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Archive for 2 Mag 2018

Piccoli gialli italiani15. Ho aspettato con impazienza. Ho aspettato Matilde. Colmo di speranza. Non sono cieco e mi accorgo che ha qualcosa nello stomaco. Che non sa come dirlo. Che fa fatica. Che le rode. Aspetto. Paziente. “Da domani ci potremo vedere meno. E qualche volta sarò stanca. Devo tornare a lavorare. Ho bisogno di quei soldi”. Lo so da me che è stupido: “Ma io ho bisogno di te”. “Tu hai già me. Ma io non posso stare senza lavorare”. Decidiamo, in fretta, per un altro giorno al mare. Passiamo da me e poi da lei per quello che le serve. La aspetto sotto la porta, irrequieto. Conto i minuti. Anche i secondi. Non riesco a comprendere come potrò aspettare le ore. Forse giornate intere.
La spiaggia è il solito carnaio. Ho voglia di stare solo con lei. Nel pomeriggio ci siamo appartati tra gli scogli. Eravamo fuori dal mondo. Eravamo soli. Soli e qualche gabbiano curioso, alto nel cielo. Con un silenzio assoluto disturbato solo dai nostri baci. Avete presente quei minuscoli costumi con poca stoffa morbida e leggera? Con due cordoncini ai lati che s’intrecciano in una ciocca? E col reggiseno uguale, sempre piccolissimo, e sostenuto da un cordoncino simile? Proprio quelli. Matilde ne ha addosso uno così. È un invito. È una tentazione. Si prende gioco dei miei occhi in adorazione. Mi dà un leggero scappellotto benevolo e si stende al sole. Poi si appisola e io resto a guardarla. Uno di quei gabbiani precipita, come un proiettile, con le ali chiuse, fracassa la superficie del piano quasi immobile dell’acqua, ed esce risalendo verso il cielo con l’ultimo pesce stretto nel becco.
La tentazione è troppo forte. Slaccio prima l’una, dopo l’altra ciocca. Abbasso, lentamente e con precauzione, con fare complice, quella parte posteriore del piccolo slip. Quella piccola stoffa. Proprio come un ladro. Lei probabilmente sta sognando. È completamente assente. Potrebbe scoppiare la guerra. Non mi muoverei di un muscolo. So di essere un cialtrone. Nessuno mi può vedere. Nessuno ci può vedere. Nessuno mi può scoprire; tranne lei. Che resta tranquilla. E… Ma niente dura quanto vorrei. Resto ad ammirare quella meraviglia. Per alcuni minuti; finché non torna dal mondo dei sogni. E torna lentamente, con una calma sazia, e poi piomba nella realtà. Mi dice con un senso di fastidio: “Coprilo”. Le verrebbe da ridere, se non fosse… “Stupido”. Ho ancora la stoffa tra le dita. Si ripete sputandomi addosso il suo imperativo: “Coprilo. Stupido”!
Lo copro con la mano, e cerco di farmi perdonare soffocandola con un bacio. Lei per un poco non protesta. Non vuole interrompere quel momento. Lascio quella mano abbandonata. Non so cosa aspettarmi dopo. Forse l’ho fatta grossa. Forse non dovevo. Mi riempio il palmo con la carne liscia e soda della sua… natica. Non stringo la presa. Poi si stacca e cerca un’espressione forzata di rimprovero: “Sai che non mi piace”. “Perché”? Mi toglie la mano indispettita senza ricoprirsi: “Semplicemente non mi va. È grosso”. Continuo a riempirmi gli occhi: “È bellissimo”. “Non mi piace. Ed è invadente”. Io la trovo perfetta. Mi prende il polso e mi allontana la mano. Si fa scorrere sopra la stoffa, con un gesto disinvolto, e si allunga desiderosa di un altro bacio.
Siamo solo nel nostro bacio. Cerco di consolarla tra le mie braccia. Abbiamo ancora tutto il tempo che vogliamo. E c’è il mare. E c’è il sole. E siamo io e lei. Lei che cerca disperatamente di trattenere quella poca stoffa. Il costume. Che la copre. Che non la copre. Di non farla scivolare. Ma non vuole restare nuda. Come se non fosse già abbastanza nuda così. La sera può ancora aspettare. Ma non ha ancora molta pazienza, la sera. È stata una giornata lunga. Ma proprio in quell’istante i nostri respiri si interrompono. In un attimo. Abbiamo un sobbalzo. Blocca entrambi un rumore vicino e minaccioso. Non simo più da soli. È un attimo, mi guarda allarmata. Sono paralizzato. Il tempo di reagire e lei si è già sistemata lo slip. Ha già allacciate tutte quelle ciocche. E sistema le coppe sulle poppe. Allungo il collo per spiare oltre gli scogli. Guardingo.
Settembre non mi ha mai portato fortuna. Faccio a tempo a vedere una figura ignota che si allontana rapidamente. È probabilmente l’ombra di un semplice guardone. Deve essere rimasto deluso. Siamo stati noi a interrompere lui. Se non fosse per la paura che ha causato… In fondo che male c’è. Non reca danno a nessuno. Non c’è colpa se non c’è danno. Siamo più colpevoli noi che… C’è a chi piace guardare. A chi fare. A chi semplicemente sognare. E a chi piace farsi vedere. A Matilde non piace, ma è una gran cosa bella da vedere. Se non fosse che ero con lei, vorrei essere stato al posto dell’altro. Di quell’uomo. Spiarla. In fondo cosa stavo facendo di diverso se non guardarla? È solo che lei ormai ha voglia di tornare. Cocciuta. So che non riuscirei a farle cambiare idea. Che abbiamo finito il tempo. E ci salutiamo quando per me è ancora troppo presto. Cocciuta la miseria.
Quando non sono con lei penso solo a lei. O quasi solo a lei. Forse l’ho già detto. Almeno a me sono sicuro di averlo già fatto. Penso che le vorrei dire e non trovo mai le parole. Penso che non so cosa pensare. Penso che non so cosa sia. E cosa siamo. E che non mi interessa di scoprirlo. Penso che lei mi ha aperto gli occhi. Mi ha aperto un mondo. Penso che lei mi ha dato tutto. Troppo. Che non mi è mai abbastanza. Penso al suo corpo. Penso alle sue carezze. Penso alle nostre debolezze. Ai suoi occhi cosi intensi. Alle sue gonne, e rido. Penso che vorrei girare un video. Di noi due. Con cellulare. E metterlo in Youtube. Penso che vorrei che tutti ci vedessero. Penso che è una sventura, per chi non la può vedere. Penso che vorrei vederla solo io. E continuare a guardarla. Penso che odio gli occhi degli altri. E quello che posso, o potrei, leggere in quegli occhi. Penso che settembre non è poi così male. Penso che non c’è un lavoro che nobiliti l’uomo. Aspetto di rivederla il giorno dopo.
Me la vedo capitare con un diavolo per capello. Ha fretta di parlare. Mi racconta che il marito mandrillo, appena soli, ha provati ad allungare le mani. “E tu”? “Me le sono tolte subito di dosso. Prima ancora che mi sfiorasse. Non gli ho lasciato il tempo. L’ho fulminato. L’ho sputato con rabbia. Ho preso la porta e gliel’ho sbattuta in faccia. Non sono tipo… E ora ho te. Mica mi faccio mettere sotto. Così. Il primo giorno”. È fuori di sé. Cerco di calmarla. Siamo in un bel guaio. Ci mancava solo questa. Per terminare bene la giornata. Certo che ha fatto bene, ma… “E adesso che farai”? “Cosa posso fare? Cosa potevo fare? Fortuna che poi ha chiamato. Si è scusato. Ha detto che non succederà più. Che è stato un attimo. Mi ha pregato di non farne cenno alla moglie. Come se fossi più stupida di quanto sono. Che avevano bisogno di me. Ha fatto leva sul mio affetto per i bambini. Sul loro. Mi ha dato la giornata libera. Ed eccomi qua”. Proprio una fortuna.
C’è un confine molto sottile, labile, tra la legalità e il crimine. A volte è quasi invisibile e fragile. Per un istante ho un solo istinto: vorrei ammazzarlo, il maiale. Vorrei cercarlo e sgozzarlo, con le mie mani. E un coltello da cucina. Si che non mi potrò più fidare. E lo maledico. E bestemmio. Non le chiedo che ne pensa. Temo che la sua risposta non sia la mia. Mi limito a stare in silenzio. Vorrei parlare dell’impossibilità di restare soli. Di trovare uno spazio di intimità. Anche di semplice riservatezza. E forse anche quell’uomo, e la sua ombra, si sentivano soli. Poi torno a penare all’altro. A quel padre. E lei è una vera tentazione.
Perdono chi spia. Non riesco a perdonare la prepotenza. L’arroganza. La presunzione. Ma mi è difficile condannare. Sono un Pilato. Sono un fabulatore senza argomenti. In fondo siamo tutti un po’ guardoni. E non è stato nemmeno un tentato stupro. Forse. Dentro le case succedono cose ben peggiori. E magari quel padre ha veramente perso, per un attimo, la testa. La guardo. Sono quasi tentato di capirlo. Non sempre siamo quello che gli altri vedono. E magari sperava. Non ho nessuna risposta. E non tutte le risposte sono uguali. Mi metto al portatile per scrivere che hanno sequestrato una quintalata di riviste porno. La città dorme sopra le sue fatiche.

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