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Archive for 3 marzo 2018

Il tempo è inesorabileTu ci credi? Io non ci credo più. Tutti lo declamano tanto. Io comincio a sospettare che ben pochi l’abbiano trovano. Come l’araba fenice.
Il grande amore è l’ultima frontiera dei sogni. Ne ho passate talmente tante che non riesco nemmeno più a illudermi. Con Carmela è finita com’è finita. A grida e schiaffi, naturalmente si fa per dire. Mai alzato le mani su una signora. E lei signora non lo è mai stata molto. Sempre lì a brontolare. A sbottare. E come moglie era proprio un disastro. Le altre, poche, erano solo interessate ai miei quattrini. O si accontentavano solo di quello; più disperate di me. Poi incontro lei. Disposto a ricredermi.
È lei che mi fa il caffè ogni mattina. Sempre molto gentile. E io qualche volta le lascio il resto. Le prime volte fingendo di scordarmi le monetine. Poi palesemente, ormai l’avevamo capito entrambi. E lei mi ringrazia. Il nome non è una promessa: si chiama Maria. Lo trovo un po’ ordinario. Pazienza. Non è l’abito… insomma, quella cosa lì. A volte Maria il caffè me lo porta al tavolo. Poi una volta l’ho pregata di sedersi e lei l’ha fatto. Poi l’ho invitata anche altre volte. Lei accetta spesso volentieri, se non ha da fare. Ma siamo quasi sempre soli nel locale. Non c’è la coda.
Insomma, un po’ alla volta credo di essermene un poco innamorato. O almeno ho cominciato a provare qualcosa per lei. Non la trovo né bella né brutta. È un tipo. Bionda. Sembra interessante. E forse interessata. Curiosa e intelligente. Una con cui viene voglia anche di fare due chiacchiere. Questo venerdì ho trovato finalmente il coraggio. Le ho chiesto se potevamo vederci, magari dopo la chiusura. Lei mi ha detto distratta: Forse sì, forse no, prova a passare. Poi è entrato un tizio che ha preso una grappa, di mattina. Passando ha sussurrato, sogghignando con la mano che le nascondeva le labbra: Finisco alle sei. Sono tornato ed ero lì con una buona mezzora di anticipo. Avevo conservato un poco di quel coraggio e l’ho invitata a casa mia. Mi ha guardato stupita, le è venuto da ridere, ha fatto spallucce e ha accettato dicendo: Perché no?
Eccoci qui. È sciocco da dire, lo so, ma la prima cosa che mi viene in mente è di prepararle un caffè. Lei accetta con garbo. Le chiedo se è comoda. Se non ha troppo caldo. Se vuole che apra la finestra. Se non trova che il tempo non sia più lo stesso. Se ha sentito dell’attentato. Non deve avere molta voglia di parlare, mi risponde a monosillabi. Però non mi nega mai un sorriso. Io domando e lei sorride gentile. È arrivata con un abito nero. Forse un pochino elegante. Sta proprio bene. Guarda l’ora. Porco di quel porco. Non vorrei che avesse fretta. Che dovesse andare in qualche posto, dopo. Ho fatto tutta la spesa pensando di chiederle di fermarsi a cena.
Intanto tiro fuori i pasticcini. Preparò un tè. Le chiedo se non staremmo più comodi di là, in salotto. Mi risponde rifacendo le spallucce. Le fa in quel suo modo molto carino. Ci prendiamo le tazze e andiamo. Lei scansa i leghi di mio nipote e popola il divano. Mia sorella è passata ieri con la belva, la peste. Naturalmente non s’è data la fatica di riordinare quel disastro. Maria si sfila le scarpe. Le chiedo se sta comoda. Mi risponde appena irritata di sì. Almeno così mi sembra. Forse sono un filino curioso. Sono fatto così. Sono uno gentile. Le chiedo se vuole vedere qualcosa. Ascoltare un po’ di musica. Io sono un appassionato di classica, ma ho anche qualche pezzo leggero, certo di quella buona. Le metto vicino, sul tavolino, i telecomandi. Lei non ha voglia di nulla. Sembra le basti la mia compagnia. Starsene un attimo tranquilla. Parla poco, a monosillabi, ma sorride d’incanto.
Resto a guardarla. A coccolarmela con gli occhi. Torno a chiederle se sta comoda. Che mi dica lei se posso fare qualcosa. Mi informo del suo lavoro. Tanto per essere gentile. Se le pesa tanto; a me sembra pesante. Se è sodisfatta degli orari e del salario. Se la trattano bene. Mi racconta che con le mance se la cava, ma che quelli sono sempre appena sufficienti. A questo punto è lei a chiedermi se è tanto che vivo solo. Se non mi manca una compagna. Certo che mi manca, ma ho imparato a cavarmela anche così. Lei sbuffa e torna ad aspettare e pendere dalle mie labbra. Le ripeto che se vuole guardare la televisione può guardare quello che vuole. Ho anche la parabola. Mi ripete che non ama molto quell’affare.
Gli argomenti si stanno esaurendo. Le accendo una sigaretta. È la terza. Devo frugare febbrilmente per inventarmi altre cose. Altre curiosità da chiederle. Sposata non è sposata, questo lo so, o almeno credo. Gli anni mi guardo bene dal chiederli. Ecco… le chiedo dove abita. Se la casa è grande. Se è in affitto. Se si trova bene in quel quartiere. Se non la conoscessi direi che mi manda a fare in culo. Per la faccia che fa. Forse è solo colpa di una folata di puzza entrata dalla finestra aperta anche per far uscire l’odore di fumo. La chiudo. Le porto la copertina azzurra, se mai dovesse venirle freddo. La sera è sempre malandrina e qualche volta anche un poco umida. Tradisce. Mentre le davo le spalle lei si è messa comoda. Si è stravaccata.
Guarda il soffitto. Sembra una madonna che prega. Non vorrei sembrare inopportuno. Il solito cafone. Che pensasse che sono di quelli che si divertono a guardare. Le gambe le si sono scoperte. Direi che le ha belle. Quel vestito era corto anche quand’eravamo in cucina. Le calze sono tenute da un reggicalze con i gancetti rosa. Mi si mozza il fiato. Non vorrei metterla in imbarazzo, ma, per quanto faccia, un po’ gli occhi mi cadono là. E cerco di non darlo a vedere. Non vorrei metterla in imbarazzo. Sarei contento se si sentisse a proprio agio. Proprio come a casa sua. Ora viene il bello, o la va o la spacca. Sto per chiederle se si ferma a cena. Prima di farlo decido di assentarmi giusto il tempo per mettere in frigo una di limoncello. Forse indugio troppo nello scegliere le parole e la forma per chiederglielo.
Ho cercato di essere carino. L’ho trattata con massimo rispetto. Forse ho esagerato? Quando torno ho l’impressione di aver domandato troppo alla sua pazienza. S’è alzata e ricomposta. Ha spento il suo sorriso. Smania. Le chiedo se dopo vuole fermarsi a cena. Mi dice che non può, che ormai è già anche troppo tardi. Sembra infastidita; e quel fanculo me lo dice proprio. Io le donne non le capirò mai. Uscendo sbatte la porta con energia. Mi accendo la tele. M’è già passata la voglia. E da domani cambio bar, è deciso.

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