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Archive for 3 maggio 2018

Alessio e la chiromanteVedi: Scala reale alla regina
Aveva provato a passare in negozio, una due tre e altre volte, ma le due donne lo avevano allontanato fredde e insensibili al suo dramma. Aveva provato a chiamare la moglie. Si era spinto fino a pregarla. Le prime volte era stata sgradevolmente scortese. Poi si era limitata a smettere di rispondere alle sue telefonate. Eppure avevano diviso tutto per ventitré lunghissimi e felici anni.
Aveva provato a chiamare Micaela. Certo aveva notato presto quanto fosse carina e quanto fosse ben dotata lì. Non era mai stato cieco davanti a certe cose. Ora che le aveva viste bene le aveva spesso davanti agli occhi. Non le poteva scordare. Era stato ad un passo da approfondire quella conoscenza. Pensava che la sua ex commessa potesse essere anche un vero uragano, a letto. Aveva sperato che potesse essere la sua ultima ancora di salvezza. Ma anche lei lo aveva snobbato, e non gli aveva lasciato speranze. Era stato costretto a tornare dalla sua vecchia madre. Aveva perso tutto. Non gli era rimasto niente, tranne il suo amore per il gioco.
Era stato un caro amico di sua moglie a consigliargliela. Lui non credeva a quelle cose. Le riteneva tutte baggianate. Fumo sugli occhi. Buone per qualche allocco credulone. Poi aveva deciso di andarci perché aveva un paio di ore libere e si stava annoiando. Fu sorpreso di trovarsi davanti una ragazza, già donna ma ancora giovane, nonostante quell’espressione molto formale, e distaccata e seriosa. Se l’era aspettata del tutto diversa. Una sorta di matrona, con le verruche, i capelli ricci nerissimi coperti con un fazzolettone con disegni evidenti e colori sgargianti, e un corpo appesantito e cadente.
Invece… si poteva considerare anche carina. E aveva una di quelle voci che sanno farsi ascoltare. Lo aveva fatto gentilmente accomodare e poi, quella chiromante, lo aveva pregato di lasciarle vedere il palmo della mano. Aveva voluto averne conferma anche dalla sfera di cristallo, dalle carte e dai fondi del tè. Infine gli aveva detto che si stava avvicinando il suo giorno fortunato. Ne era sicura. Lui uscì da quell’appartamento soddisfatto, anche se più squattrinato di prima, anche se non aveva né voglia né tempo di aspettare.
Qualche volta riusciva a sottrarre qualche risparmio alla povera madre. I suoi giorni scorrevano uguali. Nulla era cambiato. Tranne il fatto che si sentiva desolatamente solo. Non gli restavano che quei pochi attimi che si poteva permettere sopra il panno verde. Rincasava sempre più affranto e con le tasche sempre più vuote. Doveva trascinarsi sulla spalla quel corvo nero. Continuava a perdere inesorabilmente. La sua vita era una cascata che tracimava oltre ogni barriera. Al lavoro c’era la crisi, anche lì ripetevano che le cose dovevano cambiare, che il peggio stava passando. Il concessionario gli chiese la restituzione della sua macchina. Si stava giocando tutta la pensione della povera mamma.
Tornò più volte dalla sua veggente. Lei cercava di rassicurarlo e gli ripeteva che doveva avere solo pazienza. Che al futuro non si può chiedere spiegazioni né si può dare scadenze. Non aveva più nemmeno i soldi per ritirare le giacche che aveva portato in lavanderia. Cercò in lei incoraggiamento, inutilmente conferme. Eppure sembrava sicura di sé. Lei lesse che avrebbe trovato non solo la fortuna ma anche il grande amore. Le chiese se c’era un modo di sapere, almeno approssimativamente, quando poteva succedere, che le cose cambiassero. Però lo deluse: non era in grado di prevedere quando. Alla quinta volta che la visitava si spinse a dirgli che però… credeva di vedere… che non mancava molto. Lo rincuorò, certo. Per qualche ora si sentì meglio. Non era proprio una scadenza precisa, ma, lui pensò, era già qualcosa.
Man mano prendeva familiarità e si lasciava andare, con la maga, a confidenze. Non si sentiva in imbarazzo a parlarne con quella giovane indovina che poteva avere quasi vent’anni meno di lui. Lei lo ricambiava qualche volta con un sorriso mesto. Doveva aver cominciato a provare simpatia per lui e verso la sua situazione disastrata. Dalla volta successiva rifiutò cortesemente i suoi soldi, con tatto gli disse che ormai si potevano definire amici e non voleva essere pagata. Si sentì mortificato, ma non volle insistere. Si confessò che aveva pensato varie volte al peggio, a farla finita. Era così deluso dalla vita e così… sconfitto. Lei lo sollecitava a farsi forza che ormai era vicino. Con un sorriso aperto gli disse che il cambiamento era prossimo, ne era sicura; lo aveva visto nei tarocchi. Poi fece per alzarsi con un’espressione indecifrabile, ma subito alzò le spalle e tornò a sedersi.
La volta seguente che si videro, sempre nello studio della chiaroveggente, non si erano mai visti che in quella stanza poco illuminata e con la pesante tenda alle spalle della ragazza, sembrava lei imbarazzata. Come se provasse fatica a parlare. Lui si preoccupò, forse aveva capito di aver sbagliato e che lui invece era destinato a perdere sempre nella vita. Pensò che non sarebbe stata certo colpa di quella povera giovane. Il destino è sempre bizzarro e dispettoso. Nella vita si vince e si perde. Nel suo caso si perdeva solo. Lei si allontanò un momento e finse di scordarsi due banconote da dieci sul tavolo. Lui capì e se le infilò in tasca. Per la prima volta lei lo accompagnò fino alla porta e lo salutò con una prolungata stretta di mano. Sembrava pensierosa. Sembrava indecisa e mesta. Sembrava condividere le sue pene. Mostrargli solidarietà.
Anticipò il suo ritorno da lei. Sua madre aveva scoperto il suo vizio e l’ammanco, e lo aveva pregato di cercare di trovarsi un altro posto dove andare a piangersi addosso. Disse che non voleva più vederlo così. In quello stato. Lui aveva bisogno di sfogarsi e pensò alla sua indovina. La stanza gli sembra più luminosa, e anche il suo sorriso. Lei non si poteva dire che frequentasse spesso l’allegria. Forse era la sua professione a imporle quella maschera di distacco e compostezza. Si soffermò a osservarla in un attimo di silenzio, era una ben strana ragazza e vestiva anche in modo strano. Non assomigliava a nessun’altra, questo era certo. Ma era comunque impaziente di sapere.
Le chiese se per caso le carte le avevano rivelato che quel giorno stava arrivando. Lei esplose in un sorriso di vera gioia e soddisfazione; come non l’aveva mai vista. Si alzò e alzò le sette sottane e con fare sfacciato gli annunciò che era arrivato il suo giorno fortunato: “Hai vinto tutto. Ti ho promesso che il giorno sarebbe arrivato. È questo. Hai vinto me”. Lui non se lo fece ripetere due volte, gli bastò una. Girò la chiave nella toppa. Espose il cartello: torno subito. Riscosse la vincita sul tavolinetto dove lei era solita leggere il futuro. Tutto era stato spontaneo e molto dolce, forse solo un po’ troppo rapido. Lei, inizialmente, era stata in silenzio, poi non era più riuscita e trattenersi e aveva dato in escandescenze. Lui aveva cercato di essere dolce, e si sentiva audace e soddisfatto. Pensava che forse doveva tutto quello al suo piccolo vizio. Che forse gli stava regalando finalmente la felicità.
Mentre lei si era allontanata momentaneamente, per risistemarsi le vesti, lui aveva frugato nel piccolo cassettino. Aveva preso pochi spiccioli, giusto per un paio di cartelle per la smorfia. Le aveva detto che l’avrebbe richiamata, forse il giorno stesso. Che doveva proprio scappare ma che la voleva rivedere. Che era stato magnifico. Poi era uscito ed era corso alla ricevitoria dal tabaccaio. Ancora una volta non aveva vinto nulla, ma uscì dalla rivendita come se avesse vinto alla lotteria. Tornò di corsa da lei e senza altre spiegazioni le chiese scusa. Poi la baciò, ancora sulla porta, con entusiasmo e passione. Lei scoppiò a ridere e lo fece entrare.
Notò subito che si era cambiata e ora vestiva come una vera ragazza. Aveva un’aria deliziosamente ingenua e una gonna corta e delle calzette bianche. Una camicia, anch’essa bianca, con qualche bottone slacciato. Il bocciolo di seno era libero da costrizioni. Aveva liberato i capelli e messo delle borchie al posto dei soliti ingombranti orecchini. Alle labbra aveva messo un leggero strato di rossetto e gli occhi erano leggermente truccati con attenzione.
Anche nella stanza era tutto cambiato. Aveva tolto la pesante tenda e fatto entrare tutto il sole di quella giornata di primavera. Nella sfera di cristallo nuotava tranquillo un pesce rosso. Aveva gettato il piattino nel secchiello dei rifiuti. E messo sul fuoco la caffettiera. Aveva tolto la tabella con i prezzi dal muro. Aveva sostituito i tarocchi con un mazzo di carte da poker: “Le carte ubbidiscono sempre alla loro padrona. Nessuno ha mai vinto una mano con me, a Texas hold’em, che non avessi voluto. Vieni, andiamo a riprenderci quello che è tuo”.

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