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Archive for aprile 2018

Nel silenzio della notteLe parole scritte non hanno suono. Puoi gridarle. Urlarle. Sono caratteri piatti; tutti uguali. Piccoli tipi neri che nemmeno si dibattono e si affollano su un universo di bianco. Che si scompongono e compongono ordinati. Sono come piccioni sopra uno spago del bucato. Su di un filo della luce.
Se nella mia testa rimbombano, nella carta tacciono. Puoi metterle tutte in maiuscolo. Puoi usare il grassetto. Sta nella prerogativa di chi le legge. Nel suo diritto. È nella sua facoltà. E chi le legge è spesso distratto. Nella testa diventano afone. Sono tutte uguali. Non fanno rumore. Non hanno colore. Nemmeno luce. Non sono che caratteri di stampa. Mantengono solo il fruscio delle pagine. Il lettore non si bagna. Nemmeno se piove e non c’è riparo da quella pioggia. Non ha l’obbligo di partecipare. E allora come puoi rendere il buio della notte? La mia voce che urla? Il suo disperata lamento?
Forse non dovrei più uscire la notte. Forse non dovrei più uscire. Guardare i negozi ormai chiusi. Le strade vuote. Cercare in quelle strade le storie che ho in testa. Cercare le parole. Cercare le vibrazioni delle stesse. La loro musicalità. Il loro coniugarsi a qualcosa che non appartiene a loro. Ormai dovrei saperlo. Ma quando la vedo non so resistere. È più forte di me. Voglio sentirla la sua voce. Per poi farla riecheggiare nel racconto. Sentire che si propaga in mezzo a tanta inutilità piatta. Tra le descrizioni e le riflessioni. Vanamente. E quando la prendo alle spalle anche la sua sorpresa e muta. Persino il silenzio non ha suono del suo raccontarlo.
Forse pensa che io voglia solo immergere le mie mai tra i suoi vestiti. In quella ricerca di lei. O forse lo spera. Io tengo un diario di tutto. Minuziosamente. E degli appunti. Aiutano a ricordare. Ma poi stanno lì mansueti. Privi di personalità. Senza memoria restano come paralizzati. Inermi. Taciturni. Inutilmente futili. Sono solo quella geografia fatta in inchiostro. Forse dovrei aggiungere delle immagini. Di ricordi ne prendo sempre uno. Forse dovrei smettere con tutto questo. Non ci riesco. È più forte di me. Un giorno ci riuscirò. Riuscirò a scrivere una storia che si racconta da sé. Che esce dalle pagine. Che si riappropria dei rumori. Che si allarga come in un concerto. Con l’urlo che è un urlo. Un colpo di grancassa. Con i violini che piovono tristezza. E malinconia. Con tutte le note al posto giusto.
Povera pazza, mi porge la borsetta. Come se fossi solo un lurido pezzente. Io sono un artista. Sono qui a cantare le sue lodi. Una donna non dovrebbe andare da sola, di notte, per le strade buie. “Puttana”! Non può che essere una di quelle. E poi per com’è vestita. Con le gambe scoperte. Con quei tacchi. Con il rossetto. Con quel profumo addosso. Con quell’aria da sgualdrina –e scritto, “sgualdrina” ha lo stesso identico suono di “santarellina”, e di “astratta”, e di qualsiasi altra cosa. Lo stesso assente odore. Cioè nessun suono. Persino il suo nome non sarebbe altro che poche sillabe. E potrei usare qualsiasi nome. E qualsiasi epiteto. Non potrebbe descrivere di più questa donna. Entra tutta nell’immaginazione degli altri. O nella loro mancanza di immaginazione.
La colgo di sorpresa. Non ci si dovrebbe mai distrarre. La spingo contro il muro. “Mi scusi signora”… Tra il muro e il portone. Lei grida. Anche se a descrivere quell’urlo non si può sentire. Le metto ugualmente una mano sulla bocca. Non prova a mordermi. Al secondo colpo lei perde le forze. Si accascia al suolo. E come se si svuotasse. Seduta su quei gradini. Non reagisce. “Fai la brava”. Le donne non pensano che si possa reagire o resistere. La forza è uomo. La donna è pazienza. È ostinata docilità. È rinuncia. Mulina solo le braccia nude per proteggersi. Per chiedere scusa. E la colpisco. La colpisco ripetutamente. Con rabbia. La colpisco perché smetta di difendersi. Semplicemente se lo merita. Lo so. Lo so e basta. So di cosa ha bisogno il mio furore: “Apri quella cazzo di bocca”.
Ma la sua bocca era già aperta. E i suoi occhi spalancati. Nemmeno più terrorizzati. Non avevano più colore; nell’ombra. Erano due orbite opache. Erano solo il grido che solo io avevo potuto sentire. Erano solo silenzio. E dalle labbra colava un rivolo di sangue. “Maledetta troia”! Le scivola sulla guancia. E giù, fino a insinuarsi nella scollatura. È come un rossetto sbavato. Le sporca il mento. Le lambisce il seno. “Fammele vedere”. Ma dalle sue labbra esce solo un flebile lamento. Non vorrebbe ancora cedere. “Stupida sgualdrina”. Non mi insudiciare la camicia bianca. Devo tornare a casa. Dopo. “Prendi questo”. Certe donne non sanno. Non possono sapere. L’uomo non vive solo per loro. Io non le pago. Non le pago coi soldi. “Volevi il piacere. Eccolo il piacere”. Ne sei fiera ora? Porto con me solo un suo orecchino. Certe parole non sono come le altre. Sì! “Troia!

Troia!

Troia”!

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728_1000Io mi siedo sempre al solito posto. Naturalmente non per un diritto. È solo che arrivo presto, prima del pullman. È che lo prendo al capolinea. Salgo per primo o con i primi. Se serve lavoro di gomito. Spingo un po’. Con furbizia e senza troppa arroganza. Salvo rarissime occasioni il sedile è ancora libero. Così mi metto vicino alla porta della discesa. Questo tutte le mattine da quando lavoro all’erario, salvo naturalmente le feste. Mattina dopo mattina, puntuale alla stessa ora. Certi gesti si fanno abitudini, anche a nostro dispetto. Mi siedo e frugo in borsa. Prendo il libro e mi sprofondo nella lettura.
Sì! sono abitudinario. Non è un gran vizio. Mi piacciono le certezze. Sapere cosa trovo quando scendo. Quando giro l’angolo. A una festa o una serata. Prendere il caffè allo stesso bar, sempre macchiato con una lacrima di latte e mezzo cucchiaino di zucchero. Porto ancora la fede al dito. Prima di andarsene Marilena mi ha dato del noioso. Credo di essere solo preciso. E non ho la pretesa di capire tutto. Infatti Marilena non l’ho ancora capita. Se n’è andata lasciandomi pieno di domande e di misteri. Già è una fortuna che non mi ha cacciato. S’è presa solo le sue cose e le lenzuola ricamate. È sempre stata convinta che non ci sia casa senza di quelle.
Da alcuni giorni lo prende anche lei, voglio dire lo stesso pullman. L’ho notata subito, o quasi. Da allora mi sento distratto. Non posso dire che non disturba la mia lettura. Qualche volta è al cellulare, anzi spesso. Non riesco a sentire quello che si dicono. Penso che nella maggior parte dei casi parli con un’amica. Non è lei, è che da quando facciamo il viaggio assieme sono deconcentrato. I miei occhi scappano dalle pagine, perdo il segno. Rileggo più volte le stesse righe e poi rinuncio. Così mi arrendo e non ascolto le sue telefonate, ma la guardo telefonare. Forse se n’è accorta e i miei occhi la distolgono. È una ragazza attenta, e garbata. Solitamente lo fa guardando fuori dal finestrino o, come ora, abbassando gli occhi. Così la posso spiare anche meglio. Sì! perché non la osservo ma la studio. Non sono mai invadente. Non mi soffermo mai a lungo o con insistenza. Distraggo gli occhi velocemente. È solo che faccio sempre più fatica a non pensare a lei.
Un po’ mi sento un guardone, ma non posso non guardarla. Ormai nei miei pensieri la chiamo: la mia ragazza. La sogno da sveglio e mentre dormo. Niente di sconveniente, non ne sarei capace, ma è una presenza gentile, un rifugio, un pensiero delicato. Sento il suo profumo educato. Mi è capitato passandole vicino. Prima di scendere cerco di memorizzare bene com’è vestita, per trattenerla con me ancora per un po’. Per ricordarla bene. È solo un gioco, un vezzo. Mi nego la verità, non mi è mai successo, credo di esserne affascinato. E, anche se sono stato sempre molto attento, non sono certo che non si sia accorta di me.
Quando riesco a non distrarmi sono un buon osservatore. Le notizie al cellulare non devono essere molto buone. Ha gli occhi abbassati e sembra molto attenta. Adoro quella sua espressione tra il concentrato e l’imbronciato. Oggi ha una maglietta a righine sottili. Sotto indossa un reggiseno azzurro; lo riempie bene. Porta sandali con il tacco basso, è abbastanza alta, un po’ più di me. Ha due vere enormi ai lobi. Non ha mai bisogno di molto trucco. Dev’essere carina anche quando si alza dal letto; come si dice acqua e sapone. Si porta dietro una sporta e la borsetta enorme beige. Ha un paio di pantaloncini corti bianchi. Anche le gambe sono belle è affusolate. È caldo. Forse sono un po’ troppo corti. Forse frequenta qualche piscina. Non so dove può lavorare per andarci vestita così, in modo un po’… informale. Sembra più preparata per andare al mare anche se non è poi così caldo. L’acqua dev’essere ancora freddina.
Trovo il coraggio che non ho mai avuto. Aspetto la sua fermata. Raggiungo la porta subito dopo lei. Annuso il suo profumo, scendo e discretamente la seguo. Cammina come in punta di piedi; ritta e sicura. Entra in un’agenzia di viaggi. Mi siedo ad un bar proprio dirimpetto e continuo a guardare la mia bella. Nel frattempo telefono in ufficio per avvertire che tarderò oppure che mi prendo una giornata di ferie. Erminia si mostra sorpresa ma non fa commenti, si limita a dire che va bene. Non ho tolto gli occhi da lei nemmeno per un momento, nemmeno mentre parlavo al telefonino. Sta rispondendo a un cliente. Lei mi vede attraverso la vetrina. Mi sorride e mi saluta, mi fa proprio ciao con la manina. Mi guardo intorno; mi sembra impossibile. Sono solo col mio caffe macchiato freddo. Mi indica che si rivolgeva proprio a me. Le scappa da ridere. È deliziosa e le si illuminano gli occhi. Mi soffia un bacino e fa cenno di aspettare. E io aspetto e non lo devo fare per molto, si libera presto dell’intruso. Viene alla porta e mi dice che le dispiace ma, non può finire prima dell’una. Si scusa ma se voglio… Senza permetterle di finire le dico che sarò lì puntuale e così faccio.
Alle tredici sono già lì e lei mi ha visto arrivare. Mi regala un altro saluto e si mette fretta. Chiude la porta dell’agenzia con due giri di chiavi e mi raggiunge velocemente. È sbrigativa; mi chiede dove voglio che andiamo. Le propongo un ristorantino poco lontano; non è caro e si mangia bene. Accetta subito e sembra contenta. La faccio passare e ci accomodiamo. Preferisce quella gasata ma non disdegna anche un goccio di bianco. Cerchiamo di parlare del più e del meno, ma abbiamo ancora pochi argomenti in comune per sostenere una conversazione sufficiente. Sembra avere appetito. Ogni tanto nasconde i denti, le labbra e una breve risata dietro le dita. Si accorge del mio imbarazzo. Si scusa. Mi chiede se può parlare liberamente. Ha una voce cantilenante che cade come gocce di pioggia su una coppa di cristallo. Mi comincia a confessare che ha avuto una storia ma è finita, e finita male. Si versa un altro bicchiere di vino. Mi dice di scusarla e che è meglio lasciarsi dietro le malinconie. Che bisognerebbe sempre parlare solo di cose allegre. Di cose positive. Che in fondo la vita…
Insiste per pagare la sua parte, alla romana. Oggi è libera. Ha deciso di non riaprire l’agenzia. Ammette di non averne voglia. Andiamo verso il parco, ha ritrovato il suo buonumore. Il suono della sua voce è diventato ancora più squillante. A tratti sembra saltellare dalla gioia. Mi prende sottobraccio. Ha rubato un pezzo di pane per le anatre. Se ha un solo difetto non glielo riesco proprio a trovare. Mi confida che si sente libera, che sta proprio bene con me, come con uno zio saggio. Vorrei dirle mille cose ma non ci riesco. E temo che tra noi… sia ancora troppo presto. Preferisco la prudenza. Confesso solo di trovarla carina. Ma mentre proseguiamo sento la sua mano sfiorarmi il fondo schiena e questo le mette allegria. Non ho mai trovato una ragazza come lei, che non si fa cautele a esprimere il proprio parere.

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Piccoli gialli italiani14. A fare all’amore si impara subito. Ad amare non si finisce mai di imparare. Per alcuni giorni sono stato in catalessi. Sorpreso. Muto. Da solo. Non riuscivo a pensare che a lei. A quello c’era stato. Al nostro amore. Aspettando solo di rivederla. Perché non chiamava? Perché non rispondeva? Poi, lei, mi avrebbe confessato che è stato lo stesso. Anche per lei. Che si è trovata sbigottita a chiedersi cosa eravamo. E cosa eravamo diventati. Che aveva avuto bisogno di tempo per pensarci. “Non che mi sia pentita. Questo mai”. Solo aveva bisogno di tempo per capire: Non era solo una ragazza per… Era una ragazza da amare. E che sapeva amare. Stupido. Con gioia mi aveva detto in un orecchio: “Ora lo sei, veramente, il mio ragazzo. Per me”. Come sono stupidi gli uomini. Nel frattempo ero già passato un paio di volte sotto casa sua. Senza il coraggio di chiamare. Di suonare. Di salire. Dopo averla vista… nuda, solo allora ho capito che, non c’è niente di più bello.
Ora che lei è tutto, è troppo, non c’è che lei. E ho paura. Non puoi temere di perdere quello che non conosci. Ma dopo… E c’è sempre incertezza. E non puoi che essere confuso. E mentre cerchi di distrarti, di pensare ad altro, non c’è che lei. Lei e i suoi occhi. Lei è i suoi baci. Lei e tutto di lei. E hai sete di lei. E hai fame delle sue carezze. E non credevi che l’amore fosse così… qualsiasi cosa. Che ti senti persino volare. E gli uccelli ti cinguettano nello stomaco. E ti sembra di non provare fame. Altro appetito. E la vita diventa solo attesa. Sì! sono egoista. La vorrei solo con me. Sempre con me. Non si può avere tutto. Mi sembra che lei me l’abbia dato quel tutto. È solo che non è mai abbastanza. Il giorno dopo è sempre così.
E poi non è così che vorrei. Il mio sogno è diventare un cronista, possibilmente di nera, non di rosa. E raccontare la realtà, non il mio privato. Ma oggi ho meno rabbia. Il vostro Bernardo Carafa è in pace col mondo. Ma è questo il mestiere dell’inviato? Temo di no. Vorrei avere la memoria Sarti Antonio, sergente[1], la sagacia del commissario Luigi Alfredo Ricciardi[2], La pignoleria mai rassegnata di Sandrone Dazieri[3], l’arguzia del Commissario Carlo De Vincenzi[4], la perseveranza dell’ispettore Camilla Cagliostri[5], non certo la confusa sbadataggine dell’ispettore Coliandro, ma piuttosto la perspicacia immaginifica di Grazia Poletti[6], l’intuizione del commissario Salvo Montalbano[7], la fervida immaginazione deduttiva di un Carlo Lorenzini –o del suo amico Jarro– più che la fredda razionalità insensata del delegato Masi[8], e poi… che ne so? eccetera. Ma ho solo un portatile, una linea instabile –che anche in questo momento mi ha abbandonato– e dieci dita. E non sono quelle le armi del buon giornalista. Dovrebbe raccontare i fatti. Registrare. Trarne anche delle conclusioni più o meno sociali. Avvertire i rumori di fondo. Limitarsi a informare, a suo modo, i lettori. L’indagine spetta a loro, ad altri.
Vado in tribunale più che altro per vedere l’ambiente. Semplicio è appena uscito. Se avevo dubbi ora ho solo certezze. Si giudicano, e si condannano, solo poveri disperati. Si finisce lì dentro per un maglione. Per due arance. Per aver scordato la patente. Per essersi confusi. Per un cazzo di niente. Solo perché non si hanno santi in paradiso, né santini. Nemmeno in tasca. Solo perché non si ha una giacca per la festa. Solo per aver bevuto per una delusione. Solo per essersi ingarbugliati con le parole. Solo per aver gridato “Pace” o “Libertà”. Solo per aver gridato troppo forte. Solo per aver scelto la maria sbagliata. Solo per aver creduto nel Dio sbagliato. E sono tanti. E sono troppi. E qual è quello giusto? Sono solo poveri disgraziati. Se continuo così viene anche a me la colite.
Eppure c’è una sorta di emorragia, uno alla volta se ne vanno. Quelli famosi muoio tutti. Chi perché ha finito di raccontare la sua storia. Chi per vizio o per droga. Chi di piombo. Muoiono come una litania. Come grani di un rosario blasfemo. Chi suonerà la musica da domani? Sarà perché prima si dovrebbe diventare famosi, per poi poter morire. Sarà perché di miti non ne nascono più. O ne nascono troppi. E nemmeno la televisione riesce a partorire eroi. E resta solo un grande silenzio. A dire la verità sarebbe morto anche Sarti Antonio, sergente. Sarà perché o sei famoso o non sei. Degli altri non gliene frega a nessuno. Devono solo morire senza far rumore. Dovrebbero andarsene alla chetichella. E per fare lo fanno, senza fanfare. Basta un prete e quattro parole. Mandano in paradiso anche chi non ci vuole andare. E se paghi ti danno due righe sul giornale di tutti santi. E qui non muore nessuno.
Con Beatrice, da bravo vigliacco, ho scelto di tacere. Sperando che il tempo le desse la mia tacita risposta. Che capisse da sola. Solo poi ho scoperto, ma non confessato da lei, che mentre mi lasciava tutto il tempo per capire, lei aveva capito. E si era messa con un senegalese robusto. E all’improvviso aveva scoperto, e provato, tutte le bellezze del sesso. I segreti e le posizioni. Mi aveva chiamato mentre era con lui. Senza un minimo di pudicizia o vergogna. Con la solita aria da santarellina. E il suo fisico slanciato da indossatrice. Che lui si stava spupazzando alla grande, ma che a me non ha mai fatto vedere né toccare. Appena annusare. Credo si sia fatta buddista. Ma questo dopo quella sua breve infatuazione per l’esotico. Credo si sia fatta ritrarre in pose e situazioni ardite. Non le ho viste. E sinceramente non me ne frega un cazzo. So però che qualcuno, dietro le spalle, per i corridoi dell’ateneo, mi adita, con rispetto, come: quello è stato il ragazzo di Beatrice.
Avrei voluto che di quella mattina, la nostra storia, fosse il mio post. Il mio articolo. La carta d’identità del mio farmi giornalista. Naturalmente non potevo farlo. Naturalmente era importante, e interessava, solo per noi. C’erano cose da non dire per pudore. Altre da tacere per delicatezza. Altre per rispetto degli altri. Tutte solo nostre. E forse le parole avrebbero solo sporcato quella nostra storia. Per quel giorno Nardo Carafa avrebbe scritto solo un necrologio: per un ragazzo scomparso per un buco. Un ragazzo per cui nessuno avrebbe potuto più fare niente. Di cui prima non era importato molto a molti. Per il quale prima tutti avevano fatto poco. Un ragazzo che era un ottimo studente. E che aveva lasciato la scena in silenzio.

[1] Personaggio dei romanzi di Loriano Macchiavelli.
[2] Personaggio dei romanzi di Maurizio De Giovanni.
[3] Personaggio dei romanzi di Sandrone Dazieri.
[4] Personaggio dei romanzi di Augusto De Angelis.
[5] Personaggio dei romanzi di Giuseppe Pederiali.
[6] Personaggi dei romanzi di Carlo Lucarelli.
[7] Personaggio dei romanzi di Andrea Calogero Camilleri.
[8] Personaggi dei romanzi di Leonardo Gori.

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Scala reale alla reginaSuccede che una vendita non lasci traccia. Che non venga rilasciato lo scontrino di cassa. Anche nella confusione. Anche per un poca di fretta. Senza malizia. I clienti normalmente non ci fanno caso. Mai successo che lo richiedessero. Non da noi. Ed eravamo in piena stagione di vendite.
È stato solo per un puro caso che me ne sono accorta. Seguivo una cliente quando, appena finito, mi ha detto: “Lascia. Faccio io”. Lui cercava sempre di risparmiare il più possibile sul lavoro e lei era anche carina. Un tipo evidente, di quelle che si fanno guardare; un poco anche smorfiosa, non so se mi spiego. Forse leggermente volgare, e civetta. Non si era fatta molto scrupolo a lasciarsi spiare. Lui era stato particolarmente cortese. Come ogni uomo non si era tirato indietro e non si era rifiutato di lustrarsi gli occhi. Lei aveva provato un’infinità di abiti, camicette e gonne. Se l’era ammirata con dovizia di attenzioni. Sotto portava della biancheria microscopica nera gonfia di merletti e di sé. Alla fine aveva preso un paio di stivali, una borsetta e un giaccone con l’interno di pelliccia. Insomma una buona vendita.
Non sono gelosa e più che lui seguivo lei. Per quanto ci si possa fidare di un uomo io di lui mi fidavo. Di quella cliente un poco meno. Dovevo ammettere che aveva mostrato anche del buon gusto. Senza intenzione mi è caduto l’occhio. Forse perché lui aveva un’aria strana, guardinga. Non è mai stato bravo a raccontare bugie. I suoi occhi non hanno segreti. Aveva aperto la casa e l’aveva richiusa senza mettere dentro il becco di un quattrino. Con aria furtiva, si era fatto scivolare in tasca tutto il malloppo. Poi aveva accompagnato la svenevole fino alla macchina per aiutarla con i pacchetti. Era tornato dopo un po’ con un’aria soddisfatta. Raccontando che si era fermato anche a prendere un caffè. Io penso fosse un vermuttino. Non ci volevo credere, ma quando, a sera, ho fatto i miei conti l’incasso mancava. Lui era uscito come suo solito. Ho lavato i piatti, riordinato casa, stirato un po’ di cose, comprese le sue camicie per il giorno seguente, poi mi sono messa a verificare i contanti. Mi ricordavo bene perché dopo averlo scoperto avevo memorizzato le vendite. Mancavano tutti, tutto il valore dei tre capi.
Non sono gelosa ma un uomo è sempre un uomo. Era da quel momento del mattino che ci pensavo indispettita; ora ne avevo avuto conferma. Davanti al maltolto avevo deciso di affrontarlo appena a casa. Certa che avrebbe negato, sostenuto che mi sbagliavo, che lui… Altrettanto certa che poi, messo alle strette, avrebbe cercato di accampare qualche scusa. Poi avevo pensato che era inutile aspettare. Ero proprio fuori di me. Poi mi ero detta che non potevo fare uno scandalo in negozio. Poi avevo pensato che non avevo alcuna prova tranne la mia stessa testimonianza. Poi mi ero ricordata che eravamo in separazione di beni e che, maledizione, la licenza era intestata a lui. Poi avevo pensato che avrei fatto meglio a fare tutto con calma e raccogliere altre prove. Magari non era nemmeno la prima volta che cercava di raggirarmi. Magari si era trovato qualche amichetta. Aveva ritrovato il gusto dell’avventura. Non che fosse un gran mandrillo, ma la gente cambia. E in fondo, tra noi, con gli anni, la passione si era certo un poco assopita. Come per tutti; o no?
Non sono mai stata gelosa, ma da un uomo non puoi aspettarti che sia sempre un santo. Il martedì era stato irrequieto tutto il giorno, avevamo fatto solo incassi con carta di credito o bancomat. Fino a quel momento non avuto modo di pensarci: quel suo giochino, naturalmente, poteva farlo solo con i clienti che pagavano in contanti. La sera per un po’ se ne stette a casa bofonchiando annoiato e smanioso. Alla fine se n’era uscito; o sarebbe stato costretto a passare allo sportello, infatti mancava la mia tessera magnetica, o fidava che qualche amico gli prestasse qualcosa. Forse gli servivano per qualche squallido motel. Quale donna poteva valere tanta fatica? Nemmeno la cliente del giorno prima. Non almeno fino a quel punto. E poi… o era molto bravo o ero molto stupida perché pareva non conoscerla bene. Forse era la prima volta, o lo seconda, che si serviva da noi.
Il mercoledì Micaela aveva chiesto di assentarsi per il pomeriggio, non ricordo per cosa. Lui si doveva sentire le mani libere. Subito dopo l’apertura aveva servito una signora ricoprendola di mille moine e mille complimenti immeritati. Non era nemmeno granché e aveva il marito a guinzaglio, o almeno l’uomo che le pagava i capricci. Era una cliente abbastanza fissa. Praticamente aveva indossato tutto quello che c’era in negozio. Lo faceva ogni volta che passava a trovarci. A un certo punto erano rimasti a lungo chiusi in camerino prove, mentre l’uomo che la accompagnava sprecava tesori di pazienza. Non vedevo quell’uomo per la prima volta, ma lei l’avevo vista accompagnata anche da altri partner. Non ci potevo credere, non era nemmeno molto giovane. Solo molto truccata. Poteva avere almeno quindici anni più di me, dieci più di lui, e trenta più dell’uomo che era con lei. Povera stupida, avrei dovuto ricordare che la volpe perde il pelo, ma non il vizio.
Comunque era stata una gran bella vendita. L’accompagnatore della sgualdrina aveva estratto un portafoglio gonfio e senza batter ciglio aveva saldato tutto con banconote di grosso calibro che aveva estratto con svogliata noncuranza. Avremmo incassato dei bei soldini se non se lì fosse repentinamente intascati lui. Eppure… ero certa che non ci fosse una storia tra loro. Non potevano essere per lei. Lei aveva regolarmente pagato, o meglio aveva invitato il suo ganzo a farlo. E poi… non c’era quell’affiatamento. Lui era stato gentile ma non eccessivamente gentile. Non sopra le righe. Non era scivolato in qualche complimento troppo audace. Niente di troppo palesemente sfacciato. Non l’aveva mai chiamata per nome per non sbagliarsi; sempre e solo: signora. Certo non potevo sapere perché si fossero trattenuti tanto in camerino. Poteva anche essere stata solo un’occasione malandrina: non è forse l’occasione che fa l’uomo ladro? Tutto non giustificava i prelievi precedenti. Ero piena di rabbia dentro e con un sorriso falso incollato al viso.
Ricordo quella del mercoledì della settimana successiva perché era rossa di capelli di un rosso sfacciato e puttanesco. Lo tenevo sottocchio anche se ero distratta perché dovevo intrattenere un rappresentante e valutare il campionario per la nuova stagione. Lei aveva una gonna fin troppo corta, il culo fin troppo abbondante e basso, e un cattivo gusto pacchiano fin troppo evidente, un trucco fin troppo pesante e delle zeppe altissime da farla fin troppo alta. E poi, in bocca, aveva quella risata sguaiata. Micaela stava seguendo la giovane figlia del gioielliere e, della rossa, se ne occupò lui. Quando quella, voglio dire quella sfacciata della rossa, uscì dal camerino lo fece sistemandosi il seno, palesemente rifatto, spingendolo a forza dentro il reggipetto. Non avevo notato prima quanto fossero sode. Avrei voluto chiedere il parere da quell’eunuco del mio maritino, preferii non farlo. Un poco per non scendere al suo stesso livello, un poco per mostrarmi superiore e un poco per non tradirmi. Mi limitai a scambiare un sogghigno d’intesa con Micaela. Ormai non lo perdevo più di vista. La rossa gli fece l’occhiolino e gli chiese uno sconticino. Lui l’accompagnò alla cassa, le fece il solito sconto e, la serpe, si intascò il bottino.
Non sono gelosa, ma da un uomo puoi sempre aspettarti di tutto. Nei giorni seguenti ripeté lo scherzetto sempre credendo che fossi cieca, e io continuai a far buon viso a cattivo gioco. A fingere di non vedere. Di esser ingenua. Non erano mai piccole somme, e il sommare di quelle somme faceva un grosso importo. Ecco perché il negozio non dava mai i risultati che mi sarei aspettata. Ecco perché avevo, ancora una volta, dovuto rimandare l’aumento per Micaela. Quella ragazza se lo sarebbe meritato proprio. E poi lavorava con noi da quando avevamo aperto. Non potevo certo confidarle di chi era la colpa. Che non avrebbe ancora potuto cambiar macchina a causa dei piccoli furti di un marito fedifrago. Era capace di strappargli gli occhi, così, su due piedi, davanti alle clienti. Invece io volevo sapere. Volevo capire. Volevo vedere dove e con chi sperperasse i nostri guadagni. Ero ormai sicura che dietro, come in ogni situazione simile, ci fosse una donna. Mi chiedevo chi potesse essere quella puttana. Magari me le faceva con una che conoscevo. Oppure andava a donne. Ad essere del tutto onesta non mi sembrava nemmeno il tipo.
Non sono gelosa, ma sotto i panni dell’uomo c’è pur sempre un maschio. Questo l’ho sempre saputo. Magari si era scoperto qualche strano vizietto. Così una sera mi vestii indossando tutto sotto un grembiule. Lui se ne accorse e mi giustificai ricorrendo alla scusa che ero stanca e mi sarei coricata presto; invece appena uscì lo seguii. Lui se la doveva essere bevuta; comunque non chiese altre spiegazioni. Lui prese la macchina e io un taxi. Parcheggiò in centro davanti ad un noto locale ed entrò. Entrai dietro di lui. Lo vidi al tavolo. Lui non si accorse di me. Intorno giravano ragazze molto evidenti e tutte giovani e tutte poco vestite. Non era a loro che lui prestava tutta la sua attenzione. Forse restai anche un po’ delusa, scoprendo, che non c’era nessuna donna, che aveva perso la testa solo per il vizio del rischio. Si giocava i nostri incassi con le carte in mano. Fece un paio di giri anche alla roulette, con la stessa maledetta sfortuna e un paio di bestemmie. Come tutti era convinto che prima o poi quella, la fortuna, si sarebbe girata smettendo di dargli le spalle.
Prima di uscire mi presi un amaro e poi un calice di prosecco ben ghiacciato. Da qualche confidenza appresi con forse aveva anche sommato un discreto debito. Tornata a casa feci un’immane fatica a trattenermi dalla tentazione di aspettare il suo ritorno e affrontarlo subito. Mi ricordai che la vendetta va servita fredda. Sciolsi in un bicchiere d’acqua un paio di pastiglie contro l’acidità di stomaco. Presi il libro che avevo lasciato sul divano e me ne andai a letto. Mi addormentai poco dopo senza sentire quando era rincasato. Doveva aver fatto molto piano o io stavo dormendo molto profondamente. Feci sogni un poco agitati e un poco libertini. Mi vegliai, strettamente abbracciata al cuscino, mentre lui si stava già facendo la barba. Uscì profumato come una battona, ma aveva gli occhi cerchiati di rosso; due impronte evidenti di una nottataccia vissuta faticosamente. Vigliacco.
L’avesse fatto per qualcuna certo me la sarei presa, ma forse alla fine nemmeno tanto. Certo non quanto scoprire che mi tradiva con il gioco. Quella sera, alla televisione, era una completa noia; c’era solo il festival di Sanremo. Avevo invitato Micaela a cena. Era giusto il momento adatto, e, prima che si preparasse ad uscire, gli chiesi perché non restare a casa? avremmo potuto divertirci ugualmente. E prima che avesse il tempo di obiettare proposi, alla sua meraviglia, che avrei avuto giusto il gusto e la voglia, e una gran porca di voglia –proprio così gliela presentai–, di una bella partitina a carte. Avevo già in mano il mazzo e la faccia può spudoratamente allusiva che avessi mai frequentato. Era dai tempi del liceo che mi studiavo quella espressione senza trovare l’occasione di interpretarla: “Un pokerino tra amici. Solo un paio di mani. Perché no? Anzi… uno strip poker in casa”.
Non sono gelosa ma un uomo è pur sempre un’animale stupido. Lui non poteva saperlo, ma fin da allora ero conosciuta come una perfida ed esperta bara. Ero sicura della mia trappola. Ed era per sicurezza che avevo invitato per quella partita anche Micaela. Lei era al corrente dell’inganno e entusiasta di aiutarmi. “Noi tre da soli. Io te e anche Micaela. Vero che ti va, cara”? Lei annuì rapidamente divertita. Lui aveva sempre mostrato un debole per quelle abbondanti della nostra amica. E poi quale uomo potrebbe dire di no ad una proposta simile? Non so come mi sarei comportata se non avessi vinto. E comunque non poteva andare peggio di così, anzi, poteva essere anche una bella esperienza. E poi non poteva essere così scortese di abbandonarmi da sola con la nostra ospite senza un buon pretesto. Se non avessi potuto vederlo umiliato avrei forse almeno rischiato di rinfocolare la passione.
Inizialmente lo lasciai vincere in modo che si gonfiasse di arroganza e pensasse che finalmente era arrivata la sua serata fortunata. Fu più facile del previsto. Lasciavo con delle buone mani, rilanciavo con degli evidenti bluff e con niente in mano. Lasciavo che lui interpretasse le mie espressioni dandogli a credere di essere un libro aperto. Per quanto grossi gli orecchini non potevano essere considerati come un capo di abbigliamento. Ero ormai rimasta solo con la mia biancheria intima e una calza. Con un reggiseno dalle coppie talmente piccole da distrarre gli occhi più avvezzi. Micaela non aveva nemmeno più quello. Dopo un attimo, rapidamente passato, di imbarazzo in cui aveva cercato di coprirsi con le mani, esibiva con disinvoltura e orgoglio due bocce da far paura. Lui non staccava più gli occhi da quelle, e forse aveva perso interesse anche per il gioco. Sicuramente aveva scoperto curiosità. Ero vogliosa di vendetta. Lui non mi aveva mai vista così vogliosa di correre in camera come mostravo di essere. E c’era anche la novità che poteva sognare, il povero illuso, di potersi portare a letto entrambe e farlo con due. Anche Micaela si fingeva smaniosa.
Lui si pavoneggiava in camicia e mutande e gli restava ancora la cravatta al collo. Era il momento giusto: “Ora alziamo la posta. Che ne dici? Ci giochiamo tutto. Si sta facendo tardi. Non vorrei annoiare o deludere la nostra ospite. Saltiamo i preamboli, sei d’accordo? Perché non ci mostri quanto sei audace”? Mi guardò con aria di sfida: “Cosa intendi per tutto”? Era fin troppo sicuro di sé. Era cotto a puntino. Michi mi strizzò l’occhiolino. Non avrei creduto mai neanch’io a quello che stavo per dire. Ammiccai: “Tutto vuol dire tutto. Micaela ha promesso di voler essere carina. E mi sembra proprio un bel bocconcino. Mi sembra che apprezzi e sbavi. Cosa fai, ti ritiri? Ti tiri indietro sul più bello? Sai che non sono gelosa. E poi ci sono io. Non avevo mai pensato… davanti a un’altra… e potrei spingermi anche oltre. Vedremo. Potrei… vediamo… potrei prometterti quello che hai sempre bramato, che mi hai sempre implorato, che ti ho sempre negato. Sì! potrei farlo”.
Lui mi guardò attentamente come si guarda una povera illusa e una preda facile. S’interruppe solo una frazione di secondo: “E se, per caso, vinci tu”? Esattamente era arrivato dove l’avevo aspettato: “Se vinco… –finsi di doverci riflettere– la licenza è mia”. Lui mi guardò con aria di sufficienza, forse convinto che volessi solo camuffare una golosità, magari per un rigurgito di decenza, e che non avrei mai preteso di riscuotere la vincita. Micaela mi corse in aiuto: “Mi sembra un’offerta generosa. E poi sai una cosa?… hai visto cosa ti perderesti. Lei… è tal e qual a quell’attrice. Una magnifica preda, ma questo lo sai già. Questo gioco spoglia i desideri più intimi delle persone”. E si fece scivolare gli occhi addosso e sull’abbondante seno, sorridendo in modo puttanesco e aggiungendo: “Decidi presto che non sto più nelle… dentro… dai che lo sai, nelle mutandine. Ad ogni mano mi è cresciuta la… curiosità. Il gioco mi ha eccitata. Ho spesso pensato a te. Scusa tesoro. Non te la prendere. Sai che io dico quello che penso”. Era una magnifica bugiarda.
Micaela era più che una commessa per noi, ed era una vera amica. E quando lo voleva, per quanto ne sapessi, sapeva essere una gran porcona. E ormai, oltre al minuscolo tanga, non indossava che le scarpe coi i tacchi alti e i suoi orecchini. E naturalmente quei due occhi panoramici al mascara che sembravano aver iniziato a proiettare il sogno più sfacciato che si potesse immaginare. Lei aveva accavallato le gambe; si era depilata per l’occasione. Era un vero spettacolo. Uno schianto. Lui aveva cominciato già a pregustare tutto e a sudare. Per rendere più convincente la sua promessa gli passò, lentamente, con carineria, le dita dal polso lungo tutto il braccio facendogli rizzare ogni pelo. Era confuso, incredulo, e io, approfittando del momento, gli feci scivolare davanti agli occhi il contratto da firmare. In quel momento avrebbe firmato qualsiasi cosa, anche in bianco. Già si pregustava la vittoria, l’ingenuo. Aveva fatto uno scatto con la testa come a scacciare qualsivoglia timore: “O la va o la spacca”.
Amava il gioco oltre ogni altra cosa e quella era una scommessa a cui non poteva rinunciare. E poteva avere questo e quello. Era così certo di aver già vinto il piatto, e con esso me e l’altra, che stavo perdendo il gusto. Era così distratto che forse non avrei avuto bisogno nemmeno tanta maestria. Gli servii quattro splendidi assi e un sette. Sorrise come un sole a Ferragosto. A Micaela tre re e due nove. E lei sorrise estasiata come se avesse visto la madonna. Quando lui, pensando di deludere la mia amica, con aria trionfante, scandì la sua mano sul tavolo lo bloccai, con le dita a ventaglio sul petto, e gli elencai, con perfida lentezza, la mia scala reale alla regina. Ammutolì, per un attimo sicuro di non capire, scuotendo la testa per schiarirsi le idee. Non c’era bisogno di molto: Micaela, che non è mai stata molto indulgente, stava già riponendo le tanto agognate incredibili bocce nel reggiseno. Io me la ridevo non solo dentro di me.
Gli strappai i miei panni da sotto le grinfie e cominciai rimettendomi la gonna. Cosa avevano le mie tette che non andavano? Certo non erano così tante. Ma nemmeno lui poteva vantare molta abbondanza. Cercai di non essere eccessivamente dura, almeno nel tono della voce; il resto era ormai nel destino: “Peccato, ti saresti divertito. Ci saremmo potute, forse, divertire. Insieme. Avrebbe potuto essere divertente. Non temere, non sono così crudele: hai tempo fino a domani per raccogliere le tue cose. Per stanotte puoi dormire in salotto, sul divano. Credo che noi usciremo a finire la serata da qualche parte. Ahm!!!… dimenticavo, credo che anche il negozio non abbia più bisogno della tua presenza. Io e lei, io e Micaela, ci bastiamo”. Quella sera ci divertimmo molto, tanto che mi sembrò doveroso nominare Micaela mia nuova socia. Le carte sono ingannatrici, e sono sempre loro a decidere della fortuna di un uomo.

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Piccoli gialli italiani13. Mi ha invitato da lei. Per la prima volta. La bacio sulla porta. Mi guardo intorno, è tutto nuovo, per me. È un monolocale, ma è carino. Davanti c’è una porta socchiusa che è certamente quella di un piccolo bagno. A destra c’è una scala che porta sopra a un soppalco colmo di grosse scatole colorate. Sempre a destra un vecchio armadio e una strana spalliera dove sono appesi degli. Sempre a sinistra c’è un lettino invadente e un po’ insolente ancora sfatto. Accostato al muro. A una piazza. Vicino una specie di cassetta a mo’ di comodino, con un libro aperto sopra, un posacenere e una piccola lampada. Una seduta tipo Wassily-Marcel-Breuer, credo, ma solo tipo. L’illuminazione consiste in una serie di lampade e faretti a terra o sospesi.
Lei è palesemente imbarazzata. Confusa. Non sa cosa fare e come mettermi a mio agio. “Ti serve il bagno”? Mi siedo in punta della sponda del letto. “No! Grazie”. Non voglio allontanarmi. Aspetto che mi venga vicino per baciarla. Aspetto soltanto. Poi si preoccupa se ho preso il caffè: “Sei proprio sicuro di aver fatto una buona colazione”? Di come ho trascorso la notte. Di che libro sto leggendo. Non oso dirle che sto provando a giocare a uno di quei sparatutto. Non mi hanno mai appassionato i videogame, e non ci so fare. Semplicemente l’ho trovato in rete. Semplicemente mi sembrava presto per andare a letto. Cercavo una scusa che non ho trovato. Dondola sulle ginocchia. Finché si stanca di aspettare. Lei mi raggiunge. Non mi stancherei mai.
Ci blocchiamo all’improvviso perché mi suona il cellulare. Mi chiama Beatrice. “Ci hai pensato? Forse possiamo rivederci”. Ancora una volta ha sbagliato momento. “Magari. In questi giorni avrei da fare”. Breve pausa. “Non sarai mica arrabbiato. Guarda che è stato un bene. Credo di aver capito tante cose. Non è che sei arrabbiato? Ma… Non ti sarai mica messo con quella. Con quella Matilde”? Faccio quello stupito: “Cosa c’entra lei”? Lei è là, Matilde, che ascolta. Che non può non sentire anche se volesse. Ride in silenzio. Ritrovo quella mia Bice moralista: “Lei è una che non ci pensa due volte. Sarebbe una scelta terribile. È una tappa. Una vera nana”. Cerco di essere convincente.
La situazione farebbe venire da ridere anche a me: “Siamo solo amici. E poi Matilde è la ragazza di Baldo. Che c’entra? Come ti è venuta in testa”. “Di lui e di altri”. Matilde si stringe nel nostro abbraccio. Ridacchia e mi sfiora, impertinente. Si rannicchia tutta addosso a me. L’altra, Beatrice, è colta da un sospetto improvviso: “Sei con lei”? Sono inorridito. Certo che certe balle non sono mai così complicate da dire: “Perché dovrei”? Sono con le due donne della mia vita. Beatrice è la donna da sposare, per chi crede ancora al matrimonio. Tilde è quella da scopare, almeno è quello che sembra. Ci ho pensato, ho solo toccato: “Non è da te. Sei diventata gelosa? Ti ripeto che è solo la ragazza di Baldo”. Non so se l’ho convinta. “Beh! Allora… sto tranquilla. Magari ci sentiamo più avanti”. “Buona idea”.
Dovevo aspettarmi commento di Tilde: “Solo amici, eh?”… Cerco di rabbonirla, scusarmi e ruffianarmi: “Tesoro… Non mi… Non era il caso”… Ride del mio imbarazzo: “Hai fatto bene”. La magia però si è volatilizzata. Lo leggo da come lei si irrigidisce e si scosta. Ha bisogno di andare al bagno. È come se cercasse di soffocare un singhiozzo in gola. Fuori è una giornata di sole. La luce allaga la stanza in modo invadente. Prendo il libro in mano. È Ubu re. Non ci va giù leggera. Continuo a preferire un bel album di fumetti, o Ken Follett, nella vita Kenneth Martin. Continuo a parlare del grande niente, e lo faccio a voce alta per farmi sentire.
Torna con un’aria indispettita. Forse resoluta. Forse solo caparbia. Si siede vicino a me. Non abbastanza vicino. Mi guarda come se volesse insultarmi. Mi sorge il dubbio di dovermi scusare. Non so perché. “Ora… ti faccio vedere io solo amici”. Si tortura le dita. Tortura la maglietta. La stropiccia sul fondo. Si sistema i capelli. Il suo alito sa di menta e di dentifricio. Fa un sospiro di sufficienza. Si alza. Alza le spalle. Mi fissa e poi distoglie lo sguardo. “Ho deciso. Facciamolo”. Accende una candela profumata. Si sfila la maglietta. Mi metto comodo, per quanto posso, per godermi lo spettacolino.
Forse stavolta è… è la volta buona… che mi lascia guardare. Che me le fa vedere… Per bene. Le devo ancora toccare. Sono certo che ne abbia avuto voglia anche lei. Il reggiseno è bello pieno come sempre. E come sempre le contiene a fatica. È minuscolo. Le copre appena quei minuscoli indici che mi puntano. Solo che… non lo slaccia. Aspetta. Non si ferma che per un attimo. Fa lo stesso con quei maledetti jeans. Ho pensato che li avesse messi per dispetto. E precauzione.
Sono stupito. Senza respiro. Io la desidero già più che subito. Più che tanto. Mi fido di lei. Finalmente li abbassa e li scalcia lontano, nonostante che quelli cerchino di impicciarla e intralciarla. Si ferma un altro attimo. Si è pentita? È indecisa? Vuole che la guardi così? Ci sta ripensando? Dovrei dirle qualcosa? Non ho parole. Temo solo di soffocare. Gli slip, anzi il leggero tanga, ha delle tenui trasparenze. C’è un’ombra impudica in quella sua residua pudicizia. Si slaccia il reggiseno dietro la schiena e lo lascia cadere sul pavimento. Forse sto sognando. Esplodono all’aria che credo di sentire il rumore. Nude sembrano ancora di più. Danno una sensazione diversa e di appagamento. Per piacere stai ferma e lascia che mi ingozzi la vista di questa meraviglia.
Una donna nuda non è più solo una donna, è un intero universo misterioso tutto da scoprire. “Fanni posto, sbrigati”. Mi alzo dal letto. Lei ride con un suono isterico e imbarazzato. Si stende. “Vieni qui, stupido. Voglio che me le togli tu”. Ecco cosa voleva dire. L’abbraccio e sento tutta la sua nudità contro di me. Lei sente il mio entusiasmo e, ancora una volta, ride piano, in modo isterico e imbarazzato. “Perdonami ma… Non sapevo decidermi”… Voglio indagare solo nel delitto commesso da chi non ha saputo amarla. Le abbasso le mutandine e gliele sfilo. Cerca, per quanto le è possibile, di agevolare i miei movimenti. Ha ancora qualche remora. Mi sussurra solo all’orecchio: “Cerca di essere gentile. Per me… Per me… È la prima volta. Scusa”. E affoga le sue parole in un altro bacio. Mi scuso anch’io.
Al vostro Nardo Carafa, aspirante grande reporter di cronaca, possibilmente nera, non resta che scrivere un lungo articolo sulla morte di Cesare. Proprio Giulio Cesare. Lo so che è un episodio un po’ datato. Lo so che non interessa nessuno. Male. È sufficientemente cruento. C’è il delitto, la vittima e i colpevoli. «Io vengo per seppellire Cesare, non per elogiarlo. Il male che gli uomini compiono vive dopo di loro; il bene è spesso interrato con le loro ossa. Quindi lasciate che sia così per Cesare. Il nobile Bruto vi ha detto che Cesare era ambizioso. Se così era, era una colpa grave. E gravemente Cesare le ha risposto. Qui sotto il permesso di Bruto e dei rimanenti (poiché Bruto è un uomo d’onore, e così tutti gli altri, tutti uomini d’onore), io vengo a parlare al funerale di Cesare. (Cesare. Atto III, Scena II)» Come in ogni buon giallo che si rispetti. Come in quelli di Agatha Christie.
Odio l’ignoranza, soprattutto la mia. Che quelli credono che Brecht sia il cognome di Galileo e quel Giulio Casare, di cui non si sa il nome di famiglia, sia ancor in vacanza. nella costa bretone. «I paurosi muoiono mille volte prima della loro morte, ma l’uomo di coraggio non assapora la morte che una volta. La morte è conclusione necessaria: verrà quando vorrà. (Cesare: atto II, scena II)» Almeno gli studenti di storia dovrebbero interessarsi alla storia. Alle date. Mettendo ordine. La guerra di Troia, 1250 a.C. o tra il 1194 a.C. e il 1184 a.C.; allora non c’era nessuna certezza. La scoperta dell’America, 1492. La Rivoluzione d’ottobre, 1917. Il maggio francese, 1968; questa è facile. Lo scioglimento dei Beatles, 1970, nonno ci fece una vera malattia. Lo stesso della morte dei grandi del rock. Anno particolarmente funesto. Il giorno della morte di Luigi Tenco, Sanremo, 27 gennaio 1967. Il giorno del giudizio, a futura memoria. Non molto, ma le cose che so le so. Magari confuse.
Matilde mi fa i complimenti per il pezzo. Dice che, pure se con un linguaggio fin troppo elementare, potrebbe essere utile anche per una tesina. Mi corregge solo sulla Rivoluzione russa: febbraio 1917 del calendario giuliano. Cavolo, col cirillico nemmeno i mesi sono gli stessi. Merda.
Ci sono momenti in cui bisogna saper tacere. Singhiozzare piacere e stupore al silenzio. L’unico mistero che m’interessa in questo momento è il mistero dei suoi occhi. Lascio le indagini a chi le dovrebbe fare per dovere. Non me ne frega un cazzo di tutti i crimini di questa città.

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Urrà a Las Vegas.jpgNon era così che doveva andare, ma con lei le sorprese non mancano mai. È scesa, si è tolta il reggiseno, e ha messo fuori il pollice. Con tutte le sue cosettine bene in mostra. Davanti a quel miraggio il furgone non aveva potuto far altro che fermarsi, con grande stridore. Anche perché era proprio nel bel mezzo della strada. Però è meglio cominciare sempre dall’inizio.
Io non potrei più vivere senza di loro. Piuttosto mi sparo un colpo in bocca. Dopo aver sparato a tutt’e due. Ma è inutile farsi pensieri tristi, finché le cose vanno a meraviglia. Certo che non avevamo scelto un lavoro semplice. Anche se era un lavoro di antiche tradizioni. Comportava i suoi rischi. Non ci volevo pensare, ma a volte mi trovavo a farlo. Restava vero quello che avevo accettato fin dal primo momento: Le ragazze di campagna sono più spicce e sono differenti.
Non riuscivo a farle stare buone che qualche ora. Poi si lasciavano riprendere dall’eccitazione dell’avventura. Certo che la vita in campagna non offre molti svaghi; per due giovani donne come loro. E il caldo era ubriacante. La piscina poteva essere di ristoro solo per qualche ora. Uscivi ed eri già tutto sudato. Passava la voglia di fare qualsiasi altra cosa. Ma il rombo del motore e l’aria che entra dal finestrino danno quella certa carica. E soprattutto l’azione era come una brezza che ridava vita. Molto più di una buona birra.
Una cosa l’aveva capita bene lei, la candida e perfida Abigail, farlo di nascosto mette più pepe. Non le dispiaceva farmi divertire a guardarla con la sorella. Non le dispiaceva guardarci e partecipare. Non le dispiaceva nulla e tutto le garbava, solo che in segreto aggiunge quella sensazione strana. Quello stesso friccicore che ci lasciavano dentro le nostre piccole avventure. Quella cosa che chiamano adrenalina. Non ero del tutto d’accordo con lei. A volte esprimevo i miei dubbi con la sorella. Chrystal sosteneva che era una cosa legata all’età. Che si sarebbe sistemata anche lei.
Era un giorno come tanti. Era strano, non era mai capitato che potessimo starcene lì tranquilli a parlare, io e papà Donovan. Lui era sempre indaffarato. Forse era troppo caldo anche per lui. Aveva preso due birre e si era seduto davanti a me. Le tre donne erano indaffarate a preparare barattoli di confetture. Prese in mano stancamente la sua chitarra, sembrava saperci fare. Sulle note di cristallo mugugnò brevemente Treetop Flyer[1], solo un accenno. Poi la lasciò in un angolo. Io ti capisco, figliolo. A volte penso che fai bene. Allora ci credevo veramente. Qualcuno diceva che le mie interpretazioni erano interessanti. Non lo so. A vent’anni si può anche sognare. Avevo avuto anche un paio di proposte importanti. Poi l’erba e tutto il resto. Poi ho incontrato lei, non che me ne sia mai pentito. Solo che… Puf! Tutto è andato a farsi fottere. I concerti erano un ricordo. Ho capito di amare più le canne della musica. Sette mesi dopo aspettava già Chrystal.
Aveva un’aria rassegnata che non gli conoscevo: Era bella come lo sono le sue figliole. Non lo nascondo. E ad accalappiare il maschio ci sapeva fare. Così… Dylan non lo suono più. È uno sporco ebreo comunista. Allora… si è sempre un po’ stupidi da giovani. Come dicevo… poi il matrimonio. Poi la paternità. Ma non sono queste a invecchiarti. Non sono i grandi fatti ma le piccole cose di ogni giorno. Ogni una ti aggiunge una ruga e ti cambia. Perdi quella voglia. Ti ingobbisci sulle cose e sulle tue idee. Le soffochi dentro. Il tempo passa senza che te ne accorgi. Ti ritrovi inutile e ti sembra nemmeno di aver vissuto.
Andò a prendere un altro paio di birre: Spero di non annoiarti. E un po’ che ti volevo parlare. Un padre dovrebbe sempre farlo. A volte mi chiedo perché me ne sto qui a darmi tanto da fare. Per accumulare soldi che nemmeno mi godo. Forse avrei fatto meglio a inseguire quei sogni. Solo che… questo posto era di mio padre. Non ho avuto il coraggio di lasciarla da sola con una bambina in arrivo. Credi che abbia fatto bene? Sono convinto che sia stato uno sporco negro. Non l’hanno mai scovato. E mi son trovato troppo presto con troppe cose sulle spalle. Ma Chrystal è stata una gioia. È sempre stata brava. Tienila stretta. Con la sorella è stato diverso.
Ci pensò a lungo, in silenzio, prima di riprendere. Poi parlò tutto di un fiato, come se si dovesse togliere un peso dallo stomaco, troppo a lungo soffocato: Posso darti un consiglio, figliolo. Liberatevi di Abigail. Prima che potete. Lo so che è mia figlia anche lei, ma quella ragazza porta male. Lei è cattiva. Non lo so perché. Sono cresciute assieme. Dentro sono diverse. Da piccola voleva essere un ragazzo, e un poco lo è. È quel visetto d’angelo… Lei ama e odia allo stesso modo. Non ve ne verrà mai niente di buono. Dove abiti tu abitava una famiglia. Se ne sono andati. Avevano un cane. La madre non ne sa niente. Anche Abbi voleva un cane.
Ormai ero convinto che sapesse più di quello che dava a vedere: Un giorno il cane dei vicini fu trovato morto vicino al fosso. La gola recisa con un solo colpo. E aveva appeso il cadavere della povera bestia a un ramo. Capisci? Penzolava da quel maledetto ramo. Ucciso e poi impiccato. Nessuno ha mai saputo chi era stato, ma io sapevo che era stata lei. Mi ha detto che non era giusto, che se lei non poteva avere un cane, allora nemmeno loro dovevano avere un cane. Lei non aveva mai detto di volerne uno. Il cane l’abbiamo preso la settimana dopo. Ma io non dimenticherò mai quel cadavere e la pozza di sangue che si allungava sull’acqua stagnante.
Mi confidò che ci aveva fatto una canzone. Alla fine mi fece la sua proposta. Disse che potevo lavorare per lui, cioè con lui. Che quello che aveva era per la famiglia, ed io ormai ero della famiglia. Che mi avrebbe mostrato tutto. In fondo poteva anche non esserci troppo da fare. E non mi sarebbe mancato certo un aiuto. Bastava tenere gli occhi aperti. L’offerta non sarebbe stata nemmeno tanto male. Non so se ne sarei stato capace. Ci pensai un lungo attimo, o almeno mi diedi l’aria di farlo, la sua proposta arrivava tardi; gli risposi che preferivo fare da solo. A provvedere con le mie sole forze, per me e Chrystal. M’invitò a pensarci. Si alzò e mi lasciò lì per tornare a occuparsi delle sue cose. Credo che un puledro si fosse rotto una zampa.
Avevo visto più cose in quel mese e mezzo che in tutta la mia vita. Loro non prendevano nessuna precauzione. Non avevo voglia di trovarmi con un marmocchio tra i piedi. Almeno non ancora. Per fortuna non succedeva. Eppure, qualche volta, in quei giorni, mi son trovato a chiedermi se non ero io che sparavo a salve. Invece ci rimasero contemporaneamente, e le chiacchiere dei paesani s’irrobustirono. Stavo per diventare padre due volte, ma ancora contemporaneamente abortirono naturalmente, almeno così dissero. Era una soluzione che in quel momento andava a fagiolo anche a me. Non era un buon momento. L’estate pareva non finire mai.
Vegas è in mezzo al nulla, ero certo che non ci sarebbe stato traffico, nemmeno un’anima in giro, tranne forse qualche coyote che si era perso. Abigail aveva insistito tanto e alla fine non avevamo potuto dirle di no. Stavolta voleva essere lei la protagonista della nuova avventura. Avevo lasciato a Chrystal il compito di convincerla che era importante che si attenesse al piano. Di dirle dieci volte di stare tranquilla. Si era messa in testa che voleva non sentirmi più brontolare, che dimenticassi i casini e che fossi fiero anche di lei. Il portavalori passava di là tutte le mattine verso le tredici e un quarto p.m. Doveva solo farlo fermare. Ci fosse stato qualche intoppo, avrei bloccato io la strada, mettendomi di traverso alla carreggiata.
Io lo sapevo già ancora prima di partire che quelli disarmati non vanno nemmeno a letto. Forse li fanno già in culla così, col pistolone in fondina e con poca testa. Certo che non potevano immaginare di imbattersi in un rapinatore del genere. Come dicevo si è sfilata il reggiseno e ha steso il pollice. Con quel paio di armi spianate. I capezzoli vigili, tesi minacciosamente, pieni di rabbia e di passione. Con quel viso innocente pieno di fredda determinazione. E, nel frattempo, si era fatta notare Chrystal col suo Winchester spianato. Quello più sveglio, che non guidava, non sapeva se guardare quelle piccole tette, il fucile o le grazie di quella che lo imbracciava.
Lui, quello al volante, aveva provato a fare lo spiritoso: Serve un passaggio, bella? Poi l’altro gli aveva dato di gomito e anche lui aveva visto il cannone di Cristi. Whussy! Io mi godevo la scena, pronto ad intervenire. Intanto il motore respirava. Invece erano tipi molto ragionevoli e educati. Invitati a scendere lo avevano fatto subito, e con le mani alzate. Le armi erano rimaste al loro posto, alla cintola. Se avessi dovuto dare un parere li avrei licenziati subito. D’accordo che i soldi non erano loro, ma li avevano pagati per vigilarli, non per fare beneficenza. Ci hanno aperto immediatamente. Quasi quasi ci avrebbero anche dato una mano a scaricarli. Invece li avevamo fatti sedere a terra.
Ero tranquillo anche perché non avevano tempo per bazzecole come le nostre. C’erano in giro tutti quei terroristi mussulmani. Dopo l’undici settembre l’America tutta non pensava che a loro. Credo che avremmo dovuto chiudere tutte quelle maledette moschee. Era lì dentro che le carogne arabe si addestravano al terrore, contro tutti i nostri valori. In certi casi le chiacchiere servono a ben poco. Li avevamo lasciati legati come salami. Sotto quel sole impietoso. Forse sarebbero morti disidratati. Forse li avrebbero cercati non vedendoli arrivare.
Forse, se Abbi non avesse voluto togliersi lo sfizio di lasciargli quel ricordo rosso sulle mascelle. Aveva detto che li aveva tagliuzzati solo un po’. Perché l’avevano guardata malevolmente. Cazzo! di solito quelli sono tipi vendicativi. I soldi li avevamo già ed era stato un bel raccolto. Cosa serviva lasciargli uno sgarbo a imperitura memoria? Ma lei sostiene che un fuorilegge serio deve fare le cose come si deve. Valle a capire le donne? Forse è per quello che dovrebbero stare a casa.

[1] Stephen Stills, Treetop Flyer: https://www.youtube.com/watch?v=opBe5z0qwRE

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07_21Sono stata cattiva. È colpa mia. Perché non ho ascoltato la mamma? Perché sono grande. So le cose. Ma lui è molto più grande, un gigante. Quando appare sono piccolina. Tanto piccola. Sono una stupida. Non è vero che sono grande. Perché ho ancora paura. Ho guardato sotto il letto, non c’era. Ho spento la luce, poi l’ho riaccesa, ed ero sempre sola. Ho tolto il cappotto dall’attaccapanni, ed è sparita quella stupida maledetta ombra.
Non è vero che è meglio con la porta chiusa. Lui deve aprirla quella porta. È solo un’ombra. Un’ombra nera. Io mi sveglio ma sto ancora sognando. Lo stesso incubo. Cerca di svegliarmi. Il brutto sogno è davanti al letto. Io grido ma mamma non sente. Io grido e il grido mi si soffoca in gola. Ho imparato a piangere in silenzio. Cerco di scappare, non sono abbastanza svelta. Cerco di dibattermi, non sono abbastanza forte. Lei mi aveva avvertito. Perché ora non mi crede? Lo so che è un segreto, ma alla mamma… Lei mi vede triste. Un po’ ho detto e un po’ m’è rimasto nella pancia. Mi ha detto che invento le cose. Che leggo troppo.
Avevo scordato: l’uomo nero può venire di notte, ma anche di giorno. E di giorno assomiglia a papà Giordano che sembra proprio lui. Però anche lui mi dice che sono la sua piccola bambolina. E mi dice che sono una bambina golosa. Sono stata stupida. Non dovrei raccontare le bugie. Ma non si possono dire i segreti. Non è vero? E non ti crede nessuno. Per i grandi sono solo una bambina sciocca. Ho troppa fantasia. Confondo i sogni con la realtà. Ma non ci credono nemmeno gli altri bambini. Mi prendono in giro. Ridono e dicono che sono pisciasotto. Che allora non ci giocano più con me. E io piango. E allora dico che va bene e non è vero. Non sono sogni. Il male è male vero. E non sono una pisciasotto. Io non dico le bugie.
Gocciola una cosa appiccicosa, è come marmellata, come un gelato al sole. Lascia piccole pozze. Io le vedo e quando c’è mamma quelle non ci sono. Cacca. O almeno lei non le vede. Eppure sono lì. Come se fossero vere. Ma quando c’è mamma quell’uomo non viene. E quando grido tremano le cose. E mi dice che le parole. Mi sculaccia. Mi mette nell’angolo. Mi sgrida perché le bambine alla mia età non la fanno più. E io invece ho ricominciato a bagnare il letto. Mi dice che non capisce. Che devo pulire io quello che sporco, perché non ha i soldi per portarmi dal dottore. Ma io non sono malata. Non ho la febbre. Ho solo paura quando sono sola. Quando viene il gigante.
La prima volta mi ha portato le caramelle. Non dovevo accettare. Ma non era come gli altri. Mi sembrava di conoscerlo. Di conoscerlo prima, non dopo. Le ho prese, quelle caramelle. Ho sbagliato, credevo di potermi fidare. Non era ancora diventato l’uomo nero. E l’avevo sempre chiamato come si chiamava, ma prima. Io credo che lui abbia la maschera. Che vuole che io creda che non è lui. Anche la mamma dice il suo nome. Lei però non sa. E quando lo dice già mi prende la paura. E tremo. E le devo dire che è per il freddo. Lei si preoccupa sempre che sia febbre. Non vorrei dirle le bugie, ma non posso dirle. Lui, l’altro, con lei è buono.
Con me è cattivo. E mi fa male. Anche le sue parole sono cattive. Anche quando ha la voce dolce le parole sono cattive. La voce è cattiva. Non mi piace. E puzza di fumo. Ma poche volte ha la voce dolce, le parole gli tuonano in gola. Lo so che non posso dire il suo nome. Se lo dico lui appare. E mi fa ancora più tanto male. Forse anche mi ammazza. Ma io non voglio che torni. Invece lui viene. Viene quando mamma non c’è. O quando mamma è in cucina. O sta facendo le faccende. Lui viene quando vuole. Quando sono in cameretta. Quando sono fuori, e mi porta in cameretta o nel granaio. Anche se sto giocando. È tanto forte. Non posso scappare. E le gambe non mi portano lontano. Sono come il legno, le gambe.
Mi dice ciao e gocciola. Gli gocciola anche la bocca. So che mi farà ancora sempre male. Mi viene da gridare ma non ho voce in gola. Vorrei dire Vattene; non ci riesco. Mi ruba le parole. E poi tutto diventa nero. Mi dice che devo fare la brava. Che sono una donna. Io non sono una donna. Sono solo una bambina, piccola. E mi fa tanto male.

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