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Archive for 15 marzo 2018

Un talking bluesMi chiedo: lo faccio o non lo faccio. Lo so mica cosa mi va. Lo chiederei a ma’ se solo mi sentisse. Insomma con gli amici si parte senza sapere per dove. Si va e si torna come sempre. Un po’ di qua e un po’ di là. Si tira alle galline. Chi azzoppa il gallo fa dieci punti. Si tira ai merli. Per chi fa cadere il nido altri dieci punti. Per chi prende quel merlo del Baldo ne prende quindici. Chi non becca nulla allora è un tordo. Ma c’è la fiera e la fiera non me la perdo. Ascolta e impara, Pietro.
Noi del paese di San Guidone va in terra santa; del Quartiere della zuffa, siamo di quelli buoni. Io chiedo a ma’ che sono uno educato. Mi dice va figliolo e prova a divertirti. Ma era già ciucca come l’orso ballerino. Allora vado alla fiera? e lei dice vengo, e zompa a terra ch’è ancora lì che russa. Che spasso. Da non crederci. Se l’era fatta anche addosso. Lo ricordo bene. Era il giorno della Grande Abbuffata. M’infilo le scarpe e parto assieme agli altri. Con una bretella buona e una tagliata. E mentre vado la camicia la infilò nei calzoni. Ascolta e impara, Pietro.
Si va così, allegri, noi con le pezze al culo. Che altrimenti il giorno non finisce mai. Si passa per il fiume tutti assieme. Io pesco sempre perché uso un verme grosso. Orsolina la matta mi chiama in un grido. Orsolina è sempre stata brutta come il veleno. Ed è, l’Orsolina, gonfia come un otre. Se non mi chiama io mica ci vado. Ma se mi chiama è perché mi ha visto. E non voglio rogne perché se ne raccontano di cose. Dicono che fa partorire anche il toro, e fa venire i brufoli. Che va di notte cantando alla luna. Io mica son matto. L’ultimo ha cacato per il pisello più d’una settimana e s’è trovato la moglie incinta. Ascolta e impara, Pietro.
Chi e di città non crederebbe mai. Mai noi le sappiamo le cose e son sempre andate così. Meglio non farla arrabbiare e correre quando lei chiama. Vieni qui piccolino. Lei non lo sa, Orsolina, o forse sì. Non si deve guardare il naso né l’altezza. Lei è proprio matta. Mi dice riempimi il panino. E quando glielo infilo raglia come un ciuco. Come l’asino di compare Matteo. Fa un fracasso che svuoterebbe il campo santo. Io gliela taglio, tanto non serve a niente. E nessuno direbbe che è quella di una donna. Perché l’ho fatto? Perché mi andava e starnazzava troppo. Ascolta e impara, Pietro.
I ragazzi mi guardano e ridono da farsela sotto. L’ho attaccata al muro, è la terza in altro a destra. Ditelo voi. Non sembra un Luccioperca col limone in bocca? Ma molto grosso? Ma gli occhi son quelli di trotta salmonata. E la grinta e sputata a una faina. Cattiva è cattiva anche attaccata al muro. Chi non se l’aspetta potrebbe morire di paura. Però così almeno sta zitta. Non piangerà nessuno, lo so per certo. E intanto s’eran fatte le sette. Se non ci sbrighiamo rischiamo che hanno già estratto al lotto. Ci si mette le ali ai piedi e si corre via per arrivare al paese. Ascolta e impara, Pietro.
Da dietro noi arriva l’uomo topo coi campanellini, e noi gli si va dietro. Come il gatto col formaggio. L’uomo è quello sotto il cappello. Il topo Giovanni e quello sopra. Guardatelo bene perché, dopo la prima vista, non lo si può più dimenticare. Vende le boccette della vita eterna. Che sanno un po’ di anice e di merda. Di merda di bestia, perché le medicine per far bene devono essere sempre un po’ cattive. Come se le bevessi dopo averle già vomitate. Ti puzzano già nel naso. E lo si prende un po’ per burla. E gli si tira un po’ di sassi. All’uomo, mica alla povera bestia. Ascolta e impara, Pietro.
Ma siamo ragazzi, ci stanchiamo presto. E allora che si fa? Facciamo il gioco del gatto che brucia? Mica lo so chi l’ha detto. Però, dai ragazzi! poco importa. Come si fa quel gioco? Chi non lo sa? Si prende un gatto, perché il gatto ci vuole. Farebbe bene lo stesso un cane, purché non sia da caccia. Allora si diceva… si prende il gatto e gli s’intinge la coda. Nel cherosene o in un po’ di nafta. E poi gli si dà fuoco. E il gioco è fatto. E si sta lì a guardarlo. Che risate. Lo si guarda correre come avesse il fuoco al culo. Il bello è ce l’ha proprio. Ascolta e impara, Pietro.
Mica si fa male a nessuno. Siamo ragazzi giovani e mica si sapeva. Chi lo poteva immaginare che il gatto corre e sinfila tra i capannoni. Il primo che prende a bruciare è quello del tirassegno. Un falò subito alto come un palazzo. Poi lo prende quello dei pesci rossi e della Carrera. Che risate. Sembrava l’inferno di cristallo. Vanno a fuoco anche i capelli della bionda che gira la ruota. Che salta come se a fuoco gli fossero andate le mutande. E i baffi dell’uomo forzuto e la gonna della donna cannone, tutta a pallini rossi. Non quella della canzone. Quella che non s’entra più dal buco, perché c’ha le chiappe come l’emisfero boreale. Ascolta e impara, Pietro.
Si divertiva il mondo intero. Che spasso. Ma c’è sempre chi non sa stare allo scherzo. Chi a giocare finisce sempre sotto. Qualcuno grida è stato lui. Qualcun’altro grida è stato lui. E ognuno indica qualcuno di diverso. E ci si mette a gridare anche noi. Perché se uno grida si grida tutti. E questo il bello del divertimento. E qualcuno profitta della calca e allunga le mani. Qualcuna grida. Volano anche schiaffi. Ma non son cose per cui prendersela. E qualcun’altro arraffa anche troppo. Perché c’è sempre chi non ha il senso della misura. Ma uno stronzo mi prende per un orecchio. Dice che m’ha riconosciuto. Il sacrestano spiega che siam solo ragazzi. Ascolta e impara, Pietro.
Credo di non sapere; dove ho sbagliato e dove ho fatto giusto? Sette gironi dopo son venuti a casa. Non avevo mai visto due carabinieri in divisa. Non così da vicino. Naturalmente ma’ era ancora ciucca. Hanno provato a svegliarla ma non c’è stato verso. A un certo punto li ha visti angeli e voleva essere rapita. Ma tutto in sonno. E io li guardo e ci perdo senno. Ancora non lo so, non l’hanno detto. Forse non gli son piaciute le teste piene di paglia. Molte non ho fatto nemmeno fatica. Perché dentro ho trovato solo il vuoto. Impagliava papà, perché non posso farlo io? Ascolta e impara, Pietro.
La volpe è di mio padre. Orsolina è mia. Se sei distratto nemmeno le distingui. Le corna son di papà. Quella di Vincenzo l’ho riempita io. Ho fatto un buon lavoro e ne sono fiero. Ma’ mi dà un goccio; fanculo alla tristezza. È sempre stata saggia e son d’accordo anch’io. Chi si piange addosso e solo un povero coglione. Son chiuso qui ma son libero dentro. E so di non aver fatto male mai a nessuno. Insieme prego che venga primavera. Perché non sono stupido e amo Giulietta. E appena esco glielo voglio dire. E voglio darle un bacio che dura sette giorni. Ascolta e impara, Pietro.
Ascolta e impara, Pietro, per l’ultima volta. Diglielo a tutti che la legge è proprio ingiusta e balenga. E non ti fidar si loro, guardali e passa. A tresette si vince anche col morto. Non aspettare ancora, corri veloce. S’è perso tempo anche fin troppo. Va da Giulietta e dille che torno. E quanto torno la chiederò in sposa. Di che prepari delle lenzuola bianche. E che la porta la deve tenere chiusa. Perché ormai ho il diritto e lo pretendo. Sarò il suo uomo e lei la donna di un uomo solo. Niente potrà più separarci, starò più attento. Forse era meglio se invece di teste appendevo culi. Dille anche questo, Pietro, e diglielo forte.

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