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Archive for 21 marzo 2018

Piccoli gialli italiani3. Forse non fa per me. Forse avrei dovuto cercarmi uno pseudonimo. Odio sentirmi chiamare Nardo. Odio tutti quelli che lo fanno. Lo stesso Bernardo non è che mi piaccia proprio. Nemmeno un po’. E poi Carafa. Mi sento vuoto. E poi, come aspirante giornalista di cronaca, possibilmente nera, forse ho sbagliato il posto. E il momento. Qui non succede mai niente. Alla gente non piace ammazzarsi. Meno ancora farsi ammazzare. La politica non dà più spunti; non appassiona più nessuno. I grandi affari sono fatti dai grandi uomini su cui deve permanere il silenzio. La mafia c’è ma non si vede. Fa parte quasi di un sottobosco silenzioso. La droga circola, per quella ogni posto è uguale a un altro, ma chi se ne frega. Sembra che le puttane siano emigrate nella lontana periferia. Fuori da dove possono essere viste dai turisti. Tranne quelle che aspettano, forse, i clienti nei grandi alberghi. Nel paese delle osterie di fuori porta. Qui le stanno chiudendo.
Come si dice: sotto le toppe al culo, ma sopra la dignità di una vetrina di oreficeria del centro; per quanto possibile. Forse sono nato già vecchio. Forse sono un poco moralista. Di corna… di quelle ce n’è una foresta. Naturalmente. Tutti ne parlano, naturalmente. I pettegolezzi sono l’argomento più comune quando si trova qualcuno con cui scambiare due parole. Ma è la storia stessa che racconta che non siamo un popolo da delitti d’onore. Mariti e mogli e fidanzati preferiscono fingersi fieri e sicuri, e inghiottire l’offesa. Nessuno si prende la briga di punire il fedifrago con una bella coltellata, oppure soffocandolo sul talamo nuziale del tradimento. L’episodio più eclatante, al riguardo, è stato di quella signora Giovannina, di cui si tace il nome di famiglia, colta sul fatto e cacciata all’stante. Costretta a correre nuda per le strade frequentate, a cercare rifugio nella prima casa amica. Il marito è un medico di base. Lei una donna di classe e di grandi appetiti. L’altro, cioè quello del fatto di quel preciso momento, solo un semplice vigile urbano.
Ora sembra che tutti l’abbiano incrociata in quell’occasione di difficoltà. Naturalmente non è vero. Anche se i più si spingono ad aggiungere: “Però… gran bella donna”. Con qualche commento meno carino e qualcun’altro più spiritoso. È pur vero che le chiacchiere son buone anche dopo carnevale. Insomma la vita prosegue tranquilla. Piena di ormoni. Senza scossoni. Magari con un bel bicchiere di vino rosso in mano. L’altro argomento più frequentato è il tempo. Tutti si fanno gli affari propri. Chi meglio, chi peggio. Chi con qualche possibilità in più, e chi senza niente. E c’è chi è sopra le righe. Chi si può permettere di sfoggiare. Inutile frugare tra le immondizie dove le immondizie le raccolgono con il porta a porta. È questo un universo che non aiuta chi sogna e ha ambizioni come le mie. Sembra quasi disabitato. Persino l’acqua nei canali e cheta.
I momenti più affollati sono ancora il palcoscenico di piccoli e imbranati borseggiatori. Di quelli che pensano di poter profittare della confusione. Dei distratti troppo amanti della fotografia. Che inquadrano tutto. Il pesce sacrificato alla buona tavola, e persino i gatti intenti ai loro bisogni. Ma anche loro stanno scomparendo, sostituiti dal popolo dei selfie. Che potrebbe essere qui o in qualsiasi altro posto, fa lo steso. A quello basta solo immortalare la propria faccia. La città è solo fondale sfuocato. I fattarelli non fanno certo notizia. Per lo più quelli sono dei semplici mariuoli. Dei poveri diavoli. Tranne che per gli zingari tutti li conoscono. Il buon vigile Ulisse ha provato ad inseguirne uno. Era più giovane e più veloce. E poi si è infilato nella calca, spingendo e sgomitando. L’intrepido Ulisse ha desistito col fiatone: “Fanculo. Sempre tu, Schizzo”.
Nemmeno le mie, di avventure, hanno una parvenza di impresa. Sono un tipo tranquillo e casalingo. E allora mi siedo alla tastiera, davanti al monitor 16:9, e mi cadono le braccia. Cerco di dare colore alle storielle, e dargli l’importanza di una vera storia. Prima di tutti deludendo me stesso. C’è un fantasma sconosciuto che gira per le vie e, non visto, ruba la biancheria intima femminile stesa ad asciugare. In quanto fantasma di lui ancora non si sa nulla. Assolutamente. Pare comunque che sia di sesso maschile. Rapido ed invisibile. I maligni in mala fede lo credono, senza farne mistero, sponsorizzato da qualche negozio di lingerie. Le cose tra me e Beatrice non vanno benissimo. Stranamente mi trovo a pensare a Matilde, vorrei guardarle sotto. Le parole non escono. Forse sono io ad essere distratto. Esco per non uscirne pazzo.
Per le strade ci si incontra tutti. È così che incrocio Icio, Semplicio. Lui è un tipo molto silenzioso e sempre affogato dentro i suoi pensieri. Che se ne va sempre per conto suo senza una vera meta. Con una giacca frustra di velluto. E un giornaletto in tasca; forse anche quello sempre lo stesso. Un poco mi fa pena. Mi informo se non ha caldo vestito così, e se ha già fatto colazione. Mi risponde che va tutto bene, con quella sua aria di sempre di scappare e di aver fretta. Di non aver voglia di sprecare nemmeno una parola. Mi accorgo che dall’altra tasca gli sbuca un brandello di esili e trasparentissimi slip addobbati di merletti. Mi legge negli occhi e gli infossa nel fondo allontanandosi rapido. Forse il fantasma ora avrebbe un volto. Non potrei mai tradire quel poveretto.
In fondo le indagini, e la soluzione dei crimini, spettano ad altri. Come in ogni buon giallo che si rispetti. Ma la vita non è mai un romanzo giallo. È fatta di persone. È un poco più complessa. E io mi dovrei solo limitare a darne notizia, e, magari, commentare. Io sono solo Bernardo Carafa, aspirante cronista, possibilmente di nera. Lascio il rispetto delle regole, e della morale, e della legge, ai tipi come l’appuntato Buonadonna. Sono pagati per quello. Ed è quello a dargli arroganza e ragione per campare. O no? E la città non mi aiuta. Non mi è amica.

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