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Archive for 25 aprile 2018

Piccoli gialli italiani13. Mi ha invitato da lei. Per la prima volta. La bacio sulla porta. Mi guardo intorno, è tutto nuovo, per me. È un monolocale, ma è carino. Davanti c’è una porta socchiusa che è certamente quella di un piccolo bagno. A destra c’è una scala che porta sopra a un soppalco colmo di grosse scatole colorate. Sempre a destra un vecchio armadio e una strana spalliera dove sono appesi degli. Sempre a sinistra c’è un lettino invadente e un po’ insolente ancora sfatto. Accostato al muro. A una piazza. Vicino una specie di cassetta a mo’ di comodino, con un libro aperto sopra, un posacenere e una piccola lampada. Una seduta tipo Wassily-Marcel-Breuer, credo, ma solo tipo. L’illuminazione consiste in una serie di lampade e faretti a terra o sospesi.
Lei è palesemente imbarazzata. Confusa. Non sa cosa fare e come mettermi a mio agio. “Ti serve il bagno”? Mi siedo in punta della sponda del letto. “No! Grazie”. Non voglio allontanarmi. Aspetto che mi venga vicino per baciarla. Aspetto soltanto. Poi si preoccupa se ho preso il caffè: “Sei proprio sicuro di aver fatto una buona colazione”? Di come ho trascorso la notte. Di che libro sto leggendo. Non oso dirle che sto provando a giocare a uno di quei sparatutto. Non mi hanno mai appassionato i videogame, e non ci so fare. Semplicemente l’ho trovato in rete. Semplicemente mi sembrava presto per andare a letto. Cercavo una scusa che non ho trovato. Dondola sulle ginocchia. Finché si stanca di aspettare. Lei mi raggiunge. Non mi stancherei mai.
Ci blocchiamo all’improvviso perché mi suona il cellulare. Mi chiama Beatrice. “Ci hai pensato? Forse possiamo rivederci”. Ancora una volta ha sbagliato momento. “Magari. In questi giorni avrei da fare”. Breve pausa. “Non sarai mica arrabbiato. Guarda che è stato un bene. Credo di aver capito tante cose. Non è che sei arrabbiato? Ma… Non ti sarai mica messo con quella. Con quella Matilde”? Faccio quello stupito: “Cosa c’entra lei”? Lei è là, Matilde, che ascolta. Che non può non sentire anche se volesse. Ride in silenzio. Ritrovo quella mia Bice moralista: “Lei è una che non ci pensa due volte. Sarebbe una scelta terribile. È una tappa. Una vera nana”. Cerco di essere convincente.
La situazione farebbe venire da ridere anche a me: “Siamo solo amici. E poi Matilde è la ragazza di Baldo. Che c’entra? Come ti è venuta in testa”. “Di lui e di altri”. Matilde si stringe nel nostro abbraccio. Ridacchia e mi sfiora, impertinente. Si rannicchia tutta addosso a me. L’altra, Beatrice, è colta da un sospetto improvviso: “Sei con lei”? Sono inorridito. Certo che certe balle non sono mai così complicate da dire: “Perché dovrei”? Sono con le due donne della mia vita. Beatrice è la donna da sposare, per chi crede ancora al matrimonio. Tilde è quella da scopare, almeno è quello che sembra. Ci ho pensato, ho solo toccato: “Non è da te. Sei diventata gelosa? Ti ripeto che è solo la ragazza di Baldo”. Non so se l’ho convinta. “Beh! Allora… sto tranquilla. Magari ci sentiamo più avanti”. “Buona idea”.
Dovevo aspettarmi commento di Tilde: “Solo amici, eh?”… Cerco di rabbonirla, scusarmi e ruffianarmi: “Tesoro… Non mi… Non era il caso”… Ride del mio imbarazzo: “Hai fatto bene”. La magia però si è volatilizzata. Lo leggo da come lei si irrigidisce e si scosta. Ha bisogno di andare al bagno. È come se cercasse di soffocare un singhiozzo in gola. Fuori è una giornata di sole. La luce allaga la stanza in modo invadente. Prendo il libro in mano. È Ubu re. Non ci va giù leggera. Continuo a preferire un bel album di fumetti, o Ken Follett, nella vita Kenneth Martin. Continuo a parlare del grande niente, e lo faccio a voce alta per farmi sentire.
Torna con un’aria indispettita. Forse resoluta. Forse solo caparbia. Si siede vicino a me. Non abbastanza vicino. Mi guarda come se volesse insultarmi. Mi sorge il dubbio di dovermi scusare. Non so perché. “Ora… ti faccio vedere io solo amici”. Si tortura le dita. Tortura la maglietta. La stropiccia sul fondo. Si sistema i capelli. Il suo alito sa di menta e di dentifricio. Fa un sospiro di sufficienza. Si alza. Alza le spalle. Mi fissa e poi distoglie lo sguardo. “Ho deciso. Facciamolo”. Accende una candela profumata. Si sfila la maglietta. Mi metto comodo, per quanto posso, per godermi lo spettacolino.
Forse stavolta è… è la volta buona… che mi lascia guardare. Che me le fa vedere… Per bene. Le devo ancora toccare. Sono certo che ne abbia avuto voglia anche lei. Il reggiseno è bello pieno come sempre. E come sempre le contiene a fatica. È minuscolo. Le copre appena quei minuscoli indici che mi puntano. Solo che… non lo slaccia. Aspetta. Non si ferma che per un attimo. Fa lo stesso con quei maledetti jeans. Ho pensato che li avesse messi per dispetto. E precauzione.
Sono stupito. Senza respiro. Io la desidero già più che subito. Più che tanto. Mi fido di lei. Finalmente li abbassa e li scalcia lontano, nonostante che quelli cerchino di impicciarla e intralciarla. Si ferma un altro attimo. Si è pentita? È indecisa? Vuole che la guardi così? Ci sta ripensando? Dovrei dirle qualcosa? Non ho parole. Temo solo di soffocare. Gli slip, anzi il leggero tanga, ha delle tenui trasparenze. C’è un’ombra impudica in quella sua residua pudicizia. Si slaccia il reggiseno dietro la schiena e lo lascia cadere sul pavimento. Forse sto sognando. Esplodono all’aria che credo di sentire il rumore. Nude sembrano ancora di più. Danno una sensazione diversa e di appagamento. Per piacere stai ferma e lascia che mi ingozzi la vista di questa meraviglia.
Una donna nuda non è più solo una donna, è un intero universo misterioso tutto da scoprire. “Fanni posto, sbrigati”. Mi alzo dal letto. Lei ride con un suono isterico e imbarazzato. Si stende. “Vieni qui, stupido. Voglio che me le togli tu”. Ecco cosa voleva dire. L’abbraccio e sento tutta la sua nudità contro di me. Lei sente il mio entusiasmo e, ancora una volta, ride piano, in modo isterico e imbarazzato. “Perdonami ma… Non sapevo decidermi”… Voglio indagare solo nel delitto commesso da chi non ha saputo amarla. Le abbasso le mutandine e gliele sfilo. Cerca, per quanto le è possibile, di agevolare i miei movimenti. Ha ancora qualche remora. Mi sussurra solo all’orecchio: “Cerca di essere gentile. Per me… Per me… È la prima volta. Scusa”. E affoga le sue parole in un altro bacio. Mi scuso anch’io.
Al vostro Nardo Carafa, aspirante grande reporter di cronaca, possibilmente nera, non resta che scrivere un lungo articolo sulla morte di Cesare. Proprio Giulio Cesare. Lo so che è un episodio un po’ datato. Lo so che non interessa nessuno. Male. È sufficientemente cruento. C’è il delitto, la vittima e i colpevoli. «Io vengo per seppellire Cesare, non per elogiarlo. Il male che gli uomini compiono vive dopo di loro; il bene è spesso interrato con le loro ossa. Quindi lasciate che sia così per Cesare. Il nobile Bruto vi ha detto che Cesare era ambizioso. Se così era, era una colpa grave. E gravemente Cesare le ha risposto. Qui sotto il permesso di Bruto e dei rimanenti (poiché Bruto è un uomo d’onore, e così tutti gli altri, tutti uomini d’onore), io vengo a parlare al funerale di Cesare. (Cesare. Atto III, Scena II)» Come in ogni buon giallo che si rispetti. Come in quelli di Agatha Christie.
Odio l’ignoranza, soprattutto la mia. Che quelli credono che Brecht sia il cognome di Galileo e quel Giulio Casare, di cui non si sa il nome di famiglia, sia ancor in vacanza. nella costa bretone. «I paurosi muoiono mille volte prima della loro morte, ma l’uomo di coraggio non assapora la morte che una volta. La morte è conclusione necessaria: verrà quando vorrà. (Cesare: atto II, scena II)» Almeno gli studenti di storia dovrebbero interessarsi alla storia. Alle date. Mettendo ordine. La guerra di Troia, 1250 a.C. o tra il 1194 a.C. e il 1184 a.C.; allora non c’era nessuna certezza. La scoperta dell’America, 1492. La Rivoluzione d’ottobre, 1917. Il maggio francese, 1968; questa è facile. Lo scioglimento dei Beatles, 1970, nonno ci fece una vera malattia. Lo stesso della morte dei grandi del rock. Anno particolarmente funesto. Il giorno della morte di Luigi Tenco, Sanremo, 27 gennaio 1967. Il giorno del giudizio, a futura memoria. Non molto, ma le cose che so le so. Magari confuse.
Matilde mi fa i complimenti per il pezzo. Dice che, pure se con un linguaggio fin troppo elementare, potrebbe essere utile anche per una tesina. Mi corregge solo sulla Rivoluzione russa: febbraio 1917 del calendario giuliano. Cavolo, col cirillico nemmeno i mesi sono gli stessi. Merda.
Ci sono momenti in cui bisogna saper tacere. Singhiozzare piacere e stupore al silenzio. L’unico mistero che m’interessa in questo momento è il mistero dei suoi occhi. Lascio le indagini a chi le dovrebbe fare per dovere. Non me ne frega un cazzo di tutti i crimini di questa città.

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