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Archive for 28 marzo 2018

Piccoli gialli italiani5. Non è più un gioco da ragazzi. È la terza rapina a una succursale Coop. Sono stati rapidi, e sono usciti con trecento euro e sporte con dodici chili di merce varia. Questa è roba grossa. Ci potrei ricavare un po’ di buoni pezzi. La mia carriera di giornalista non sta decollando. Cerco di avere notizie ufficiali. È inutile. Ancora una volta devo fare una mia indagine. Devo raccogliere le briciole intorno. Come fanno i piccioni. Munirmi di orecchie attente e di quell’aria distratta d’altro.
Non perché sono bravo. Solo perché alla gente piace parlare. E non hanno molto altro da fare. Forse perché so tacere ed ascoltare. Continuo a pensarci. Penso a quella ragazza strana, a Matilde. A quella nostra storia breve. Iniziata e già finita. Penso a quanto sono cretino. Cerco di capire e capisco che non ci ho capito un cazzo. E tra un pensiero a l’altro, tutti dedicati a lei, penso anche all’affare delle rapine. Entrambi mi sembrano così assurdi. Come se uno non fosse capitato a me. Come se l’altro non riguardasse veramente la città. Se fosse per me avrei già perso la voglia di uscire. D’altro canto non sto bene nemmeno in casa.
Inutile passare al Centro. Non sono cose per loro. Mi sarebbe più utile Marietta. La trovo al solito posto. Con il solito gotto in pugno. Gliene offro un altro. Poi ancora uno. La butto là con fare distratto: “Sai niente della storia dei supermercati”? È una che tiene. Dopo il terzo io comincio a traballare e lei comincia a parlare. Si fa più loquace: “Niente?… Vuoi dire tutto? Ero dentro quando sono entrati quelli. Avevo finito la margarina. Visto che c’ero ho preso anche un po’ di pane, e una boccia di Raboso. Quello si lascia bere. Entrano in tre. Uno impugna un cacciavite. Con quello minaccia la cassiera. Ostia. Mi son presa una paura boia. Una fifa del cazzo. E gli altri arraffano a caso. Qui e là. Quello che gli capita sottomano. Derrate. Carne in confezione regalo. Verdure. Frutta. Capisci. Senza manco guardare. Quello del cacciavite sembrava il capo. Ha detto agli altri: «Non aspettatevi niente. Dai colioni. Anche questa è carità senza carità». Uno mi è passato così vicino che… Mentre uscivano. Come da qui a là. Puzzava di una puzza di aglio”.
Non so se crederle e quanto. L’ho cercata io, ma forse mi stava aspettando. Come a tutti piace parlare, alla Marietta. E temo anche un po’ vantare. Siamo tutti eroi e protagonisti delle nostre storie. Per una sorta di riscatto. Ma lei sembra sincera. Soprattutto dopo un bel po’ di bicchieri. Non che sia… io, almeno, non l’ho mai vista ubriaca. Solitamente rincasa prima. Per addormentarsi davanti alla tele. Anche di quella sa proprio tutto. E non ha nessuna ipotesi. Ha solo la sua testimonianza. La soddisfazione di essere stata presente, per una volta, ad un fatto. Lei, di una cosa di cui tutta la città parla. Anzi bisbiglia. Come fosse una vergogna.
Le vie sono affollate. Le vie di questa città sono sempre affollate. Le vetrine dei negozi sempre uguali. I negozi sempre più vuoti. I commercianti sempre più grigi e tristi. Che piova o che non piova. La pioggia, per lo più, è nell’aria. C’è sempre qualcuno che ti ferma. Che ha qualcosa da dirti. Che ti tiene per la manica: “Senti questa”. “Aspetta che ti dico”. E poi la coppia di amici. Il gruppo di amici. Le famigliole. E tutti allo stesso modo con il bisogno di dire. E di parlare. Non ti annoi mai. E le parole assalgono le parole. Non c’è segreto che tenga. Ne fretta che tenga. Chi ha da fare grida e porta pazienza. Chi ha un appuntamento sa che lo aspetteranno. Perché è una città senza tempo.
Dal chiacchiericcio popolano vengo a sentire che Erano vestiti come quelli. “Quelli chi”? Non aggiunge altro. Un’altra voce autonoma e autarchica commenta “Poveretti”. Non so se si riferisca alle maestranze, ai clienti o ai rapinatori. Nemmeno faccio in tempo a vedere la faccia del commentatore. La cassiera se l’è cavata con una visita al wc. Questo è stato sentito dal barbiere. Per uno: “Io lo so. Sono sempre loro”. Da altre fonti anonime ascoltate qua e là apprendo che: “Non avevano la barba fatta.” e: “Vestiti proprio come straccioni. Sembrava avessero prima rapinato un bidone della monnezza”. Questo è uscito dopo una lunga messa in piega. A quello stronzo dell’ appuntato Buonadonna provo a dirlo: “Credo di avere una traccia”. E già mi sono pentito. “Credi”? “Forse”. “O vieni da noi a testimoniare o vai a fare in culo”. Col cazzo che mi metto a fare anche il testimone. Non sono un soffia. Una lingua lunga. Che sono anche sempre rogne. Infinite. Rischia di concludersi che ingabbiano me. E poi, tra disgraziati, non ci si gira le spalle. Sarebbe una vigliaccata. Avrei fatto meglio a pensarci prima.
Eppure c’erano degli indizi che li avrebbe visti anche un cieco. Un cieco ma non un pula. Prima di tutto quella puzza d’aglio. Siamo sotto Pasqua e mi sembra già più che sufficiente. Poi la storia del salame che hanno ritrovato subito. Nel primo cestone per le immondizie. E poi quella frase. Ma la frase forse è una cosa che so riconoscere solo io. Perché quando mi sono fermato a parlare era sorpreso. Mi ha detto che solo un altro si era fermato, ma solo per dirgli: “Fanculo, torna a casa”. Gli ho dato due euro. Mi ha detto che è moldavo e che non è dignitoso dover chiedere carità. Ma non c’è nessun lavoro per nessuno. Tantomeno per quelli come noi. Il peggio sono i colioni, che ti offendono, non solo con gli occhi, ma anche con le parole. E poi, oltre a non essere dignitoso il problema è chiedere la carità dove non c’è carità. Con gli occhi che ti guardano come un cane.
Non avevo altro. Ho aggiunto nel suo berretto anche il mio ultimo biglietto da cinque. Non ci avevo pensato mentre Marietta lo denunciava. Me ne sono ricordato solo dopo. Mentre cercavo qua e là conferme. Quando l’ho incontrato mentre andavo in centro e lui da lì sembrava tornarci. Quando mi ha salutato come un vecchio amico; non mi ha chiesto niente e se n’è andato diritto. Con un sorriso sospetto ma soddisfatto. Con un semplice e amicale: “Ciao colione”.
Spero che abbia festeggiato bene la Pasqua. Solo che in mano non mi è rimasto niente su cui scrivere. Sarò costretto a commentare la solita partita di calcio, o la sfilata di moda. Non me ne può fregare di meno, firmato il vostro Bernardo Carafa.

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