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Archive for 19 marzo 2018

Inconvenienti di lavoroSegue: Un nome Innocenti
È la vostra cara e affezionata Santina che vi scrive. Chiamatemi Tina che facciamo prima. Solitamente preferisco non parlare, lo sapete, ma ho troppe cose da raccontare. E ce le ho tutte sulla punta della mia maledetta linguaccia. Pare un periodo che capitano tutte a me.
Insomma… dove eravamo? Oggi ho incontrato un collega. Belloccio, non c’è che dire. Elegante? Qui lo denominerò come Tom Bix, Bix come quel Beiderbecke. Sempre per vostra praticità. Per rendervi le cose semplici. Quel Bix, quello famoso, non questo, l’ho sentito e m’è piaciuto. Potete sentirlo anche voi, ma solo alla fine. Anche se sembra il suono da un’altra galassia. Da un mondo frequentato dai nonni dei miei nonni. Polveroso. Perso. Sgranato. Seppia. Per quello che so potrebbe tenere un altro concerto anche domani. Meglio se andiamo oltre.
Dovrei precisare anche che non ho sostituito l’amore con il whiskey. Un po’ di sentimento, e anche di quello, mi manca, e il whiskey mi piace. È semplice. Comunque… È lui, questo nuovo Bix, che mi avvicina. Di per sé non sarebbe insolito. Anzi. Non me lo confida, ma lo riconosco subito come collega dallo scadente dopobarba che usa. Nemmeno io faccio un fiato a riguardo. È il primo che incontro. Di collega, voglio dire. Di regola non ci dovremmo nemmeno sfiorare. Invece si siede e mi chiede se mi può offrire qualcosa. Prendo un whiskey torbato, naturalmente. Lui una gazzosa. Dalla sua gentilezza capisco che non è un incrocio casuale. Che non si vuole limitare a un cicchetto in due. È palese e ovvio che si è materializzato per abbordarmi.
Il posto nemmeno lo ricordo. E comunque non cambierebbe niente. Scusate se mi troverò a ripetere che il gioco mi puzza come il pesce, dalla testa. Mi sistemo una calza fin ben oltre la decenza. Insolitamente faccio in modo che tutti ci notino. Che si ricordino di noi. Non si può mai sapere. Sassopiatto non è proprio una metropoli. La cosa lo infastidisce. Lo denuncia una rapida smorfia. Capisce che non sarà una cosa rapida. Forse sospetta che non sarà nemmeno semplice. Dev’essere un novellino del mestiere. La cosa mi offende. Non vorrei che portasse rogne. Non è nei patti che io debba svezzare bambocci. Aspetto che sia lui a scoprire le carte.
Solo che di dubbi me ne restano pochi. Avrei dovuto prima spiegare un’altra cosa. Non sono abituata a raccontare le mie cose. Me ne sono scordata. Fa nulla. Come al solito in cassetta avevo trovato il ferro, ma non c’era nessuna foto. È una signora Sig Sauer P232 SL. La conosco. Una brava bestia. Strano, mi dissi. Ho controllato il caricatore; stavolta era vuoto. Era ancora più insolito. Cominciavo a sospettare che uno dei due fosse uno di troppo. Non mi ci è voluto molto a capire all’istante che avrei dovuto sbrigarmela da sola, e in fretta. Speravano forse che non me ne accorgessi. Anche il peso tradiva l’inganno. È uno stupido inghippo architettato malamente. Come dilettanti. Mi sorprende. Non è da loro. Loro sempre così attenti e precisi. Possono sbagliare anche loro.
Non è stata un’idea furba nemmeno farci incontrare in questo buco di culo di paesino. Qui l’ultimo turista deve essere arrivato al seguito di Garibaldi. Si conoscono tutti. E mandarmi, per giunta, uno sbarbatello. Perché carino è carino. Alto è alto. Il carapace c’è ed è sufficientemente modellato. Mentre lo peso ne fuma una dopo l’altra. Si disseta di bibite ghiacciate, e le trattiene in mano come fosse uno già arrivato. Si muove come un duro ma, nel nostro mestiere… Sembra fatto di pasta frolla. Scoprirò presto com’è messo lì sotto. Si è no che abbia la mia età. È troppo giovane. Nel presepe non potrebbe comunque fare che il bambinello. E fin troppo galante. Puzza.
Forse ho sbagliato in qualcosa. Forse non mi hanno perdonato la mia avventura precedente. La mia piccola storiellina sentimentale con quel tipo che qui ho chiamato Tazio. Per questo forse mi considerano non più affidabile. Bruciata. Credono di poter fare a meno di me. E di sbrigarmi con facilità. Illusi. Lui non sembra essersi accorto di nulla. Per me è un libro aperto. Non era previsto, ma possono essere inconvenienti del mestiere. Meglio stare tranquilla e mantenere il sangue freddo. Non è nemmeno un problema. So bene come non tradirmi. Ora sono sicura di sapere per certo di essere considerata io quella di troppo.
Vedo da sola che mi ha notato le tette. Che le continua a notare. Ma vi dirò solo quello che mi sembra rilevante. Tanti dettagli sono inutili e fastidiosi. Oltre al fatto che dopo il primo approccio si mostra un tipo un po’ noioso. La sua voce è piatta come il petto delle cinesi. Si camuffa da agente di commercio. Indica la borsa dove avrebbe il campionario. Mi dice che i tempi sono bui, come non lo sapessi. Se non fossero i tempi che sono non starei qui con lui, a farmi stritolare i cosiddetti, i santissimi, e non farei questo lavoro di merda. Dopo un po’ fin troppo lungo, per farla breve, m’invita a cena nel suo albergo. Fingo di doverci pensare almeno un poco, ma poi, naturalmente, accetto: Perché no?
Prima di alzarsi mi prende una rosa. Poi fa un gesto insolito: mi scosta la sedia. Da dove cazzo se ne è uscito? Dalle pagine intonse del manuale del galateo. A tavola mi comunica di chiamarsi Roberto! un nome fin troppo banale per non essere anch’esso poco plausibile. Come se mi dovesse fregare una beata minchia. Tanto un nome vale l’altro. Mica dobbiamo mentirci che questa è nient’altro che una scappatella. Non gli ho detto di avere pregiudizi. Che trovo disdicevole limitarmi come amante. O che odio sinonimi disdicevoli. Mi presento per la seconda volta: Raffaella. Cazzo! ho fatto una gaffe madornale. Devo stare più attenta. Che sarà mai? Mi dice di essere single e, abbassando gli occhi, di vivere ancora con i suoi. Di quale delle due cose si vergogna?
Mi apostrofa fin troppe volte come cara. Forse non è stato attento al nome, meglio così, ma anche questo basterebbe per mettermi sull’avviso. Passa da un lapsus imperdonabile ad una cantonata e poi a una magra. Non ci cascherebbe nemmeno la più cretina. Nemmeno una che va solo all’accalappio. Per uno che dovrebbe saper usare le parole per lavoro di parole ne conosce ben poche. Quasi quasi bisogna strappargliele di bocca. Non convincerebbe nemmeno il consumatore compulsivo più accanito. Intanto mangiamo da schifo, ma io faccio i miei complimenti al cuoco. Paga, ci mancherebbe. Poi, per farla breve, mi chiede se mi va di salire in camera, gentilmente e goffamente. Proprio come mi aspettavo. Non l’avesse fatto sarei rimasta di stucco. Delusa. È così prevedibile. Così… scontato. Ma non è che non sia carino.
Tina entra in azione. Gli rispondo con l’aria più disponibile che conosco: Perché no? E saliamo. La stanza è piccola e nemmeno molto pulita. Fa un’altra cosa che non mi sarei aspettata: appena entrato si siede sulla sedia e aspetta. Tina è pronta a tutto. Certo che si sarebbe aspettata almeno un poco più di iniziativa. Ama che sia l’uomo a spogliarla, prima con gli occhi e poi lentamente con pazienza. In fondo è un po’ impiastricciata di superato romanticismo. Ama gli uomini galanti, che sanno fare gli uomini. Pazienza. Se deve fare da sé sa fare da sola. Lo farà sognare e risvegliare.
Sono sicura di me. Ho indossato un profumo indiscreto. Arrogante oltre il punto giusto. Non gli lascio molto spazio per riflettere. Credo sarebbe una fatica inutile. Slaccio un altro bottone: Fammi vedere l’arma. Lui si preoccupa. Mi guarda come fosse stupito. Lo tranquillizzo: Mostrami la bestia, cretino d’un poppante. Fa perfettamente la faccia di quello che non capisce. Gli riesce proprio bene. Si offende, ma solo per un rapido momento e leggermente.
Mi dice che voleva solo bere un altro bicchiere e fare due chiacchiere. Spera che ci caschi? Non mi piacciono i ragazzoni tristi. Non mi piacciono nemmeno quelli che portano a passeggio il can per l’aia. E non ho lasciato mai un lavoro a metà né un cliente insoddisfatto; anche se è un collega ed è un’esperienza nuova per me. Rimandare, in certi momenti, quando anche una sillaba diventa una parola superflua e inopportuna, non mi è mai sembrata la scelta migliore. Mi mette nervoso. Me lo coccolo un po’, mi svelo lentamente e con pazienza per poi dirgli che è carino. Ce l’ho in pugno: Ora ci siamo capiti? Sbrigati. Si sbriga anche troppo in fretta.
Forse sono stata un poco spiccia. Che ne so? Mica dobbiamo stabilire prematuramente la lista di nozze. Per non fare inutili giri di parole dirò solo che si fa ardito. Quello che sogna e vorrebbe me lo spiattella di tutta fretta; in velocità. Scade nella banalità e nella trivialità. Me lo comunica in modo un po’ goliardico, né sensibile né carino. Ne risente il suo garbo. Come se ce l’avesse in bocca da tutta la vita. Certo che un giro lo farei. Con i tempi che corrono. So che gradirebbe e io non sarei da meno. Tra il lavoro e tutto il resto è un’eternità che non mi tolgo un piccolo sfizio. E credo lo lascerei soddisfatto.
Resto delusa, non è nemmeno niente di che. Mi accontenterei anche se anche come sfizio sarebbe ancora più piccolo. Purtroppo, per entrambi, ho altro per la testa. È sfortunato, è capitato nel momento sbagliato e dentro l’abito sbagliato. Ho altro per la testa. Non sono qui per farlo divertire. Tutto finisce prima di cominciare. Col coltellone lo apro come un’ostrica. Poi pulisco la lama con le sue mutande. Non si è cambiato nemmeno di recente. Anche come avventuretta sarebbe stata comunque una vera delusione. E lo saluto dalla porta: Arrivederci a mai, caro Bix.
Ho deciso di mettermi completamente in proprio. Non è stato nemmeno lavoro. Il mio Bix non sapeva nemmeno suonare. Già domani sapranno che ha fallito. Sarò anche solo una signorina sicario prezzolata, ma non sono una sprovveduta. Non la suonerà più per nessuna. Però… È sempre la curiosità a tradire anche le donne oneste. Torno indietro a guardare dentro il suo borsone. Non so perché. Solo curiosità. O la voglia di vedere che strumento avevano scelto per me. Cazzo! è veramente un piazzista e per di più di libri sulle vite dei santi.
Prima di uscire controllo, la mia Beretta Px4 Storm è sempre là, la mia gattina, e mi tranquillizzo. Lei ha la pancia piena, ma ha sempre fame. Lei non mi ha mai tradito. Sparisco oggi e da domani mi avranno appiccicata al culo. Parola di Tina.

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