Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 9 aprile 2018

3471_7Ascoltami bene che sentano bene anche tutti i tuoi lettori. Io non sono pazzo, almeno non più di te. E tu sei pazzo? Me lo devi dire. E poi mi dicono che i pazzi non lo sanno. Lo sanno. Lo sanno. Solo che non lo possono dire. Non sono pazzo per niente. E la sua bambola aveva ucciso tutti i miei soldatini. Li ha sempre guardati con occhi da matta. Li ha sempre odiati. Questa è l’unica cosa vera. O almeno lo era. Ora non mi devo fare confusione. Devono essere quelle maledette pillole. Avevo strappato le braccia a quella maledetta bambola, ma questo è bastato.
Scrivi bene quello che ti dico. Perché è tutto vero come l’Ave Maria. Così la prendo per un braccio. Forse l’ho afferrata forte. La prendo e la sbatto sul letto. E lei grida. Così le dico ti va brutta stronza? Ma mica era una domanda vera. Era un’altra cosa. Lei diceva di no, ma io lo sapevo. Lo sapevo che piaceva anche a lei. Ci avevano lasciati da soli. Non c’era altro in casa che Generale. Generale era il nostro vecchio cane spinone. Adesso, è morto poveretto. Che non era tutto spinone. Era un poco mescolato. E lui sì che era matto patocco. Insomma eravamo soli. E se dicevo una parolaccia nessuno mi poteva sentire. Tranne Monika, la mia Moka, mia sorella. Per forza lei era là, con me. Insomma eravamo io, lei e il Carlino. Ma lei con conta. Era una schifezza di frignona.
Mica l’ho chiesto io di avere una sorella. E matti sono quelli là. Ma matti fuori di testa. Dicono che l’ho violentata. Ma se non gli ho fatto che un poco di male. Un paio di schiaffi. Nemmeno troppo forte. E poi aveva proprio una faccia da schiaffi. Lo diceva sempre la mamma. E poi era una donna. A cosa serve altrimenti? E poi avevo tutta quella rabbia in corpo. Glielo avevo mostrato solo una volta o due. Mentre giocavamo a nascondino. Lei fingeva sempre di non capire. Di non averlo mai visto. Si metteva a ridere con quel suo riso strano. Da matta. Isterica. Come fossi uno stupido. E scappava. E così si faceva scoprire sempre.
Scrivilo perché te lo dico solo una volta. Lo sapeva che non serve solo a fare la piscia. E come diventa grande. Insomma, non ci avevo fatto niente. Non ancora. Ma sapevo che me l’avrebbe chiesto. Fanno così i grandi, cioè le donne. A loro piace. E Moka era una donna. Altro che bambina. Le sarebbe dovuto piacere. A sette anni sei già una donna. Non è vero? E a me non piace aspettare. E poi conosceva già quello di papà. Li avevo visti io in fienile. Ma era un segreto. Non l’ho ma raccontato a nessuno. E non lo racconto nemmeno qui. Insomma, non doveva proprio gridare così. E la sua bambola non doveva toccare i miei soldatini. Cosa sapevo io in quel momento?
Starnazzava come una gallina. È stato tutto una gran confusione. Ma giuro, non le avevo tirato il collo. Non ancora. Ormai avevo perso la testa. Non come i matti. Solo per nervoso. Perché piangeva. Perché… perché… mica lo so. Volevo fare solo quella cosa lì. Se fosse stata buona, accidenti, non sarebbe successo niente. Era solo una mocciosa. È stata tutta colpa sua. Mi ha detto smettila subito piccolo stronzo imbecille e castrato d’un coglione. Non mi doveva chiamare così. E non si dicono certe cose alla sua età. Non sono Imbecille. Io sono Primo. Lei lo sa bene. Le ho detto la parolaccia più parolaccia che conoscevo allora: Puttana. Adesso ne ho imparate altre, molte altre. Me le insegna anche Gioseffa, ma questo non lo dovevo dire. Ho giurato. Magari andrò all’inferno, non mi fa paura. Allora ero un pischello. E lei quasi una bambina.
Ma ce l’aveva come le altre donne. Ma senza pelo. Lo so perché l’ho controllata, dopo che le ho tolto le mutandine. Era proprio liscia come il culetto di un bambino. Lo potrei giurare. Ed era buffa, perché era un po’ grassoccia. E lei ha cercato di graffiarmi. E cosa importa cosa è successo prima o dopo. Quello che importa è che è successo. Anche troppo in fretta. Le ho messo una mano in bocca e il pisello dove si deve. Avevo capito come si doveva fare. Avevo ascoltato quelli più grandi, di nascosto. Non ce l’avevo ancora tanto grande. Non ero ancora cresciuto come sono ora. E avevo avuto troppa fretta. Lui ancora non sapeva cosa fare. Ma mica sono uno moscio. Non si sarebbe potuta lagnare. Già, per lei, bastava e avanzava. Per quello che avrebbe dovuto sapere era anche troppo grande.
Le son salito sopra e stavo facendo da bravo. Carlino guardava e non diceva niente. Cosa aspetti? Carlino è sempre stato un poco tardo: Non so se posso. Certo che puoi. Proprio tardo: E se non vuole? Certo che vuole, te lo direbbe lei se non dovesse continuare a frignare; e poi ti do il permesso io. Avresti dovuto vederlo, quell’imbecille del mio amico Carlino. Non sapeva ancora se voleva o non voleva. Alla fine s’è fatto coraggio. Alla fine s’è abbassato i calzoncini. Mi scappava da ridere. Ce l’aveva molto più piccolo del mio. Ce l’aveva come il tappo della penna. Come il Generale Custer, ma senza la spada. Forse Moka nemmeno l’ha sentito. Nemmeno l’ha visto. Con me continuava a piangere facendo la finta di essere arrabbiata. Anche di essere offesa. Se le dicevo di dirmi qualcosa mi diceva stronzo. Non si fa così. Non si dice. Se è volato qualche altro schiaffetto è perché me l’ha proprio chiesto. Perché cioè se l’è meritato. Così ha imparato che non si dice quella cosa.
La cosa mi piaceva. E anche un sacco. Però cominciava a farmi arrabbiare. Io ho cercato di farla stare buona. Le ho stretto un poco il collo. Ma solo un pochino. Forse ho stretto troppo? Forse s’è soffocata col suo muco. Quando l’ha infilato quel deficiente del Carlino stava ferma e buona e muta. Aveva smesso di piagnucolare. Nemmeno sembrava lei. Se ne stava troppo buona. Forse era già morta. Questo dicono i dottori. Ma quelli cosa sanno? Non erano lì. Io non ci ho fatto caso. E nemmeno lui. Non se n’è proprio accorto. Ce la stava mettendo tutta, col suo pisellino, ma era imbranato. E non si fa così con le donne. Le chiedeva scusa e se le piaceva. Le diceva Monika e che le aveva sempre voluto bene. Pezzo d’imbecille. Insomma, mi dicono che non dovrei dire certe parole. Ma se uno le sa, le parole, vuole dire che le può dire.
Io arrivo sempre primo perché sono Primo. E a casa nostra non è mai arrivato un secondo. Dopo di me è arrivata Moka. Hanno sbagliato tutto, perché lei non è un maschietto. È solo una stupida donna. È lei la stupida. Ci ha messo otto anni per arrivare. Comunque, non sono stato io. Io non ho fatto male a Moka. Solo un pochino. Un po’ di sangue alle labbra, e lì sotto. Non era il caso di strepitare tanto. Meno di quello che mi è uscito quanto mi son sbucciato il ginocchio. Meno di tante volte che mi ha menato papi. Meno della Nerina quando ha fatto l’agnello. La stupida è Moka perché faceva la morta. Ed era più morta della Nerina quand’è morta. Lo faceva così bene che quasi ci ho creduto. Era come la sua maledetta bambola dopo che l’ho fatta star zitta. Papà mi dice sempre che sono stupido, ma si sbaglia. Io non sono stupido perché sono furbo. Perché io la cosa l’ho fatta e lui no.
Certo non sono furbi loro. Perché poi i soldatini li ho trovati in soffitta. Il papà al processo ha detto che era stato lui. Perché ormai ero grande. E dovevo smetterla di pensare come un bambino. Perché dovevo dargli una mano per i campi. La mamma, poveretta, non ha detto niente. Continuava a piangere come Moka. Come una stupida ragazzina. Ho chiesto scusa, anche se non sapevo per cosa. Non sono matto. Quello matto è solo il Carlino. Ma forse nemmeno lui. Lui è solo scemo. Io la penso così. Non sa nemmeno giocare bene con i soldatini. Perde anche se li tengo io gli indiani. E poi mi ha detto che non gli è piaciuto. E si è messo a frignare come prima faceva lei. Cosa c’entra. Mica deve piacere. Si deve solo fare. Se sei un uomo. E non sapeva giocare nemmeno con Moka, io l’ho capito.
Scrivilo in grande. Cazzo ne so se fuori pioveva o c’era il sole. Non sono matto né stupido. Ora me li hanno ridati i soldatini. E qui ci posso giocare quando voglio, e ci gioco sempre. Ma la sua bambola era una bambola assassina. L’ho capito subito per come mi guardava. Ma cosa ci fa una bambina di una bambola? Che anche la notte ti guarda come fosse giorno. E non dorme mai. Ma glieli ho tolti prima gli occhi. Così la smetteva. Che quando la giri dice solo mamma. Che senza testa non dice più niente. Che sotto non ha nemmeno il buchetto per fare la pipì. E mi dico: allora da dove la fa? Me lo sai dire? Vedi che non lo sai nemmeno tu. E da dove escono i bambolotti piccoli?
Perché dico così? Perché quella maledetta bambola il buco ce l’aveva nella pancia. E un buco grande dove trovavi sempre di tutto. Fazzolettini usati, e caramelle, e i dadi, e le mie figurine. Non è vero che le infilava Moka. Quella era una scusa bella e buona. Era quella bambina di plastica che divorava tutto. Era proprio una succhia ogni cosa. Era come un vampiro. Con quei ridicoli capelli biondi di stoppa. Era inutile come la sua padrona. Anche di più. Perché con Moka ci potevi anche giocare, magari poco. E lei invece se ne stava zitta e seduta. Perché a Moka, se davi un pizzicotto, ti faceva ridere per i versi che faceva. Perché Moka almeno serviva a quello. E lei nemmeno a quello.
Non è sempre vero solo perché lo dicono tutti. Neanche quelli non sanno tutto. Ma forse è vero. Anche Gioseffa mi dice che sono stupido, ma lei me lo dice in modo carino. Lei scherza sempre. In certi nostri momenti mi dice che sono stupidino. Gioseffa è la mia infermiera preferita. Io non avrei bisogno di un’infermiera. Mica sono malato. Ma io mica glielo dico. Non sono stupido. E lei mi fa giocare quando abbassa la luce. Mi dice che sono stupido, ma che sono bravo. E me lo lascia fare. Quando nessuno ci può vedere. Quando è tutto silenzio. Ma Gioseffa non è come Moka. Lei ha anche quelle cose lì. Le tette. L’ho detto. E mi piacciono tanto. E me le fa toccare. E mi ci lascia anche giocare. E ha un sacco di tanta ciccia. E i peli, lì sotto. E Gioseffa è anche la mia nuova fidanzata. Gliel’ho anche detto. E uno di questi giorni me la sposo.
Sei sicuro di essere Ernest Hemingway. Guarda che allora anche i giornali hanno parlato di me. Ma perché Moka non mi viene mai a trovare? Ora promettimi che lo fai leggere a tutti quando esci. E anche a lei. Perché io non voglio uscire. Io qui sto bene e ho Gioseffa. Però vorrei vederlo il mare, almeno una volta. Io non l’ho mai visto quello, il mare. Mica me ne posso andare e lasciarla sola, Gioseffa. Lei per me è anche come una mamma. Me lo lascia fare e poi mi coccola. Se uscissi allora sì che sarei un matto. E anche scemo.

Annunci

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: