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Archive for 12 aprile 2018

Nobiltà e potereErano le quindici e venti di un martedì e la contessa Giuliana Teresa Graziosa Molesta del Roveto ardente si era ritirata adducendo un leggero mal di capo. Ma la nobildonna più che vittima del fugace mancamento sembrava oppressa da un profondo stato di avvilimento. Le faceva compagnia il suo palafreniere Arturo. Il conte Ulderico Ferruccio Saverio Astuto de Spiga corta era occupato a visitare le sue proprietà.
Per la sua vanita e per comodità l’aristocratica donna veniva chiamata, persino dal marito, contessa Ponpon. Qualcuno, dietro le spalle, storpiava quel epiteto in modo volgare, ma mai in presenza di Arturo, non lo avrebbe permesso. Lui era al servizio della sua padrona da quando era ancora un bambino, e l’adorava. Aveva cominciato dalle stalle e, in un certo senso, nelle stalle era tornato. Prima era stato un semplice ragazzo spalatore di letame. Poi era passato ad aiutare in cucina; da lavapiatti ad aiuto cuoca. Poi, via via, aveva fatto carriera. Il palazzo era sempre stato il suo piccolo mondo e nel palazzo aveva avuto la fortuna di conoscere Elvira, la donna che in seguito sarebbe diventata sua moglie, che era già la dama di compagnia preferita dalla contessa.
Lui, Arturo, era un po’ geloso ed invidioso delle confidenze che bisbigliando si raccontavano quelle due donne. Sembravano conoscere tutti i segreti del mondo. Lui, Arturo, non riusciva a capire come quella donna così elegante e aristocratica potesse ancora sopportare la presenza di quello zotico del conte Mezza taglia. La contessa Ponpon aveva dieci anni più di Arturo, ma era ancora una bella signora, anche se ormai aveva addosso un bel po’ di chili in più. Probabilmente i suoi occhi l’avrebbero vista sempre bella e sempre contessa. Non che non ne vedesse i difetti come donna, per vederli li vedeva, e qualche volta si scordava di chi era e vederli gli costava fatica, ma si era sempre trattato solo di attimi. Il conte Mezza taglia invece era un uomo decisamente grassoccio e grossolano. Non capiva come avesse potuto sposarlo, probabilmente era stato un matrimonio combinato dai genitori, oltretutto la famiglia de Spiga corta allora era praticamente sul lastrico. La dote l’aveva portata la contessa.
Quel giorno il cielo prometteva una pioggerellina che non si decideva a scendere. La luce nella camera era opaca. Cosa insolita per PonponArturo si penti subito di averla nominata nella sua testa senza il titolo che le spettava– aveva un gran bisogno di parlare e lo fece, dapprima svogliatamente: «Ti vedo stanco e… indolente, Arturo, qualcosa non va»? Arturo era orgoglioso che la gentildonna ricordasse così bene il suo nome: “Nulla, signora contessa. Mi scusi”. «E la famiglia… tua moglie? Floriana, vero? Tutto bene»? Arturo non ebbe cuore di correggerla: “Certo. Bene, mia signora”. «Antonietta sedicesima ha già partorito»? “Non ancora, signora contessa”. Poi, nella stanza, scese un breve silenzio. Sembrava che si fosse assopita con gli occhi spalancati al soffitto. O che si fosse avventurata nel labirinto di qualche pensiero e Arturo temette che si stancasse e potesse ricadere preda del mal di capo.
Cosa ancora più insolita per lei aveva espresso una sorta di rossore, gli aveva cercato gli occhi e gli aveva chiesto permesso, dandogli una confidenza che non gli spettava, e con una voce morbida e mesta che appena si riusciva ad udire, e che sembrava una preghiera, lo interrogò: «Posso chiederti una cosa»? “Certo, tutto quello che vuole, signora”… «Forse non dovrei». Si sentiva emozionato e onorato: “Sono completamente a sua disposizione”. «Meglio di no! Sì! So che mi sei fedele. Non riesco più a tenermelo dentro. Magari te ne sei accorto, ma non ne hai fatto parola. Ti capisco. Sei un vero gentiluomo. È Solo che… Solo che… non lo sopporto più quello zotico. Va con tutte. Senza ritegno. Senza pudore. Senza prudenza. Me la fa sotto il naso. E sotto gli occhi. È uno scandalo. Tutti ridono di me. È vero? Santa pazienza. Si è fatto tutte le mie dame di compagnia. Dovrebbero farla a me, non a lui. In fondo son tutte… quelle… Lasciamo stare. Oh! Scusa. –lui ascoltava in silenzio; non si sarebbe mai permesso di intervenire proprio in quel momento di confessioni– Pazienza. Ma adesso… anche le serve e le sguattere. Tutti le donne sembrano andare bene al signor conte Mezza… taglia. Tutte le occasioni giuste. Credi sia vero che sta andando a campi e a riscuotere tributi? Mi crede una sciocca. Secondo me sta ruminando sotto qualche lenzuolo. O in qualche fienile. Lui è capace di tutto».
Non sapeva che dire. Era veramente addolorato e mortificato, i vizi del conte erano risaputi da tutti, anche se nessuno ne avrebbe mai fatto parola, almeno in pubblico: “Sono ai suoi ordini”. «Non so proprio che fare, ma so che qualcosa dovrei fare». “Mi dica, signora contessa. Posso rendermi utile? Qualsiasi cosa”. «Sei gentile, mio fido Arturo. Forse sì, forse no. Forse è meglio me la sbrighi da me. Non ti posso chiedere anche questo». “Cosa”? Lei nascose le labbra dietro le dita per celare una leggera risata maliziosa: «Ora è meglio che vai. Non vorrei che qualcuno si sentisse autorizzato a spettegolare». “Certo, padrona. Servo suo. Sempre come desidera”. Il fedele Arturo, nei giorni seguenti, si riempì la testa di una tempesta di pensieri confusi. Elvira si chiedeva cosa avesse di tanto grave da essere così assente. Lui continuava a ripeterle che non era niente.
Il signor conte Mezza taglia pativa di una salute di ferro. Si mormorava che la pancia pronunciata gli creasse qualche ingombro a letto, ma la cosa sembrava non limitare i suoi ardori, né tanto meno quelli delle servette, e che fosse un gran produttore di peti. Nemmeno questo pareva minare le sue virtù. Girava per il palazzo baldanzoso e soddisfatto. Nulla sembrava potergli annebbiare l’umore o attentare alla sua vitalità. Quando ad Arturo era scivolata la presa sulla scala, e il nobile era caduto dal melo, aveva bestemmiato e punito lo sventato, ma non s’era fatto che una slogatura. Quando lo stesso Arturo aveva corretto distrattamente il caffè con un po’ di topicida, invece della grappa, non trovando cicuta in dispensa, non aveva provato che un leggero mal di pancia durato un paio d’ore. Andato in bagno si era liberato anche di quello. Aveva avuto, il signor conte, anche altri piccoli incidenti, ma tutti si erano risolti con ben misere conseguenze.
***
Erano le quindici e diciassette di un mercoledì, ma della settimana successiva, e la contessa Giuliana Teresa eccetera si era ritirata adducendo un leggero affaticamento da ricamo. La nobildonna però pareva più vittima di uno stato di sconforto. Le faceva compagnia il suo palafreniere e, ormai, confidente Arturo. Il signor marito era lontano per recarsi ad un’udienza con lo scrivano del segretario del Santo Padre per cercare un accomodamento per delle terre attorno alla piccola pieve. Quelle terre erano sempre state motivo di contesa tra la chiesa e il palazzo. Il conte era disposto a lasciare ancora formalmente e nominalmente quelle campagne, che fin dall’inizio del mondo erano appartenute alla nobile famiglia della signora contessa, al clero purché gli fosse permesso di coltivarle e beneficiare dei loro prodotti. Il suo sogno era farne un vigneto da cui ricavare dell’ottimo vino.
Cosa insolita per lei quel giorno la contessa aveva una gran voglia di sfogarsi. Gli aveva chiesto notizie della moglie e dalla cucina; nel frattempo Antonietta sedicesima aveva partorito un bellissimo puledro sano. Fuori il cielo era grigio e opaco. Nella stanza si era dovuta accendere la lampada. Cosa ancora più insolita per lei lo aveva fissato e gli aveva chiesto scusa, per poi liberarsi dal peso che aveva in cuore e non sopportava più: «Posso chiederti una cosa»? “Certo che può. Tutto quello che lei vuole, contessa. Lo sa”… «Forse non dovrei». Si sentiva eccitato e commosso: “Farei qualsiasi cosa per lei”. «Forse è meglio di no! Sì! So che mi sei fedele e caro. Siamo arrivati al limite. Non credi? Non è possibile che una nobildonna come me possa sopportare certe cose. Va bene anche una breve passione, ma… Quello che è troppo è troppo. Credo abbia una grande simpatia, per quella servetta. Credo si chiami Ersilia. Mica ne sono sicura. –lui non voleva interrompere quelle confidenze e gli sarebbe parso indelicato– A quella sciacquetta smorfiosa e senza pudore ho regalato un vestito. Su consiglio di Ulderico. Lo so che non lo dovrei mai ascoltare. Sono stata fin troppo generosa. Forse non era così vecchio. Forse era ancora buono. E lei si è presentata a servire alla festa con quello. Era più elegante di me. Una cosa inammissibile. E lui a farle i complimenti. Davanti a tutti. A dire quanto sei bella ed elegante Ersilia; o come diavolo si chiama la sgualdrinetta. E a palpeggiarle il… il… deretano. Davanti a tutti. Tutti sembravano avere occhi solo per lei. Io, il mio vestito, l’avevo preso per l’occasione. Questa storia deve proprio finire».
Era veramente rattristato e rammaricato, consapevole però anche che con i suoi vent’anni Emilia era proprio un bel bocconcino; anche se certo non aveva la raffinatezza della sua padrona. Quella non avrebbe mai potuto averla. Gli scapparono le parole prima ancora di poterle pensare: “Scusi se mi permetto, ma solo un… dissennato –forse si era spinto fin troppo oltre incoraggiato dalla famigliarità che gli veniva concessa; la contessa non parve farvi caso– potrebbe preferire una serva ad una contessa”. «Dici bene, caro Arturo. Parole sante. So che lo faresti… Che almeno ci proveresti, povero caro. Mi stavo chiedendo se ne saresti capace. Credo di no. Ho apprezzato tutti i tuoi sforzi. Ho capito che non sei adatto. E poi… per un nobile ci vuole un nobile. Lascia stare». “Mi spiace, signora contessa. Comunque, resto a sua disposizione. Per qualsiasi cosa”. «Lo so, Arturo, lo so. So che mi sei fedele. E anche che sai mantenere un segreto. Uomini così se ne trovano sempre meno. Purtroppo. Ma non ti posso chiedere questo». “Cosa”? Lo pregò di lasciarla sola e di mandarle sua moglie, aggiungendo laconicamente: «Chi fa da sé fa bene e fa per tre».
Arturo era rammaricato. Non che non avesse provato, pover’uomo, ma, con tutto il suo impegno e dedizione, non era stato capace di aiutare la sua amata padrona. Ed era vero che quella Emilia cominciava a darsi proprio delle gran arie. Mostrava sempre meno vergogna. Sembrava una gran dama e ostentava paura di potersi sporcare i polpastrelli. E ostentava anche sempre più di sé. Spariva continuamente e al focolare non c’era mai. Trattava gli altri dall’alto. La sua amata contessa sospettava anche che lei stesse cercando di farsi ingravidare. Questo era un pensiero che aveva sfiorato inutilmente anche lo stesso palafreniere e confidente, sospetto che lui aveva cercato subito di cacciare via. Di pensiero in pensiero, e di riflessione in riflessione, era giunto all’amara conclusione che Emilia era comunque graziosa, e che non era in ogni modo tutta colpa sua, e che far del male a lei, a una ragazza, forse sarebbe stato più semplice, ma non sarebbe servito a molto. Una sguattera si sostituisce molto più velocemente di un papa, e di donzelle generose, solerti e intraprendenti, è colmo l’universo.
Arturo non credeva in Dio né nella divina provvidenza. Credeva solo in quello che credeva lei, la sua amatissima contessa. Una cosa è certa: il conte maiale, l’indomani verso le quindici e quindici, minuto più minuto meno, schiattò d’improvviso come un comune mortale; con la bocca spalancata e gli occhi strabuzzati. Nel bel mezzo del letto della di lui consorte. Il referto fu breve e laconico: infarto. La servetta Emilia, prima di lasciare la casa cacciata, gridò disperata che non poteva essere vero, che il suo Ulderichetto Ferruccio Saverio Astuto de Spiga corta godeva di ottima salute, ed era pure un gran montone, e un gran puttaniere. Sulla porta obiettò affranta e indispettita che la lunghezza non è tutto. E finalmente se ne uscì alzando le spalle e minacciano inutilmente: “Non finisce certo qui”. Qualche malalingua maliziosa e malvagia già bisbigliava che aveva sentito con le proprie orecchie il povero conte invocare disperato: «No! Basta. Non ce la faccio. Ancora? Vuoi vedermi morto». Si sussurrava che fosse morto sotto la di lui consorte perché la dolce moglie contessa aveva reclamato e preteso anche tutti gli arretrati. Una pretesa eccessiva anche per lui e per qualsiasi uomo. E che forse stavano facendo anche qualche giochino strano, visto il segno rosso che segnava il nobile collo.
Arturo non era aduso a badare alle dicerie e alle malevolenze. Era preoccupato per la terribile perdita della sua padrona e confortato solo pensando che presto forse avrebbe superato il triste momento, comprendendo che a volte il fato toglie, ma sa essere generoso. Che era destino. Che da una disgrazia può nascere una fortuna. Che chiusa una porta si apre un portone. Che in fondo non era un grande esempio di conte; e così via. Andò in soccorso della sua adorabile padrona con tutta la saggezza popolare che conosceva e mille altri proverbi; usando tutto il tatto che possedeva, ma lei era una donna forte e decisa. Affrontò subito sicura la situazione: «Arturo, ti prego, portalo via di qua. Non voglio vederlo più. E non voglio che la gente chiacchieri e spettegoli. Non voglio che lo trovino nel letto di sua moglie. Chissà cosa possono pensare. Nel mio letto. Sono disgustata delle dicerie». “Ma cosa posso fare”? «Uhnnn… Buttalo nel letamaio. Farà godere anche i maiali». Ne fu sorpreso e cercò di interpretare quelle frasi: “Ma come facciamo per le regali esequie”? Lei pareva aver preparato la risposta già da prima: «Regali un benedetto cacchio. Maiale era e maiale rimane, anche se conte. Ieri e morto il ciabattino e la famiglia non ha un soldo. Se ne vorranno disfare con piacere. Nella cassa ci mettiamo lui con i suoi poveri stracci. Quando è inchiodata uno vale l’altro, nessuno va a sofisticare, e un pezzente vale un principe, o un conte. Anche se il pezzente muore senza farsi la barba, e quell’odore lo aveva già addosso».
Il venerdì successivo, a pasto, le venne servito un arrosto di maiale, cotto in una salsa di mele verdi con cannella e chiodi di garofano, che sua signoria la contessa gradì molto divorandone una enorme porzione con avidità. Sembrava soddisfatta, sollevata; come se il lutto e le gramaglie le si addicessero. Gli occhi le scintillavano di ingordigia. Arturo conosceva quello sguardo. Finito di pranzare, e licenziata la servitù, la nobildonna Giuliana Teresa Graziosa Molesta del Roveto ardente si fece una grassa risata: «Vieni qui, mio caro Arturo. Avvicinati». Commentò: «Sai… mi ha dato uno strano compiacimento mangiare la carne del porco che ha mangiato quel porco? Ora sai cosa ci vorrebbe»?
Detto fatto, senza aspettare la sua risposta, senza aspettare che altro tempo interrompesse quelle parole, si alzò, gli diede le spalle, si chinò sul tavolo, sollevò tutti gli strati delle sottane e mise a nudo il suo regale dorso. E con i generosi seni e il capo affondati nelle braccia, e la voce affogata dentro l’ampia scollatura, pronunciò la frase che avrebbe potuto farla passare alla storia, ma che rimase chiusa tra quelle quattro mura poiché, tra le sue doti, Arturo frequentava anche la discrezione: «Potere al popolo».

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