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Archive for 6 marzo 2018

L_amore miopesegue: Carlo Spaghetti
L’amore può avere sempre mille facce. Quella di Carlo è una. Forse nemmeno la migliore. Ed è una faccia miope. Può fidarsi più del tatto e dell’udito, ma mai della vista. Comunque mi incuriosisce. Anche se non credo funzioni con tutti. Con lui tutto appartiene ad una dimensione sua. Tutto sembra vagare su spazi mai facili da definire. Comunque con le tipe ci sa fare. Lo accompagno in macchina fino a Pedavena. Pare debba rabboccare la sua scorta di birre. Io guido e lui ascolta musica dalle cuffie e fuma. Poi me la passa. Mi tengo a freno per un po’ di chilometri. Poi non ci riesco più. Era da molto che glielo volevo chiedere e colgo l’occasione. Vorrei una diritta. Lui acchiappa come un coniglio. Non posso dire lo stesso per quanto mi riguarda. “Come fai? Dimmi la verità”.
Come faccio cosa”? “Con le tipe. O hai un culo bestia o… ti ronzano sempre intorno”. “Più che fare lascio fare”. “Ho provato. Nisba”. “Vuoi sapere la verità, ma tutta la verità”?
È in vena di confidenze. “Sputa”. “Non so se ti sei accorto ma io non vedo proprio molto”.
Sono in un periodo di crisi nera: “E allora”? “Cerco di usare il fiuto. Ma la mia vera arma, la mia tecnica, è che ci provo con tutte. Come andare a sogliole e sardine con la rete a strascico. Se vai con la lenza, cazzo! le probabilità di pesca di dimezzano, sono poche. Mi sembra ovvio. Cazzo”!
Intanto la macchina va. “E funziona”? “Abbastanza”.
Dimmi”. “Se c’è laguna pescosa nei dintorni, preda, mi avvicino e dico a tutte, in separata sede, naturalmente, è fondamentale, la stessa cosa. Belle o brutte non importa. Lavoro al buio. Se sono cessi poi mi avvertono gli amici. E allora taglio”.
Ci fermiamo in un autogrill e non mi lascio distrarre. Deve pisciare e aspetto. Ha sete e aspetto. Poi una cicca e aspetto. Sono impaziente e stanco di aspettare. Appena siamo ai nostri posti di crociera gli faccio segno di uscire dalle cuffie e riprendo esattamente da dove eravamo rimasti: “Cosa”?
Devo spiegare la domanda dettagliatamente. Sollecitare la risposta. Lui ci mette un bel po’ ma poi fa mente locale: “Le solite cose. «Come sei bella? Mi hai rubato gli occhi e il cuore. Ho perso la testa. Ti amo da impazzire. Spassionatamente. Sembri un’attrice. Che ne diresti se ti chiedessi… di una sveltina. Vorrei che fossi la madre dei miei figli». Insomma. Cazzo! Solite cose. Menate, insomma. Cosa sto qui a parlare”?
Funziona sempre”? “Abbastanza, cazzo”.
Qualche tratta di strada è dissestata: “Qualche buca”? “Normale. Ma anche qualche topa, cazzo”.
Non mi sento troppo convinto: “Ma ci sarà qualche volta?”… “È il rischio del mestiere. Funzionare funziona, solo che… per esempio: Stavo recitando la solita litania del «Sei una gran figa.» a Renata e lei era là, in piedi, già furente, perché io stavo limonando, senza saperlo, cazzo! con Susanna, sua sorella. Certo le donne son tutte delle gran puttane. Per dirne una. Per dirne due: stavo lì tranquillo con Filomena. Questa è anche peggio. Ero già a buon punto. Le avevo messo una mano al culo e mi allungo per baciarla. Hai presente? Devo farti un disegnino? Mi sembrava strano. Ho avuto un po’ di sospetto quasi subito, perché mi sembrava che la dentiera ballasse. Pensavo ai denti. A un inizio di piorrea. Come potevo pensare?… cazzo! Mi ha risvegliato il grido allarmato della Filomena: «Cazzo fai con mia nonna»? Per farla breve, mica lo sapevo che s’era portata anche lei, la nonna. Chi è quella che va ad accalappiare con l’antenata? Me lo sai dire? Se non è sfiga quella… E quella, cazzo! se ne stava zitta e mi lasciava fare e pareva pure gradire. È stato orrendo”.
Mi crolla un mito: “E cosa hai fatto”? “Nel primo le ho prese. Di brutto. Mi brucia ancora la guancia. Anzi entrambe. Renata ha le mani pesanti, sembra un peso medio, e sua sorella Susanna pure. Nel secondo me la sono filata. E sono corso a sciacquarmi la bocca. Però vuoi mettere… perché dovremo parlare anche dei successi”.
E Filomena”? “Non l’ho più vista”.
L’ho sempre incontrato assieme a ragazze. Sospetto che a volte fossero solo quelle di qualche amico. Intanto siamo arrivati. È più la birra che ha assaggiato che quella che ha comprato. È un poco brillo e nel ritorno non riprendo l’argomento. Me ne guardo bene. È una di quelle occasione in cui sarebbe inutile. Parliamo di musica e del suo vecchio complesso. Mi ricordo di noi alle Zattere. Si corregge che in Spagna si era fermato a Malaga. Non ci capisco più niente. Mi sono perso tra i meandri delle sue storie e anche nell’atlante. Tutte le strade portano a Roma, tranne le sue. Possono portare da qualsiasi parte. Poi lo lascio dentro alle sue cuffie. Ci salutiamo e credo che la sua tecnica non potrà servirmi a molto. Ho anche il sospetto che rischi di portarlo diritto verso risultati persino catastrofici (vedi foto). Solo il tempo potrà dire se ho ragione.

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