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Archive for 30 marzo 2018

Piccoli gialli italiani6. Ma chi è lo stronzo che ha detto che per le strade del crimine vola piombo e pupe. Di piombo, per fortuna, non ne vola un grammo. Di pupe… ancora meno. Devo essere io. Non si batte chiodo, punto. È una lagna. È più facile imbattersi in una discoteca nel deserto del Maghreb, che trovare una tipa prodiga e altruista. Ho anch’io le mie esigenze. Da quell’orecchio Beatrice non ci sente. Persino i baci sembrano annoiati. Sempre avara; e munifica quando me ne concede uno. Come osare chiedere un tè in una tazza di porcellana di Limoges. Sono certamente io.
La prima volta che ci ho provato ho vinto un ceffone. Poi, le poche volte, si è limitata a togliermi le mani. Non ci provo quasi più. Magari sotto il vestito non c’è una ragazza. Nessuna ragazza. Non come si intende una ragazza. Magari nemmeno è viva. Magari è solo gonfio d’aria, quel vestito. Magari ha l’interno di sola vera piuma d’oca. O forse è fatta tutta di puro cristallo di Murano. Magari sotto si nasconde un robot da cucina. Il fantasma di Belfagor. Le piaghe d’Egitto; già è più probabile. La mummia di Nefertiti. Che cazzo ne so?
Ma queste sono pene mie e private. Poi c’è la sfiga e altri pretesti per bestemmiare. Tutti i giorni. Ogni giorno un’occasione diversa. In questa ricerca di capire e spiegare. Forse non diventerò mai un vero giornalista, preferibilmente di nera, ma scrivere mi dà gusto. E poi mi sembra di non saper fare molto di meglio. Chi delinque è tra noi. E non ci sono solo i grandi delitti. È pieno di piccola delinquenza. In un paese senza futuro. Di vecchiette che ormai, per tirare avanti, rubano il pane. Come diceva lui: “è un delitto il non rubare quando si ha fame[1]”. Dei poveri più poveri del mondo che vengono in questo paese povero pensando di scappare dalla povertà. Illusi. Poi ci sono io che ci metto del mio. Una volta che vado in dipartimento rubano i libri. E si rubano proprio i miei. Il tempo di girare la testa. Spariti. Dovrò rimandare ancora l’esame. E stavolta non per colpa mia. Non ho bisogno di un pretesto. Ora come glielo dico? Finisce che mi tocca finire alla banca del seme.
Non so dove andare a sbattere la testa. In piena crisi di identità, e scoraggiato, chiamo Beatrice. Ho bisogno di dirle che ho proprio bisogno di vederla. Mi spiega sinteticamente che non può proprio. Che deve studiare un esame. Lo sapevo prima di cominciare. Lei mi avrebbe già detto ciao. Provo a insistere comunque. Mi prega di non insistere. Non ci riesco proprio e allora glielo dico. Sono incazzato: “Ma come? A me picche! Poi vai alla festa del quinto anno”. Lo so perché lo so. Non lo può negare. “Non potevo rinunciare. Mi hanno invitata. E sono stati così carini”. Per lei il discorso potrebbe essere già chiuso. Non le ho mai mentito di essere un santo: “Carini un piffero”. Non c’è abbastanza camomilla in tutta Alessandria. “Non essere volgare. Non fare il padrone”.
Si è sempre rifiutata in attesa dell’altare. Col cavolo. Non ho fiato per altri vent’anni. Nemmeno da Penelope si poteva esigere tanta paziente abnegazione: “Spiegami perché non l’hai nemmeno fatta annusare, e Biagio se ne va in giro col tuo slippino pieno di fiori”? La sua voce è indignata: “È un millantatore, lo sai”. Lo so, ma mi gioca sfogarmi: “Dimmi come te le ha sfilate”? “Non me le ha… Che cavolo ne so. Di chi sono. Chiedi a lui. Certamente non sono le mie. Sai che non me le faccio togliere. Nemmeno da te”. “Da me, lo so. Dagli altri… dobbiamo parlare. Ci sono alcune cosette che mi devi spiegare”. Finisce subito il tempo che mi è concesso. Decisa mi dà buca e mi scarica: “È meglio che per un po’ non ci vediamo”. Mi invita di utilizzare quel tempo per calmarmi. Calmarmi un cazzo. Vorrei dirgli che… ma ha già messo giù. Mi sento di merda.
Intanto chiedo in giro se qualcuno ha visto i miei libri. So dove li avevo appoggiati. So che è inutile. Non posso averli semplicemente dimenticati. Li ho sempre tenuti in mano. Li ho appoggiati un attimo. Spariti. Non faccio questo cazzo di pseudo-giornalista per vivere. Non porto a casa un centesimo. Studio per avere il pretesto per campare. La mia economia è sostenuta essenzialmente dai miei. Se smetto con l’università dovrei cercare quel lavoro che nessuno trova. Che nessuno sa dove si è nascosto. Oppure devo tornare ad aiutare papà ad affilare coltelli. Mi servono quei libri.
Intanto non ho nemmeno il tempo di pensare a come contattare Matilde che me la ritrovo davanti. Ha una gonna un poco troppo corta. Non so cosa faccia da queste parti. Non so dove sta, ma so che questi non dovrebbero essere i suoi posti. Non so come sia possibile che ci incrociamo ogni volta che la penso. Forse chiedo troppo alla mia intelligenza: “Ciao Tilde”! Mi saluta, sorride e si ferma: “Ciao Nardo”. Sono uno che ricorda le cose: “Ti va uno spritz”? “Veramente andrei di fretta. Ma tu non ci pensi mai? Se è per fare, un po’ ne trovo”. Stavolta la stanza ce l’ho. Da Jacopo. Più che una stanza è un buco. Una stanza da studente. Jago è stato gentile a darmi le chiavi. Pensavo di portarci Bice. Vorrà dire… Gli ho dato una mezza mesata. Glielo dico trionfante: “So dove andare”. È come non aspettasse altro. Non si dà un attimo per pensare: “Cosa aspettiamo”?
Siamo soli in tutto l’appartamento. Forse no. Mi sembra di sentire dei rumori nell’altra stanza. Cosa le dico se mi chiede del bagno? Ci sono venuto solo per un sopraluogo. Nella stanza c’è solo un piccolo letto. Ho fatto caso solo a quello. Un piccolo letto, singolo, e una sedia. Non si fa pregare, ci si siede sopra soddisfatta. Sul letto, intendo. Non mi sembra a suo agio come pensavo. Vuole tempo per pensare. Poi i suoi occhi mi dicono: che aspetti? Non so da dove cominciare. Mi butto. La costringo subito in un angolo e l’abbraccio. “Ti ho pensata, sai”? Suona falso come reclamare una sua verginità. Chiudo gli occhi. Ci diamo un bacio che dura un secolo. Un secolo che non dura quanto avrei voluto. Comunque mi ha lasciato senza fiato. Mi guarda con un rimprovero: “Ma tu le mani proprio non ce l’hai, o nessuna ti ha spiegato a cosa servono”? Come la mettevo se trovavo il padrone di casa? Dovremmo sbrigarci. Per farla contenta gliele infilo dà per tutto, e la faccio contenta. Intanto torniamo a baciarci. Mi mette la lingua fino in gola. La sua lingua conosce dei giochini stupendi. Guizza rapida e scivola.
La stropiccio tutta. Con entusiasmo. La cerco sotto la maglietta. Un po’ impacciato. Non lo ha addosso. Sono libere. Ci giocherei per tutta l’eternità, –Hai un gran bel paio di tette, Tilde; massicce ed elastiche. Sono due ragazzine birichine. Carne fresca. Finalmente. Soda. Ne avevo proprio bisogno. Una rimpatriata di donna. Mi lascia fare, soddisfatta. Imparo presto. In poche dispense. La cerco dà per tutto cioè, le tasto il sedere. Cioè… proprio il culo. Sopra la gonna. Mi faccio proprio ardito. Sopra le mutandine, –Hai un gran culo, Tilde. Mi lascia quasi fare, e la sua lingua continua a zampillare nella mia bocca. Non posso credere che anche lei… Mi blocca la mano. È una sensazione già provata. Ne resto però stupito. Poi si stacca. Mi mordicchia un lobo. Mi ci infila dentro la lingua che mi sento impazzire. Poi mi ci infila dentro un paio di vocaboli sussurrati: “Quello no”.
Ho fretta. Ha fretta. Smanio. Smania. Cerco di fare io. Riflette. Si arrangia da sola. Mi fruga. Resta vestita, ma mette a nudo me. Mi colpisce. Quando si china, e capisco di finire nel silenzio delle sue parole mute, è già quasi troppo tardi. Che non potrò resistere molto. Cerco disperatamente di trattenermi. Lei ha ancora gli occhi chiusi. Non c’è gusto né vizio se non mi guarda. Poi li alza e mi pone la domanda. Con lo sguardo la ringrazio. Con gli occhi fisso il soffitto e sento gli angeli cantare litanie concitate. Alzo le spalle per farmi perdonare: “Scusa”. Ormai sono già tornato a precipitare rapidamente nella realtà. Per me è già tutto finito. So che per tornare presente non mi basteranno pochi minuti. Mordo l’aria per ritrovare un respiro. Lei continua a guardarmi e ha un’aria serena e appagata: “Non ti preoccupare, è bello anche così”. Vorrei dirle tante cose ma non so da dove cominciare. E poi mi è di conforto nascondermi nel silenzio.
Non sono ancora completamente rinvenuto quando lei torna a parlarmi, tranquilla: “Hai pensato a quello”? “Cosa”? “Ti è dispiaciuto”? Spero mi stia chiedendo di me: “No di certo”. Si finge stizzita: “Allora sei uno stronzo”. Sono veramente colto di sorpresa: “Perché”? Torna a quella faccia benevola: “Vuoi essere il mio ragazzo”? Rispondo senza rispondere, con la prima cosa, cercando di essere convincente e credibile: “Credevo di esserlo”. Riflette per un poco nella sua testa: “Non serve dirlo a Bice”. Comincio a preoccuparmi: “Come vuoi”. Forse è troppo per me. Forse è già troppo tardi.
Per il momento non ho che quei libri in mente. Lei se ne accorge: “Ho fatto qualcosa che non va”? E ora?… Precipito dalle stelle, e da altre fantasie che non saprei soddisfare. Non ho più la forza nemmeno per alzarmi dal letto: “Scherzi, perché”? Mi passa le dita tra i capelli: “Te ne sei già scappato. Sembri preoccupato”. Una dote tutta femminile. Sono brevemente e parzialmente sollevato. Non sapevo cosa aspettarmi: “Niente. È che vengo dal dipartimento”… Sembra leggermi dentro: “E ti sei fatto fregare i testi”. Come fa? “Già! Come fai sa saperlo”? Non è una che si lascia abbindolare: “Sai che novità”. Mi seno di merda. Sembra leggermi dentro. “Costano una cifra”. “Quei mattoni hanno mercato solo dentro”. “Cosa vuoi dire”? “Cretino! Che non sono usciti di là. Dove vuoi siano volati”? Non sono certo, ma forse potrei capire: “Sei la mia salvezza”. “Non ero la tua ganza”? Ora che ci penso, è riuscita a tenersi le mutandine: “Anche. Certo”. “Ora… però… mi devi proprio scusare”.
Lei va un attimo al bagno, trova l’indirizzo da sola. Dovrei darmi una pulita anch’io. Finisco i fazzolettini e sono accora tutto appiccicaticcio. Tiro su la zip e mi sento orgoglioso. E un gran coglione. L’appuntamento è in cucina. Per farci un caffè. Lì sbattiamo addosso a una. È lì con la stessa intenzione. Ha già messo la moka sul fuoco. Si presenta come Una; sono solo di passaggio. Lo versa anche per noi. Non c’è una tazzina simile a un’altra. Per come ha assassinato il caffè dovremmo denunciarla. Non so come ci sia riuscita. Forse è di ieri. Comunque sarei un pessimo testimone, non ho la minima idea di come si chiami. Temo che Una non sia il suo vero nome. Non sappiamo che dirci, e non scambiamo molte parole. Tilde la guarda male. In cagnesco.
Lei mi guarda come si guarda dalla finestra, il tempo. Poi la lasciamo lì e torniamo in camera. Io per prendere lo zaino vuoto. Lei per sistemarsi un attimo: “Guarda che tu non mi avevi degnata di uno sguardo. Io sapevo esattamente chi eri”. Non sono certo di capirla. Vorrei avere il tempo, tutto il tempo: “Credo che ogni cosa sia importate quando è”. Non so cosa volevo dire, forse, ma suonava bene. Forse nemmeno è mia. Lei mi spettina e mi sorride dolce: “Stupido”. E ci diamo un altro bacio prima di uscire. Tanto per ricordare. E anche perché se c’è l’occasione è meglio prenderla. Mi spiega divertita che doveva proprio farla. E che ha dovuto usare il primo spazzolino che ha trovato. Me ne ricordo io: “Ma non avevi un appuntamento”? “Avevo. Non ci sono più appuntamenti”. “Bene”. “C’è il tempo per cercare, ma quando trovi non c’è più nessun altro cavolo di cazzo di tempo che quello di vivere. Devi azzannare il momento. E non fartelo scappare”. Non ci ho capito niente: “Bene”. “Ma basta qui. Troppo squallido. La prossima volta da me”. “Bene”. “Prenditi il numero. Ti faccio uno squillo”. Squilla: “Eccolo”. “Scrivi: Matilde virgola la mia ragazza. Oppure solo Tilde. O Matilde virgola l’altra. Insomma… Come vuoi”. Mi basta Matilde, ma non glielo dico. Lei non controlla. Non corro il rischio di fare casino. E poi non è prudente scrivere quello che mi verrebbe da scrivere.
Vado da quello che una volta chiamavano bidello. Fingo di cercare quei libri per comprarli. Ha un’intera biblioteca. Me li offre a un quarto del prezzo. Non mi spingo ad accusarlo. Gli dico che sembrano proprio quelli che ho scordato il mattino. Proprio quelli. Li sfoglio. Cito gli appunti che mi ricordo di aver preso. Lo faccio prima di raggiungere la pagina dove li ho presi. Gli dimostro che sono proprio i miei. Non ha coraggio di ribattere. Con voce bassa si scusa e si giustifica, per averli trovati abbandonati, sopra un tavolo in sala lettura. So che ho fatto solo a tempo ad andare alla macchina delle merendine. Che in quella sala non ci sono mai arrivato. Mi prendo i libri senza dire altro. Anzi lo ringrazio. Mi sento salvo.
Appena a casa provo a scrivere il pezzo. Inizio con un ringraziamento, che solo io so ironico, al signor Luigi. Proseguo con un elogio alla premurosa attenzione che mette nelle sue mansioni, e alle proprietà che gli smemorati studenti possono scordare nel loro girovagare per le aule dell’immenso complesso universitario. Concludo con un invito ai colleghi studenti di rivolgersi allo stesso signor Luigi per ogni smarrimento e per ogni bisogno o chiarimento. Come post-scriptum segnalo a tutti quelli che potessero aver bisogno di materiale didattico che lo possono trovare rivolgendosi all’ufficio di segreteria. Lì chiedendo del succitato zelante e scrupoloso custode. «Firmato Bernardo Carafa, giornalista». Diventa subito carta da cestino.

[1] Fabrizio De André: Nella mia ora di libertà

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