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Archive for 1 maggio 2018

Che altro aggiungere nel mio I° maggio?

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Duello a DurangoCicca in bocca Chrystal si è messa a oliare, di buona lena, la carabina Winchester di papà. La scusa era che le sembrava di aver visto un ocelot. Ormai i gattopardi americani erano avvistamenti più rari dei babbi natale a ferragosto, o dei tacchini selvatici il Thanksgiving Day, o il quattro luglio, le vere vittime dell’Independence Day. Il buon signor Donovan aveva finto di crederle.
Qualche giornale locale cominciava a parlare di noi, chiamandoci “La banda dei tre” o, più spesso, “Delle due bellezze”. Nessuno ci dava ancora la caccia sul serio. Non eravamo stati così fessi di muoverci in un’area limitata, anzi avevamo anche cambiato stato. E poi, come detto, c’erano tutti quei terroristi da trovare. Solo che dal furgone da Las Vegas avevamo preso i soldi di qualcuno che non aveva interesse a mandarci dietro la polizia. Soldi che dovevano solo tornare dal casinò dopo una nuova innocenza. Di un certo Joe Quattrodita, e uno con nel cognome qualcosa come Giandino. Non erano morbidi come lo sceriffo e i suoi. Gente d’onore, quelli, uomini d’affari, maledetti italiani, topi con tana a Durango.
Il Messico non mi è mai piaciuto e l’avrei evitato molto volentieri. E in verità quel cazzo di posto si chiama Victoria de Durango. La patria di quel Pancho Villa. E il viaggio si presentava anche lungo e faticoso. Non mi andava proprio. E si respirava male, troppo in altura. Un nido per condor. Ma aveva ragione: era meglio che gli facessimo visita prima che ci trovassero loro. Cristi, sigaretta in bocca, non mi piace quel suo vizio, sembrava pronta ad andare alla guerra. Per tutto il viaggio l’ha tenuta sulle ginocchia come un bambino.
Lentamente ci ha attraversato la strada un armadillo, o come lo chiamano loro un quirquincho. Spero non sia un qualche segno del destino. Non credo molto a queste superstizioni da campagnoli. E non ho sentito parlarne come per i gatti neri. Se ne andava tranquillo incurante del pericolo. Sono stato tentato, incitato da Abigail, di metterlo sotto, per farne un charango. Mi è sembrata, in quell’attimo, una buona idea per un regalo per il suocero. Alla fine ho preferito evitarlo. Il sangue, anche se di un animaletto inutile come quello, non è mai di buon auspicio.
Dietro c’era la chitarra di papà Donovan. Sulla cassa la firma del grande Jorma Kaukonen, almeno così lo aveva definito lui, e questo tradiva i suoi passati amori. Ma c’era anche quella di Billy Gibbons.[1] Probabilmente un amore più recente. Verosimilmente il vecchio aveva intenzione di recarsi in città e provare a venderla. Per liberarsi di tutti quei ricordi. L’ho data naturalmente al figlio del fornaio, per una pizza e un fucile.
Sembrava un arnese della guerra di secessione, ma incuteva timore e poteva andar bene. Il tipo disse che aveva sparato nella battaglia di Manassas. Era solo per precauzione. Fosse stato solo per me ero deciso a restituire tutto. E comunque lo avrei reso al ritorno, e avrei ripreso lo strumento. Avrei voluto saperlo suonare. Per lei e per tutte e due. Non avevo mai imparato bene a farlo. Quelle corde non collaboravano. Restavano per me quasi un mistero. Sapevo fare poco più di un giro di do. E non ero nemmeno troppo intonato.
Anche il Messico era in fiamme. Il paesaggio non era cambiato di una virgola. Sembrava di essere ancora in Texas. Ma come fanno a ingollarsi di cose così piccanti? Dovevamo fermarci a El Paso per toglierci la polvere di dosso, per mangiare, un paio di balli, e passare la notte. Così abbiamo fatto. Solo che ho preferito quella pizza, anche se era terribile. Vera colla gommosa. Da fuori venivano le note di un fandango. Non sono bravo a ballare, ma non volevo deludere le mie due compagne. Ero deciso: ci avrei almeno provato. Ma solo dopo essere arrivati.
Ne avevo fin sopra le palle di deserto. Volevo solo uscirne e che tutto finisse, e tornarmene. Invece le cose cominciarono ad andar male già da quella sera. C’era una sorta di tensione nell’aria. Il posto era pieno di sombreri e di brutti ceffi messicani con i baffi. Tutti volevano divertirsi, anche troppo. E due bellezze bionde erano una sorta di apparizione, inconsueta. Mi ero alzato dal tavolo per cercare Abigail. L’avevo vista fare smorfie e flirtare con un tizio alto come un campanile e largo più d’una quercia. Poi era sparita e non l’avevamo vista più. Eravamo rimasti a fissare intorno con gli occhi per un po’. Alla fine mi ero deciso di andare a cercarla. Era da un po’, cominciavo a preoccuparmi. Avevo detto a Chrystal di aspettarmi lì e finire con calma il suo mezcal.
Mi sembrava che anche la tranquillità di Cristi fosse interpretata ad arte. Unicamente a mio beneficio. Non riuscivo a vederla. Fuori intorno c’era buio, silenzio, sulle fatiscenti e agonizzanti polverose rovine del loro passato del cazzo, e le risate lontane e sghignazzanti della loro miseria attuale. L’avevo trovata dietro al locale, in una pozza d’ombra che per poco non la vedevo. Nella destra aveva un barattolo aperto di birra e la camicetta aperta fino alla pancia. Il mandriano le stava sopra e glielo aveva infilato in bocca. Lei sembrava ubriaca e a prima vista non pareva disdegnare la cosa. Tutt’altro, si sarebbe detta impegnata ed entusiasta. Appena mi aveva visto mi aveva gridato: Che aspetti sparagli? È uno di loro. È un mangia-spaghetti. Ce l’hanno mandato incontro.
Probabilmente Dio stava guardando dall’altra parte in quella sera dannata. Forse aveva cercato refrigerio infilando i piedi nel Rio Grande. Mi sembrava di vedere me da fuori di me. È stata una reazione istintiva: ho estratto il revolver e ho fatto fuoco, prima ancora di pensarci. Scosso dalla rabbia disperata nella sua voce. Quando l’ho girato mi sono accorto che era solo Ramon, quel figlio di una grandissima mignotta del figlio del panettiere. L’unica persona che avevo conosciuto in quel dannatissimo posto. Un cane si era messo ad abbaiare e per un attimo mi sono sentito circondare da un silenzio irreale. Poi le musiche erano ricominciate. Sono andato a cercare la chitarra e Chrystal. Le ho detto che venire che le avrei spiegato dopo.
Ci siamo rimessi in sella e ce la siamo filata, lasciandoci dietro il campanile e tutta El Paso. L’avevo preso al collo; sputava rosso e versi rantolanti privi di senso. Dovevamo mettere un po’ di distanza tra noi e quel corpo pieno di sangue. Avremmo dormito sotto le stelle del Rio Grande. Abigail aveva detto che sì! forse si era sbagliata. Che no! non lo voleva, ma poi forse solo un poco. Che forse era stata la confusione e quel ballo. Che era stato stronzo e aveva insistito. Che non voleva che andasse a dirlo in giro. Che forse era stata anche colpa sua, ma era un poco ubriaca. Non potevamo lasciarla da sola un solo attimo.
Ormai quello che era stato fatto era fatto. E non potevo dare tutta la colpa a lei. Dovevo stare più attento. Pensarci un attimo. In fondo ero stato io a premere il grilletto. Il fatto è che quando ammazzi una persona, per la prima volta, quella poi torna insistentemente e te la ritrovi sempre davanti agli occhi. La faccenda non cominciava nel migliore dei modi. Le rogne dovevano aspettarci a Durando. Invece ci erano venute incontro con anticipo. Meglio arrivare in città verso sera. Cercando di passare il più possibile inosservati. Non era una cosa facile, lo sapevo. Con due bionde e un paio di calzoncini cortissimi in Messico.
Ci siamo fermati ad una missione. Sentivo il bisogno di confessarmi, come se andassi incontro al destino. Non sono mai stato troppo religioso, ma ci sono situazioni e situazioni. Non potevo dirlo a nessuno, ma dovevo dirlo a quel frate. Avevo bisogno del suo perdono. Ne sentivo proprio il bisogno. E Chrystal Aveva fatto la comunione. Sembrava tesa anche lei. Abbi era rimasta in macchina. All’emporio Cristi mi aveva preso un paio di stivali nuovi un orecchino d’oro, dicendo che ormai ero un vero fuorilegge. Aveva una risata amara. Poi ci siamo rimessi in viaggio, volevamo arrivare puntuali per il ballo.
Siamo passati diretti alla corrida con della tequila ghiacciata. Non avevo mai visto niente di simile, né un rodeo. Il toreador era il re dell’arena e sembrava vedesse ancora Villa là sugli spalti. Lo spettacolo non mi è piaciuto affatto. L’ho trovato troppo violento. Non sopportavo di vedere tutto quel sangue e la sofferenza del povero toro. La folla invece incitava e sghignazzava in preda ad un vero delirio. Credo di averlo visto Dio, con due occhi smeraldini di ramarro. Probabilmente era solo la tensione. O una delle tante maschere con cui quei miserabili contadini amano agghindarsi. Alla fine siamo andati al maledetto ballo. Cercando di ridere e non pensarci. Per quanto avessimo potuto fare ci avevano visti tutti, e la voce della nostra presenza doveva essere circolata.
Avevo cercato di controllarmi, non potevo farmi trovare confuso e ubriaco. Io e Chrystal siamo usciti in strada e ci siamo allontanati dalla folla e dai rumori. Non avevo nemmeno più paura. Ero sospeso come in equilibrio sul filo. Prima si è fatto un completo silenzio e poi è arrivata una macchina nera che ha frenato. Ne sono scesi in quattro, tutti alti e robusti, e tutti con un’arma in mano. Eravamo arrivati finalmente alla resa dei conti. Ho capito subito che non avrei mai avuto il tempo di parlare. Eppure era vero che non sapevamo che i soldi fossero loro. Li avevamo in due borse nel sedile dietro. Ma sono ancora convinto che Abigail non avesse nessuna intenzione di restituirli, E che Chrystal fosse abbastanza d’accordo più con la sorella che con me. Comunque erano pensieri inutili. Non erano tipi da ascoltare spiegazioni o accettare scuse.
I pochi passanti se l’erano dati a gambe lestamente. Ho visto un lampo, ne è seguito un tuono e nella schiena ho sentito un dolore caldo. Chrystal ha risposto subito al fuoco. Una vera cannonata. Ne ha centrato uno alla testa, e quella praticamente è esplosa e volata via, poi ha sparato al serbatoio. La macchina è diventata in un attimo un falò che di un paio di metri d’altezza. Ora la strada era bene illuminata. I tre scagnozzi si erano allargati verso le case. Lei mi aveva trascinato via ed eravamo finiti nel cortile posteriore di una stalla abbandonata. Mi aveva controllato preoccupata, poi aveva tirato un sospiro di sollievo. Mi aveva invitato a non fare il bambino, la checca, perché era solo un graffio, un colpo di striscio.
Quell’attimo di tranquillità era durato poco. L’aveva vista lei l’ombra gigantesca di uno dei mafiosi, con sigaro in bocca, che incombeva su di noi pronta a fare fuoco. Eravamo persi; entrambi. Ma l’ombra non sapeva che a guardarci le spalle c’era Abigail. Silenziosa gli era arrivata dietro e gli aveva infilato la smith & wesson 686 tra le chiappe. E senza dire altro, né chiedere permesso, aveva fatto fuoco. Schizzi di sangue e del malavitoso erano esplosi intorno. Cristi si era già ripresa dallo spavento, io un poco meno. In quel momento le cose si erano messe leggermente meglio, noi eravamo in tre e di loro ne restavano solo due. Siamo andati a dargli la caccia.
Quelli son prede alla fine facili, perché sono troppo sicuri e presuntuosi. Al buzzurro con quattro dita il winchester aveva fatto sul petto un buco grosso come un oblò. Io ero lì, ma il mio catenaccio s’era inceppato e aveva fatto cilecca. Comunque lei era stata più svelta. Gli aveva rovinato il suo doppio petto gessato. Sicuramente di dubbio gusto, in un posto come una strada fuori dal centro, a Durango. Lo stronzo girava ancora intorno alla macchina. E aveva gli occhiali da sole, anche se era quasi mezzanotte. L’altro lo aveva sistemato naturalmente Abigail, senza fatica. Lui ci cercava e lei lo aveva trovato, dentro una bettola chiusa. Lei amava il pericolo. Lui aveva creduto di potersi togliere un ultimo sfizio, dietro il bancone. Lei gli aveva tagliato la gola da un lato all’altro; gli aveva quasi staccato la testa. Avrebbe dovuto cambiarsi. Era tutta inzozzata dal sangue del coglione.
Ora quei soldi erano proprio solo nostri. Perché non avevano più altri padroni. Tutto era finito e nulla ci tratteneva più a Durango. Anche questa è fatta. Udimmo lo sferragliare di un treno. Qualche sirena, ma niente di preoccupante. Più probabilmente un incendio dovuto alla troppa euforia. La macchina tossì, ma si mise in moto. Potevamo tornarcene tranquilli alla nostra casetta. Ci restavano solo circa novecento-ventiquattro miglia d’inferno infuocato dal sole. Una vera gita davanti a quello che avevamo passato. Mondo maya, mi sentivo disposto ad affrontare un puma a mani nude. Abigail taceva e ricontava quei soldi soddisfatta.
Papà Donovan non ci avrebbe più prestato il suo suv. Glielo avremmo riportato con qualche presa d’aria in più. Buchi inequivocabilmente di spari. Era già tanto se avevamo riportato le palle. Quando ci vide non fece domande. Ne aveva viste di cose a sufficienza. Certo sembrava preoccupato. Ma più preoccupato era per la sua chitarra. Se la coccolò con cura. Di notte, dalle nostre parti, un uomo ascolta i coyote ululare. Cosa farebbe senza la sua chitarra? Cosa canterebbe alla luna? Di noi le raccontano in molti. Ma nessuno conosce la vera vita di frontiera.

[1] Chitarristi rispettivamente con i Jefferson Airplane e i ZZ Top.

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