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Archive for 29 marzo 2018

La saetta nera.jpgIo mi preparo sempre per tempo quando devo viaggiare. Con il giornale e tutto il resto. Ho già sistemato la valigia, ma mi muovo leggero, quando lei sale affannata, anche se manca quasi mezzora, e sceglie il posto davanti. Saluta educatamente e naturalmente attacca il cellulare a ricaricare. È carina. Sistema il sacchetto e prende sulle ginocchia la borsetta, quindi si mette comoda. Subito penso a un viaggio tranquillo in buona compagnia. Guardo fuori la stazione e guardo lei. Potrò ammirare un paesaggio migliore e più interessante di quello offerto solitamente dalle ferrovie italiane. Uno dei tanti paesaggi gradevoli che la fortuna a volte concede a noi poveri che dobbiamo usare il treno. Magari forse capiterà di fare due chiacchiere e anche, perché no, una fugace amicizia. A volte succede.
La osservo intensamente e poi distraggo lo sguardo. Lei sembra nervosa. Guarda l’ora, guarda il cellulare, torna a guardare l’ora e poi decide di chiamare. I giovani si assomigliano un po’ tutti. Forse parla con un amico, forse col fidanzato. Credo più alla seconda ipotesi perché alla fine gli manda bacini, bacini. Durante la conversazione le ho sentito dire che se il dio dei viaggiatori la assiste lo richiamerà appena arrivata, tra un’oretta. Ripenso a quanto mi ero detto: sarà un incontro di breve durata. Intanto, senza essere invadente, mi lustro gli occhi della sua compagnia. La guardo e non la guarda, con aria distratta, allontanando gli occhi prima di correre il rischio di metterle imbarazzo. Appoggia il mento sulla mano e si appisola. Non mi resta che continuare a fissare la mia bella addormentata. Perfino se non volessi c’è anche il fascino delle cose rubate.
Il treno parte e lascia sulla banchina un paio di ritardatari. Ma ne compiaccio. Così imparano. Cerco, senza riuscirci, di tornare a leggere. Sono alla pagina dell’economia. Lei si sveglia, si guarda le gambe, mi guarda, cerca di coprirsi inutilmente e poi alza le spalle. Il jeans è corto, non la può esaudire. Si accontenta di prendere lo specchio e di controllare il trucco. Si accontenta di lasciarmi vedere tutto quello che moralmente è possibile di lei. Tutto ciò che è umanamente ragionevole concedere a un dirimpettaio. Schiava della stagione calda e dello scompartimento spartano. Le saette nere promettono un tragitto comodo e il rispetto degli orari. Le saette nere, in tutta la loro storia, non hanno mai mantenuto nessuna promessa. Lei guarda fuori e sembra ridestarsi all’improvviso. Scuote i lunghi capelli e il dialogo che ne segue ha un’andatura convulsa. Abbiamo già superato Marghera?
Da un po’.
E Mestre?
Da un po’.
Manca molto a Padova?
Non co come dirglielo. Forse per lei è importante, ma che senso ha scandire stazione per stazione? Anche quelle perse nel nulla. La sua famosa oretta della promessa telefonica con tanto di bacini è già passata. Cosa dovrei fare? Ha quell’aria così distratta e simpatica. È così giovane e fresca. Non so perché ma la situazione mi appare come surreale: Veramente abbiamo appena lasciato Bologna Centrale. Siamo quasi a Bologna S. Vitale.
Lei sgrana gli occhi: Ma come? Io dovevo scendete a Terme Euganee-Abano-Montegrotto. E adesso cosa faccio?
Vorrei farle notare che i treni rapidi non hanno mai fermato a quella stazione. E pure un altro paio di cosette. Sono troppo gentile per infierire. Mi scappa da ridere. Mi trattengo: Non le so che dire.
Devo essermi assopita.
Credo di sì!
Perché non mi ha svegliata?
Vorrei solo farle presente che io non potevo sapere
Bella scusa. Sì, lo so, forse non ne ha tutte le colpe, però poteva chiedere. Io sono così distratta. Non viaggio spesso in treno. È un dramma. Mi si è rotta la macchina. Proprio ieri. A un semaforo. È vero che era rosso, ma quello davanti ha frenato così all’improvviso. E adesso cosa faccio?
Certo che continuo a trattenere a stento quella risata che spinge per esplodere. Lei sembra talmente preoccupata che non mi pare il caso di infierire ulteriormente con uno scatto di ilarità. Cerco di mantenere un contegno serio. Mi spiace. Non ferma più fino a Firenze Santa Maria Novella.
Non è possibile. È ora che faccio? Era un appuntamento di lavoro.
Credo che… che non le resti che chiamare e spostarlo.
Nel frattempo il nostro viaggio si è lasciato dietro anche Rastignano, senza nemmeno rallentare. Non posso. L’ho già fatto. L’ho già spostato. È stato carino ma ha detto che questa sarebbe stata l’ultima volta. Fine. Che non possono più accettare posticipi. Che hanno altri che aspettano di essere convocati. È una selezione lunga e laboriosa. Di lavoro non ce n’è mai abbastanza. E di pretendenti sempre troppi. Già, ma a lei cosa importa. Nemmeno so perché sto a parlare. Magari nemmeno mi sta ad ascoltare. Ma lei dove deve andare?
Io scendo a Roma Termini.
La sua faccia mostra tutta la sua preoccupazione: Ma lei è un pazzo?
Anch’io viaggio per lavoro.
È probabile che il dio dei viaggiatori sia un dio distratto. Almeno per questo venerdì. La saetta nera supera sbadata e senza tentennamenti anche Musiano-Pian di Macina. Senza appesantire ulteriormente il suo ritardo. Lei ha una voce cantilenante che le guizza tra le labbra con note acute e appuntite. Mi scruta indispettita: Guardi pure, sa. Beh! se la smette per un attimo, di guardami tra le gambe, le mutandine, potrebbe aiutarmi. Faccia qualcosa. Insomma. Non posso mica passare tutta la giornata in treno. È in ballo il mio futuro. Forse la mia vita stessa. Non ha proprio idea di come posso fare?
La guardo attonito. Non so che dire e taccio. Mi sembra tutto una pazzia. Il resto deve ancora venire. Fruga nella borsetta. Ne estrae una banana di ragguardevoli dimensioni, ma non troppo matura. La impugna come una berretta e me la punta contro fissandomi minacciosa: Mi scusi, non lo vorrei fare, ma ne sono costretta. Questo è un dirottamento. Dobbiamo farlo tornare indietro. Sono già in ritardo e devo proprio essere a Terme Euganee-Abano-Montegrotto. Dovrei dire che già dovevo esserci. Ha idea di dov’è? Ce lo siamo lasciato dietro le spalle. Cavolo. Che palle. Va a finire che poi è colpa mia.
Mi sembra tutto così ridicolo e irreale. Vorrei farle capire la situazione con calma. Un treno mica può fare un’inversione a u e tornare sui suoi passi. È un limite propriamente tecnico. E comunque non lo farebbe mai, anche se potesse, per una sola cliente distratta, e… anche… un po’ fuori di testa. E non sono io a guidare questa bestia. Ma il piglio della sua faccia è così pieno d’irritazione, così determinato e così deciso che resto senza fiato. Non riesco a dirle nemmeno che quella è solo una banana. Che la sua è una ben strana minaccia. Credo di essere testimone dell’unico dirottamento della storia delle ferrovie italiane. Per il momento non vedo alternative che assecondarla. Fingo di essere in preda al panico. Non saprei proprio, anche volendo, come aiutarla.
Come anche volendo? Faccia qualcosa. Fermi questo maledetto arnese del diavolo. Ci sarà pure un modo. Che ne so? Cerchi di farsi venire un’idea. Chiami il capotreno. Chiami qualcuno. Mi faccia scendere. Sarebbe già tardi. Devo assolutamente tornare indietro.
Rasentiamo l’assurdo. Continuo a interpretare la mia rappresentazione sotto la minaccia di quel frutto. Cercando di essere il più convincente possibile. Non posso però che dirle la verità, quello che non vorrebbe sentirsi dire. E cerco comunque di uscire dall’equivoco e dal suo incubo farneticante. Credo che nemmeno lui… Però non ho idea dove sia. Dovrei andarlo a cercare.
Non la convinco. Lei cerca di essere molto persuasiva. Temo che la prima, e unica, che ha convinto sia se stessa. Non mi sono mai trovato sotto la minaccia di un’arma, e per giunta un’arma simile. Speravo in un viaggio tranquillo. Non chiedevo molto. Erto contento pensandola una gradevole compagnia. Non si muova. Stia dov’è. Guardi che non scherzo. Se si deve andare, allora andiamo assieme. Lei non mi sembra molto pratico di treni. Cavolo d’un cavolo. È proprio imbranato. Non immagina cosa mi verrebbe da dire. Le faccio vedere io come si fa.
Mi strattona per il braccio. Mi lascio sollevare e mi spinge davanti a lei sotto la minaccia del frutto. Me lo preme contro la schiena. Per fortuna non è abbastanza maturo. E lei non preme troppo. Lo appoggia solo. Non faccia gesti inconsulti. Di cui ci potremmo pentire entrambi. Sono decisa. Se fa il bravo non sarà necessario che tra i viaggiatori si diffonda il panico. La cosa potrebbe rivelarsi veramente pericolosa. Se fa come le dico la cosa potrebbe restare circoscritta.
Mi indica in fianco alla porta di discesa, a destra, un piccolo panello bucherellato. Non ci avevo mai fatto caso. Non ne avevo mai avuto bisogno. Mi spiega che se premo il bottone, quello rosso che è giusto sotto, mi mette proprio in comunicazione con il personale addetto. Mi faccio passare il capotreno e brevemente accenno che si tratta di una situazione veramente di pericolo. Che sono sotto la minaccia di un’arma. Che si tratta di un dirottamento e che c’è la possibilità che la pazza si spinga fino ad azionare il freno di emergenza. L’altra mi dice di darle un minuto e che arriverà in un lampo. Spero non sia nero anche il lampo, oltre la saetta. Pensieri stupidi, lo so.
Come avevo intuito dalla voce il capotreno è una donna, ma la divisa conferma che è lei quella che dovrebbe risolvere i problemi. Pare gentile fin dal primo sguardo. Accenno alla banana, le strizzo d’occhio e con la mimica facciale le suggerisco di assecondarmi. Lei prega la passeggera che mi minaccia di stare calma: Parliamo. Cerca di tranquillizzarla e rassicurarla. La invita a evitare di far allarmare anche il resto dei viaggiatori. Di evitare il caos. Le illustra i pericoli che potrebbe comportare il ricorso al freno a mano. Afferma di aver già parlato con il macchinista. Che per un caso come il suo non c’è modo di intervenire. Perché il treno può andare in una sola direzione; quel treno.
La dirottatrice la guarda con sospetto. Teme che sia un tentativo per raggirarla; è evidente. Non si fida. Le si legge in volto. Mi guarda cercando il mio appoggio. Ma i treni vanno e vengono. Perché non potremmo tornare?
L’altra sbuffa e cerca di raccattare tutta la propria pazienza: Perché i treni corrono su un binario. E dietro c’è un altro treno. E dietro ancora un altro. Tornare significherebbe solo una collisione terribile. Morti e feriti. È questo che vuole? Non arriverebbe comunque a destinazione. Sarebbe una catastrofe epocale.
Lei, la mia decisa e indomita pirata, la guarda stranita e poi guarda me. Forse attende conferma. I miei occhi e il gesto delle mie spalle non la convincono. Non del tutto. Non ancora. Poi controlla l’orologio e sembra rendersi conto di essere già comunque in un ritardo irrimediabile per il suo appuntamento, a… a, se non mi sbaglio, Terme Euganee, eccetera. Posso dire una cosa? non sono mai passato per quei posti. Ma che ci va a fare una bella ragazza da quelle parti? Le cadono le braccia. Termo stia per piangere. E adesso cosa faccio?
L’altra cerca di impostare tutta la tranquillità possibile nel tono delle proprie parole. L’unica cosa che possiamo fare e fornirle gratuitamente il biglietto di ritorno. Solo per lei, in via del tutto eccezionale. Noi delle saette nere. Lei può scendere alla prossima, Firenze Santa Maria Novella. Lì prende il primo che parte. Per Venezia. Per Padova. Per dove vuole lei. Guardi però che per Terme Euganee-Abano-Montegrotto deve cambiare e prendere un regionale. Mi raccomando: faccia attenzione.
Lei si fa finalmente docilmente convinta. La donna in divisa se ne va tranquillizzata e ci lascia soli. La invito nella cabina ristorante per un caffè e lui rassegnata accetta. Un caffè è proprio quello che ci vuole. Un caffè funziona in tutte le occasioni. Spero che la caffeina non me la agiti ancora di più. Chiede se può, per cortesia, avere anche un bicchiere d’acqua. Mi chiede se sono così gentile e può prendere anche un cornetto. Lo ha già stretto tra i denti quando le dico di sì. Ormai si avvicina anche Sesto Fiorentino. Dove ha detto che deve scendere?
Io scendo a Roma Termini. Che importanza ha?
Non è che per caso le serve una segretaria? Qualcuno che l’aiuti? Sono proprio disperata. Guardi che sono brava. Non sono una stupida qualsiasi. Ho anche una laurea. Lasciamo perdere quella. Non mi ha dato che noie. E parlo quasi perfettamente anche l’inglese. Dicevo… Allora, se non le spiace, scenderei con lei. Dove ha detto? Ah sì! Roma Tiburtina.
Termini.
È lo stesso. Non essere pignolo. Una Roma vale l’altra. –se la ride– Non è forse vero che tutte le strade menano qui?
La osservo bene. Mi soffermo su quella specie di stivali rosa all’uncinetto. Sulla canotta a righe orizzontali. Sulla borsa di pelle, con le cuciture a rombi, che tiene stretta come un amante. Poi gli occhi risalgono lungo le lunghe gambe. A parte tutto carina è carina. Mi dico Perché no? Se non altro per un po’ di gradevole compagnia. E poi si presenta bene, nonostante com’è vestita. E poi, in fondo, è così giovane. Le si può anche perdonare qualcosa. Credo che, con un po’ di maquillage, e forse anche così come si trova, mi potrebbe aiutare ad aprire qualche porta. Averla a fianco, un aiuto mi potrebbe anche fare comodo. E glielo dico. Perché no?
Lei la prendo con un grande sospiro di liberazione. L’ho fatta felice. Mi ringrazia. Fa per darmi la mano come per stringere un patto. Si ricorda che non è libera. Se la guarda, ormai è abbandonata lungo il fianco, e sembra rinsavire. Sorride e sbuccia la banana. Ride: Non ci avrai mica creduto veramente? Inizia a mangiarla lentamente con una grazia indicibile. Assieme a un bel po’ di malizia e di sensualità. Resto ammagliato dalla sua recitazione e dallo stretto rapporto che stabilisce tra lei e il frutto. I suoi occhi mi sono così grati che vorrebbe che quel momento durasse all’infinito. Segretamente, ma non troppo, è esattamente quello che vorrei anch’io. Ripete il suo Grazie! Poi, con uno scatto improvviso e impulsivo, decide di ringraziarmi con un bacio schioccate sulla guancia.
Giunti a destinazione mi chiede il permesso di allontanarsi per prendere qualche libro. Se avremo qualche ora libera, per non doversi annoiare. Lei non sa stare con le mani in mano. Si ricorda che non è partita per restare fuori a lungo. Poi le serve ancora un attimo per farla. L’aspetto con una birra davanti. Ne prende una anche lei e mi mostra le sue prede; gli acquisti letterari. Non credo che avremmo delle ore libere o tempo per annoiarci. In fondo nemmeno io mi sento un tipo del tutto convenzionale. È vero che ero solo un ragazzino, ma la mia prima impresa è stata trasformare il mio cavallo a dondolo in un cavalluccio marino. In verità ha imparato subito a galleggiare, ma non dondolava come prima, e si rovesciava continuamente. Senza contare che i canali sono sempre infidi e pieni di batteri. La seconda nemmeno la dico perché ancora più singolare.
Il primo appuntamento ce l’abbiamo per domani. In fondo io ammiro Svampirella, è proprio questo il suo nome, ci eravamo presentati passando per Montevarchi-Terranuova, ma lei mi ha pregato di chiamarla semplicemente Lella o Svampa; come preferisco. Io quando sono salito sul volo per Berlino, e mi sono accorto di aver preso l’aereo per Giacarta, non ho avuto il coraggio di protestare né di chiedere il rimborso del biglietto. L’avvocato poi mi ha convinto che non era il caso di procedere contro la compagnia di linea. Troppo forti loro, troppo debole la mia rivendicazione. Lei invece è un tipo che sa farsi valere. Non disposta a fare un passo indietro.

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