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Archive for 8 marzo 2018

La valigiaNella vita di ogni persona c’è un viaggio da fare e una valigia. Sulla soglia dei settant’anni Ilaria se ne era ricordata, mentre guardava il suo programma a premi. Non ci aveva più pensato, ma gliel’aveva detto sua madre quand’era bambina. Così sua madre l’aveva saputo dalla sua di madre. E così via, per via orale, come per tutte le vecchie tradizioni.
Si era distratta dal programma. Ilaria, forse per la prima volta, si trovò a guardare indietro, senza rimpianti. Non poteva nemmeno dire di essere vissuta. Ed era rimasta sola quasi prima di imparare a essere in compagnia. Fin dalla nascita si era limitata a fare la brava figlia. Era una bambina che non aveva mai dato nessun problema. A scuola non andava male, ma s’impegnava il minimo necessario. Non aveva mai stretto grandi amicizie. Poi aveva dovuto diventare rapidamente grande. Il papà era mancato. I soldi erano pochi. Aveva conosciuto il lavoro e la fatica.
In seguito aveva incontrato Giovanni. Si chiedeva ora se era stato quello il grande amore. Anzi, più precisamente, semplicemente se era quello l’amore. Era stato il primo uomo che avesse conosciuto, anche a letto, e anche l’ultimo. Un corteggiamento breve, anzi brevissimo, poi aveva fatto solo la moglie. Lui faceva già il muratore e il contadino. Come muratore allora era solo un apprendista, spingeva la carriola per portare i mattoni e le malte. Come contadino era un lavoratore infaticabile. Il loro orto era invidiato da tutti. E lei era diventata semplicemente massaia. La sera Giovanni era fin troppo stanco. Lei non si poteva lagnare, i soldi erano pochini, anche se era stanca anche lei. A quei tempi, al suo paese, poche donne si sarebbero sognate di tenersi un lavoro.
Di figli non ne avevano avuti. Lui e quel solo salario non li avevano voluti. C’erano Giorgio e Gregoriana, quelli del fratello, ma ormai erano cresciuti ed erano mesi che non le facevano più visita. Per quello anche suo fratello erano tre settimane che nemmeno telefonava. Ma lei non si lagnava. Non si era mai lagnata, e non avrebbe certo imparato a farlo ora. Solo che ormai aveva la verità davanti agli occhi. Trovò la valigia in soffitta, se ne armò e uscì da quella porta. Non si era mai messa in viaggio da sola, per il semplice motivo che non si erano mai allontanati dal paese. Eppure, sapeva attraverso la televisione, che lì fuori c’era un mondo.
Non aveva mai voluto aprire quella valigia. Ma camminare con quella in mano le costava sempre più fatica. Però ogni volta che la guardava quella le metteva una sorta di paura. Questo era bastato a farla resistere da qualsiasi curiosità, anche se lei curiosa lo era e anche molto. Cercò la strada e fra le tante non faticò un attimo a riconoscere quella giusta. C’era un cartello che recava in caratteri incerti ma grandi il suo nome. Sembrava fatto dalla sua stessa mano con la sua scrittura pasticciona. Eppure quel viaggio sembra portarla da nessuna parte. Non incontrava villaggi, persone. Sembrava un binario morto e dimenticato. Intorno il paesaggio vuoto sembrava incerto tra la primavera e l’autunno. C’era solo silenzio e nemmeno un passerotto a cinguettare.
Lei sapeva in cuor suo che doveva andare. Quella voce glielo diceva e la incitava. Se avesse portato uno specchio se ne sarebbe accorta prima, ma non tardò comunque troppo a farlo. Più proseguiva e più ringiovaniva, e più la valigia si faceva prima leggera e in seguito sarebbe diventata più pesante. Tranne quel peso che cominciava ormai ad aumentare, non le sembrava che cambiasse altro. Lei ritrovava vecchie energie e forze nuove. La fatica le costava sempre meno. Se non altro questo notò per gran parte del cammino.
Poi gli anni cominciarono a essere troppi pochi per quel fardello, e le gambe ad accorciarsi. Era tornata bambina e il peso della valigia era diventato insopportabile. Aveva provato a cercare di scordarsela, di abbandonarla. Scoprendo con tristezza che non era possibile. Ogni qualvolta che si fermava per riprendere fiato, o bere un sorso d’acqua, si ritrovava allo stesso punto. E lei, la valigia maligna, era là, per terra, al suo fianco. La odiava come non aveva mai odiato nulla e nessuno. Le sembrava malvagia. Forse doveva finalmente scoprire il suo segreto, cosa conteneva. Forse era proprio quello che doveva fare. Forse avrebbe potuto sbarazzarsi del suo contenuto un poco per volta.
Con il coraggio dei suoi nuovi cinque anni infine la aprì. Era colma di oggetti che sembravano appartenuti ad altri, ma che sapeva essere suoi. Era piena di sensazioni che non conosceva, di ricordi e rimpianti. Delle cose perdute. Le sfogliò a una a una. E ognuna prese a raccontarle di cose che non aveva visto e non aveva fatto. A rimproverarle quel passato che non aveva avuto, che aveva fuggito come un malanno, e a mostrarle cosa sarebbe potuto essere stato. Lei resistette finché poté, poi si lasciò trasportare. Si incamminò per la strada del ritorno riprendendo da capo a vivere la sua vita, ma stavolta accettando di viverla. Ricominciando tutto di nuovo. Da quei cinque anni, ma era una vita diversa. Salì sull’altalena del cuginetto. E a lui diede il suo primo bacio di curiosità.
A scuola imparò l’impegno e il fascino della lettura. Ogni compito era una battaglia e una vittoria. Si fece molti amici. Notò l’interesse degli uni e degli altri. Scoprì molto presto la propria nuova curiosità per i ragazzi. Imparò a leggere in quegli occhi e anche in certi silenzi. Senza timore prese Giulio per mano tornando a casa. Per gioco si nascose con Rolando e a lui diede quel bacio come facevano i grandi. Cercò di lottare, ma ugualmente dovette abbandonarla presto, la scuola. Per aiutare la mamma. Per cercare di salvare il loro piccolo orticello. Fu lo stesso un professore, a cui aveva chiesto di darle ripetizioni, ad introdurla ai segreti del sesso; a dodici anni. A farla donna. Né scoprì la gioia e il piacere, ma anche il dolore, anche quando seppe che era sposato.
Dopo ce n’erano stati altri. Con Sebastiano aveva visitato Parigi. Con Vittorio erano stati a Vienna. Con Keammar aveva fumato la sua prima canna, a tredici anni. Nascosta e piena di vergogna. Però scoprendo che non è sempre vero che l’angelo è biondo e il diavolo nero. Che non tutti gli stranieri sono cattivi. Con Tonino non erano andati fuori Monza; non erano mai riusciti ad abbandonare il letto. A Moreno non avrebbe mai imparato a dire di no. Non sapeva se era quello il grande amore, ma non gli aveva potuto negare niente, e in fondo non le importava. Ma Moreno l’aveva portata in un albergo che non aveva mai visitato nemmeno nei più belli dei suoi sogni. Forse era lui quello che avrebbe dovuto sposare. Solo che l’aveva lasciata per una giovane russa, oppure ucraina. E a suo modo era anche un poco violento. Ma violento solo per il loro piacere. Quel tipo di piacere che presto l’aveva stancata appena si era accorta che lei poteva benissimo, e anche meglio, farne senza.
A sedici anni aveva conosciuto il suo Giovanni, questa era l’unica cosa che poteva ricordare veramente, l’età del loro incontro. L’aveva educato ad aspettarla e a desiderarla. Alla fine aveva ceduto al suo corteggiamento e aveva accettato di diventare sua moglie. Ma intanto lo aveva già tradito prima del matrimonio con Aldo e Giacomo. E si era imposta trovando lavoro come segretaria presso un notaio. All’inizio la paga non era molta. Poi cominciò a fare carriera, non solo per aver accettato gli approcci del vecchio. Solo per il suo impegno e la sua bravura. Lasciò lo studio e con i suoi risparmi aprì un’agenzia di assicurazioni. Nel campo non sapeva molto, ma non doveva lavorare lei. Aveva assunto un giovane bravo e due ragazze part-time.
Corse dal marito raggiante e gli diede la splendida notizia, e gli consegnò i documenti per il divorzio. In quella vita era diventata consapevole del valore della propria libertà. Di uomini ne aveva avuti altri, nessuno importante come quelli citati. Aveva avuto tre figli, ma se ne erano occupate delle brave balie e bambinaie assunte allo scopo; dopo attente e minuziose valutazioni. Il suo seno era rimasto quello dei vent’anni. A cinquanta anche la sua pelle era ancora quella di allora. E si poteva permettere abiti costosi e audaci. E l’interesse e il corteggiamento di molti; assieme all’invidia di molte. E una macchina lunga come un pullman; Patrizio le aveva lasciato una piccola fortuna. Aveva dovuto lottare, alla fine l’aveva spuntata. I figli avevano continuato a odiarla, ma avevano smesso le loro pretese. E aveva scoperto di amare il mare, ma il mare azzurro e trasparente delle Hawaii.
Sulla soglia dei settant’anni Ilaria non aveva quasi più nulla da chiedere alla vita. La casa era sua e ne aveva un paio in affitto. I figli si erano sistemati ed erano tutti all’estero. Il più grande qualche volta telefonava; dagli Stati Uniti d’America; Dallas. Gli altri erano ancor meno premurosi. Aveva quel solo rimpianto di ritrovarsi da sola, ma era stata una sua scelta. Stava guardando il suo programma a premi. Non era costretta a guardare il calcio, anche se giocava la nazionale. Detto per inciso aveva vinto, ma non aveva convinto. Era stata una partitaccia con un avversario molto più debole. Lei invece aveva azzeccato tutte le risposte. Se fosse stata lei, in quel programma, avrebbe vinto tutto il malloppo. Sentiva che non sarebbe riuscita a tenere gli occhi aperti ancora per molto.
La trovò un vicino, allarmato dall’abbaiare dei suoi cani. Il vicino pensò Pevera donna, ma lei aveva dipinto in volto un sorriso sereno e compiaciuto. E si era persino truccata come se dovesse uscire. Se ne era andata in silenzio com’era vissuta. Senza chiedere nulla a nessuno. Nemmeno Permesso.

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