Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 7 aprile 2018

Due strani musiciTra le pietre dell’aia crescevano testardi ciuffi d’erba indocili. Erano una strana coppia di musici. Insieme da sempre, lei suonava il flauto traverso, lui il liuto. Lei aveva una voce bellissima, ma soffiava dentro l’ancia dello strumento. Lui era piccolo e tarchiato, e rosso di capelli, e aveva una voce stridula arrochita da un’eternità passata a fumare, ma aveva un enorme cappello vuoto appoggiato ai suoi piedi. Intorno s’era affollato il piccolo paese. Quello che aveva vinto l’oca non sapeva che farsene, aveva solo il suo negozio di barbiere dove dormiva sul retro. L’uomo dei palloncini li riempiva indefesso gonfi come l’allegria degli occhi dei bambini, e sembrava non stancarsi mai. Il tagliaborse passava tra la folla alleggerendo questo e quella. Quella aveva la gonna lunga e pensato ad un gesto audace e un poco insolente. Aveva sorriso di sé e di soddisfazione, ma lui si era già allontanato. Il birraio aveva ormai la gola e la botte secca.
Lei aveva staccato le labbra dallo strumento, il compagno cercava di accompagnarla per quanto poteva. Ogni altro uomo presente aveva ingoiato un fiato deluso. Quello dei palloncini aveva fatto un singhiozzo e si era riempito la pancia di elio rischiando di soffocare. Naturalmente quello che aveva in mano era volato via come un’allodola impazzita, sfiatando. Naturalmente tutto era stato solo un attimo. Un brevissimo attimo. Il tempo che lei battesse le lunghe ciglia. Quasi nemmeno tempo. Poi la sua voce d’incanto aveva intonato l’antica storia malinconica del giovane John Barleycorn e del vecchio John Barleycorn. E tutti ascoltavano stregati, e agli uomini presenti era tornata sete. La vecchia cominciò allora ad avere un sospetto, lei sospettosa lo era di natura. Brutto vizio l’età e l’invidia e la maldicenza densamente chiacchierona. Ma si possono perdonare tante cose ad una donna anziana senza più marito, ma con tanta memoria e ancora voglie. Nessuno avrebbe voluto che la canzone finisse.
Quando lei si tacque una bestemmia sospirò scappando da labbra momentaneamente distratte e scivolò attraverso poche orecchie attente a vicine. Quella dalla gonna lunga si girò verso il marito con occhi di rimprovero. Lui rispose con occhi di disperato sconcerto. I bambini si erano già spazientiti e uno fuggì dalla mano della mamma per inseguire una rana cieca. La flautista frugò con lo sguardo tra la folla ed era come se li guardasse ad uno ad uno. E se ad ognuno raccontasse un segreto, un segreto licenzioso. Si sistemò la gonna sui fianchi lambendosi lentamente, con un profondo sospiro, le anche. I suoi occhi avevano il colore acquamarina e i capelli quello del grano maturo. Qualcuno le vide sulle spalle un paio d’ali che forse non aveva mai avuto. A qualcun altro sembrò che le sue labbra esprimessero una promessa che avrebbe voluto che ripetesse all’infinito. Il silenzio era assoluto.
Il liuto provò a tartagliare alcune incerte frasi, ma fu subito fulminato dalle iridi di lei accecanti. Il suonatore cominciò a piangere, ma in silenzio. Intanto il sole stava perdendo di vigore. Le prime ombre pallide cominciavano ad allungarsi sulle case. All’uomo delle bolle di sapone una enorme gli scoppiò in faccia. A quel punto la voce della cantante disse solo poche parole, ma era più dolce e morbida del suono di velluto del suo flauto: “Non c’è malto d’orzo che tenga. Solo io posso togliere ogni sete. Sono la regina dei sogni di una notte di mezza estate. Sono quella che ogni donna vorrebbe essere. E ogni uomo imprigionare”. Si sistemò pure il corpetto sopra la camiciola, anche i più giovani, e i più distratti, si accorsero di quanta perfezione possedesse. Lei si mosse e senza sapere perché tutti i maschi si mossero all’unisono come in un solo gesto. Lei camminava come scivolasse sopra il selciato, gli altri, in corteo, come sonnambuli con gli occhi vuoti fissi nel vuoto e dietro la sua figura.
Una donna, non la stessa della gonna lunga, gridò: “Ma non vedete che è anche spettinata”. Un’altra fece solo a tempo a dire: “Che poi è magra come un chiodo. Se non fosse così alta… slanciata… bionda e bella… Le si vedono quasi le ossa”. Una più pronta cercò di afferrare il marito per la manica della giacca, ma la stoffa le sfuggì di tra le dita. Le altre restarono mute, tacitate nella sorpresa. La giostra aveva già smesso prima di girare e suonare le sue canzoncine da carillon. La moglie del sindaco disse indignata: “Ma, io sono la moglie del sindaco”. L’uomo dei palloncini intanto se l’era già data a gambe levate immediatamente. La lunga processione muta si snodò lungo le strade e si allontanò verso la campagna. Era la storia del pifferaio che si ripeteva. Non si sa dove andarono la flautista e tutti quei bravi uomini timorati di Dio, ma di loro non si seppe più niente.
Nel paese restarono solo donne. Donne e il piccolo liutaio inconsolabile e le serrande dei negozi chiusi. Poi, come succede in certe favole, ma ancor più nella realtà, per quelle contrade la vita riprese. Lentamente, e senza strappi e senza fretta, ma riprese. Magari senza allegria, ma riprese. Riaprì il fornaio. Davanti al forno si affaccendavano la moglie e le due giovani figlie. L’estetista decise di trasferirsi in città. La maga bruciò tutti i tarocchi e rimise il pesciolino rosso nella boccia di vetro. La sagra del santo patrono non fu più ripetuta. Da quel triste giorno, tutti i bambini che vennero a rallegrare la vita delle donne, avevano i capelli rossi e gli occhi tristi di un suonatore di liuto.

Annunci

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: