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Archive for 16 marzo 2018

Piccoli gialli italiani2. In facoltà ci vado poco. Mi ci vedo poco. Quelli che hanno cominciato con me sono più avanti. Mi sembra di essere estraneo a quel mondo. Anche se è stupido li vedo come ragazzini. Quello che mi rode è che tutto corre mentre mi sembra di stare fermo. Ho il dubbio che non finirà mai questa storia. In verità una cosa è dire mi piacerebbe. Un’altra cosa è fare. Non so da dove cominciare. Non sono per niente certo di poter diventare un giornalista di cronaca, preferibilmente di nera.
In questa cazzo di cittadella tutti sembrano godersi faticosamente la vita. Gironzolare persi senza meta. Non avere nient’altro da fare che far passare il tempo. Aspettare. Sbattersi qua e là. E nel frattempo divertirsi. Ubriacarsi e, soprattutto il sabato, divertirsi. Tutti sembravo scopare come bonobi. Studiare quel poco e, soprattutto, scopare, appunto. E piovono i trenta. Sono io quello sbagliato. Ripeto qualche esame. Gli altri mi limito a rimandarli. Praticamente devo ancora cominciare. Mi guardo attorno. Ci capisco poco. Mi passano vicine le cose. Mi sfiorano le chiacchere. Quei racconti salaci. Quella sorta di spicciola narrazione. Gesta eroiche e leggendarie. Quel che di mito. Risate. Ragazze fantastiche. Veri animali famelici. Star hollywoodiane. Principesse e fate.
Quelle che incrocio per i corridoi sono ragazze. Ragazze come da per tutto. Belle e brutte e insignificanti. Ragazze. A volte me ne starei solo lì a guardare la passerella. A dirmi e prendere scommesse. A dare i voti. Come tani. Sì! qualcuna si lascia ammirare. È un vero piacere. Qualcuna si dà pure certe arie. Qualcuna promette agli occhi quello che non può mantenere. Si porta appresso quell’aria, ma delude. Sospira. Qualcuna porta gonne corte. E qualche altra cortissime. Qualcuna ha le gambe grosse. Qualcuna ha inviti negli occhi. Oppure solo sensualità. Qualcuna ha la pelliccia, ma corta. Qualcuna i tacchi altissimi. Altre: lusinghe, o promesse, e persino lascivia. Altre solo invidia. Raramente si accorgono che ci sono. Le incrocio e passano oltre.
Dentro, e per le scale, è come fuori. Non si può distinguere il vero nelle narrazioni. Sempre frettolose e spicciole. E le ragazze sono il vero mistero. Quelle che distingui subito sono tutte già impegnate. Non guardano certo me. Parte di quelle leggende indicano quelle che il trenta se lo portano a letto. C’è una sorta di albo. Di lungo elenco con tutti i nomi. E i voti. Per svelare i loro segreti. A indicare i tempi. C’è la bellissima che puoi sprecare mesi inutilmente. Fino alla bella per la quale bastano anche pochi minuti. Fino alla bruttina che va sempre di fretta. O che ti ferma per un non nulla. Fino alla brutta di cui nessuno si farebbe vanto. Quella per i veri disperati. Non sono ancora a questo punto. Sono solo ad un bivio. Davanti all’immagine di me stesso. Guardandomi con la domanda: Cosa c’è che non va? In me? In questo santo da paradiso dei sessi dove tutti lo fanno? Dove tutti scopano. E io non batto chiodo. La ragazza ce l’ho. È una specie di vergine di ferro. Bella, anche se non bellissima. Porta l’armatura. Ci vogliamo bene. E questo è tutto. Non mi sento di ammettere di essere l’ultimo degli sfigati. E lei l’ultima ragazza vergine. Soprattutto vorrei tacere di esser l’ultimo ragazzo casto.
Non certo per scelta. Vorrei anch’io vivere il mio tempo. Correre, saltare, e saltare la cavallina. Una sera, alcuni amici, mi hanno invitato ad andare con quelle. Mi sono rifiutato. Li ho lasciati con una banale scusa. Non so. Una così mi dà ancora più timore. Non voglio che mi guardi come un povero demente. Un incapace. Un andicappato. O peggio: un sognatore. In verità una del mestiere l’ho incrociata. Ma è un’altra storia. Una storia complicata. Che non mi va di raccontare. Eravamo con altri. Non era né bene né male. Non era nel suo ambiente. Non ero nel mio ambiente. Non sapevo quello che faceva. Alla fine si è solo cenato. Io sono stato gentile. Si è innamorata. Voleva stare con me. Era di dieci anni più grande. Io ne avevo diciannove. È durato tutto quel paio di ore. Non ci ho fatto niente. Non ci so fare con una donna. Figuriamoci se saprei fare il magnaccia. Non ci siamo più rivisti.
Mi sono rimaste solo un paio d’ore di presunzione. Prima di tornare quello che sono. Con un paio di storielle alle spalle. Cose da ragazzino. Cose corte. Senza futuro. Che non lasciano grandi dolori. Solo qualche piccola nostalgia. Ma a che seve dirsi queste inutilità? Mi frequento da sempre. Mi conosco da troppo. Non mi perdono da mai. È che è come se mi mancasse un pezzo. Non amo la compagnia. Mi imbarazza. Non so stare da solo. Mi intristisco. E un dubbio: più che un cronista della realtà, possibilmente di nera, mi sento un cronista di me stesso. Non ho esperienza. Nemmeno in quello. Non potendo affidarmi ad una straordinaria memoria, annoto ogni piccolo fatto, e dettaglio, che mi succede. E mi chiedo che cos’ha questa città che sembra addormentata; pigra? Dove non succede mai niente? E a quel poco mi distraggo?
In verità sto continuando a pensare ad altro. A quel niente confuso. I corridoi sembrano corsie di qualche gara. Mi scosto per far passare chi ha fretta. Non la vedo arrivare. Mi costringe a fermarmi. “Ciao! hai un momento”? Se ci siamo conosciuti non l’ho mai vista. “Cosa posso?”… Si guarda intorno con sospetto. Nessuno bada a noi. Non mi va di essere visto con una così. Non ho possibilità di nascondermi. Non mi va di invitarla al bar. Non sono nemmeno curioso. Mi prende per mano: “Non qui, vieni. Troppe orecchie”. Mi prende per mano, con una mano fragile. Con dita fragili. Quali segreti nascondono le catacombe del dipartimento? Mi trovo in una sorta di magazzino delle scope e degli attrezzi per le pulizie. C’è una scaffalatura con faldoni di vecchi registri. E una lampadina che pende dal soffitto e bisbiglia una luce fioca. Cerco uno spazio che non c’è.
Per un poco resta in silenzio. Come per decidere. E io… a guardarla. “Sei tu che sostituisci Baldo”? “Ci provo”? “Allora sei uno che conta”? Se non potessi sembrare scortese mi permetterei di non rimandare il lusso di ridere. Per ora mi hanno affidato i necrologi delle conclusioni di percorsi di studio. “Diciamo che”… È piccola. Con le palle strette. Strette e curve. Curva come sfilasse sempre dietro un corteo funerario. Disossata. La carne pallida, come una luna pallida. Dicembrina. Capelli neri, occhi neri, labbra nere, unghie… nere. Occhi di supplica. Triste. Anche quando ceca di sorridere sembra sul punto di piangere. Ha una gonna pesante e lunga. Lunga e larga. Con colori autunnali. E calzettoni grossi a righe colorate. E una sorta di zoccoli. E una canotta con spalline sottilissime; nera.
Torna a zittirsi rattristata. Poi: “Non so come dirti? Dovremmo conoscerci meglio. Lui, Baldo, era un amico. Spero lo possiamo essere”. “Volentieri”. “È che… Ho inoltrato una domanda. Per me è una questione di vita e di morte”… Mi chiedo cosa ci sia di tanto tragico: “E allora”? Alza quelle strette spalle di sole ossa: “Niente, è che sono in graduatoria. Ma sono molto sotto. Per me è importante. Puoi farci niente”? Non sono proprio certo di capire. Non so se potessi se lo farei. Non sono nemmeno molto bravo a chiedere: “Non penso”… “È proprio un giorno di merda. Il mio giorno disgraziato. È tutto così difficile. Per me. Sarà perché sono dalla provincia di Belluno. Lì è proprio tutto diverso. Nella città non mi so molto muovere. Faccio fatica a trovare amici. Non amo nemmeno molto parlare. Se sei carino posso essere carina”. Cerco un modo per tagliare. Per evitare che mi racconti tutto il suo calvario. Cerco di togliermi dagli impicci: “Ci posso provare”. “Baldo era carino… Qualche volta”. Il suo viso resta in ombra. È uno di quei visi in cui non si potrebbe comunque leggere. Semplicemente un viso che non è un viso. Forse c’è qualcosa di Baldassarre che dovrei sapere? “Lui era”… “Hai fumo”? “Non fumo, scusa”. “Ma allora tu… Lasciamo stare. Per quello… Non ti costa niente. E potrei”… L’aria è stagna. E si respira polvere. Mi guardo intorno. Vorrei scappare.
Non so mai uscire da un disagio: “Se non c’è?”… “Cerco un posto letto. Puoi aiutarmi? Mi basta poco. Anche singolo. Anche da dividere. Anche in due”. Se avessi un posto simile, e i soldi per prenderlo, lo prenderei per me. Non ho mai un attimo per stare veramente solo. Forse è la mia faccia a deluderla. Una faccia che non sa mentire bene. Che non lo sa fare per niente: “Al momento no”. “Guarda che mi accontento veramente di poco. Come ti ho detto: basta un buco. Anche da dividere in due; stretti”. Credo abbia tentato disperatamente una smorfia che vorrebbe chiamare sorriso. Appiccicano annunci in ogni strada: “Se sento qualcosa”… “Sei gentile”. Non ci penso per niente: “Di nulla”. “Sei sicuro di non avere un po’ di fumo”? Non sapendo che fare mi frugo le tasche. Allargo le braccia desolato: “Sicuro”. Altra pausa triste. “Quando sono così sono in ansia. Mi prende la tachicardia. Vuoi sentire come mi batte il cuore”? E alza quella canotta, con le spalline sottilissime, su due seni piccoli e sgonfi. “Ti credo, è che non”… Non so perché mi mette pena. E me ne scappo. “Aspetta un attimo”. “Devo proprio andare”.
Scendo precipitosamente le scale. Mi tergo il sudore. È ancora caldo. E c’è un’umidità che rende tutto appiccicaticcio. Non le ho chiesto nemmeno come si chiama. Ho avuto solo fretta di uscire di là. Mi guardo dietro come avessi paura di essere inseguito. Mi sento il solito sfigato. Gli esami drogati. Gli assistenti che si vendono le tesi. Quello distratto che ha venduto a due la stessa. Il commercio di sostanze. Il docente che vende il progetto dei suoi assistiti a suo nome, a privati. Le studentesse carine che si vendono. Cerco la notizia. Il marcio. Continuando a sognare di fare il giornalista, preferibilmente di nera. Mi trovo tra le mani solo le disgrazie di una disgraziata. Che viene dai monti.
E mi mandano danti alla porta dei laureandi in statistica. A intervistare la gioia dei parenti. A scrivere il profilo dei nuovi dottori. A chiedere una fototessera. E con me c’è un altro sfigato imbarazzato. Come me. Forse di più. In giacca e cravatta. Col capello corto e tutto pettinato. Distribuisce domande per un istituto di ricerca che cerca ricercatori. Mi viene da ridere. Mi chiede se posso essere così gentile da pubblicare il loro bando. Mi viene da ridere. Eppure comincio a sentirmi importante in questo mio nuovo ruolo. Eppure ho la sensazione, nello stomaco, che questo nuovo ruolo stia per cambiarmi la vita. Sono solo farfalle. Forse dovrei inventarmi assassino per avere la trama e il pretesto.
Potrei scrivere del bidello picchiato dagli studenti perché gli faceva concorrenza. L’hanno trovato nei gabinetti delle donne. Livido in volto. Coi calzoni abbassati. Credo che mi verrebbe anche bene. Ho già le parole per una serie di idee. Chiedendo in giro ho raccolto testimonianze, e tutti i nomi. In quella sorta di sceneggiata pessima di redazione mi spiegano che devo limitarmi a festeggiare quelli che lasciano l’università. Che adesso escono per andare verso un mondo che non sa che farsene. Non so se è la fine di un sogno o l’inizio di un incubo. Solitamente si comincia dalla bruttina, e… Non ci si può arrendere così presto.

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