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Archive for 27 aprile 2018

Piccoli gialli italiani14. A fare all’amore si impara subito. Ad amare non si finisce mai di imparare. Per alcuni giorni sono stato in catalessi. Sorpreso. Muto. Da solo. Non riuscivo a pensare che a lei. A quello c’era stato. Al nostro amore. Aspettando solo di rivederla. Perché non chiamava? Perché non rispondeva? Poi, lei, mi avrebbe confessato che è stato lo stesso. Anche per lei. Che si è trovata sbigottita a chiedersi cosa eravamo. E cosa eravamo diventati. Che aveva avuto bisogno di tempo per pensarci. “Non che mi sia pentita. Questo mai”. Solo aveva bisogno di tempo per capire: Non era solo una ragazza per… Era una ragazza da amare. E che sapeva amare. Stupido. Con gioia mi aveva detto in un orecchio: “Ora lo sei, veramente, il mio ragazzo. Per me”. Come sono stupidi gli uomini. Nel frattempo ero già passato un paio di volte sotto casa sua. Senza il coraggio di chiamare. Di suonare. Di salire. Dopo averla vista… nuda, solo allora ho capito che, non c’è niente di più bello.
Ora che lei è tutto, è troppo, non c’è che lei. E ho paura. Non puoi temere di perdere quello che non conosci. Ma dopo… E c’è sempre incertezza. E non puoi che essere confuso. E mentre cerchi di distrarti, di pensare ad altro, non c’è che lei. Lei e i suoi occhi. Lei è i suoi baci. Lei e tutto di lei. E hai sete di lei. E hai fame delle sue carezze. E non credevi che l’amore fosse così… qualsiasi cosa. Che ti senti persino volare. E gli uccelli ti cinguettano nello stomaco. E ti sembra di non provare fame. Altro appetito. E la vita diventa solo attesa. Sì! sono egoista. La vorrei solo con me. Sempre con me. Non si può avere tutto. Mi sembra che lei me l’abbia dato quel tutto. È solo che non è mai abbastanza. Il giorno dopo è sempre così.
E poi non è così che vorrei. Il mio sogno è diventare un cronista, possibilmente di nera, non di rosa. E raccontare la realtà, non il mio privato. Ma oggi ho meno rabbia. Il vostro Bernardo Carafa è in pace col mondo. Ma è questo il mestiere dell’inviato? Temo di no. Vorrei avere la memoria Sarti Antonio, sergente[1], la sagacia del commissario Luigi Alfredo Ricciardi[2], La pignoleria mai rassegnata di Sandrone Dazieri[3], l’arguzia del Commissario Carlo De Vincenzi[4], la perseveranza dell’ispettore Camilla Cagliostri[5], non certo la confusa sbadataggine dell’ispettore Coliandro, ma piuttosto la perspicacia immaginifica di Grazia Poletti[6], l’intuizione del commissario Salvo Montalbano[7], la fervida immaginazione deduttiva di un Carlo Lorenzini –o del suo amico Jarro– più che la fredda razionalità insensata del delegato Masi[8], e poi… che ne so? eccetera. Ma ho solo un portatile, una linea instabile –che anche in questo momento mi ha abbandonato– e dieci dita. E non sono quelle le armi del buon giornalista. Dovrebbe raccontare i fatti. Registrare. Trarne anche delle conclusioni più o meno sociali. Avvertire i rumori di fondo. Limitarsi a informare, a suo modo, i lettori. L’indagine spetta a loro, ad altri.
Vado in tribunale più che altro per vedere l’ambiente. Semplicio è appena uscito. Se avevo dubbi ora ho solo certezze. Si giudicano, e si condannano, solo poveri disperati. Si finisce lì dentro per un maglione. Per due arance. Per aver scordato la patente. Per essersi confusi. Per un cazzo di niente. Solo perché non si hanno santi in paradiso, né santini. Nemmeno in tasca. Solo perché non si ha una giacca per la festa. Solo per aver bevuto per una delusione. Solo per essersi ingarbugliati con le parole. Solo per aver gridato “Pace” o “Libertà”. Solo per aver gridato troppo forte. Solo per aver scelto la maria sbagliata. Solo per aver creduto nel Dio sbagliato. E sono tanti. E sono troppi. E qual è quello giusto? Sono solo poveri disgraziati. Se continuo così viene anche a me la colite.
Eppure c’è una sorta di emorragia, uno alla volta se ne vanno. Quelli famosi muoio tutti. Chi perché ha finito di raccontare la sua storia. Chi per vizio o per droga. Chi di piombo. Muoiono come una litania. Come grani di un rosario blasfemo. Chi suonerà la musica da domani? Sarà perché prima si dovrebbe diventare famosi, per poi poter morire. Sarà perché di miti non ne nascono più. O ne nascono troppi. E nemmeno la televisione riesce a partorire eroi. E resta solo un grande silenzio. A dire la verità sarebbe morto anche Sarti Antonio, sergente. Sarà perché o sei famoso o non sei. Degli altri non gliene frega a nessuno. Devono solo morire senza far rumore. Dovrebbero andarsene alla chetichella. E per fare lo fanno, senza fanfare. Basta un prete e quattro parole. Mandano in paradiso anche chi non ci vuole andare. E se paghi ti danno due righe sul giornale di tutti santi. E qui non muore nessuno.
Con Beatrice, da bravo vigliacco, ho scelto di tacere. Sperando che il tempo le desse la mia tacita risposta. Che capisse da sola. Solo poi ho scoperto, ma non confessato da lei, che mentre mi lasciava tutto il tempo per capire, lei aveva capito. E si era messa con un senegalese robusto. E all’improvviso aveva scoperto, e provato, tutte le bellezze del sesso. I segreti e le posizioni. Mi aveva chiamato mentre era con lui. Senza un minimo di pudicizia o vergogna. Con la solita aria da santarellina. E il suo fisico slanciato da indossatrice. Che lui si stava spupazzando alla grande, ma che a me non ha mai fatto vedere né toccare. Appena annusare. Credo si sia fatta buddista. Ma questo dopo quella sua breve infatuazione per l’esotico. Credo si sia fatta ritrarre in pose e situazioni ardite. Non le ho viste. E sinceramente non me ne frega un cazzo. So però che qualcuno, dietro le spalle, per i corridoi dell’ateneo, mi adita, con rispetto, come: quello è stato il ragazzo di Beatrice.
Avrei voluto che di quella mattina, la nostra storia, fosse il mio post. Il mio articolo. La carta d’identità del mio farmi giornalista. Naturalmente non potevo farlo. Naturalmente era importante, e interessava, solo per noi. C’erano cose da non dire per pudore. Altre da tacere per delicatezza. Altre per rispetto degli altri. Tutte solo nostre. E forse le parole avrebbero solo sporcato quella nostra storia. Per quel giorno Nardo Carafa avrebbe scritto solo un necrologio: per un ragazzo scomparso per un buco. Un ragazzo per cui nessuno avrebbe potuto più fare niente. Di cui prima non era importato molto a molti. Per il quale prima tutti avevano fatto poco. Un ragazzo che era un ottimo studente. E che aveva lasciato la scena in silenzio.

[1] Personaggio dei romanzi di Loriano Macchiavelli.
[2] Personaggio dei romanzi di Maurizio De Giovanni.
[3] Personaggio dei romanzi di Sandrone Dazieri.
[4] Personaggio dei romanzi di Augusto De Angelis.
[5] Personaggio dei romanzi di Giuseppe Pederiali.
[6] Personaggi dei romanzi di Carlo Lucarelli.
[7] Personaggio dei romanzi di Andrea Calogero Camilleri.
[8] Personaggi dei romanzi di Leonardo Gori.
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