lei sarebbe solo tempo perso. Forse se lo dicevo subito… La lascio parlare ancora speranzoso. Fa una pausa ad effetto e poi mi spiega e si ripete che se voglio può continuare a leggere lei e se proprio non posso farne a meno posso fare da solo. Non si scandalizzerà di certo per così poco.
Fanculo anche quello stupido libro. Lo getto distante. Prendo la lampada dal tavolino e gliela sfascio in testa. Poi mi prendo tutte le libertà che voglio. Stronza. Certo che ha gambe lunghe e belle. Nessuno la cercherà. Se n’è andata come tanti altri. Non lasciandosi niente dietro. Forse solo un rimpianto. Certo che le donne son tutte delle gran puttane.

[1] Diane Di Prima: Memorie di una Beatnik. Guanda, Parma – 1994
[2] Jana Cerná: In culo oggi no. Tascabili e/o, Roma – 1992

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