Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 18 aprile 2018

Piccoli gialli italiani11. Per studiare cerco di farlo. Ci metto impegno. Ostinazione. Mi distraggo continuamente. Sono nel mezzo di un’indagine. Quella su un cinesino italiano. È ancora un vero mistero. Quello ha persino cambiato il nome. Ma è solo un delitto letterario. Il solito mistero della porta chiusa. Ma il racconto racconta che non siamo in un romanzo. Anche questo è un solito. Il primo assassino è sempre lo scrittore. Certo ce ne sarebbero di cose da dire e non dire sulla manodopera in nero. Sulla schiavitù e le nuove schiavitù. Su questa nuova economia. Sugli sbandati e sui disperati. Ma c’è tempo per ogni cosa. E poi qui quella miseria non c’è o è nascosta. Sembrano problemi degli altri. Qui ci sono solo le luci delle vetrine. È tutto un grande emporio. Un varietà. Siamo tutti in mostra.
Bart mi chiede se possiamo vederci. Non ho niente di meglio da fare. Esco. In verità scopro che era solo perché nemmeno lui aveva nulla di meglio da fare. Il mio, di cinesino, fa la pizza. A due passi da casa mia. Non ho niente di cui lagnarmi. Preferirei però che me la facesse un napoletano. Ma forse solo perché a Napoli i pomodori prendono più sole. Hanno tutto un altro gusto. Un altro, di cinese, poco più avanti vende tutto a un euro. E una fa la barista, e piccola ristorazione. Bartolomeo ama meno questa invasione gialla. Dice che non se ne può più. Che si stanno comprando tutto.
Mi saluta Serenella Viviani, con un sorriso luminoso. Saluta proprio me. Fa per fermarsi. Ci pensa e decide di proseguire. Bart la conosce meglio. È anche piuttosto carina. Da quando ho cominciato a cercare di trasformare il mio io in un narratore della cronaca, preferibilmente di nera, la mia vita sentimentale è cambiata. I miei rapporti con gli altri, e con le donne, sono mutati. Mi sorridono e mi salutano più volentieri, più rapidamente, le ragazze. Forse investendo nel futuro, o credendo sia già arrivato. Forse accetterebbero anche un invito, anche banale. Non mi ci provo a provarci. Da quando ho cominciato a prendere il posto di Baldassarre tutto mi sembra mi venga reso più facile. Non che mi chiedano un autografo, questo proprio no.
E l’ho preso quel posto, il posto di Baldo, anche tra le braccia di Matilde. Un po’ ne sono orgoglioso, e un po’ non ne vado fiero. Mi sento un po’ vigliacco. Come di aver tradito un amico. Ma non eravamo veramente molto amici. Non l’ho fatto di proposito. Ci sono stato quasi costretto. Sono caduto tra le sue braccia. Nelle sue mani. E forse il loro era già un amore finito. Mi giro a guardarla, mentre si allontana, quella Viviani, dopo il suo affascinante “Ciao”! Se ne va e sente i miei occhi addosso. Mostra di esserne fiera. Cerca un ultimo tentativo di affascinarmi. Bart sorride. Capisce a modo suo il mio interesse. Conoscendolo posso immaginare che già si sta creando delle storie in testa. Vivo nei panni di un altro. I miei occhi servono per farle sentire belle. Belle è importanti.
Saluto la mia cinesina del bar, anche se non sono mai riuscito a farmi fare un caffelatte. O un caffè, o un latte. Non ci sono vie di mezzo. Non riesce a mettere le due parole in uno stesso bicchiere. Ho provato varie volte a spiegarmi. Alla fine ho sempre finito per prendere un cappuccino. Non è la stessa cosa. Lo so. Ma mi sta simpatica, e ha un sorriso… orientale. Accattivante. E poi, in termini pratici, almeno le brioches sono buone. Non è colpa di nessuno se questo mondo è così. Cioè non è colpa mia né sua, e nemmeno di Bart. Certo che qualcuno ne ha colpa, ma vai a sapere chi? Gli altri sono vittime. E interpreti in questa guerra tra poveri. Di guerre di straccioni la storia ne è piena. Credi di essere andato avanti e ti ritrovi spinto indietro. Ma Bart, il caffè, preferisce berlo al bar successivo.
Un delitto sarebbe anche stato commesso. Ci sarebbe quella nuova versione… di quella vecchia canzone… di quel cantante… un vero crimine. È salita in cima alle classifiche. I tempi stanno proprio cambiando. E non saprei da dove iniziare ad informarmi. A principiare le indagini. Non so nemmeno se ci sia una legge per tutelare il bello, l’originale, la prima versione delle cose e del mondo. Eppure legiferano su tutto e per tutto. E io ascolto di rado la radio. Lo stesso Bart dice che, io, di musica non ne capisco un cazzo. Però le orecchie, quelle, ce l’ho.
Poi, senza darci peso, dice qualcosa che non so e che richiama la mia attenzione. La dice dentro la tazzina che quasi non lo sento. Dice che nell’appartamento accanto al suo, che poi sarebbe quello sopra, ieri sera ha sentito dei rumori. I soliti rumori. Un bisticcio, ma violento. Mi è capitato di sentirli anch’io. Una volta che mi ero fermato da lui per una partita. Ho presente chi sono. Sono quasi certo che siano venuti alle mani. Cioè che quell’uomo le abbia alzate sulla moglie. L’abbia menata. Lui rincasa la sera ubriaco e si diverte così. Qualche volta non gli serve nemmeno la scusa dell’alcool. E quando lo fa solitamente lo fa di brutto. Di drammi domestici si parla fin troppo poco.
Il peggio succede sempre tra le mura di casa. Tra famigliari. Caino con Abele, Bruto con Cesare, Otello con Desdemona, Salomè e Giovanni il Battista, appunto, Erika e Omar, il delitto Casati, eccetera. Vorrei lanciare una campagna in difesa della donna. In solidarietà con le vittime. Solo che ce n’è già in atto una. Arrivo spesso dopo. Intanto comincio a pensare come parlarne. Come almeno iniziare. Cerco le parole. Lui continua parlando d’altro. Un colombo ci becchetta tra i piedi. Bart lo manda via. Il colombo torna e riprende a razzolare le briciole. Bart cerca di farlo con più decisione. Il piccione si allontana e va a ruspare sotto il tavolino del tizio che resta silenzioso nel suo angolo con la sua grappa. Da quando ho visto un gabbiano mangiarlo, un colombo, quegli animali mi famo tenerezza. Non è stata una vista piacevole. Ora mi sembrano vittime innocenti e predestinate.
Non stavo più ascoltando. Perso nei miei pensieri di donne e di colombi. Bart mi riscuote. Deve andare. Lo fa, naturalmente, senza preoccuparsi di pagare, nemmeno la sua consumazione. Non ha mai una lira dietro. Ma prima di uscire Bart mi dà un’altra lezione della sua filosofia spicciola. “Cos’è il crimine? Quello della piccola delinquenza? Siamo tutti criminali allora. Ci vorrebbe una definizione più chiara. Non è forse vero che tutti questi foresti ci rubano la tranquillità? Che lo stato vampiro ci succhia il sangue? Non è vero che mia sorella mi ha rubato in prestito il maglione nuovo? –prima di proseguire ci pensa un attimo– Non è forse vero che Matilde ti ha rubato l’anima? E che anche tu sei ladro nel momento che l’hai rubata a Baldo? Scusa! E che i ricchi rubano ai poveri? E che mi sto rubando il tuo tempo? E che ti sto massacrando le palle”? Dopo questa felice battuta esce di scena soddisfatto. Mi accorgo che dovrò passare al bancomat.
Nel fare per andare, con un bisbiglio, richiama la mia attenzione quell’avventore silenzioso con la sua grappa. Mi fa un cenno. Lo raggiungo. “Sei Bernardo Carafa”? Non lo posso negare. Anche se avrei una gran voglia di farlo. Vorrei tanto scoprire chi è il mio anonimo agente letterario. Certo che la mia è una città ben strana. Si sa tutto di tutti, prima degli stessi interessati. “Ho sentito quello che stavate dicendo”. Deve aver sentito anche quello che stavo pensando. Mi fa cenno di sedere. Controllo l’ora. “Ce l’ho io una cosa succosa per te”? L’alito sa di vinaccia. Si è preso tutta la mia diffidente attenzione. “Hai mai sentito parlare di quella catena di supermercati che vendono le rimanenze scadute agli ospedali e agli ospizi? Per l’economato risulta tutto in regola. E sono merci pagate a prezzo intero. Io so tutto. Potrei farti anche i nomi. E nomi importanti. Ti interessa? Ma acqua in bocca”. E fa cenno alla banconiera per il suo conto.
Non ho alcun dubbio che mi abbia detto tutto quello che voleva dirmi. E che abbia perso ogni altro interesse per il sottoscritto. Lui aspetta il conto. Non ha ancora deciso quando andarsene. Io rinuncio a prendere un altro caffè. Devo uscire. Lo saluto e lo ringrazio dell’informazione. Per interessarmi mi interessa. Potrebbe essere argomento per un’altra storia. Cerco di fermare la mia attenzione sul pezzo. Mi domando da che parte potrei cominciare. Sto ancora decidendo se scrivere qualcosa sulle donne. Cercando di non pensare a nessuna in particolare.
Sull’uso del loro corpo come merce. Nella pubblicità. Nelle copertine delle riviste. Facendogli fare l’occhiolino anche per vendere un succhiotto per neonati. Promettendole assieme ad una automobile, a una macchina per il caffè, a uno stronzo di detersivo, magari delicato. In un gioco a premi. Lusingandole con un profumo o un rossetto. Promettendogli mille euro se si fanno ingravidare, magari dal primo a caso. Decidendo per loro, anche per il loro diritto alla maternità. Ricattandole per un posto di lavoro. Per uno stronzo di trenta. Con una delle tante false promesse vane. Perché anche loro tolgono il lavoro agli uomini. Ché per certi lavori vanno bene perché hanno le mani più piccole, e le dita più sottili; ma solo per quelli. Col marchio di puttane impresso nelle loro carni. Perché hanno le gonne. Perché hanno le tette. Viva le donne.

Annunci

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: