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Archive for 14 aprile 2018

Quella strana magia del mattinoVedi: Tre arance
È sempre triste prendere un caffè da sole. Anche a venticinque anni. Perché non ti senti più una ragazza. Perché non sai se sei già una donna. E ti sembra che qualcosa manchi. Che ti sia sfuggito tra le dita. Guardi il letto disfatto, vuoto. Pensi al libro che hai appoggiato al comodino. Ascolti il silenzio nelle stanze. Senti l’aroma che dalla moka si sparge in cucina. E allora pensi.
Vorresti tornare su quel letto e lasciati piangere sul cuscino. Tiri su con il naso. Tante storie e nessun amico a consolarle. Troppe storie o troppe poche che non vorresti raccontarti. Forse quel Carlo avrebbe potuto salvarti. Sapevi che aveva la fede al dito. L’avevi notata subito. Cosa importa? Ti sei detta. Non l’hai fatto, ma è come se l’avessi fatto.
Aveva quel maledetto anello anche il professore di “Economia aziendale”. Non lo ha fatto desistere. Non è stato d’impiccio. Non ha fatto differenza. Con quella voce piena di paroloni ti ha solo aiutato a lasciare quei banchi. Non ti ha mai mentito. Lo sapevi che non l’avrebbe mai lasciata. Non te ne sei data cruccio. Anche se non hai ancora capito cosa ti sarebbe servita quella maledetta materia nella vita. E hai continuato ad essere solo Susanna. Con quel corpo pieno di voluttà e di lusinghe. I tuoi chili in più. Sempre con quell’espressione offesa di disprezzo. In mezzo a quegli uomini vecchi. Sempre nel gesto di essere pronta a coprirti. E sempre già nuda. Forse era stato quello a tradirti.
Una storia, ogni storia, comincia prima; poi ti spogli. Farti trovare già nuda forse non è un buon inizio. Dovrebbe essere una fine. Quando non lo è forse è un disastro. L’annuncio della disgrazia. Chissà? Certo è che sei solo quella che sei. Che non ti è rimasto null’altro che ricordare e rimpiangere. Forse è stata tutto colpa di quell’imbecille di Luigi. Forse è inutile cercare sempre la colpa negli altri. Lui si è limitato a non dire che fare la modella per quella vignette era spogliarsi. Forse era convinto che lo sapessi da sola. Troppi forse per una mattina in cui anche il sole si mostrava pigro. Certo, Luigi non ti aveva dato il tempo di pensare. Nemmeno tu ti sei lasciata il tempo di pensare. Ti sei tolta tutto quasi prima che lui te lo chiedesse. Spiata, lusingata, sdegnosa e sempre desiderata. E sei rimasta vestita e spogliata solo di un lenzuolo, e solo perché lui te l’ha detto; quello stronzo del grande artista.
A volte le donne, tutte le don ne, sono le più grandi nemiche di se stesse. Forse lui, quel Luigi, voleva solo quello. Il resto era una scusa. Forse lui non ti avrebbe voluto dividere con nessuno. È sola tua la colpa se non sai dire di no. Certo non era un dongiovanni. Non poteva essere un Narciso. La storia sarebbe finita comunque, anzi non è nemmeno mai cominciata. E certe idee son venute in testa proprio a te. Volevi sentirti bella. Fingere di desiderare per essere desiderata, ma eri solo disperata. Disposta a tutto pur di non essere ignorata, una semplice nessuno. Pur di non tornare quella ragazzina grassa che nessuno invitava. Un poco principessa e un poco cortigiana. Lo hai sempre saputo che non era quello Amore.
Lui, Luigi, ti aveva spiegato chi era quella Susanna. Un nome conta poco. Era solo casuale. Lei era casta. Lui non ti ha spiegato il significato. E non ti vedeva grassa. Forse è per questo che hai provato della tenerezza. Che ti sei inventata dell’affettuoso desiderio. Mai del vero calore. Nemmeno per un attimo. Era tutto finto. Tutto una messa in scena. E certe idee gliele hai messe in testa proprio tu. Che forse lui nemmeno avrebbe voluto. E probabilmente, anzi quasi sicuramente, Ernesto era stato solo il mezzo per toglierti d’impiccio. Non avevi il coraggio di dirlo; di dire basta. Il coraggio non ti è mai mancato e non l’hai mai avuto. Per un sì sei sempre stata audace, per un no sempre vigliacca. E sapevi prima che cominciasse che anche con Ernesto non sarebbe durata. Nemmeno te lo sei chiesto. Eri già nuda. Un’altra storia cominciata dalla fine.
Forse avevi fatto anche del male. Certo quello che hai sempre ricevuto non ti ha mai fatto star bene. E queste mattine ne sono la conseguenza. Sdraiata sul divano, col caffè che ti si fredda in mano; sola. Sola come l’ultima delle donne. Girando il cellulare tra le dita. Incerta tra tanti nomi. Tanti nomi e nessuno. In una giornata feriale. In un mattino già inoltrato. Nomi non possono lenire le tue pene solo per un attimo. Darti un attimo di passione; o di distrazione? Frena le tue dita, sai già che sarebbe inutile; che non ci riusciresti. Ferruccio non è stato che una parentesi, un intervallo. Ti resta l’abito che hai messo per la festa del loro anniversario. L’abito di una segretaria, che giace là, nell’armadio, tra tanti altri. Certo sono quei nomi che ti hanno permesso di piangerti addosso in questa stanza. Che ti hanno pagato l’affitto.
Anacleto ti aveva chiesto di sposarlo. Persino il nome era ridicolo. Aveva fatto perfettamente la parte di uno di quei vecchi. Non sai ancora come sei riuscita a non scoppiare a ridere. Nemmeno si comincia solo per una cosa tanto banale. Lo avevi lascito frugarti. Non ti toccava l’anima, questo era il punto. Non aveva visto il tuo volto annoiato. Quella smorfia di insofferenza. Forse aspetta ancora quella risposta. Forse ha capito e non ti aspetta più. L’uomo non è poi così stupido. È in grado di capire anche senza un no, forse. Amedeo aveva una bella macchina. Non si può vivere solo in macchina. Non puoi aspettare che torni. Restare in ansia per un suo ritardo. Mettere le ciabatte dalla tua parte. Stare tranquilli mentre ci si spoglia. Leggere un buon libro. Non si può cucinare. Cercare uno yogurt nel frigo. Non si può guardare spaparanzati la tivù. E poi era una bella macchina ma con i sedili scomodi e poco bagagliaio.
Sono sempre le domeniche le giornate più atroci. Non voleva dividersi più per nessuno, e con nessuna. Era facile solo a parole. Tommy, cioè Tommaso, era caro ma non ci sapeva proprio fare. Avrebbe potuto imparare? Gli avrebbe potuto insegnare? Quando lo aveva incontrato aveva troppa fretta di vivere, bisogno di tutto, per avere la pazienza di aspettare. Forse, poverino, aveva scelto solo il momento sbagliato. Ma non sempre si può scegliere anche il momento. Certe cose corrono troppo. È questione di un attimo. Quando l’attimo è passato non c’è più nulla da fare. Resta solo il rimpianto. A volte nemmeno quello. Però le sue labbra avevano sempre un buon sapore. E usava un dopobarba, non aveva mai saputo il nome, veramente intrigante e di buon gusto. Peccato. Forse era lui il caso in cui le era veramente dispiaciuto. Peccato. Troppo tardi.
Era stata una sfortunata coincidenza che l’avesse vista con Gabriele. Gabriele era solo il figlio di una cara amica di sua madre. Era così giovane. Così inesperto. Aveva voluto solo essere gentile. La gentilezza non è mai ricompensata, si paga sempre. E poi come spiegare ad un uomo cosa vuol dire essere gentile? L’uomo pensa solo che devi essere solo sua. È essenzialmente egoista. Non era mai riuscita a essere solo di uno. Non ne era mai stata capace. Non si era mai sentita di poter appartenere ad uno solo. Nessuno l’aveva fatta sentire così sicura da essere disposta a rinunciare a tutto per lui. Da estorcerle quella promessa. La verità era che sognava solo dopo e da sola. Non era mai riuscita farlo veramente tra le braccia di uno. Un bacio non aveva mai suscitato alcun suono di campane. Forse aveva sempre preteso troppo. Il fatto è che in qualunque letto ti trovi poi il mattino ti svegli.

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