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Archive for 30 aprile 2018

Nel silenzio della notteLe parole scritte non hanno suono. Puoi gridarle. Urlarle. Sono caratteri piatti; tutti uguali. Piccoli tipi neri che nemmeno si dibattono e si affollano su un universo di bianco. Che si scompongono e compongono ordinati. Sono come piccioni sopra uno spago del bucato. Su di un filo della luce.
Se nella mia testa rimbombano, nella carta tacciono. Puoi metterle tutte in maiuscolo. Puoi usare il grassetto. Sta nella prerogativa di chi le legge. Nel suo diritto. È nella sua facoltà. E chi le legge è spesso distratto. Nella testa diventano afone. Sono tutte uguali. Non fanno rumore. Non hanno colore. Nemmeno luce. Non sono che caratteri di stampa. Mantengono solo il fruscio delle pagine. Il lettore non si bagna. Nemmeno se piove e non c’è riparo da quella pioggia. Non ha l’obbligo di partecipare. E allora come puoi rendere il buio della notte? La mia voce che urla? Il suo disperata lamento?
Forse non dovrei più uscire la notte. Forse non dovrei più uscire. Guardare i negozi ormai chiusi. Le strade vuote. Cercare in quelle strade le storie che ho in testa. Cercare le parole. Cercare le vibrazioni delle stesse. La loro musicalità. Il loro coniugarsi a qualcosa che non appartiene a loro. Ormai dovrei saperlo. Ma quando la vedo non so resistere. È più forte di me. Voglio sentirla la sua voce. Per poi farla riecheggiare nel racconto. Sentire che si propaga in mezzo a tanta inutilità piatta. Tra le descrizioni e le riflessioni. Vanamente. E quando la prendo alle spalle anche la sua sorpresa e muta. Persino il silenzio non ha suono del suo raccontarlo.
Forse pensa che io voglia solo immergere le mie mai tra i suoi vestiti. In quella ricerca di lei. O forse lo spera. Io tengo un diario di tutto. Minuziosamente. E degli appunti. Aiutano a ricordare. Ma poi stanno lì mansueti. Privi di personalità. Senza memoria restano come paralizzati. Inermi. Taciturni. Inutilmente futili. Sono solo quella geografia fatta in inchiostro. Forse dovrei aggiungere delle immagini. Di ricordi ne prendo sempre uno. Forse dovrei smettere con tutto questo. Non ci riesco. È più forte di me. Un giorno ci riuscirò. Riuscirò a scrivere una storia che si racconta da sé. Che esce dalle pagine. Che si riappropria dei rumori. Che si allarga come in un concerto. Con l’urlo che è un urlo. Un colpo di grancassa. Con i violini che piovono tristezza. E malinconia. Con tutte le note al posto giusto.
Povera pazza, mi porge la borsetta. Come se fossi solo un lurido pezzente. Io sono un artista. Sono qui a cantare le sue lodi. Una donna non dovrebbe andare da sola, di notte, per le strade buie. “Puttana”! Non può che essere una di quelle. E poi per com’è vestita. Con le gambe scoperte. Con quei tacchi. Con il rossetto. Con quel profumo addosso. Con quell’aria da sgualdrina –e scritto, “sgualdrina” ha lo stesso identico suono di “santarellina”, e di “astratta”, e di qualsiasi altra cosa. Lo stesso assente odore. Cioè nessun suono. Persino il suo nome non sarebbe altro che poche sillabe. E potrei usare qualsiasi nome. E qualsiasi epiteto. Non potrebbe descrivere di più questa donna. Entra tutta nell’immaginazione degli altri. O nella loro mancanza di immaginazione.
La colgo di sorpresa. Non ci si dovrebbe mai distrarre. La spingo contro il muro. “Mi scusi signora”… Tra il muro e il portone. Lei grida. Anche se a descrivere quell’urlo non si può sentire. Le metto ugualmente una mano sulla bocca. Non prova a mordermi. Al secondo colpo lei perde le forze. Si accascia al suolo. E come se si svuotasse. Seduta su quei gradini. Non reagisce. “Fai la brava”. Le donne non pensano che si possa reagire o resistere. La forza è uomo. La donna è pazienza. È ostinata docilità. È rinuncia. Mulina solo le braccia nude per proteggersi. Per chiedere scusa. E la colpisco. La colpisco ripetutamente. Con rabbia. La colpisco perché smetta di difendersi. Semplicemente se lo merita. Lo so. Lo so e basta. So di cosa ha bisogno il mio furore: “Apri quella cazzo di bocca”.
Ma la sua bocca era già aperta. E i suoi occhi spalancati. Nemmeno più terrorizzati. Non avevano più colore; nell’ombra. Erano due orbite opache. Erano solo il grido che solo io avevo potuto sentire. Erano solo silenzio. E dalle labbra colava un rivolo di sangue. “Maledetta troia”! Le scivola sulla guancia. E giù, fino a insinuarsi nella scollatura. È come un rossetto sbavato. Le sporca il mento. Le lambisce il seno. “Fammele vedere”. Ma dalle sue labbra esce solo un flebile lamento. Non vorrebbe ancora cedere. “Stupida sgualdrina”. Non mi insudiciare la camicia bianca. Devo tornare a casa. Dopo. “Prendi questo”. Certe donne non sanno. Non possono sapere. L’uomo non vive solo per loro. Io non le pago. Non le pago coi soldi. “Volevi il piacere. Eccolo il piacere”. Ne sei fiera ora? Porto con me solo un suo orecchino. Certe parole non sono come le altre. Sì! “Troia!

Troia!

Troia”!

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