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Archive for 27 marzo 2018

VECCHIO WEST.jpgQueste sono cose che ricordi solo dopo. Avrò avuto dodici anni, e le ragazze ancora non le guardavo, quando Donald mi aveva detto che in campagna è tutto diverso, e le tipe, così aveva detto parlando come uno che sa, quelle girls, si fanno meno paranoie. Sono più… disponibili. Forse non ha usato il termine paranoie. Forse non ne sa ancora il suo significato. Comunque era quello il senso.
Sembrava avere un paio d’anni in più, Don. Io avevo in mente solo il football, senza troppe illusioni. Ero ancora un poco leggerino. Troppo indeciso per essere un buon quarterback, troppo lento per fare il wide-receiver o il running back. E poi non sapevo che le sue parole avrebbero avuto un senso nel proseguo della mia storia.
Poi tutto va dove lo porta il destino. Il matrimonio dei miei era naufragato all’improvviso. Nessuno dei due poteva permettersi le spese dell’appartamento in centro. Papà era andato a vivere con la sua avventura. Mamma aveva trovato solo quella casa, ma fuori dal centro, anzi proprio in campagna. Ma’ era tutta soddisfatta. Non potevo dire lo stesso.
Era stata da subito la mia paura e la mia ossessione, ma rimandavo di pensarci. Solo che, per quanto uno possa evitare di tornarci con la testa, la realtà non si lascia influenzare in modo altrettanto agevole. Così ero stato da zia per il paio di giorni del trasloco. Poi fin dopo l’esame che dovevo assolutamente dare. Poi… ma il giorno era arrivato. La mamma tutta orgogliosa mi aveva portato a vedere la nostra nuova residenza. Con le valigie già dietro perché era un viaggio di sola andata.
Non potevo farci niente. Non avevo voce in capitolo. Era già tanto che potessimo permetterci di avere un tetto sulla testa. Questo lo capivo ma non mi bastava. In macchina ma’ aveva cercato di indorare la pillola. In fondo non sono che quaranta minuti con l’autobus, se non prendi il treno.
Certo. Più dieci per raggiungere l’autobus, sempre se non piove e non c’è uno dei tanti maledetti scioperi. O non trovi un incidete per strada. Altri dieci, minimo, mediamente, ad aspettare che arrivi. Più circa un’altra mezzora dopo essere arrivato per raggiungere il campus, o il centro. Naturalmente salvo altri imprevisti vari. Ti ci abituerai.
Tacevo masticando bile dentro. Mi guardavo le mani. Non ne ero così certo. Non sarebbe stato così facile. Già mi vedevo solo e disperato. Col cazzo! Fuck you! avrei voluto risponderle, ma non lo feci. A mia madre non piace sentirmi esprimere in modo volgare. E io sto attento e lo evito. Invece, in un certo senso, proprio con quello…
Non mi ritenevo veramente fortunato. Mi lasciavo dietro tutta una vita e gli amici. Certe abitudini. La tele satellitare. E avevo sempre odiato lo stare a troppo stretto contatto con la natura e gli insetti. E avrei venduto l’anima per non esserne costretto. Non mi aspettavo molto, solo il peggio. Ero rimasto taciturno e immusonito per tutto il resto del viaggio. E subito, a prima vista, non mi aveva fatto un gran bella impressione.
La nostra era solo una piccola cosa; al confronto una casupola. Speravo fosse provvisoria. Che i miei tornassero a parlarsi. Che mia madre avesse un buon aumento, o un’offerta per un posto migliore; più redditizio. Speravo in una qualche lotteria. Nel giusto equilibrio delle cose. Che lei trovasse una nuova storia. In fondo non è ancora una donna da buttar via. Insomma mi sentivo disperato e sognavo qualsiasi soluzione per tornare indietro.
La loro invece era un vero rustico, restaurato e ben tenuto, al confronto era una reggia. Intorno avevano campi. Alberi da frutto. C’era una stalla con gli animali; ne potevo sentire i versi dalla mia finestra. E dietro, come scoprii quasi subito, persino una piscina. Mi ero spinto dalla curiosità, in silenzio, fin lì ammirato. Cercando di non farmi vedere ma ero stato visto.
Le cose poi vanno come devono andare. Le avevo notate proprio lì, in veranda. Intente a ridere e scherzare. Stavo quasi per andarmene davanti ai loro occhi. Di ragazze così ne avevo viste poche. Mi hanno invitato a entrare. Non ci potevo credere, ma era proprio vero, le ragazze di campagna si fanno molte meno paranoie. Loro sono più spicce. Ma è meglio andare usando un po’ di calma.
A farmi da guida a visitare la casa e, per così dire, in quei nuovi rapporti tra ragazzi e ragazze, era stata Chrystal. È stata lei la prima a vedermi che spiavo e a invitarmi ad avvicinarmi. Nella foto è con la sorella, Abigail. Le ho ritratte assieme, così come assieme le ho conosciute, e assieme mi hanno mostrato la casa, e introdotto alla vita di paese. Chrystal è la sorella maggiore, quella con gli short di tela denim, quella più estroversa e ciarliera. Naturalmente Abigail è l’altra, la sorella minore, quella più magra e più alta, quella in vestito.
Sì! la mia vita è cambiata col mio incontro con Cristi e Abbi. Sono due bellezze tipiche del Texas. Hanno entrambe due splendidi occhi azzurri, ma la mia Cristi è, per così dire, più cicciottella da per tutto. È lei che mi ha preso per mano e mi ha guidato fino alla stalla. Abigail si limitava a seguirci singhiozzando risatine cantilenanti che somigliavano a certi versi delle galline. È sempre lei che mi ha presentato per prima il mondo contadino. Lì non ci sono segreti davanti ai misteri della natura, mi aveva spiegato. La sorella ci osservava senza smetterla mai di ridersela a crepapelle.
La vita fuori della città non è poi così male. Oggi penso che, in quel momento, dovevo sembrare alle due ragazze, un poco imbranato. La verità è che imbranato lo ero per davvero. Avevo avuto una sola esperienza, fino ad allora, con Magdalen, finita sei mesi prima, senza grande onore. Era stata quasi completamente platonica. Non mi ero spinto oltre qualche palpatina sopra la stoffa. Lei, Meghi, mi aveva sempre allontanato rapidamente le mani con una velocità di un prestidigitatore.
Per loro, per Chrystal e Abigail, ero solo in fighetto di città. Ma in loro, che non si erano mai allontanate molto, muovevo la curiosità che suscitano i ragazzi di città. Che pensano dovrebbero essere fortunati, ricchi e scafati. Così, come stavo dicendo, Chrystal mi aveva trascinato nella stalla per vedere la mia prima monta. Come il toro, quello che noi del sud chiamiamo bull, ingravida la mucca.
Il padre delle ragazze teneva per la cavezza il bizzoso e poderoso animale, e lo governava con mano sicura. Sollevò solo per un attimo gli occhi, distraendoli dal delicato impegno, e ci fece un cenno di saluto. Ero rimasto a lungo a guardare qualcosa che non avevo mai visto, pieno d’interesse e stupore, mentre Abigail continuava a ridere nascondendo appena le labbra con la mano. Prima di salutarci ci siamo dati appuntamento per il giorno seguente, il lunedì.
Cristi, ma anche Abbi, aveva suscitato velocemente in me interesse e una grande simpatia. Ho raccontato a mamma che quel mattino al college non c’era lezione. La verità è che ho bigiato per prepararmi presto da loro. Ho accennato, solo di sfuggita, che avevo cominciato a farmi nuovi amici. Lei ne era stata felice. E poi ero corso fuori.
Ancora una volta Cristi aveva voluto mostrarmi uno degli aspetti, per me nuovi, della vita del podere. Ancora una volta mi aveva trascinato fino alla stalla, con Abbi che, come di solito, ci trotterellava dietro. Lungo il breve tragitto aveva staccato un frutto dal melo e ne aveva offerto uno a me. Poi aveva addentato quella mela in modo delizioso e malandrino, regalandomi un’espressione provocante.
Nel ricovero mi aveva fatto vedere semplicemente come la mucca allatta il vitello. Erano tutte cose ed esperienze che non avevo mai conosciuto dal vero, solo viste riprese o per sentito dire. Sapevo che era tutto naturale, ma anche interessante. Abbi aveva aggiunto elettrizzata: Guarda come succhia.
Non avevano bisogno di tanti trucchi o trucchetti. Non erano come quelle che avevo incontrato fino a allora. Non sentivano la necessità di dire le cose con tanti giri di parole. Mi hanno invitato a prendere una limonata fresca all’ombra della veranda. È stato allora, dopo essere andato a prendere la spremuta in cucina, che ho scattata la foto.
Forse è stato già allora che ho fatto la mia scelta. Forse per quello sguardo malandrino di Chrystal, o per la sua sfacciata impudicizia. La sua mancanza di vergogna e di vello. Ne ero rimasto stregato, lo ammetto. O forse semplicemente perché è stata lei a dirlo senza cercare troppo le parole giuste: Vogliamo che sia tu a giudicare chi è la più brava.
Per quanto guardassi intorno non avevo modo di scappare. Ed erano scoppiate entrambe a ridere divertite dalla mia faccia. Sinceramente non avevo afferrato subito il loro invito. La relazione con l’agnello e la sua mamma. Le smorfie delle loro labbra. Mi avevano aiutato a capire con dei gesti eloquenti. Per essere più libere si erano subito tolte i cappelli di paglia dalla testa. Non sono proprio così esitante e tonto. Semplicemente non avevo scelta o alternative dopo che Cristi aveva detto con autorevolezza, come un ordine repentino che suonava con lo stesso schiocco di una frustrata: Fammi vedere. Dai! facci vedere.
Certo era anche insicurezza, ma allo stesso modo ero bloccato dalla sorpresa. E loro due che mi osservavano, e mi giudicavano, e mi esortavano. Loro due ma di più Cristi: Non fare il timido.
Per fare, in quel momento, non ero in grado di fare nemmeno un respiro. Cominciavo a capire. Maldestro sì, ma non avevo potuto più tenere nascosta la mia presunzione, ancora nemmeno un minuto. Guardandomi intorno con il timore che potesse sorprenderci qualcuno, magari quel padre così robusto e nerboruto. Con la barba ispida del giorno prima e la salopette sporca di tutto, e di grasso, e dello sterco dei maiali. Oppure la madre, affaccendata in cucina, che aveva spremuto i limoni. La verità è che è stata… una delle due, non mi ricordo chi, ad abbassarmeli sempre ridendo. E l’altra ad avvicinarmi divertita e, almeno apparentemente, soddisfatta.
Poi avevo sperimentato quel bacio intimo. E ognuna incitava l’altra e poi protestava reclamando il proprio turno. E Cristi era stata anche un po’ volgare: Guarda come succhia.
Ero affascinato da quella vista. Ora tocca ancora a me.
Non so quanto fosse evidente e se lo fosse, ovviamente era la prima volta che una ragazza non mi diceva di no; anzi due. Non che mi dispiacesse, tutt’altro, ma mi ero irrigidito perché temevo solo di singhiozzare troppo presto. Sapevo che sarei stato grato a Chrystal, per tutta la vita, ma anche alla sorellina Abigail. La prima sembrava leggermente più esperta. Più capace di passione e di trasporto. Abbi era più distaccata, ed era come se osservasse la maggiore e cercasse di imitarla. Con il dubbio che anche per lei fosse la prima volta. Soprattutto quando mi aveva fatto sentire incautamente troppo la presenza dei suoi denti affilati. Se non l’ha fatto di proposito.
Insomma avrei pensato di doverlo chiedere io invece era stata come il solito Chrystal: Che te n’è sembrato?
Domanda complicata e non priva di tranelli. Certo entrambe si erano meritate un dieci e lode, ma io ho premiato Chrystal, cioè Cristi. Non saprei dirmi il perché. Forse perché Cristi aveva un rapporto più complesso con il proprio corpo e allo stesso tempo più naturale e spontaneo. Forse perché ero maggiormente attratto dalle sue curve più marcate e amichevoli e affettuose. Forse perché lei aveva avuto meno bisogno di tempo per decidersi. Forse perché l’avevo capita prima. E si era mostrata prima, lasciandosi impunemente e, con evidenza, volutamente spiare. Forse perché è più semplice, per un uomo, dire che la sua scelta l’ha fatta.
Quel lunedì me n’ero tornato a casa sconsolato e svuotato. Ci saremmo rivisti anche il giorno seguente, anzi il mercoledì perché non potevo proprio evitare di sprecare almeno un intero pomeriggio sopra i libri. Ma non ero concentrato, non facevo che sognare e pensare a loro due. Penso sia normale. I loro erano sempre indaffarati, curare la terra è sempre stato faticoso e complicato. Ti ruba tutto il tempo. Non ti lascia respiro. Era come se noi due fossimo sempre soli, cioè noi tre, perché Abigail è sempre stata presente nei nostri incontri.
La cosa non mi rendeva certo tutto più facile, ma mi stavo abituando alla sua persona. Quel pomeriggio con Cristi facemmo l’amore, tra le spighe dorate e secche. Sotto gli occhi curiosi dell’altra sorella. Chrystal mi ha guidato lasciandomi l’illusione di essere io a fare. Ed è stato un momento stupendo. Un momento che non potrò scordare. Non me ne sarei andato mai. Solo che il giovedì la mamma si è seduta con noi, e il padre è venuto più volte a rinfrescarsi con una birra. Dannazione!
Il venerdì dovevo andare con mamma in città per l’assicurazione, il medico e un altro paio di cose. Cominciavo a temere che il mio sogno fosse già bell’è finito, e in malo modo. Ero stizzito. Le avevo salutate indispettito senza fissare un altro appuntamento: Fuck out!
Il sabato ero andato solo per Chrystal, come darmi torto? sperando che niente si contrapponesse e di poter fare solo del buono e sano sesso. Avevo escogitato la scusa di portarle un libro che avevo amato. Temevo che quei genitori si insospettissero nell’avermi sempre tra i piedi. Ero ancora convinto di aver bisogno di una scusa.
La madre stava spennando una gallina per cena. Il padre stava spennando gli alberi delle pesche della California per portarli al mercato. Insomma per loro era un sabato uguale a tutti i giorni. Le ragazze erano in cucina a spannocchiare. E quasi non avevano sollevato gli occhi. Nel silenzio avevo imprecato: Damn! Bastard. Sembravano non avermi visto. Semplicemente Abbi mi aveva salutato mostrandomi il dito. Fucking cow!
Quella ragazza mi avrebbe fatto impazzire. Sembrava distaccata ma era piena di rancore. Mi avvicinai alla mia Cristi e la baciai alla nuca, e infilai la mano nella camicetta. L’altra era indispettita. Chrystal mi tolse la mano con grazia e mi invitò a fare il bravo. Mi disse che mi avevano aspettato, e che ero stato un ingrato, e un asshole.
Poi mi spiegò con tutta calma che: se l’altra volta, quella precedente, (avrebbe anche potuto risparmiarsi la precisazione essendo stata anche l’unica e la ricordavo bene) mi aveva fatto divertire lei, ora dovevo far divertire Abigail. Aggiunse che questi erano i patti. Non so tra chi. Non certo con me. Scelsi di non fare nessuna obiezione. Salimmo in camera di Abbi e Cristi, in quel caso, preferì lasciarci soli. Però ci disse di sbrigarci perché la mamma poteva anche rientrare.
Dovevo aspettarmelo: Abbi era ancora adirata per quel verdetto. Fece le bizze per lasciarsi baciare. Mi allontanò più volte le mani e si trattenne il vestito. Cercai di convincerla in tutti i modi. Sembrava decisa a non lasciarmi fare. Stavo quasi rinunciando deciso di scendere per protestare con la maggiore. Per un po’ trovai la sua mano e cercò di accontentarmi miseramente delusa e scoraggiata.
Era veramente dispettosa, e una serpe. Poi mi disse, dopo avermi fatto giurare di non dirlo alla sorella, che per punizione non mi avrebbe fatto entrare. Sospirò, tranne che, se proprio lo volevo, solo dall’altra porta. Nella mia condizione non potevo che accettare. Lasciò che fossi io a sfilarle il vestito e si mise di spalle. Era proprio magrolina e piena d’ossa. Non era nemmeno troppo esperta. Semplicemente mi lasciò fare guidandomi con parche parole. Lick my ass!
Cristi ci aspettava in piscina, allegra e soddisfatta. Si accese una cicca e andò a prenderci da bene. Poi si sfilò il costume e sguazzò nell’acqua. Mi faceva impazzire quel suo modo sgraziato di ridere. Non ho mai amato crearmi complicazioni. Avrei dato un bel pari. Ma aspettavano un responso. Che colpa ne avevo io se erano sempre in competizione tra loro?
Il venerdì successivo ero già il ragazzo di Chrystal, e per i genitori era diventato normale avermi sempre intorno. E poi c’era la sorellina a farci da guardia. Così prendemmo a frequentarci quasi tutti i giorni; io, Chrystal e Abigail. Con gli studi perdevo qualche colpo. Niente che non si potesse rimediare. E trovavamo sempre il mondo per starcene da soli. A quell’età si hanno tesori di energie da spendere. A volte, quando me ne andavo, erano soddisfatte entrambe. A volte ne uscivo talmente stanco che cadevo dal sonno sul tavolo mentre cenavamo.
Mia madre un poco si preoccupava, poi si consolava pensando che fossero i sintomi del cambiamento di stagione, o problemi di crescita. Prima di marzo sono andato a vivere assieme, naturalmente, con Cristi. Altrettanto ovviamente, con noi, è venuta anche Abbi. Insomma, non ufficialmente. Chiaramente siamo rimasti tutt’e tre in un piccolo casolare di campagna, di proprietà dei suoi. Vicino alla baracca di mamma, e alla tenuta dei loro genitori.
Io avevo cominciato ad aiutare il padre e pian piano imparavo a curare la terra e gli animali. Di giorno ero meno libero, ma avevamo tutte le notti per noi. In città non avrebbero capito quel nostro amore. Persino nel piccolo paese eravamo divenuti protagonisti di qualche chiacchiera. Intanto dovevo stare attento alla signora. Era meglio se le giravo al largo. Temevo che avesse cominciato a sospettare qualcosa.
Non tanto perché Abigail era sempre con la sorella. Più perché si fermava praticamente sempre a dormire da noi. Poi Abbi aveva preso le sue cose e si era stabilita definitivamente. Ufficialmente per aiutarci nelle cose di casa e di cucina. Non so se quella madre se la sia mai bevuta. Comunque non potevo ancora abbassare la guardia con quella donna.
Anche quella madre non era femmina ancora da buttare. E il padre era un lavoratore instancabile, ma forse la sera lo poteva cogliere stanco. E poi perché lei era così, ancora assetata di scoperte e nuovi incontri. Aveva gli occhi delle figlie e della tigre, e ancora molte cose da chiedere alla vita. Ma io non sono pazzo. Mi stava bene così. Bitch!
Nel frattempo Cristi aveva scoperto quel mio piccolo segreto iniziale con Abbi. Ma l’avevamo già fatto a quel modo anche con lei. E se i suoi avevano da fare in paese potevamo farlo anche in piscina. Liberi da tutti. Comunque credo che Abigail non me l’abbia mai perdonato. Ancora, ogni tanto, se lo ricorda. E allora mette per un poco il broncio e mi respinge, e semplicemente mi gira le spalle. Anche se ho maturato il sospetto che respingermi e più concedersi a quel modo, senza vederla negl’occhi, cominci a darle un ulteriore diletto. E allora la paziente Abbi le dà della sciocca. Ma a volte è meno delicata e la sculaccia, e la chiama, senza rancore, Bump-ass! o broken-ass! o, più semplicemente, slut!
A volte ci va di ricordare solo quella nostra prima volta. Suck my dick! Mi sono fatto più intraprendente, ma mi guardo bene di dispensare ancora voti. Loro son soddisfatte ed io anche di più. La vita è bella quando ci si sa accontentare. Anche in campagna. Anche lontano dagli amici. Senza tanti rumori di macchine. Certo con il gallo che rompe non solo la mattina. Senza certi odori fetidi; a quello del letame ho educato l’olfatto. Senza tutte quelle frette. Qui a metterci fretta è che arriva troppo presto il mattino, il sonno e la stanchezza. Ma lei è una, anzi loro sono due, che si sanno divertire; e sono sempre allegre. Non son come quelle di città, non si fanno tante paranoie.
Mamma aveva ripreso a parlare con papà, ma non sempre il loro dialogo era semplice. A volte raggiungeva toni aspri, anche se non erano legittimi. Ma mamma era diventata una figura meno centrale nella mia vita, e, nel frattempo, aveva conosciuto Tony, il suo nuovo compagno. A volte si cenava ancora assieme, da lei. Ormai sapeva che arrivavamo in tre. Non mi ha mai chiesto altre spiegazioni. Le bastava sapere che appena pronti mi sarei maritato e sistemato con la mia bella Chrystal.
Non ci serviva altro per dare ufficialità alla nostra unione. Però né io né lei avevamo fretta, ci stava già bene così. Avevamo tutto quello che serviva; carne, insalata e frutta. E nemmeno volevamo toccare nuovamente la suscettibilità della sorella.
Dopo l’ultimo esame avevo ricevuto un’ottima offerta di lavoro, giù in città; ben pagato. Alla fine, parlandone anche con loro, avevo rifiutato. Anche se in segreto ci stavo ancora pensando. Non ci mancava nulla e, a dire il vero, può sembrare incredibile, ma cominciava a piacermi la vita di campagna.

N.B. per non incappare nelle ire censorie di Facebook le foto, come da racconti, sono state sostituite.

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