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Archive for 11 aprile 2018

Piccoli gialli italiani9. Me ne starei lì, con le mie vaghe idee politiche. Con il mio confuso niente. Semplicemente a poltrire ancora un poco. A lusingarmi di quel vuoto pastoso. A frugare in cerca di qualche ricordo confuso. A inseguire un languore. Invece… Matilde telefona e subito mi sembra una cosa inusuale. Cerco di essere spiritoso. Al mattino non mi riesce così bene: “Cosa c’è. Hai voglia di… vedermi”? Lei non è troppo esigente, sulle battute. Sa ridere anche delle mie idiozie: “Anche, stupido. Quello… Non sei tu quello che vorrebbe far il giornalista, da grande”? Divento attento. Presente: “Sì. perché”? “Stavolta è una cosa grossa, C’è stato uno stupro”. “Dove? Uno stupro? Dove”? “In spiaggia”?
Sono ancora intento a cercare di svegliarmi. Dovevo immaginarlo che avrei sbagliato notte, anzi giorno: “Come l’hai saputo”? “Tirando le orecchie”. “Come”? “Ero andata con nonna, Aveva smarrito la borsetta. Lei continua a dire che gliel’hanno rubata. Ho sbagliato ufficio”. Cosa c’entra una nonna? “E allora”? “Abbi pazienza, stammi ad ascoltare. Allora dov’ero?… Sì! È stato un caso. Come ti dicevo, ero lì con questo, non ridere, ti prego, Chiappetta, Conosci”? “Mai… No! Non credo”. “Quando è entrato… mi sembra l’abbia chiamato Belladonna”… “Un tipo lungo e segaligno, tutto impettito. Con gli occhi gialli e… sembra gli esca la paglia dalle orecchie”. “Proprio lui, credo sia un suo superiore”… “Lo conosco. Buonadonna. Un vero figlio di buonadonna”. “Insomma, non mi interrompere… Era come se non ci fossi. Ero invisibile”. “Allora?”… “Quello… il figlio di mignotta, gli chiede se ci sono notizie dalla scientifica. Ti dico: come fossero soli. Poi gli chiede: chi è andato sul posto, e continuano a parlare tra loro. Dev’essere una ragazza giovane. In spiaggia”.
Mi sento un perfetto imbecille: “C’eravamo ieri”… Lei mi tratta da perfetto idiota: “Sì, ma per capire bisogna andare di notte”. Lo sapevo anche da solo. Da solo avevo troppa pigrizia per andarci. Con lei avevo troppi timori. Insomma… Avevo voglia di passare qualche ora con lei. Insomma… Non lo posso confessare, e poi lei lo sa già. Ci siamo andati perché mi andava: “Non potevo portarti di notte”. “Di giorno non è la stessa cosa”. Balbetto incerto su cosa dire e su come dirlo: “Non è un posto sicuro”. “Di cosa hai paura”? Ecco l’eroe ben nascosto in me: “Lo dicevo per te”. “Per me?… Sei un meraviglioso sciocco. Ora ci si può andare. Magari è divertente”. “Cos’è cambiato”? “Il giorno dopo… per un po’ di giorni, tutti se ne staranno tranquilli. Non c’è di che. Possono esserci solo un po’ di curiosi”. Non fa una piega.
E così, come fosse mattino, ce ne partiamo per una gita al mare, di sera. Con tutto il necessario dietro. E il borsone gonfio. Persino con i flaconi famiglia di creme. E le zeppe alte. E gli infradito in un sacchetto di nailon. E un paio di panini imprigionati nelle salviette. E un paio di bottiglie piccole di tè alla menta. Come se dovessimo nutrirci ancora di sole. Quel sole che non ho ancora cominciato a smaltire. Barcolliamo sulla spiaggia umida di quella spiaggia libera. Di notte è tutto diverso. Non fosse per la luna non si vedrebbe un accidente. Se ci avviciniamo all’acqua i cadaveri delle conchiglie ci torturano i pieni. E il nostro andare diventa ancora più buffo e saltellante.
Non facciamo a tempo a fare nemmeno tanta strada. Sputa all’improvviso un pula. Si avvicina marziale e ci punta la torcia in faccia. Sul momento mi prende un colpo. “Chi va là”? Stupido. “Noi”. “Noi chi”? “Noi”. “Che ci fate qui”? “Si voleva fare due passi”. Lei non passerebbe inosservata comunque. Solo che non ha una delle sue solite gonne troppo corte. Si è presentata con degli hot-pants minutissimi. Mozzafiato. E una canotta o top troppo aderente, con le spalline sottili, teso, gonfio, pieno di lei. Ho pensato l’avesse fatto per me. Niente lasciava prevedere… “Andate a fare le vostre porcherie da un’altra parte”. “Erano solo de passi”. “Fateli altrove. La zona è interdetta”. “Perché”? Bofonchia qualcosa sui soliti ricchioni. Poi rimane un attimo come interdetto. “Ordini superiori”. “Scusi”. “Fatemi vedere i documenti”. Eseguiamo. Per fortuna li avevamo dietro entrambi. Lui controlla accoratamente al lume della pila. Noi restiamo lì, immobili, il tempo che gli occorre. “Potete andare. Ma fate attenzione. Soprattutto lei, signorina. Una è appena… Ma lo sa sua?”… Porta la mano alla tesa a mo’ di saluto. Liquidandoci. Ci gira le spalle e si allontana; soddisfatto.
Sulla sabbia non è rimasto più nulla. Tranne una folla di orme, presumibilmente dei tecnici e dei curiosi. Ma nemmeno possiamo essere sicuri che sia quello il posto. Che non ci sia un po’ troppa approssimazione. Guardo la mia compagna, Tilde, e penso stupidamente che avrebbe argomenti per spillare a Belladonna qualche informazione i più. A anche, al momento, a quel milite. È la cosa più stupida che potessi pensare, ma sto per dirla. Per fortuna che all’ultimo resto con la bocca aperta e mi taccio. Per farmi perdonare me la bacio sotto quella luna puttana. E lei, con fare sbarazzino e divertito, mi sfiora, ma solo per un attimo. Ridacchia: “E questo cos’è”? Avrei voglia di rotolarmi su quella sabbia con lei, e magari di fare all’amore. Lì, sulla spiaggia. Ecco cos’è. Lei la pensa diversamente e me lo fa capire. Ne resto, naturalmente, deluso.
Non c’è più la vittima. Naturalmente. Non ci sono cadaveri. Non c’è nessun indizio. Nessuna prova. C’è sola sabbia bagnata e calpestata. Un pezzo di legno marcio. Una ciabatta dimenticata. Una bottiglia di birra conficcata al suolo. Un girello per capelli. Naturalmente la solita piantagione di preservativi usati. Un paio di siringe e parecchie cicche di erba. Poco lontano un moscone tirato a secco. Tutte cose non attinenti al nostro caso. Prive di valore. E il tempo che gocciola lento. Non è la voglia che ci manca. Cerchiamo di resistere, ma il sonno si avvicina a passi lenti e silenziosi. E lei sembra impaziente. Sa chi è la vittima sconosciuta. Non ha voglia di parlarne. È solo indignata.
Di passo in passo, tra un bacio e un bacio, e un sospiro, e un sorriso, occhieggiati dai riflessi della luna, ora in ombra per poi riapparire in un debole alone come magico, scavalcando una duna e scendendo da un’altra, ci siamo ormai allontanati abbastanza da quella che è stata quasi di sicuro la scena del crimine. I piedi continuano a sprofondare nella sabbia. Lei mi chiede se conosco la storia di quel posto. “Che vuoi dire”? “Qui ci vengono nudi”. “Cioè”? “È la spiaggia dei nudisti. La gente viene qui per mettersi nuda, e lascia a casa i suoi segreti nascosti”. “Non lo sapevo”. “Tu lo faresti”. Le rispondo in fretta: “No”. Ridacchia: “Guarda che non ci sarebbe niente di cui vergognarsi. Non hai nulla per cui imbarazzarti”. La mia risposta è stata troppo rapida. Non so se il suo è stato un complimento. So che vorrebbe prendersi gioco di me e dei miei disagi. Di certe cose non riesco nemmeno a parlarne. Lo so da solo che sono uno stupido: “E tu”? Ci pensa un attimo: “Nemmeno”. “Eppure hai tutto per essere orgogliosa”. “Stupido. È che non mi piace che gli altri mi guardino”. “E io?”… “Tu sei tu”. La voglia di lei non si arrende al primo rifiuto. Una ragione in più. “Non fare lo stupido. Ti ho detto che comincio ad esser stanca. E poi… qui… non mi”…
Mentre torniamo non riusciamo a resistere in quel mare di tenerezza, entrambi. Le metto un braccio al collo. La mia mano avanza lentamente in cerca di lei. Lei mi guarda e sorride compiaciuta e compiacente. Non ama mettersi in mostra. Ha sempre quella sua incantevole infantile spontanea riservatezza, ma è paziente. Sono le sue curve a farla notare. Un paio di tipi ci guardano. Se ne accorge. Sorride e alza le spalle in segno di resa e di noncuranza. Mi pende la mano e se la porta al petto. I due si fanno incuriositi. I suoi occhi mi chiedono se sono soddisfatto. Si mostrano soddisfatti.
La diverte giocare. Le abbasso una spallina. Forse non se lo aspettava. Spingo la stoffa, sposto la collana e le denudo un seno. Mi chino e lei mi lascia fare, un po’ impacciata e un poco divertita. I due strabuzzano gli occhi. Decidiamo entrambi, tacitamente, di non badarci. Per un po’ mi lascia succhiarle un capezzolo. Con fare protettivo, quasi materno, ora è lei a circondarmi le spalle con un braccio. Mi riempio la bocca della sua tetta quasi a soffocare. Vorrei, anzi, soffocare di lei. Ride e mi scosta. Mi rimprovera benevola: “Stupido”. Ha già rimesso rapidamente il seno nella maglietta.
Solo il giorno dopo è già un altro giorno. Non c’è niente da capire. Non c’è niente da scoprire. Se ne vantano. Le voci arrivano anche a me. “Era solo una smorfietta nera come la notte”. “Però era caruccia”. “Però ce stava. Te lo dico io che ce stava. Le piaceva”. “E adesso fa la santarellina”. “È puttana. E vestita come una puttana”. “Però era caruccia”. Uno è figlio del sindaco. Stando alle stesse voci, della moglie del sindaco. Un altro è figlio di una serie di alberghi, di lusso. I soliti idioti ignoti sono noti a tutti. Potrei fare l’elenco. Sono sempre loro. Un tipico caso Pound. Di quei quattro stronzi che seguono la moda, tra certi giovani indecisi sulla scelta, tra essere fascisti o essere nazisti. Pieni di tatuaggi e di muscoli gonfiati. Con la testa vuota e i capelli a palla di bigliardo.
Sempre loro. Tranne quelli che erano indisposti o impicciati in altro. E quelli che non hanno nemmeno il coraggio di mettersi in sei contro una. Una pista e via. I pulotti lasciano passare il tempo, finché non fa più la minima notizia. Il tempo e il silenzio guarisce tutte quelle malattie. Sanno fare bene quel lavoro: insabbiare. Certi che la gente se ne dimenticherà. Quelle brave persone che fin dall’inizio erano interessate pochino. Quelle del “In fondo se l’è cercata.” che nemmeno la conoscono. Quelle del: “Prima o dopo le doveva succedere”. Quelle del: “Se stava a casa sua…” senza darsi pena di accettare che è questa casa sua. Va bene a troppi che resti un crimine insoluto. A troppi ma non a tutti.
Il collettivo Mara Cagol e quelli del Centro I fratelli Bonnot indicono una manifestazione antifascista. Non si parla dello stupro, ma lo sanno tutti. Naturalmente il bravo questore la vieta subito. Naturalmente quelli si radunano ugualmente. Siamo in parecchi. La celere si schiera davanti all’uscita del piazzale. I manifestanti sono imbottigliati. Davanti i questurini schierati in assetto di guerra. Dietro le spalle la stazione ferroviaria. Basterebbe un cerino. A un robocop cade l’elmetto. Pare scoppiare la battaglia. C’è un attimo di panico, e cominciano le estenuanti trattative. Il gruppo arrivato in pullman da Brescia accende dei candelotti fumogeni che fanno un cazzo di fumo colorato di rosso. Cominciano le prime scaramucce. Gli sbirri rispondono lanciando i loro candelotti. Tutto come il solito. Tutto come previsto. Fanno a chi ce l’ha più duro. Le prime mazzate e manganellate. La compattezza del corteo vacilla, davanti alla prova di forza. Si alzano grida di incitamento. Intanto si mercanteggia.
Viene proposto un percorso alternativo. I manifestanti rifiutano. Parte dei manifestanti si staccano e fanno un sit-in sulle rotaie. Qualcuno si fa un cicchetto. Si bloccano tutti i treni. Un giornalista televisivo riprende tutto per un servizio che non andrà mai in onda. Mi chiedo se la telecamera sia accesa. Ho la sensazione che di Ijaba ormai non interessi più a nessuno, se mai è interessato. È ancora solo un pretesto. Io non la conoscevo per niente. Nemmeno mai incrociata. Me ne ha parlato Bart. E poi la mia Matilde. Era, cioè è. una ragazza carina, seria. Sempre secondo Bartolomeo era, cioè è, solare, ma che badava ai fatti propri. Una italiana di colore. Terza generazione. Con un sorriso radioso e sempre pronto. Non è ancora fuori pericolo. In quel letto di ospedale. Non sarà più la stessa. Viene proposto un secondo percorso alternativo. I manifestanti cedono e accettano. Li lascio sfilare. Ho perso interesse. Resta un po’ di fumo. Si frantuma qualche vetrina.
Finalmente ho qualcosa da raccontare ai miei pochi, ma cari, affezionati lettori. Non sono stati certo quelli del Centro o del Collettivo a fregarsi gli hot-dogs dalla vetrina frantumata.

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