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Archive for 16 aprile 2018

Mafalda la fattucchieraLei dice che lo devo fare. Io non so se lo voglio fare. Solo che… lo dice… Il tono della voce, quel sorriso negli occhi, suggeriscono mille promesse. Mi fanno già sognare. Sussurrano impudicizie.
Siamo al bar. È stata lei a chiamarmi. La cosa, naturalmente, mi ha colto di sorpresa. Dicendo che aveva bisogno di un piccolo favore. Che però era una questione di vita o di morte. Che non potevo dirle di no. Eravamo iscritti alla stessa facoltà. Qualche anno fa. Non mi si è mai filato. Poi più niente. Qualcuno la potrebbe anche sentire. Con lei… di occhi addosso ne abbiamo anche tanti. Era già allora la più carina.
Mi fa scorrere le unghie affilate sul petto, sopra la camicia: Sei così grande è grosso; così forte. Provo il lamento stridulo di un gesso sulla lavagna. È un graffio gelato. Intanto interpreta per la seconda volta quello sguardo che blandisce, anzi proprio instupidisce. Ne sono certo. E le sue parole sono un impasto di suoni tenui e ammalianti. Dannazione. È una questione di giustizia: Non devi mica… solo un po’ di male; in fondo se lo merita. Per insegnarli come ci si comporta. L’educazione. Nient’altro. Precipito. Lo so, datemi pure del coglione. Giustizia un cazzo. Finisce che finisco nelle rogne. Mi sento offeso. Furioso, ma contenuto: Ma che ti prende? Non sono mica un sicario a ore. Picchiatore a contratto. Lei sorride ancora, ma in modo che sembra una Maddalena pentita: È solo un piccolo favore. Nemmeno farai troppa fatica. Non te ne chiederò più. Lo giuro. Temo che per lei giustizia sia sinonimo di vendetta. Così come seduzione è sinonimo di persuasione. Favore un cazzo, ma quello che mi frega sono proprio quegli occhi azzurri e quell’aria da santarellina dannata e porca. Peccato non essere soli.
Ha ancora un po’ di tempo e io voglio sapere almeno perché? Mi racconta disperata le colpe di quello che dovrebbe interpretare inconsapevolmente il ruolo della vittima. È lo zio di un’amica. Cioè quasi uno zio. Uno pieno di dindi, ma proprio ingordo fin sopra i capelli. È il re delle televisioni. Ho dovuto sputare sangue per convincerla, l’amica. Sangue, sudore e lacrime. Alla fine mi ha fatto avere un appuntamento. Non ci crederai, è una vera carogna. Un falso traditore. Avevo già fatto il provino, davanti a un sacco di collaboratori. Avevo anche cantato e l’avevo fatto bene. Avevano voluto vedere le gambe. Ero veramente disinvolta. Lo hanno anche ammesso. Poi lui, lo stronzo, un vecchio orribile, mi ha invitata a cena. Una cena è solo una cena, Mafalda.
Mangiamo e intanto lui mi mangia con gli occhi. Un vero porco, ti dico. Le sue frasi sono sempre allusive. Contengono tutte un dopo. Nemmeno siamo soli quando mi invita nell’altra stanza. Magari lo hai già capito: era una camera da letto. A me? Una stanza che sembrava il regno della lussuria. A me? Mi aveva promesso un’apparizione. Lo so che è una piccola cosa, ma è sempre un inizio. Tutte hanno cominciato così. Anche le veline. Ma ormai ero lì. Mi vedevo già nello schermo. Ingozzare d’orgoglio mia mamma. Non potevo buttare la grande occasione. Senza che tu me lo debba chiedere: sì! ho cercato di essere carina. Solo un pochino, però. Per poi sentirmi dire, prima di essere invitata a tornarmene a casa, che mi faranno sapere. È stato come darmi una coltellata. Avrei fatto tutta quella fatica per nulla?
Lo seguo come un’ombra, per giorni. È un ometto piuttosto abitudinario. Mangia quasi sempre nello stesso posto. Un ristorante di gran lusso. Mentre io, per non perderlo d’occhi, salto il pasto. Non si muove mai da solo. Macchina chilometrica e blindata. Solitamente ha al seguito almeno l’autista e un paio di guardie del corpo. E uno stuolo di ragazzine scalpitanti. Non sarà per niente un compito facile. Mi sembra di essere in un film. Un poliziesco scritto male. Faccio la posta davanti a casa. Davanti alla sede delle sue emittenti. Insomma non potrei essere più assiduo nemmeno se fosse la donna dei miei sogni. A questo proposito se Mafalda non lo è si avvicina parecchio al modello. Capelli rossi, labbra rosse, unghie rosse, occhi azzurri, e tutto il resto. Se giri con lei diventi un figo anche tu. Mi basterebbe anche molto meno per giurarle eterno amore. Anche se solo che le parole Amore e Eterno non riuscirò a pronunciarle mai. Non certo dinanzi a lei.
Faccio la posta davanti alla villa. Con pazienza. Vedo entrare la ragazzina. La segu e scivolo dentro. Mi sembra di essere in un set; mai vista tanta ostentazione del lusso. Vanno in piscina. Lui comincia già a fare il depravato. Aspetto. Lei esce ormai con le tette di fuori. Piccoline ma sode. Aspetto. Chiede dove può darsi una sistemata. Ride. Lui la indirizza e già pregusta il dopo soddisfatto. Lo colgo in quel momento, solo e col costume abbassato. Fuori dall’acqua mentre allunga la mano per prendere l’accappatoio. Una vera e propria imboscata. Lo penso con lei, con la mia Mafalda, il vecchio porco pedofilo. Solo così mi monta la rabbia che non ho. Ci do di brutto, prima che possa chiedere aiuto. Poi me la svigno in tutta fretta. I giornali poi hanno scritto di una vile aggressione feroce. Naturalmente la sparano grossa. Anche quei quotidiani poi sono suoi. Ma se non gli ho assestato che qualche pugno e un paio di calci. In una quindicina giorni sarà già uscito.
È naturale pensassi alla ricompensa per il lavoro fatto. Ci vediamo allo stesso bar. In fondo sto a due passi. Nemmeno lo spazio di due chiacchiere. La birra l’ho già finita. Pagato ho pagato. Aspettato ho aspettato. Ho pazientato finché il suo silenzio non comincia a puzzare: Perché non saliamo da me? Lei: Scusami ma proprio non posso. Nemmeno un minimo di riconoscenza. È enorme l’ingratitudine umana. Non è difficile capire, anche dal tono sdegnoso e seccato, che per lei la storia è finita lì. Voglio dire, tra noi. Quella voce indifferente mi tratta come l’ultimo avanzo di una pessima cena. Come un rifiuto: Ma io avevo pensato… insomma… Mi era sembrato che tu… Lei: Non avrai pensato?… No! certo, assolutamente. Lei: Giuralo. Lo giuro. Tutta d’un fiato mi sputa la sua certezza in faccia: Non ci credo, comunque hai capito male. Sei come lui. Lo hai pensato. Pensare è già peccare. Non so per chi mi hai presa?
Non sono mai stato un sognatore professionista. Nemmeno troppo bravo con le parole. Più bravo ad ascoltare. Da sempre grande e grosso e minchione. Decisamente un robusto imbranato. Un vero credulone. Dovevo saperlo. Una ragazza così non mi si può filare proprio. È solo che si spera sempre nell’occasione. Lo fa anche l’ultimo. Almeno mentre le guardi, le fissi, sospiri e ti puoi divertire con i tuoi pensieri. In fondo sperare è gratis. Così imparo a fidarmi delle promesse degli occhi. Anche di quelli azzurri come i suoi. Mi sono lasciato solo usare. Sono certo di non sentirla né rivederla più. Il futuro dirà se mi sbaglio.
Il futuro arriva. Da un po’ di giorni mi sento seguito. Una sensazione forse stupida che mi da ansia. Credo di vedere continuamente la stessa macchina. Un’automobile nera che mi sembra la sua, quella di Mafalda. Sono certo di sbagliarmi. Mi metto ancora più in allarme quando cerco di attraversare e la solita macchina accelera anche se è rosso. Mi sono salvato per un pelo zompando indietro sul marciapiede. Solo che per quanto uno possa stare attento non si può stare in tiro sempre. Arriva il momento che sei distratto. Che hai altro per la capa. È così per tutti, e così è stato anche per me. Mi ha sorpreso con la guardia abbassata. Non ho subito danni più gravi solo perché sono allenato e svelto di riflessi.
La chiamo. Sono steso sul divano. Pieno di dolori. Mi sembra ancora inverosimile. Solo che nella mia testa il dubbio orami si è fatto certezza. Mi risponde dopo sette squilli. Dice che era sotto la doccia. Glielo spiffero subito papale papale. Lei prima finge di non capire. Poi cerca di bofonchiare per non darmi una risposta. Poi cerca di fare la gnorri e l’offesa. Mi chiede se sono pazzo. Cosa vado a pensare. Non ho più voglia di girarci intorno. Le dico con rabbia che ho riconosciuto l’auto: Era proprio la tua macchina. Ne sono certo. La targa la conosco. E alla guida c’era quel tuo amico, come si chiama? Marcello, sbaglio? L’ho visto in faccia. Certo che uno così deve essere dietro a un volante per poter provare a picchiarmi. E ugualmente sarebbe fatica sprecata. Mi basterebbe almeno sapere perché?
Forse alla fine di quel nostro secondo incontro al bar non dovevo confessarle che un poco ci avevo sperato. Mi aveva riso in faccia; davanti al caffè. È questo il prezzo della mia innocente confessione. Certo che l’uomo che ama è sempre anche un poco idiota. Me lo dice come si racconta la cosa più banale. Del gatto che ha sporcato il tappeto. Si scusa ma la sua è la voce del menefreghismo: È stato uno stupido sbaglio. Certo un poco te lo sei meritato, ma… Marcello è così impaziente. Non volevo che succedesse, non adesso. Senza, come dire? che tu capissi il senso della colpa. Avevo già pensato di invitarti a cena. Stasera. Per darti modo di meritarti la punizione. Perché tu imparassi cos’è il peccato. Avevo già messo le patate in forno quando ho saputo. Dalla telefonata. Mi spiace. Dovrei farmi perdonare. Se non telefonavi… ti credevo all’ospedale. Non ci si può mai fidare di quello che dice. Dovrei fargliela pagare. Ma io non sono come pensi. Toglietelo dalla testa.
Non so come pensa che penso che sia, e onestamente non me ne frega un fico secco. Sono grande e grosso ma non minchione. Ho registrato tutto: Potrei denunciarlo. E denunciare anche te. Non è un ricatto. Nemmeno una minaccia. Vedila come vuoi. Comunque… Guarda che il cretino di quella mezza sega mi ha rotto solo un braccio. Per il resto sono intatto. Trova un paio d’ore di tempo. Sono qui steso sul divano e aspetto.

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