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Archive for 13 marzo 2018

Non chiamatemi JasmineStorie mediorientali come questa forse se ne son sentite fin troppe. Tanto vale non dilungarsi oltre il necessario. Era stata sverginata e s’era fatta riverginare. Era una condizione imprescindibile essere intatta per una donna araba. Era stata violentata a tredici anni da un cugino di trentatré, ma aveva taciuto. Sua sorella aveva subito la stessa sorte alla stessa età dallo stesso cugino, ma si era saputo ed era stata lapidata. Il suo silenzio l’aveva salvata, e il fatto che fosse fuggita. In Norvegia non si usano le pietre a quello scopo. In Norvegia si trova sempre un modo per farle ricucire, le donne.
Erano le disgrazie di una donna mussulmana. La sua unica colpa era di essere nata bella e di averle già grosse in tenera età. Ma in Norvegia era tutto diverso. Era un paese ricco. C’erano opportunità per tutti. Tranne, maledetti jihadisti, per gli arabi; e naturalmente le arabe. Era stata presa sotto la protezione da uno zio. Era stata cacciata dalla zia. Lui, lo zio, aveva mani che non stavano mai ferme. E non solo quelle. Non riusciva a stare dentro i pantaloni. Nemmeno se ci fosse stato lavoro anche per lei avrebbe potuto trovarlo. Non poteva lavorare di giorno e stare sveglia di notte. Ma, come detto, dopo solo tredici giorni era di nuovo per strada a cercare la sua fortuna. Forse aveva come sola colpa di essere nata dalla parte sbagliata del mondo.
Un tunisino emancipato e illuminato le aveva dato un impiego in cambio solo di qualche gentilezza. Il bagno turco non era certo il massimo, ma, quando la fame batte i primi colpi, anche le briciole possono dare un piccolo primo sollievo. Fatima odiava quel mondo a disegni. Non voleva tornare a far smorfie stupide nel regno di Disney. Conobbe in quelle stanze un vecchio basso e grassoccio. Lei non sapeva chi era, ma lui ne restò folgorato. Si fece ricucire per la quattordicesima volta. A quattordici anni la comprò l’emiro per farne la quattordicesima moglie. E per pagarla la pagò anche parecchio. Così si trovò bambina a vivere in un magnifico palazzo per scoprire che il sultano era nemmeno poco un tantino checca. Né aveva uno tutto d’oro, imponente, per far fronte alle necessità del ruolo, e uno piccolo da cimice dentro i calzoni modello harem.
Per dirla tutta un po’ se ne vergognava. Era sempre stata una donna riservata. Era la vita e i mascalzoni che l’avevano un poco cambiata. E quel marito che le faceva da sorella, doveva mantenere le apparenze. E nel palazzo di uomini non ce n’eran tanti. E lui, tra i pochi, aveva incontrato in un mattino che doveva uscire. E i suoi occhi l’avevano stregata. Si era innamorata di Farouk il cammelliere, anche se era un bel po’ zotico, e erano stati visti. E Farouk era diventato il 17mo eunuco. Ma lei, Fatima, era una donna giovane e piena di energia. E si sentiva disperata. In quel momento sarebbe stata curiosa anche di Genio il genio. Se solo quello sventato di Aladino, il suo figlioccio, si fosse ricordato dove cazzo si era infilata quella cazzo di lampada. Le contrarietà e quella merda di situazione la rendevano nervosa e anche un tantino volgare.
Jafar era tutto fumo e niente salsiccia. Tutti sono consapevoli come in quei paesi sia disprezzata la carne di maiale. Ma un po’ di porco, e, naturalmente, di porcate, ogni tanto sarebbe quello che ci vuole, soprattutto per certe occasioni. Invece Razoul era un sadico perverso e convinto, e un devoto molto osservante. Era disperata. E si vedeva scappare la vita come il fumo su per il camino. La delusione dà sempre la stura ai più strani pensieri. Si sarebbe abbassata a tutto. Anche a Rajah la tigre, che era un gran bel tigrotto, non fosse stato che era irascibile alquanto. Fatima era preda ai sogni più sfrenati. Non trovava pace il giorno, e nemmeno nella notte. Aveva diciott’anni, l’età più bella, e l’argento vivo addosso. Si sarebbe fatta anche tutti i settanta cammelli di quel castrato di Razoul. In segreto, con uno, di notte, l’aveva fatto. China come una cammella. Ma è una bestia stupida e senza sentimento. In compenso, per quel momento, per quello che serviva, era abbastanza. Anche se di lungo aveva solo la lingua. Certo che nemmeno quella è poca cosa, in momenti di carestia. Ma non gli aveva concesso l’entrata principale. Alla brava mansueta bestia era andata bene lo steso anche l’altra.
Ma, cazzo, in segreto, con lo stesso, aveva scoperto che anche suo caro maritino marajà era solito farlo. Proprio come lei quel dannato porco effemminato e depravato godeva a prenderlo dietro. Non c’era più decoro tra quelle stanze e in quelle stalle. La notte seguente, mentre cercava di insuperbire il suo montone di cammello, si accorse di essere spiata proprio dal becco frocio del consorte sultano. E che quel mezzo uomo godeva nel guardarla in azione proprio mentre lo faceva. L’anziano ringalluzzito andò via di testa completamente per quella donna che era già sua moglie. La sua quattordicesima moglie che, se fosse stato per lui, sarebbe stata ancora illibata da parte di maschio. La vita di Fatima si trasformò completamente. Il vecchio prese il vizio di apprezzare nel vederla farlo con gli altri, con i suoi ospiti, nascosto, senza alcun segreto, dietro una tenda. E il palazzo si animò di feste e di visite, alcune anche illustri.
Il vecchio vizioso era sempre più esigente, e li cercava anche robusti. Immaginava di essere lui al posto della sua giovane moglie. La invidiava e la amava nell’unico modo che conosceva, ricoprendola di attenzioni e gioielli. Per lei comprò uno stallone bianco come la neve. Per lei invitò un marcantonio che spaccio per l’ambasciatore del Brunei o di un altro paese simile, perso nel culo dell’Africa. Quell’uomo era enorme, una statua tutta nera scolpita nell’ebano. E aveva un vero enorme cannone dove gli altri nascondono quello che sembra il fodero di una pistola. Ma il vecchio satiro, sempre nascosto, più ancora provava piacere nel vederla accoppiarsi ai servi, propri o al seguito. Anche in incontri multipli. Il suo era ormai un segreto a conoscenza del mondo intero. E lei era diventata la sua moglie preferita, e regina e maestra di tutte le lussurie.
Alla fine, stanca di essere così angustiata, di dover essere continuamente spiata, era scappata con un giovane petroliere nel Texas. Per le nozze si era fatta ricucire per l’ennesima volta. Voleva fare al novello sposo anche quel regalo. Lui, l’americano, era uomo di gusti raffinati. Dal quel momento lei rimase vergine per sempre. Mentre il povero miliardario cedeva sotto i colpi della sua stessa passione, lei, ormai vedova, aveva imparato che tutti i maschi non disdegnano entrare per la porta di servizio. Per quella cosiddetta della servitù.
Fatima ha deciso di scrivere, assieme ad un giornalista noto, le sue memorie. Naturalmente ha scelto di farlo in modo anonimo, usando lo stesso nome, Fatima, usato in queste righe. E ha deciso di titolarle: Memorie di una vergine libertina. Il titolo l’ha suggerito quel collaboratore scribacchino, ma fa lo stesso. Un titolo vale l’altro per una storia vera.

N.B. per non incorrere nelle ire di Facebook è stata sostituita la foto come da racconto.

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