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Archive for 12 marzo 2018

Un nome Innocentisegue: Un segreto di pubblica utilità
Vorrei volentieri farlo, ma non posso. Non è una questione di scortesia. Non me la tiro e faccio la preziosa. Diciamo che, per opportunità, potete chiamarmi Santina Innocenti, ma anche in qualsiasi altro modo. Lo dico anche per voi. Direi che Santina, e per la fretta Tina, può bastare e andare bene. Gli anni belli passano in fretta. Bisogna prendere le occasioni al volo. Più tempo passa e più è difficile. Oggi il mercato offre ben poco. La vita è dura. E io, a fare la telefonista in un call center, o vendere detersivi porta a porta, o infilare volantini nei culi dei civici, non mi ci vedo proprio.
Un poco di fortuna ha voluto che subito dopo gli studi abbia trovato lavoro. Di questi tempi è un vero colpo di tra le chiappe, una figata, una manna. Guadagno bene. Però non sono quasi mai in casa. E una vera casa mia nemmeno ce l’ho. Nemmeno per sogno. Certo, ci si deve adattare. Qualche volta anche ingegnare. Persino ingannare anche se stesse. Però non mi posso lagnare e non lo faccio. Le spese sono parecchie. Di rapporti stabili così e difficile mantenerne. Non fosse che sono ancora giovane per ingoiare senza remore quel tipo di pace. Non so se mi spiego? Per accettare, con facilità, quello che dovrei definire disarmo. Questa è la parte più faticosa, e onerosa.
Di che si tratta? Non abbiate fretta. Sono una sorta, per così dire, di lavoratrice autonoma, una sorta di libera professionista. Non ho un unico datore di lavoro, credo. Probabilmente sono più di uno, una sorta di holding. E come in ogni holding che si rispetti chi guida veramente la baracca è un emerito sconosciuto. Un signor non so. Una figura immaginaria spesso senza nemmeno un nome. È solo un marchio. Un bisbiglio. Nemmeno quello. Non ho nemmeno un contratto regolare, ma non ho dubbi. Vista la mia applicazione e gli ottimi risultati il mio è un contratto a tempo indeterminato. Di una come me c’è sempre bisogno. Naturalmente lavoro sodo e lavoro sola, non ho collaboratori. E credo che il mio sia un impegno adatto soprattutto a donne.
In una cassetta postale trovo la foto del… beneficiario, e la città. E volte, ma non sempre, c’è anche l’indirizzo dettagliato. Le descrizioni dei soggetti sono rare, come vizi e abitudini, situazione famigliare e patrimoniale. Quasi sempre sono all’oscuro di questa parte della loro vita e mi devo un poco ingegnare. O faccio ricerche per conto mio o mi fido del mio fiuto. L’appuntamento devo fissarlo da me. Direi di non aver mai riscontrato alcun problema, a riguardo. E solitamente non sono brave persone. Ma questo non importa. Non fa alcuna differenza.
Non servirebbe nemmeno dirlo che il mio è un lavoro delicato. A volte molto delicato e complesso. A volte difficile perché può diventare coinvolgente. Ma sono una lavoratrice scrupolosa e mi è successo un’unica sola volta. Dovrò state più attenta, d’ora in avanti. Ma credo che non mi potrà succedere più. È una maledetta tacita clausola fondamentale. Solo che con lui mi sono lasciata trascinante, rischiando di compromettente tutto. È successo, non lo nego. Sarebbe inutile. Ma giuro che sia stata la prima e unica volta. Forse mi hanno tradito i suoi occhi. Forse… Non so.
Avvicinarlo non è stato complicato. Sarebbe venuto lui da me se non mi fossi mossa in anticipo. Anche perché, per quanto faccia, diciamo che non passo inosservata. In realtà ho puntato molto affidamento nel mio sguardo intenso. Ma era uno di quei casi in cui non sapevo nulla oltre il nome. Mi avevano lasciato completamente all’oscuro delle sue abitudini. Di tutto. Se volevo capire il soggetto dovevo rubare un profilo nascosto in mezzo alle sue parole. Anche se di parole non ce ne siamo poi dette molte. Non ne servivano di più.
Lui era a suo modo diverso, ognuno è diverso dal precedente, sembrava un tipo innocuo. Era seduto a una tavolata con altri, presumo amici o colleghi. Erano verso la fine di una cena. Mi è bastato un sorriso perché si accorgesse di me. Poi gli ho fatto un cenno. Si è scusato chiedendo che gli fosse concesso un attimo e si è avvicinato. Anche gli altri mi hanno, purtroppo, notata e osservata per bene. Dovevo prendere un po’ di tempo perché scordassero i miei lineamenti. Anche questo l’avevo messo in preventivo.
Era un tipo elegante. Gli ho detto che lo sapevo amico di un’amica, e ho fatto il suo nome sorprendendolo subito. Chi non ha un’amica di nome Katia? Mi sono fatta immediatamente perdonare dell’intrusione dicendo che mi sembrava una persona cortese ed che mi ero messa in un grosso guaio. Avevo cambiato borsetta prima di uscire, e nella fretta il portafoglio era rimasto nell’altra. Se poteva evitarmi una figuraccia gli sarei stata eternamente grata. La cifra non era bassa, ma nemmeno astronomica. In cambio gli ho fatto i miei occhi da gattina.
Lui non ha battuto ciglio aggiungendo la mia consumazione al suo tavolo e usando la sua carta di credito. Per poterglieli restituire gli ho lasciato il mio bigliettino da visita, naturalmente come Concetta de Paria. Era stato galante e aveva detto che non serviva. Avevo dovuto insistere, almeno un pochino. Altrettanto naturalmente, subito, il giorno dopo, si è fatto vivo ripetendo che non era il caso, per una cifra così piccola. Gli ho chiesto se per ringraziarlo potevamo almeno vederci; magari a cena. Aveva accettato all’istante con immediato entusiasmo, per la sera stessa. Anche di questo ero certa. E quella sera è stato molto carino, ma lui si è tenuto sulle sue, si è limitato a fugaci apprezzamenti verbali. Io l’ho tenuto sulle spine, facendo la preziosa, promettendogli, e non promettendogli, prossimi incontri. Gli uomini s’illudono sempre di poter scrivere le sceneggiature alle storie. Di sapere già in anticipo la fine. Ma amano anche che una donna si faccia desiderare.
Lui non era diverso e gli leggevo nitidamente in testa. Era come tutti. Non aveva segreti. Conoscevo bene le sue intenzioni. Solo che solitamente non mi faccio trascinare a letto. Non prima almeno del quinto appuntamento, com’è successo con lui. Qui è meglio, anche per voi, se usiamo un nome fasullo: conveniamo di nominarlo, che ne so? come Tazio Nuvoletti; il re delle corse coi sacchi. Un nome vale un altro. L’importante è sempre rispettare l’anonimato. Dovevano essere un po’ di giorni, invece è stato quasi un mese. Così con Tazio è cominciata una storia. So che non dovevo, ma per alcuni attimi mi sono lasciata andare e ho ceduto. Potrei dire che avevo perso la testa, anche se non del tutto il controllo. Anche lui mi chiamava Tina. Ma il tempo dal nostro primo abboccamento era stato sufficiente. Il nostro appuntamento per chiudere l’affare era maturo.
Decido che devo farlo quel pomeriggio. Più tempo passa e più diventa complicato. Lui sarebbe in futuro anche tornato scapolo. Un buon partito. Peccato. Ci diamo appuntamento in un alberghetto fuori mano. Come convenuto sale in camera da solo. Mi chiama per dirmi il numero della stanza. Butto il cellulare e lo raggiungo dopo una decina di minuti. Prima lo lascio divertire, soddisfatto. Per dirla tutta mi diverto anch’io. Quando posso mi piace lasciare il mio cliente contento. Dopo mi rivesto e, mentre lo fa anche lui, prendo il ferro dalla borsa, glielo sbatto sotto il naso e gli spiego cosa voglio. Che mi serve il suo dito medio. Che ha tutto il tempo per la sua ultima sigaretta, e, se vuole, per dire una preghiera. C’era da aspettarselo. Ne è sorpreso.
Deve avere fatto concorrenza a chi non si potrebbe fare. Forse si è intromesso in un appalto dove non doveva. Forse semplicemente e sfortunatamente conosceva qualcuno o qualcosa. Sono particolari che non mi devono riguardare. Devo solo portare a termine il mio incarico e farlo in modo pulito. Unica condizione obbligata, a testimonianza del lavoro fatto, è il dito medio tagliato con un trincia pollo. A dire il vero la scelta mi sembra un poco ironica. Comunque l’ho portato con me, come ogni volta. Non era un bigotto, meglio così. Non ha pensato nemmeno di chiedere perché. È impallidito e ha tentato una timida azione vigliacca. Si è rifugiato nei sentimenti. Come non fosse già difficile anche per me: Ma io ti amo.
Ti amo anch’io, tesoro, ma il lavoro è lavoro.
Per la prima e unica volta l’ho fatto a malincuore, ma l’ho fatto. Nella stessa cassetta, dove lascio quel dito medio del soggetto, due giorni dopo trovo quanto pattuito. Come si potrebbe definire il mio compito: la sicario? Non trovate che non suoni affatto bene?

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