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Archive for 9 marzo 2018

George BrownVe lo ricordate Giorgio Marrone? No! nessuna parentela con Emma. Magari solo un paio hanno memoria di lui. Amici di scuola, elementari e medie. Ma se dico: George Brown, forse qualcuno in più alza la mano, perché quel nome gli dice qualcosa. Si chiamava Giorgio prima di diventare George. Prima di assumere quel nome d’arte.
Per un tratto è stato qualcuno. Prima con i “Reprobi”, poi ha raggiunto un certo successo col complesso de “I colombi sporcano i marmi”. Era chitarra solista e voce. Hanno inciso anche un disco, forse un paio. Li devo ancora avere, magari in soffitta. Dovrei cercarli. Da parte mia l’ho incontrato solo un paio di volte con la sua prima band. Poi… più visto. Solo qualche chiacchera. Sembrava scomparso. Un poco diverso lo è sempre stato.
Aveva messo presto su famiglia. Aveva avuto presto una figlia. Poi aveva mollato tutto. Quando già era finita l’estate dei “Colombi”. Quando le sbarbine fans, che gli si affollavano intorno ad ogni concerto, s’erano fatte molto più rare. Stavano diventando donne, e in qualche caso mogli e madri. Loro sì! ancora se lo ricorderebbero, se solo volessero. Insomma, era solo una pagina di quel diario del passato che non è mai stato scritto.
A luglio ero a Praga. Lo ritrovo là e lo riconosco subito. Un po’ invecchiato, ma ancora lui. A suonare e cantare per i passanti sul ponte Carlo, il famoso ponte di pietra sulla Moldava. Con un barattolo arrugginito attaccato all’accordatura della sua chitarra. La sorpresa non è abbastanza. Suona ancora divinamente il suo strumento. La voce è solo un po’ più roca, ma ancora affascinante. E sta cantando le sue solite canzoni. Mi fermo incantato con la sua versione di Hallelujah. È cagato e sputato il grande Jeff. Sono rapito.
Poi fa uno struggente Donovan, un paio dei Beatles, una buona dei Beach Boys, e naturalmente attacca Dylan. C’è la stessa magia. Sono persino commosso. A questo punto mi chino e lo chiamo per nome. Lui s’interrompe per me. E perché sente il suono della stessa sua lingua. Apparteniamo alla stessa generazione. Quei brani sono pezzi di cuore. Mi riconosce solo dopo un po’ e previo ricorso a memorie comuni. E per un paio di minuti parliamo delle stesse identiche cose. E di ricordi.
Mia moglie sbuffa, ma con me la fortuna è stata benigna. Vorrei poter fare qualcosa. In qualche modo. Gli spiego quello che sa. Che anche da noi campare di musica è sempre più difficile. Che però ho un contatto con una radio a grande diffusione, e persino con una televisione. Ci posso provare. Sono quasi certo di riuscirci. Potrei occuparmi per il viaggio. Con la sua conoscenza e la sua passione potremmo far innamorare delle stesse cose altre intere generazioni. Lo prego di tornare. Gli voglio lasciare il mio numero di cellulare. Mi guarda perplesso e un po’ stupito. Poi… Ma io sono felice così, con la mia musica. Allora, di nascosto per la vergogna, gli ho lasciato una monetina.
È stata notizia di pochi giorni fa. George era tornato. Mi sono illuso che sia stato per quello che ci siamo detti. So che non è così. L’hanno trovato all’angolo di una strada, ormai senza vita. Sembrava addormentato. La chitarra ancora stretta in pugno. Era ancora giovane. Troppo giovane per un addio improvviso e così. Forse una pera assassina. Non si sa. Non lo credo. Per quanto ne so non c’era mai cascato. Forse semplicemente aveva esalato l’ultimo respiro. Spero in serenità e senza provare né rimpianti né dolore.
Addio mio caro George Brown, riposa in pace e, se un paradiso c’è, suona la tua musica agli angeli. Spero la sappiano apprezzare.

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