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Archive for 7 marzo 2018

La maratoneta del prosciuttoQuanto ne aveva tagliato? Probabilmente migliaia, se non milioni, di chilometri di prosciutto. Ma come lo tagliava lei non lo tagliava nessuno. Sottile come un capello sottile, e anche di più. Glielo diceva anche il suo responsabile. Ma lei lo sapeva che non avrebbe affettato tutta la vita. Doveva arrivare il suo momento. La sfiga, prima o dopo, si sarebbe dovuta girare dall’altra parte. Per un corretto equilibrio delle cose. Per equità. Per giustizia. La sua vita sarebbe cambiata.
Infatti… Il sabato quel responsabile le aveva detto che ci sarebbero stati tagli al personale. Temeva per lei. Ne prendeva pochi, ma anche quei pochi erano una miseria benedetta. Senza sarebbe stata perduta. E quanto le erano costati quei quattro spiccioli? Miserie e umiliazione. Ne aveva dovuti ingoiare di rospi. E non solo di quelli. Non avesse avuto assoluto bisogno anche di quel poco non sarebbe mai andata in cella frigorifera, che faceva un gelo cane, o in magazzino a sollevarsi la gonna con lui. Ma sono i tempi che non permettono più l’esistenza a chi si fa troppi scrupoli, alle brave ragazze. Le gran dame, le donne dabbene, l’hanno già data avendo più fortuna. Forse si era svegliata tardi. Forse aveva sognato troppo a lungo.
Il lunedì era toccato a lei. Il venerdì a lui, al piccolo grande arrogante capetto. Si erano trovati al bar, davanti ad uno spritz triste, con le teste a penzoloni. Avrebbe voluto sfogarsi, ma lui, poveruomo, aveva anche una moglie, e due figli, figlie per la precisione, e le rate della macchina da pagare. E il mutuo e le bollette. E non essendo più giovane era ancora più difficile. E a causa dell’età nemmeno sua moglie era più tanto ragazza. Non glielo aveva ancora detto. Perché con il tempo si era fatta anche scontrosa, pretenziosa e brontolona; una vera arpia. Con il cuore a pezzi a lei non restava che ascoltare.
Poi si era fatto furbo il caro signor Domenico. Solo un paio di settimane dopo. Prima le aveva detto di amarla, poi di amarla veramente. E stavolta lei si era data credendo che fosse diverso, di potersi annullare nella passione. C’era cascata, come un tordo, come una mela matura. Convinta del vigliacco. Poi le aveva annunciato che avrebbe lasciato moglie e figlie e tutto. Sarebbe venuta a conoscenza solo dopo che era stata lei, l’arpia, a sbatterlo fuori. E che si era subito trovata un altro gonzo.
Poi ancora le aveva detto che forse si sarebbero potuti aiutare uno con l’altra. Non aveva detto: l’una per l’altro. Doveva immaginarlo perché storie del genere ne sono state scritte a bizzeffe. Ma lei non aveva mai avuto abbastanza pazienza per leggere, lo trovava solo tempo sprecato, e al cinema era da un po’ che non andava. Infine, le aveva detto che sognava di andare a vivere assieme. Certo, lei aveva pensato, come due barboni. La sua disgrazia era che restava pur sempre una ragazza romantica.
All’inizio era stato gentile. La riempiva di premure. Arrivava spesso con dei regali. Un paio di stivali oggi. Una gonna, anche troppo corta, domani. Come li pagasse non se lo immaginava. Forse aveva ancora un po’ di risparmi. Poi si era trasformato in un vero farabutto. Le aveva regalato anche la pelliccia, solo un giacchino, e per giunta finta. E di un colore non proprio fine: viola. Non aveva avuto bisogno di aggiungere troppe parole. Quello che aveva da dirle l’aveva già detto. Con poche frasi e un paio di schiaffi. Ora guadagnava per due, ma in tasca le restava meno di quando era in quel maledetto supermercato.
Ormai erano in tante, sempre di più, persino serie madri di famiglia. Persino portandosi dietro la borsa della spesa, ma ci sarà sempre la fila. Almeno su questo aveva ragione lui, quel coglione vigliacco del Domenico. Maratoneta era e maratoneta continuava a essere. Era cambiato solo il prodotto che vendeva. E comunque continuava a lavorare da dipendente. Continuava cioè a battere in cassa soldi che non erano suoi. I pericoli erano minimi. Molto spesso anche i vigili e la polizia erano disposti a girare la testa, magari in cambio di un passaggio. Ma un altro disgraziato si rischiava che si poteva trovare sempre. E anche peggio. Magari più cattivo. Ne aveva già uno. A volte si diceva che era uno di troppo. Mangiava sulle sue spalle e anche, seppure sempre più di rado, pretendeva di potersi divertire.
E pensare che lei non era quella. Non lo era mai stata. Era stata anche un’altra. E pensare che da ragazza se l’era tenuta tanto stretta. Preziosa. Come una stupida ragazzina. Non aveva mai preteso niente, tranne un briciolo di sentimento. Già! una prelibatezza ormai in disuso. Giorgino l’avrebbe dovuta odiare per quanto l’aveva fatto penare. Chissà dov’è finito? Erano solo ragazzi, ma non le aveva mai girato le spalle. Per questo non l’aveva mai voluto nemmeno lei. A quei tempi erano ancora troppo giovani. Ma è perfettamente inutile piangersi dietro. Anche se non è bello stare al freddo con le chiappe di fuori.
Si era ingegnata: faceva anche l’autostop. Di giorno. La fantasia non le era mai mancata. Di baccalà e di polli se ne pescano sempre. Tutti i posti restano buoni. Ed era diventata brava, anche grazie a lui. Ne aveva passato di tempo e di momenti in quella cella frigorifera. Freddo o caldo faceva lo stesso. Era temprata a tutto. A lui, al Domenico, non bastavano mai. Tanto la fatica la faceva lei. Era lei a salire su quelle macchine. Era lei a entrare in quelle squallide camere. Anche a portarseli a casa, mentre lui se ne stava ad aspettare al bar. Placido con la sua cicca in mano. Magari giocando a carte con gli amici. Quasi tutti disgraziati come lui. Perché la gente onesta non si mescola ai mascalzoni.
Lei continuava nella testarda certezza che il suo momento sarebbe arrivato. Lo conosceva ormai da più di due mesi. Era uno di quelli affezionati. Il dottore era lui e nonostante i tempi bui e avari tutti si possono trovare nel bisogno di star male. Persino ai dottori capita di ammalarsi. La malattia è l’unica cosa che se ne infischierà sempre delle crisi. Forse.

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