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Archive for 10 aprile 2018

Duello al ranchLa mia Cristi stava bene anche mora. Resta sempre una gran bella puledra. Avrei faticato anch’io a riconoscerla. Però… Le avevo chiesto dove voleva andare vestita così. Avremmo attirato troppo l’attenzione. Mi aveva precisato che era questo il punto. Se tutti ti vedono nessuno vede. Troppe testimonianze finiscono per essere confuse e discordanti. E poi così chi sarebbe stato quel grandissimo coglione figlio di una mignotta che si sarebbe fermato a guardarla in faccia. Jack ass! Voi di città sapete tante cose, ma in quanto a pratica… nisba. Chicken shit! Mi sei piaciuto subito e ti ho visto dentro. Ma se aspettavamo te starei ancora qui ad aspettare.
Alla fine come darle torto? Il culo è culo, e come disse quel italiano di Galileo Galilei: Eppure tutto ruota intorno. Oltre agli spaghetti, ai mandolini e alla mafia gli italiani non avevano fatto molto. Ma quando parlavano dicevano sentenze. L’azzeccavano quasi sempre. È naturale che avessi cercato di allungare le mani, ma lei aveva detto che era lavoro, e non avevamo più tempo. Così abbiamo preso con noi lo stretto necessario, e qualche caricatore anche di troppo, che non si poteva sapere mai. Anche se eravamo tutti d’accordo che, se non si presentava come strettamente necessario, nessuno avrebbe dovuto fare fuoco. E nessuno si doveva fare male. I morti puzzano sempre e fanno sempre troppo rumore. Con Abigail avevo preferito ripeterlo.
Siamo partiti sentendoci come dei veri pionieri. Avevamo preso quella di mamma che si era lamentata per tutto il tragitto. Aveva tossicchiato regalandoci un po’ d’ansia. Era una cosa che non avremmo dovuto ripetere. Ottocento-ventitré miglia che sembravano non finire mai. Lunghe almeno diecimila. E tutte sotto un sole implacabile. Abigail aveva protestato un paio di volte, chiedendoci perché dovevamo viaggiare tanto quando c’erano dei posti altrettanto ingenui e miserandi, ma molto più vicini. Noi due eravamo anche stanchi di ripeterci. Tappe a Denton, Little rock e Menphis per riposare. A Wako, a Sherman, ad Arkadelphia, a Jacksonville, e un altro paio, che farci un goccio o, nel loro caso, per farlo. Per dare pace alle nostre gole riarse. Continuando a ripeterci il piano in modo ossessivo. Tutto doveva filare liscio.
Abigail si era sorpresa perché durante il viaggio non avevamo incontrato dei veri indiani. Le ho dovuto spiegare che ormai quelli, che si fanno chiamare nativi, come se tutti gli altri fossero nati da un ventre di vacca, erano tutti a Hollywood. Non è vero, ma lei se l’è bevuto, e ho risparmiato un sacco di parole. Magari si rattristava se veniva a sapere che Sitting Bull era crepato. Non avevo accettato l’incarico a scuola e non era il momento di mettermi a fare lezione. A sera eravamo arrivati giusto in tempo a Nashville. Puntuali per la fiera. Sembravano radunati tutti lì. C’era una vera mandria di buzzurri; a parlare della siccità, e di cavalli e tori. Avremmo dovuto avere mille occhi.
Noi due dovevamo fare solo un sopraluogo, mentre Chrystal aspettava in macchina il momento di entrare, ma la solita aveva trovato il modo di mettersi nei guai. L’ho sentita gridare, dal bagno per i maschioni. Sono arrivato di corsa. Un vitellone in calore, dopo averle affibbiato un paio di persuasivi ceffoni, e le stava infilando le mani sotto il vestito. Damned cake! Lei si divincolava e cercava di sottarsi, di difendersi. Lo aveva graffiato in viso. Stava quasi per cedere a quell’approccio. Una giovane donna non può far molto contro la violenza di un maschio robusto.
Era tutto nero e fasciato di pelle come un vero vecchio mandriano. Cazzo! Non potevo starmene lì a guardare. L’ho preso alle spalle. Lei gli ha affibbiato una ginocchiata proprio lì, nei santissimi, e io gli ho permesso di abbassarsi i pantaloni. Gli ho tagliato la cinta e punzecchiato per bene le chiappe mollicce. Lei, non soddisfatta, gli ha fracassato anche la rotula destra. Dumbass! Era caduto in ginocchio come per un’orazione e si era messo a piagnucolare. Uscendo le ho chiesto che faceva lì. Mi ha spiegato che doveva fare un bisogno liquido e dalle ladies c’era troppa coda. Chrystal era stata allarmata da quel piccolo trambusto ed intervenuta prontamente.
A Nashville le inventano tutte per suonare un po’ di musica e far festa. Se non fossimo stati lì per lavoro sarei scoppiato a ridere vedendo come la guardavano, o forse mi sarei semplicemente incazzato, e poi mi sarei unito alla baldoria. Temevo che Abigail non avrebbe resistito, e avrebbe chiesto di fermarsi dopo il colpo. Anche solo per un paio di balli. Ma forse la sua avventura con il bullo le aveva fatto cambiare idea. Come i maschioni hanno visto entrare nel recinto Cristi ci hanno dato le spalle. Noi due siamo diventati invisibili. Da quell’attimo è stato un vero spasso.
La musica veniva solo da fuori; dentro regnava il silenzio. Si sarebbe detto il suono di un banjo e una voce piena di pietre. Forse pensavano facesse parte degli intrattenimenti. Chrystal, stivali e tutto il resto, si muoveva come una gatta in calore, e loro non avevano occhi che per lei. Quelli shorts interpretavano la canzone più affascinante che avessero mai sentito. Pochi accordi ma note ben chiare e cristalline. Coraggio ragazzi! Uno si era persino versato il rum sulla botola. Noi avevamo già impugnato i revolver e gli abbiamo spiegato che si trattava di una rapina. A rassicurarli dovevo essere io. Si sa che per certe cose gli uomini si fidano solo degli uomini. Tranquilli e nessuno si farà male. È solo una storia da vecchia frontiera.
A quello che sembrava il più baldanzoso, quello che aveva chiesto se dopo poteva farci un giro, con gesto rapido, Abigail aveva sfasciato la mascella. Ora mettete mani ai portafogli. Lei era così, non stava a pensarci nemmeno una volta. Continuando a menare la coda Chrystal aveva fatto la passeggiata con il cappello; come fosse semplicemente la questua della domenica. Noi eravamo tesi e attenti come due avvoltoi che hanno individuato la preda. Io, particolarmente: dovevo badare alla sala e tenere d’occhio la mia bella complice. Lei sembrava un fuscello, ma quando menava colpi lo faceva con l’energia di un fabbro. Il raccolto non è andato male, in quel caso pioveva a dirotto, un nubifragio che non si era mai visto, nel berretto hanno generosamente offerto anche un paio di orologi da taschino.
Li ho avvertiti che se qualcuno provava a seguirci avremmo acceso la miccia e sarebbe saltato tutto. Non avevamo preparato nessun tipo di esplosivo, ma loro non lo potevano sapere. Chrystal si era fatta offrire anche una bottiglia di torcibudella, di quello buono. Poi eravamo usciti tranquilli e ci eravamo allontanati in quarta. Fuori erano presi a ballare e a suonare e a continuare la festa. Nessuno aveva fatto caso a noi. Continuavo a temere che la vecchia carretta ci tradisse da un momento all’altro, e loro ridevano e se la raccontavano. Sono proprio due ragazzine. Com’è andata?
Poco, un paio di migliaia, nemmeno un deca. Tanta fatica per niente.
Abigail non era mai contenta. Io ero già felice che fosse andato tutto bene. Bastavano, e poi potevamo sempre contare, se fossimo stati disperati, sull’aiuto dei Donovan. Quello non ci sarebbe mai venuto a mancare. Al ritorno l’abbiamo allungata per Amarillo. Abigail aveva un vecchio debito da pagare. Io avevo voglia di visitare il luogo dove una volta c’era stato il ranch di quei pazzi di David Koresh, cioè Vernon Howell, in cima alla collina chiamata Mount Carmel (“Monte Carmelo”). Una storia, quella, talmente assurda da non sembrare vera. David era un gran furbone e un altrettanto grande mandrillo. Altro che la battaglia di Fort Alamo e John Wayne.
Quella è la vera storia del Texas. Cinquanta giorni di assedio, cominciato il 28 febbraio, fino al 19 aprile, con l’incendio del ranch. Il peggio fu proprio l’esplosione del serbatoio di propano. Persero la vita settantasei persone (fra cui ventiquattro inglesi, venti bambini e due donne in gravidanza). Nessun federale ci rimise le penne, a parte i quattro agenti dell’ATF morti prima che venisse circondata la missione. Forse i fedeli non avrebbero dovuto imbracciare AK47 e AR15. Probabilmente non sarebbe cambiato niente. Questa sì è una storia da vecchio west.
Abigail non ha mai voluto dirci come ha passato quella mezz’ora nella quale si era allontanata. Però io lo so: l’amico non se l’era passata troppo bene. Sembra che lei avesse un rancore per qualcosa che lui le aveva promesso in rete e poi non aveva mantenuto. Forse la foto del profilo non era la sua. Forse gli era scappata qualche proposta oscena. Dopo quella visita non avrebbe più potuto avere bambini. Quella era l’unica cosa certa. Da noi non si fanno troppe domande. La famiglia è una cosa sacra.

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Mi sembra il caso di ribloggarlo

E' solo un blog

Poesia Araba di TEWFIQ ZAYADQuesto popolo ha sette anime:

Il dramma dei profughi ebbe nel settembre del 1970 il «settembre nero» – uno dei momenti più sanguinosi, quando Hussein tentò di attuare il piano di sistematico sterminio dei palestinesi, nel silenzio del resto del mondo.
Sei anni dopo doveva ripetersi il tentativo a Tell el Zataar.
Il dramma continua.

Oggi è sabato,
terzo giorno dall’inizio della strage
io sono vivo e voglio scrivere
di un popolo che sfida la morte
in una Giordania
che rifiuta di essere sgozzata
in silenzio.
Oggi è lunedì,
quinto giorno dall’inizio della strage
e la iena Habes
figlio di iene mangiatrici di cadaveri,
impone al nostro popolo una guerra civile
nello stesso momento in cui lupi affamati
azzannano le nostre viscere
cosi noi moriamo
migliaia di volte al giorno
e migliaia di volte al giorno
rinasciamo.
“Oggi è venerdì,
nono giorno dall’inizio…

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Non voglio aggiungere nulla.

L'Altra Metà del Cielo

Una giornata di sole, la lettura di vecchie mail, in tasca i biglietti per il concerto del più famoso folk singer vivente, cosa ti fa pensare tutto questo? Semplicemente al fatto che sono la ragazza di allora con tante rughe e cicatrici in più.

50 anni di storia: splendente, magnifica, esplosiva e anche deludente, contorta, complicata. Sogni, paure, spensieratezze miste a dolore, fatica e solitudine. Perchè sono donna e nel 68 sono sbocciata alla vita, perchè a 17 anni puoi pensare di essere fragile, ma ti spinge una forza da leone, puoi esplodere di vita, ma muori ogni giorno un pochino.

Tutti abbiamo una storia, se poi mi guardo indietro, penso che la mia sia stata più che una storia unica, una catena di storie a volte completate e molto spesso spezzate, lasciate là senza speranza di poterle raccogliere e dipanare. Senza nemmeno la volontà di farlo. Storie a volte…

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