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Archive for 13 aprile 2018

Piccoli gialli italiani10. Vorrei non rispondere. Non lo posso fare. Mi chiama mamma. Mi rimprovera che è da parecchio che non mi sente. Ha ragione. Ho avuto altro da fare. Non so che altre scuse inventare. Ci devo proprio andare. Mi chiede come vanno gli studi. Mi limito a un “Bene!”. Mi sento un Giuda. Mi chiede di Beatrice. A lei Bice A chi non piace Beatrice? Lei piace a tutti. Soprattutto alle mamme. Mi vede già sistemato. Mettere finalmente, come dice lei, la testa a posto. Non posso fare altro, povera donna. Per farla contenta le regalo un altro laconico “Bene!”. Un messaggio di positività, anche se bugiardo, non si dovrebbe negare a nessuno. Temo che Matilde le piacerebbe meno. Ne sono quasi sicuro. E poi… con quelle sue gonnelline. Con le quali è meglio che non si chini.
Mi chiede, la mamma, se ho bisogno di altri soldi. Di quelli ne avrei sempre bisogno. Le dico di no. Mi ricorda di coprirmi. Vorrei ricordarle che è ancora agosto. Lo so che non cambierebbe niente. Ogni mamma e mamma. Mi ricorda di stare attento. Intanto mi suona un messaggino. È una buona scusa per tagliare corto con mamma: “Mi chiamano. Scusa”. Lei cerca e riesce a trattenermi ancora un poco. Ha imparato a riconoscere i suoni. Sa che posso richiamare io, dopo. Mamma non sa, e non le interesserebbe sapere, dei morti ammazzati. Forse servirebbe anche solo a preoccuparla. Era Bart che vuole rendersi utile. Hanno rubato una barca. Strano. Cose che non sono succedono, qui da noi. Una barca con il motore fuoribordo. Gli mando un OK.
È una bolla di sapone. Come il solito verrà ritrovata presto. I soliti ragazzini a cui è caduto in acqua il pallone. Prendono la prima barca, ma poi la riportano sempre. Sembrano succedere tutte oggi. Mi chiama Matilde. “Ciao amore”. Lei apostrofa tutti così, come amore. Anche quelli che vede per la primissima volta. Non me la posso prendere. Le viene naturale. E poi è un uso comune qui da noi. Anche tra maschi e tra femmine. Chiamare “amore” le persone è un semplice salutare. Mi voglio illudere che questo che mi regala abbia un significato più importante. “Ciao Ciccia!”. So che a lei non piace che la chiami con quel nomignolo affettuoso. Me ne ricordo sempre troppo tardi. Dopo averlo detto. Non ho il tempo di pentirmi. “Quando ci vediamo”? Ho una voglia matta di correre da lei. Dirle di no mi costa una fatica immane. Ormai non posso fare diversamente: “Ho promesso a mamma di portare il gatto dal veterinario”. Non possiamo che rimandare.
I nostri incontri sono sempre troppo frettolosi. Improvvisati negli angoli più strani. “Vuoi che vengo da te”? Lei ha la voce piena di amarezza: “Stasera no. Non è proprio possibile. Devo vedere uno. Fare una commissione. Passare allo sportello per un po’ di soldini. Magari non in questo ordine. Ho anche l’idraulico. Poi c’è una che mi aiuta per le pulizie. È una giornata un po’ così. Piena. Avrei avuto un po’ di tempo ora. Pazienza. Leggerò qualcosa. Vengo io. Ci vediamo al solito posto”. Devo rinunciare a vederla, veramente solo rimandare, per scorrazzare un maledetto gatto del cazzo con la diarrea. Sono un po’ seccato. E poi mi sarebbe piaciuto che mi presentasse finalmente la sua casa. Invece di trovarci ancora una volta per strada. A vagabondare in cerca di noi. Inoltre la stanza di Jago è occupata. Maledizione.
Come preventivato le forze di polizia si sono dispiegate nella ricerca del piccolo natante scomparso, aprendo una vera e propria indagine. Una serrata caccia all’uomo. Mentre la barchetta è già tornata al suo posto. Io non sono geloso, non lo sono mai stato. Sono però goloso degli occhi di Matilde. Quando lei sorride le si illuminano e spalancano. E quegli occhi sono luce vivida e iridescente. Sempre molto spontanei e amichevoli. Ma sembrano anche colmi di promesse e di lusinghe. Anche non pensate e non volute. Agli occhi degli altri. Hanno un linguaggio proprio, autonomo. Odio chi mi ruba i suoi sorrisi. Li vorrei solo per me. Tilde mi è mancata. Ma appena la vedo mi scordo di tutto. Non c’è un angolo abbastanza buio per noi. Abbastanza riservato.
Appena mi vede Matilde chiede: “Mi spieghi perché semplicemente non possiamo mai andare da te. Invece di così… Invece di andare a sbatterci per le strade come due straccioni. A chiederci un bacio e volerne altri cento”. Impossibile. Io sto con la Zia. Per un senso di libertà e di emancipazione. Per comodità. Per non mettermi in un pullman, o sopra un maledetto treno affollato ogni mattina. Con quel maledetto odore di sudore e di miseria. La Zia non si è mai sposata. È una brava donna, quella parente di papà. È sempre per casa a spolverare e lucidare. A sistemare i suoi centrini di merletti. I suoi vetri. Le sue cianfrusaglie. Non ci ho mai portato nessuno. Nemmeno un amico. Figuriamoci una ragazza. Anch’io cerco di starci il meno possibile. Forse avrei fatto meglio a stare con i miei.
E poi non mi andrebbe di ammettere che c’è anche un’altra donna. Mi viene da dirle: “Amore, vedi”… Poi capisco che quella parola è un po’ troppo impegnativa, per me, per noi. E la chiamo per nome: “Matilde, vedi… io sono ospite. Vedi… mica è casa mia. Non è possibile. Lei è sempre lì. Non esce mai. Sarebbe imbarazzante e”… La mia ragazza… Freno perché “Mia ragazza” mi dà un senso indigesto di possesso e di compiuto che non mi piace. Insomma… Matilde non mi chiede altro. Si rassegna. Non sa nulla de la Zia e si accontenta di quel vago e incompleto farfugliato tentativo di giustificazione. Stranamente nemmeno si insospettisce. Non chiede chi è quella Lei.
Prima che possiamo allontanarci in cerca di un rifugio improvvisato, di eclissarci, ci coglie in flagrante Ezio Delazzari, un amico della mia Matilde. “Ciao Tilde”. Lo vedo per la prima volta. È un geometra stropicciato che ha qualche anno più di noi, e la barba trascurata. “Ciao Tesoro”. Non amo troppa confidenza. Cerco di trascinarla via; non vuole essere scortese. Quello dev’essere uno che le situazioni non è bravo a coglierle al volo. “Come mai da queste parti”? Lei risponde che facevamo due passi e mi presenta. Sembra anche cortese. Non sa farsi gli affari suoi. Ci chiede se ci va un caffettino. Matilde non ha la crudeltà per dirgli di no. Si immergono in ricordi tutti loro. La cosa si è già protratta per le lunghe. Io smanio. Anche lei un poco, ma non lo fa vedere. Si accorge della mia impazienza e finalmente ci accomiatiamo. “Scusa. Dobbiamo proprio scappare. Sai com’è… È stato bello vederti. Magari ci sentiamo. Ti chiamo io. Saluta a casa”. Ce ne liberiamo.
Resta delusa quando le confesso che da Jago nisba. Ci rintaniamo in un angolo di un’osteria a parlare fitto fitto. Siamo tentati di affogare le nostre delusioni bevendo. Forse anche ne accenno ad una sbornia colossale. Ma ne dico tante per paura del silenzio e del dopo. Mi chiede del gatto, che poi è una gatta, sterilizzata. Pigra. Che occupa tutto il suo tempo e trascinarsi da un posto a un altro in cerca di quello più idoneo per dormicchiare. In verità è tanto per dire, lei non è veramente interessata, naturalmente. A me non ne frega di più. Quando iniziamo a ridere per niente cominciamo a sospettare che si stia avvicinando il momento di alzarci. Cerchiamo di resistere. Ognuno dei due lo vorrebbe allontanare. Ma siamo come due barchette di carta sballottate da una mareggiata di niente.
Come sempre, alla fine, è costretta a decidere lei. Usciamo di là senza sapere dove andare. Ti odio incertezza. Tremo a quello che lei potrebbe dire. E non abbiamo trovato un attimo per un bacio. Per un vero bacio. Le strade intanto stanno cominciando a svuotarsi. La gente si appresta a rientrare per cena. Non che me ne accorga. Se ne accorge lei: “Restiamo un altro po’”? Faccio un profondo sospiro di sollievo. Nessuno dei due ha voglia di salutarsi. “Certo. Volentieri. Speravo che”… Si guarda intorno: “Non hai appetito”? Vorrei dirle un sacco di cose. Vorrei spiegarle che quando sono con lei… Che non mi importa del resto del mondo… anche se non è del tutto vero. Che è duro svegliarsi dal sogno… Che sta bene com’è vestita stasera… Che i suoi occhi mi incantano, e che è l’approdo di tutti i miei sogni. Insomma qualcosa di ruffiano. Aggiungere di che cosa avrei fame. Che lei è il vero cibo degli dei. Le dico semplicemente di no. “Vieni con me. Un posto si trova. Forse so dove andare”.
Dopo un po’ che camminiamo mi accorgo che aveva una metà. O solo una speranza. Suona ad un campanello, ma non risponde nessuno: “È un’amica. Lei un piacere me l’avrebbe fatto. Peccato, mi spiace, dev’essere fuori”. E adesso dove andiamo? Lei ha fatto quello che poteva. Me ne sto mogio e muto. Intreccia le dita con le mie. Con un sorriso triste. Mi trascina dietro di lei, con una mano fragile. I ragazzi sono sempre dei nomadi, senza una metà che li aspetta. Ormai ci siamo allontanati dal centro centro. Cominciamo ad incrociare sempre meno curiosi, e sono sempre più frettolosi. C’è un vicolo buio che poi gira a sinistra in un altro vicolo, ancora più buio, che costeggia una riva. Senza nessuna certezza tranne la nostra speranza ci guardiamo e decidiamo all’unisono senza parlarci.
Questo giorno sembra non finire mai. La notte sembra non voler essere ancora, e mai, abbastanza notte. Finalmente. Mi trascina contro un portone. Finalmente. C’è un grande silenzio. Ce ne freghiamo del mondo. Siamo solo noi. Finalmente. Noi e una finestra illuminata al secondo piano. Noi e la luna, e un lampione. Non è che sia proprio intimità. Ma non abbiamo più tempo. Finalmente chiudiamo gli occhi e ci baciamo. In quel bacio c’è tutta l’impazienza di entrambi. E nel modo in cui la cerco e la tocco. Non aspetto che sia lei a chiedermelo. La mia mano trova il suo seno. Al primo contatto lei mi singhiozza in gola. Quasi interrompe il bacio.
Nel girovagare della mano, mi scosto appena e, per conoscere tutto di lei, trovo l’arditezza e la infilo sotto le mutandine. Con l’altra la stringo a me. Mi trattiene il braccio non troppo decisa. La mano non deve insistere molto, poi cede, arrendevole. La tocco curioso. È morbida. Mi sussurra all’orecchio “Stupido.”, ma si è arresa già a mi lascia cercare. Anzi mi accorgo che ritrae il ventre per lasciarmi fare con più comodità. Il tono della voce ha un tono strano, di imbarazzo. Ingoia delle risatine. Cerca di nascondere un tenue rossore. È abbastanza buio perché lo possa celare senza alcuna fatica. Poi, con un sussurro suadente di dice: “Imbranato”. Ha un attimo di esitazione, e poi di pentimento, e poi di tenerezza. Mi accarezza i capelli: “Il mio piccolo dolce imbranato”. Lei ama passarmi la mano tra i capelli. Non mi sono offeso, è la verità.
È come accarezzare il pelo di un gatto nel suo vero. Ma sono anche come i capelli ricci di un bambino di colore, morbidi e inalterabili. Serici. Banale. Un nido spettinato e insolente e sbarazzino di parentesi, che posso immaginare ramate, che si intrecciano tra le dita. Sono fin troppo curioso di lei. All’improvviso mi prende il polso e mi ferma. Le nostre labbra, e le bocche, si staccano. Scuote la testa e i suoi capelli rossi sventolano come onde morbide. “Forse è meglio che ci fermiamo”. Mi si è già fermato il respiro. Mi sento affogare nella delusione: “Perché”? La sua è una preghiera disperata. Almeno quanto la mia. “Perché sì. Non mi va. Non mi va qui. Non mi piace per strada. Siamo già andati oltre. Dovevo subito dirti di no, formarti, ma anche per me… Non ci sono riuscita. Non è facile… Ti prego… Cerca di capire… fermati”. È una supplica laica, la mia: “Matilde”… “Non è che non… Vorrei…. Anch’io… Ma non qui. Non così”. Sono già rassegnato. Ci diamo un ultimo bacio.
Ci allontaniamo entrambi chini e in silenzio. La accompagno per un po’. Poi mi dice che preferisce proseguire da sola. E pensare. Si allontana senza regalarmi il sapore delle sue labbra un’altra volta. Ho mille cose da dire e nessuna da scrivere. Potrei parlare della provvisorietà eterna di questa generazione. Me ne vado fischiettando immerso nel mio sogno. «Mio caro appuntato Buonadonna, come le avrei sicuramente detto anch’io, la barca era già tornata al suo posto. Inutile darsi tanto affanno. Mio caro appuntato Buonadonna, hai mai toccato il cielo con un dito? Io credo di no. Confidati con me. Puoi dirlo al tuo Bernardo Carafa».

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