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Archive for 4 aprile 2018

Piccoli gialli italiani7. L’hanno trovato più morto che vivo. La voce circola per le aule di lingue orientali. È uno del terzo anno, ma lui è perfettamente al corrente con gli esami. Si dice per una crisi etilica. C’erano molte bottiglie vuote intorno. Aveva restituito alla sabbia tutta la sua giornata, e stava per restituire al cielo l’anima. In fondo ha avuto culo. Si potrebbe anche dire così. Questi posti ne avrebbero di cose da raccontare. Dietro le capanne e tra le dune la vita, la notte, prende impulso. Trovano rifugio tutte le forme d’amore. E anche tante altre cose. Soprattutto quando chiudono le discoteche.
Temo che questa non la racconterà nessuno. Non ho mai vissuto la spiaggia di notte. Non mi è mai interessato vederla. Non ne ho mai avuto motivo. Non amo molto la confusione in discoteca. Non amo nemmeno ubriacarmi solo per la pigrizia di non tornare a casa. O senza alcun motivo. Alla semplice ricerca di sentirsi vivo. Per una sorta di timore della notte. È un semplice sopraluogo. Sarei dovuto venirci di sera. Per capire. Ma non potevo invitare Matilde al mare di sera. Mi avrebbe fatto troppe domande. Non mi sarei sentito sicuro con lei. Non avrei saputo che risposta aspettarmi. Se le garbava passare la notte con me. Comunque ho colto l’opportunità per stare un po’ assieme.
Detto tra noi: le cose con lei, con Matilde, sono andate anche tropo velocemente. Se non è notte è pur sempre spiaggia. Ci avviamo per andarci a cambiare. Ha con sé la borsa, io sono con lo zainetto. Però il costume l’ho messo sotto i bermuda. Prima che possa entrare mi blocca con una mano sul petto: “Uno alla volta. Ora è il mio turno”. Sperare, inutile mentirmi, ci speravo. Anche senza che me lo dicessi. Per provarci non rinuncio mai a provarci. Sarebbe un peccato mortale. Con lei. Che ha tutta quella lei addosso. Mentre aspetto davanti alla porta ho tutto il tempo per fare un riassunto. Già me la vedo uscire. Ho già voglia di baciarla. Toccare si è lasciata toccare. Mi ha anzi chiesto, quasi pregato, di essere toccata. Questa è la pura verità.
È stata più che gentile. So che un giorno saremo una cosa sola. Lei è fatta di una pasta diversa dalla pasta con cui è fatta Beatrice. Lei ama, e quando ama, ama con tutta se stessa. Con passione. Si preoccupa di me. Anche troppo. Ma vedere non mi ha lasciato vedere niente. Anche questo è sacrosanto. E toccare, solo le tette. Indubbiamente è orgogliosa e vittima delle sue tette. La nostra storia si sfoglia un petalo alla volta. Ma se penso a quella stanza… Non mi finisco il racconto. Esce con l’infradito e dentro un copricostume molto corto: “Ora puoi andare. Sbrigati. Ti aspetto”. Non è più il momento di ricordare, o per avere rimpianti.
Senza i tacchi è veramente una tappa. Piccola. Credo superi di poco l’uno e sessanta; forse. Me lo dico e mi vergogno subito di essermelo detto. Faccio presto perché non devo che sfilarmi i pantaloni corti. Detto tra noi: le cose con lei, con Matilde, sospetto che oggi non stiano avviandosi per il verso giusto. Venire credo sia stato del tutto inutile. Forse lo sapevo fin dal primo istante. È solo una distesa di sabbia calpestata. Non ha altre storie da raccontare. I segreti della notte li conserva bene. È semplicemente un altro mondo. E comunque la sua presenza vale il biglietto.
Si è portata da leggere. Si è portata Salomè. Non ho il tempo di stupirmi. Mi guarda come per giustificarsi: “È per una ricerca”. Le confesso che mi è piaciuto, anche se son dovuto stare troppo attento. Non ne ricordo molto. Forse da una riduzione in teatro. Non le dico che preferisco Machiavelli; non quello del principe, naturalmente Loriano. “E tu, perché”? Anch’io mi sento come in colpa, non vorrei deluderla: “Sai che vorrei fare il giornalista. Da grande”. Sorride benevola, forse della battuta “Da grande.”, ma non fa altri commenti. La lascio alla sua lettura. Intorno è tornata la calma, solo perché io non sento più nemmeno i rumori. Non bado al resto del mondo. Passeggio tra le nuvole.
Detto tra noi: lei, Matilde, è generosa, questo sì, ma non si spinge mai troppo in là. Pare non voler perdere il controllo. Dopo un po’, volgendo leggermente la testa, mi guarda e mi chiede se mi va una aranciata. Il clima è torrido, ma sono distratto e le dico “No!” senza ascoltare. Prendo coscienza quando si alza e si allontana e mi rincuora: “Torno subito”. Alcune vele bianche solcano la superfice dell’acqua leggere come senza peso; spinte da una brezza che quasi non c’è, e che non allevia la calura. Sfoglio il suo libro, semplicemente rubando una frase qua e una parola là, senza vero interesse. Tolgo la sabbia dall’asciugamano. Intanto continuo ad andare con lo sguardo dove lei se né andata. Il vicino mi chiede se ho una sigaretta. Gli spiego, cercando di essere il più gentile possibile, che non fumo. Lui si alza pigramente, probabilmente per andare a prenderle.
La moglie è una donna rotonda con un costume intero bianco di grandi mongolfiere blu. Mi sorride e mi chiede se mi va un panino, o un po’ di parmigiana: “Sa, con questo caldo è sempre meglio mangiare qualcosa”. Mi fa cenno anche al fiasco di vino. Mi dice di non fare complimenti. Mi chiede se la bella ragazza è la mia ragazza. Che sono fortunato. Gli rispondo con un debole sì. Sarebbe complicato darle qualsiasi altra risposta. E dovrei inoltrarmi in un discorso lungo, nel quale nemmeno io saprei districarmi. Magari senza senso. Cos’è Matilde lo devo ancora capire. Ci conosciamo da così poco e così tanto. Nemmeno io ho quella risposta. Matilde tarda un po’ più di un po’. Io sono leggermente in ansia. Quella vicina se ne rende conto.
Detto tra noi: vorrei vederla tutta, Matilde, e non ho visto niente. Mi sto ancora chiedendo che tipo di ragazza sia. E che tipo di ragazza sia per me. Non mi aiutano le parole della vicina con le quali si augura, e mi augura, non le sia successo qualcosa. Dev’essere un tipo premuroso, ma molto apprensivo. Comincia a elencarmi i pericoli del caldo e degli altri malori che possono frequentare i giorni d’agosto. I piccoli e grandi incidenti che possono succedere a tutti, anche solo per distrazione. Per disidratazione. Per un piede posato male. Comincia per raccontarmi aneddoti capitati a lei. Nella vita delle persone che conosce. Sentiti in giro o letti sui giornali. Vorrei solo scappare. Più che la sete a spingermi è anche l’ansia per non vederla tornare.
Detto tra noi: lei, Matilde, sembra fatta solo per lasciarmi sorpreso. È lì con uno spritz in mano e un tipo piccoletto e robusto con cui sta parlando. Più che parlando sembrano alle prese con una discussione animata, ma espressa in toni controllati. Mi avvicino. “Ciao Matilde”! Quello mi spia di brutto e non si mostra molto civile. Mi sputa in faccia contrarietà e rabbia: “E tu chi cazzo sei”? Mi dico che forse non è il caso di mettersi a litigare. Cerco una voce che lo rassicuri: “Veramente la signorina sarebbe con me”. “Con te come? È la tua ragazza”? Non balbetto: “È la mia ragazza”. Forse pensa anche lui, che non è proprio il caso di rovinarsi la giornata, di mettersi a litigare: “Credevo che la signorina fosse sola. Scusami, amico. L’ho vista sola. Fossi in te me la terrei stretta. Allora… ciao fata. Ci si vede”. È un tipo che non mi piace. Fata vallo dire a tua madre. Ma me lo dico in silenzio.
Lo guardo, senza cortesia, mentre si allontana. Appena è fuori tiro le chiedo se lo conosceva e cosa voleva. “No! solite cose”. “Quali”? “Non mi va nemmeno di parlarne”. “Ti ha infastidita”? “Un po’. Non più di tanto”. Insisto: “Provaci”. “Si è avvicinato disinvolto. Mi ha chiesto se poteva offrirmene un altro. Poi è passato ai complimenti, non sempre eleganti. Solite cose. E insisteva”. “E allora”? “Ha detto che sono bella. Che potevo fare l’attrice. Che lui era quello giusto”. “Giusto per cosa”? “Perché ne parliamo? Per il cinema. E mi ha fatto anche allusivamente intendere quale cinema. Non certo quello che arriva al festival. Non sono così ingenua. Insomma… non hai capito? Cercava una per farglielo fare. Il mestiere. Ma era solo un povero furbastro. E ha sbagliato indirizzo”. “E tu”? “Lo stavo mandando a cagare… quando sei arrivato”. Per girare mi girano. Lei se la ride sotto i baffi.
Mi prende sottobraccio e mi trascina dondolando il sedere. Per un poco ce ne stiamo in silenzio senza commentare. Poi interrompe la pausa, me lo sarei dovuto aspettare: “Mi piace quando fai il palladino. Ma… me la so sbrigare da sola. Non è il primo stronzo che incontro”. Non c’è rimprovero nelle sue parole. Sono leggere e buttate là. Direi che sono contente. Anche se lei sembra non voler essere completamente di nessuno. Nasconde la successiva risata dietro la mano tesa. Mi dà una leggera pacca sul sedere: “Vieni. Andiamo”. Mi ricordo di non aver bevuto niente, nella confusione. Torniamo a dove abbiamo lasciato le nostre cose. Il portafoglio è intatto. La vicina ci faceva buona guardia. Lei mi dà un buffetto e mi sfiora con le labbra la guancia. Torna a stendersi al sole. Paga. Cerco di scusarmi, senza sapere per cosa: “Non vorrei proprio… Io non sono… Non mi piacciono i tipi insolenti”… Lei spalanca gli occhi per guardarmi, poi torna a infilarsi i suoi occhialoni da sole: “Guarda che non sei proprio male. Niente male. Non ho bisogno di niente di più”.
Non viene avvistato nessuno squalo. Nessun annegato galleggia immobile nell’acqua cheta. Un vecchio signore soffoca dentro un salvagente che gli sta troppo stretto. Il vicino è tornato e sta fumando già la terza sigaretta. Nell’altra mano ha un bicchiere di rosso e la sua aria è beata. La larga moglie è china sulla borsa frigo. Le bandierine rosse sono tranquille, anzi stanno morendo di noia. A Nardo Carafa non viene in mente niente da scrivere. Nemmeno ne avrebbe voglia. Solo una spossante pigrizia. Un invito a abbandonarsi e cedere a quella leggera sonnolenza. Solo una mattina al mare. Solo iodio e sale. Il crimine non abita da queste parti. Almeno non di giorno, e in una giornata d’estate.

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