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Archive for 26 marzo 2018

Un nome Innocentisegue: Inconvenienti di lavoro
La sala ormai è quasi deserta. Non l’avevo notata. È silenziosa in un tavolino d’angolo e mi osserva. Si sta succhiando lentamente il bicchiere della staffa. Carina è carina. Forse un pochino troppo evidente. Di quelle chiassose che richiamano l’attenzione degli ospiti famelici. Contenta lei. E continua a guardarmi. Poi mi fa un sorriso. Vuoi vedere che è lei? So che me la dovrei filare. E a gambe levate. Mi sento pigra. Un po’ svuotata. Non mi capita spesso di sbagliare sulle persone. Mi alzo e la raggiungo ciondolando: Posso? Tanto la sera è andata.
Non starò molto qui a dilungarmi. Solo che dovrebbe starsene più composta. Le si vedono quasi le mutandine. Rosso passione; anche quelle. Dev’essere una di quelle tipe scatenate. Beata lei. Ma io non sono un maschio. Mai stata. Quello non ce l’ho. Peccato. A me fanno l’effetto dell’acqua. Dovreste averli capiti i miei gusti; che preferisco… il whiskey. Mi fa un cenno verso la porta che porta ai piani. Mi chiede sogghignando: Com’è andata? Spero di non deluderla. Onestamente me ne frega un cazzo. Certo che ce l’ho sempre in bocca, ultimamente: Niente di che. Mi guarda stupita. Le spiego: Un vero peccato! era tutto mamma e chiesa. Scoppia a ridere. L’imbarazzo è rotto.
Sembra voler solidarizzare con me, anche sulle sventure. Non si sbilancia troppo. Dice che è arrivata da sola e sola è ancora rimasta. Le piacciono i maschi, ne sono certa, e lo capisco da qualche aneddoto che le esce di bocca, ma s’è innamorata delle mie tette. E poi si chiedono perché una donna si incazza. Per farla breve… M’era sembrata più scafata, eppure… Dopo le prime domande vaghe si tradisce, quasi prima di cominciare. Mi chiama per nome Serafina. Uno dei tanti che uso. Solo che semplicemente io non gliel’ho detto. Le è sfuggito. Una distrazione. È lei la carogna. Non ci sono più dubbi. Io fingo alla grande di non accorgermene. Mi guardo bene dal correggerla.
Per un po’ ce ne stiamo ancora là a cazzeggiare. Poi mi chiede se conosco il posto. È nuovo anche per lei, ma, amici, le hanno detto che poco lontano c’è un localino in cui: ci si può divertire. Sempre per farla breve m’invita ed io la seguo a ruota: Perché no? Prima lascio l’albergo e prima torno a sentirmi più tranquilla. Anche se… Tanto prima del mattino, almeno, non lo ritrovano. Forse sarà per il giorno dopo. Così le resto dietro il culo; bella macchina la smandrappata. Nemmeno il suo didietro è male. Cosi, frugando con i fari, attraversiamo un bel po’ di campagna piatta. L’erba è appena china piegando la schiena a un vento tenue. Forse il tempo promette di innaffiare i campi.
È in un capannone con l’insegna ai neon. È uno di quei posti in cui le ragazze ballano attorno ad una pertica. Sotto i riflettori. Come se quel lungo bastone appartenesse al loro uomo. Non so se mi spiego? Se avete presente? Quelle che non sono nude non si possono dire nemmeno vestite. Gli occhi dei maschietti, o dei maschioni, sono rapiti. E infilano a quelle che si dimenano banconote nelle mutandine. E meglio si dimenano e più gli imbottiscono i tanga. Nel mezzo della sala c’è una specie di box doccia di vetro. Ancora più illuminato. Lì dentro balla una smorfiosa. Niente male. È bella piena di curve. Forse è la reginetta della festa. Che ne so? Solitamente non frequento locali del genere.
Solitamente non faccio un gran vita mondana. Non ci sono molte altre donne tra i clienti. Sono quasi tutti maschi. Qualche esemplare interessante c’è. Qualche fisico scolpito dalle fatiche dei campi. La verità è che la serata appare stanca. La gente annoiata. Di soldi non ne circolano molti. Non è che mi sento in imbarazzo, ma forse solo un poco fuori posto. Ivona invece sembra soddisfatta. S’è scelta un bel none del cazzo. Non mi piace proprio. È un nome da vigliacca o da baldracca. Forse è questa e anche quella. Anche nei particolari si dovrebbe stare attente. Basta il nome per tradirsi. Basta il minimo dettaglio. Un nulla.
Non c’è molto, per due ragazze, da stare allegre, da gongolare. A parte qualcuno che pare seriamente interessato. Di avventure, per stasera, m’è bastata quella. Prendo un altro whiskey. Quanti sono? Cerco di farmi il conto in testa. Forse cinque, forse sei. Non abbastanza, e anche troppi. I riflessi sono ancora pronti, ma devo darmi una calmata. Stare attenta. Non posso mettermi alla guida vedendo doppie le strisce per terra. Rischierei di mandare tutto a puttane. Invece lei sembra elettrizzata. L’ho già detto? Insomma, Ivona mi dice: Vieni, li facciamo svagare un po’.
Cerco di resisterle senza convinzione. Mi prende per mano divertita, mi trascina e saliamo sul palco. Fatico a vedere le facce ma sono certa che, sotto le luci, loro vedono bene noi. Resto abbagliata. Rinvengo. Non so proprio che fare. Cerco di muovermi al ritmo di quella musica. È un pezzo che non ho mai sentito. E una vita che non ho mai vissuto. Guardo Ivona e cerco di fare come lei. Dimeno le chiappe. Faccio ballare le tette. E quelle ballano che è un piacere. Avrei dovuto metterne uno più contenete. Chi si poteva immaginare? Dovrei aver messo una corazza. Credo sia quello che l’impaziente pubblico vuole. Gliela sbatto sotto al naso. Per farla breve sembra funzioni.
Anche Ivona si dà da fare e si dimena. Confronto alle altre siamo vestite come educande. Ma siamo delle dilettanti. Siamo nuove. È evidente. E nemmeno siamo male. Siamo salite dalla platea. Non siamo uscite dal dietro le quinte. E questo li elettrizza. Ci incoraggiano. Lei lo spiega a tutti: Sono la vostra Ivona. Sembra eccitarsi anche lei. Non sembra un tipo da frequentare abitualmente il pudore. Cerca di mostrare tutto quello che le riesce. Poi cerca di mostrare anche me. Fa la maestra di cerimonia. Mi solleva la gonna con fatica. È corta, di pelle, ma aderente. Riesce a far vedere al mondo intero che la mia calza a rete è sostenuta dalla giarrettiera.
I maschi in sala cominciano a scaldarsi. Ansimano o tacciono e fanno la voce grossa. Nel giro di un paio di minuti sono tutti eccitati. Schiamazzano. Devo tenermi lontana dai loro artigli. Non posso mica farmi trascinare via; rapire. Non posso nemmeno trovarmi tutta piena di ematomi antiestetici. Certo non dovremmo essere qui. A mostrare tutto il possibile a tutti. A farci guardare. A metterci in esposizione. A renderci pubblicamente ridicole.
Se Ivona è pazza io devo essermi impazzita. Dev’essere stato l’ultimo whiskey. O forse quello che non è successo con il venditore di icone. Non scappo via. Poi quella scatenata di Ivona mi sorprende. Fa quello che veramente non mi sarei aspettata. Mi scivola alle spalle. Mi si struscia addosso come farebbe un torello in fregola. Gli astanti vorrebbero essere al suo posto. Sognano. È così credibile… Spesso la prima impressione è quella che vale. Le piace il montone, ma s’è innamorata delle mie tette.
Non la capisco. Non si resiste. Mi mette le mani a coppa. Se ne riempie i palmi. Me ne vergogno ancora. Cazzo! non mi è mai successo. Me le massaggia. Me le stuzzica. Me le palpeggia per bene. Quasi meglio di un maschio. E sorride soddisfatta ammiccando alla platea. E quelli giù a gridare e incitare. Non che anch’io… Insomma, non mi da troppo fastidio. Mi sussurra all’orecchio: Quanto? Non ne sa molto di tette: La mamma.
Finalmente la musica si smorza. E scendiamo da lì. Ne ho avuto fin troppo. Sono stanca e tutta sudata. Tutti pacche sulle spalle e complimenti. Persino una tipa che tiene al guinzaglio uno che non farebbe presa nemmeno su una gallina miope. Corro al bagno. Un tizio la avvicina, ma Ivona se ne libera in fretta. Mi dice che ha voglia di farsi una canna, se le faccio compagnia. Mai dire no quando puoi fumare gratis. Per farla breve prendo una lattina di aranciata amara. La seguo e usciamo dalla porta sul retro. Avevo anch’io bisogno di una boccata d’aria.
Fumiamo in silenzio guardando il cielo buio. Poi… Lo sta per dire: Scusa ma… Non la faccio finire. Posso completarla io la frase. È quello che avrei detto io stessa: È solo lavoro. Ho già in mano la mia gattina. Appoggio la canna alla lattina e la lattina alla sua pancetta. Dovrebbe cominciare a stare un poco più attenta alla linea. Il tempo è scaduto. Alla fine poco importa.
Anche la luna è stanca. E lei si affloscia nella penombra dietro un cassonetto: Ciao Ivona, o come cazzo ti chiami. Vado diritta alla macchina. Ma non è nemmeno lavoro. Come detto: da oggi lavoro solo in proprio.

P.S. l’immagine è stata sostituita per non incappare nelle ire censorie di Facebook

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