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Archive for 6 aprile 2018

Piccoli gialli italiani8. Si è appisolata un paio di minuti con quel libro sul naso. Al mare le ore passano lente. E sembrano tutte uguali. Tutte tranne una: quando Matilde si gira e sembra ridestarsi. E quando, nel sonno, le scappa un sospiro. Non avrei mai pensato di essere qui, e con lei. Ha ragione: è stato un vero pretesto. Non sapevo come invitarla in modo diverso. Temevo la risposta che mi poteva dare. Tra noi ci sono stati più silenzi che parole. Eppure, in poco tempo, mi ha dato molto più di quello che merito. E di quello che ho mai ricevuto. Non è un vero delitto calpestare un castello di sabbia. Per di più quando lo si fa distrattamente. Camminando con la testa tra le nuvole. Con una ragazza al fianco. Ciò non toglie che il ragazzino scoppia in un oceano di lacrime. Certo che… se poi lei… la ragazza, se ne va in giro orgogliosa con le tette al vento… Che non sarebbe nemmeno male, ma di quelle veramente pochine.
Un ragazzetto un po’ più grande di quelli che giocano si avvicina al gruppo, ciondolante con fare indifferente. Raccoglie la palla e si allontana di pochi metri per mettersi a palleggiare. Ha un lungo ciuffo che gli acceca un occhio. E la prima acne di una adolescenza che comincia a manifestarsi. Una maglietta probabilmente ereditata da un fratello maggiore. I bambini cominciano a protestare e vociferare. Lui se la ride sotto i baffi che hanno appena cominciato a spuntare. La voce è appena arrochita. Alza le spalle. A quel punto si alza un padre, e lui lo vede con la coda dell’occhio. Calcia la palla il più lontano possibile e scappa via. Ridendo e sfottendo e imprecando. Non è un gran tiro ma la palla finisce a galleggiare sull’acqua. Questi sono i crimini di una giornata d’estate al mare. Fin dal mattino si sono perse tutte le tracce della notte. Di uno studente perbene che ha rischiato la vita per una delusione non si sa niente, e non se ne saprà mai niente. Tanto non interesserebbe a nessun lettore. Servirebbe solo a mostrare un volto sgradevole della città. Il silenzio lenisce tutti i mali.
Quando lei si sveglia si sente nuovamente in dovere di scusarsi. Matilde, col suo corpo provocante e il suo viso da angelo. Io, per me, non mi sono annoiato. Mi sono distratto a guardarmi intorno e a guardare lei. Il respiro che le gonfiava il petto. Le gambe corte e tornite. Quasi più di… e non termino la frase. Alla fine decide che è il momento di prendere veramente il sole. Mi spiega che va matta per il sole. Si alza in piedi per sfilarsi il copricostume dalla testa. Resta un attimo così, bisognosa di essere apprezzata. Incerta su se e quanto pavoneggiarsi. Quel sole le insanguina i capelli. A guardarla meglio non è così piccola. Penso che è proprio uno schianto: “Ti sta proprio bene”. È lusingata, appagata, e le basta. Torna a infilarsi gli occhiali da sole bianchi. Si stende sulla pancia: “Ora… solo sole. Ma lo voglio tutto”. La pelle però è già ambrata. Per un po’ se ne sta assente. Poi si gira a pancia in su. Vorrei dirle tante cose ma non so da dove cominciare. È tranquilla.
Sto per alzarmi e chiederle se vuole un ombrellone. La lascio accarezzata dal suo sole. Torna a girarsi. Si slaccia il reggiseno, e lascia che le tette si allarghino schiacciate sulla sabbia. Certo che tutte le altre sembrano averne poche. Davanti a tutto quel generoso bendidio. Mi offro di spalmarle la crema. “Sei molto carino”. La pelle è morbida e liscia; la crema untuosa. Se la mano cerca di spingersi a seguire la tentazione degli occhi mi ferma per precauzione. Ridacchia e mi rimprovera ma con dolcezza: “Non fare lo stupido”. I vicini sono e non sono distratti. Forse hanno simpatia per i giovani innamorati. Ho solo un attimo brevissimo di stupidità. Nessuno se ne accorge. In questo momento mi accontenterei anche che mi lasciasse impastare il suo meraviglioso seno di ragazza. Dovrei darmi una regolata. Per qualsiasi altra sarebbero due pezzi di troppa stoffa. Su lei con copre quasi niente. È naturale che rubi tutti gli occhi. “Io sono un pretesto”. Non ho mai visto tanto in così poco. Un piccolo grande bikini corallo per contenere tanta meraviglia. “Tu in quel bikini tradisci ogni pretesto, sei tu il pretesto”. Le basta quella mia impacciata giustificazione. Chiedo perdono al Signore di tanta generosità.
La spiaggia è solo una spiaggia. Uguale a tutte le spiagge. Tutto un vociare come uno storno di api e di gabbiani. Un brusio assordante. Un bosco di ombrelloni piantati con rabbia. A volte in un’erezione incompleta, insicura. Solo qualcuno non ancora aperto. Il solito che gira dicendo guardami. Bambini che giocano e schiamazzano squillanti. Secchielli e palette, e castelli di sabbia lambiti dall’acqua. La solita coppia di amici che giocano con i racchettoni. Il solito venditore nero di occhiali neri da sole. Lei lo sbircia con apprezzamento. Io la guardo con rimprovero. I soliti patiti del pallone. Si sono sostituiti ai ragazzini senza che me ne accorga. Il pallone che ti rotola addosso all’improvviso. “Mi scusi”. Che più volte rimbalza nei pressi o su Matilde. E allora il “Lo scusi!” idiota è seguito dalla solita risatina idiota. Ed è seguito da una attesa piena di vane speranze. Sempre deluse.
Cerco sempre di calciarlo il più lontano possibile. Intorno continua a muoversi lentamente il solito universo. Il solito con il costume e la panza da commendatore, sempre infastidito. Assieme alla solita sbarbina allampanata con gli occhiali e l’aria da segretaria, ma porca. Il venditore di fazzoletti e collanine si avvicina. Il vicino mostra subito la sua naturale insofferenza: “Torma a casa tua, Kunta Kinte”. “Basta dire No! magari con un grazie”. Quello mi guarda con rabbia: “Questi vengono qui a rubarci il lavoro e c’è sempre qualche stronzo che li difende. Fatti i cazzi tuoi. È meglio”. Forse lei si aspetta che si manifesti l’eroe che è in me. È piuttosto robusto, li tipo. Robusto, deciso e rapidamente incazzato. Preferisco invitare Matilde alla prima nuotatina e lasciare perdere.
L’acqua è ancora fredda. Il suo due pezzi continua a sembrare sempre sul punto di esplodere. Infatti, mentre saltiamo tra le onde che ci caricano con mite rabbia, un seno le esce. Ride e lestamente lo rimette al suo posto. Mi strizza l’occhio. Non ho avuto quasi nemmeno il tempo di vederglielo. Penso che quello del terzo anno abbia cercato di affogare, col vino, in compagnia, le sue delusioni d’amore. Non lo conoscevo bene, ma abbastanza bene. Per meglio dire: credevo di conoscerlo almeno un po’. Abbiamo scambiato quattro parole un paio di volte. Solo il tempo di un breve saluto. La prima volta che gli dicevo qualcosa oltre un ciao. Era, cioè è, un tipo bello e atletico. Molto corteggiato. Per questo invidiato. Sempre attento e con nulla fuori posto. Insomma… un tipo pulito.
Sta ancora con i suoi. Era una compagnia di soli uomini. Avevano acceso un falò. Lontani da occhi estranei e dal giudizio del facile o distratto moralismo. Nell’unico posto dove possono stare tranquilli: fuori dal mondo. Forse non sono un tipo molto attento. Forse erano mezza dozzina. Quando è arrivata la sanità era solo con quello che ha telefonato. Era evidente che anche quello voleva scappare. E appena possibile si è dileguato. Prima ancora che qualcuno diventasse curioso, pensasse di potersi informare sulle generalità. Non è stato necessario chiamare la polizia. Non è più un crimine, o non lo è ancora? amare le persone del tuo stesso sesso. Non avrei mai detto che lui fosse gay. Come dice la massaia, e gli altri, uno di quelli. Matilde è sorpresa: “Non lo sapevi”? “Non lo sapevo”.
La mia indagine non ha dato nessun risultato. Tranne quello di aver passato una bella giornata, con lei. Il sole, l’aria, il mare, il niente, mi sento stanco come se avessi lavorato. Nella pelle mi corre frettoloso un intero esercito di formiche. Lei sogna verso l’orizzonte e, come sempre, ha bisogno di pensare. Non ho niente da scrivere su un crimine che non è mai stato crimine. La vittima ha avuto il cattivo gusto, e il vizio, di restare in vita. Gli ospedali non danno più notizie se non ti presenti con il certificato famiglia, e non dimostri che quello scritto è proprio il tuo nome. Lui, per la vergogna, ha preso un treno. Mi sembrava una bella persona. La vita andrà avanti anche senza di lui. E qualcuno dirà che in fondo se non si sta meglio, non si sta nemmeno peggio.

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