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Archive for 4 Mag 2018

Piccoli gialli italiani16. Mi sbatte fuori dalla notte un fracasso incredibile. Mentre cerco di svegliarmi penso che sarei più tranquillo a casa. Stiracchio le braccia. Sbadiglio. È un’ora che non fa per me. Mi domando a cosa sia dovuta la grande confusione. Non faccio in tempo a chiedermi altro. Ciabattando li raggiungo in cucina. Non capisco tutto. Non sono ancora completamente sveglio. Sembra che mi si imputi di aver fatto qualcosa. Forse mentre dormivo? Quella strana donna non manca di un coraggio che non le conoscevo. In fondo sono solo un suo ben strano affittuario. Mamma non parla con lei. Ha dovuto perorare la mia causa Papà. Abbiamo una lontana e strana parentela. Ambigua. Nemmeno è veramente mia zia, la Zia. Credo che lo faccia per una cifra praticamente simbolica. Comunque come un piacere.
Lei, la Zia cerca di opporsi con tutte le forze al mio arresto. Fronteggia sbraitando i due poveri questurini. Facendomi scudo col corpo. Spingendoli via. Mulinando le mani. Decisa. Indomita. Gridando che sono un bravo ragazzo. Che non ho mai fatto niente. Che non vado a donne. Che me ne sto sempre in casa. Per gli affari miei. Che non faccio che studiare. Perché mi trascinano via senza che abbia potuto prendere nemmeno un caffè. Continua a gridare mentre esco in mezzo ai due militi. In verità non mi trascinano via. Più Semplicemente mi hanno invitato a seguirli. Il più gentile, perché ce n’è sempre uno più gentile, mi dice che mi vogliono solo parlare. È così che mi trovo, in un ufficio buio e triste, davanti l’appuntato Buonadonna. Per un attimo non alza gli occhi dal suo mucchio di carte. È una mossa palesemente studiata. Poi ci guardiamo come si sbirciano due sfidanti.
Dura poco. “Finalmente abbiamo qualcosa da dirci, noi due”. “A cosa debbo… l’onore”? “Qui le domande le faccio io”. È un classico di ogni libro e film giallo. È una frase che non manca mai. Lui ne sembra orgoglioso. “L’ascolto”. “Bene, finalmente non me la ritrovo tra i piedi a rompere per niente”. “Veramente”… Cerca di essere formale: “Lei è stato fermato”… Non posso ricordare il fatto. La parola “Fermato” mi pare avere già in sé un indizio di sospetto. Se non già di dolo. Lo faccio notare. Mi attengo al lei anch’io: “Mai stato fermato, come dice lei”. “Le sono state prese le generalità la notte del… alcune notti fa. In una località del Lido. Mi può dire cosa ci faceva”. Comincio a ricordare. Cosa c’entra? “È passato un bel po’ di tempo”. “È irrilevante. Come si dice: il tempo passato non macina. Lei sa che quei luoghi sono frequentati di giorno da persone che si spogliano. Senza nemmeno il costume. Capisce quello che intendo”? “Mi è stato riferito”.
Altra piccola pausa per fissarmi: “Cosa ci faceva, in spiaggia, di notte”? “Passeggiavo”. “E lei va in spiaggia, a passeggiare, in piena notte”? “Non mi sembra un reato. A volte, se non prendo sonno. Se ho voglia di camminare. Di silenzio. Di stare solo. Di riflettere. Altro”? Sembra pronto a sferrare la sua mossa. Proprio come il gatto con il topo: “Conosce il signor Bisson”? “Non credo. Perché dovrei”? “Non crede oppure?”… “Mai sentito nominare”. “Il signor Virgilio Bisson, di anni cinquantatré, nato il… eccetera eccetera, residente in via… eccetera eccetera… Dicevamo il citato Bisson è conosciuto in loco, e anche da noi, per la sua passione pervertita. Come guardone”. “Non frequento. Non capisco la domanda”. “Il signor Bisson è stato trovato, cioè il corpo del dissoluto poveretto, ormai senza vita, ma la legge è uguale per tutti, è stato ritrovato, come dicevo, riverso sulla sabbia nei pressi… dove lei è stato fermato”. Mi pare allucinante: “E allora”?
Penso rapidamente: Finalmente c’è il morto. Il morto ammazzato. La vittima e la trama. Ho il mio giallo. Sono quasi euforico. Poi comincio a diffidare della fortuna. Non vorrei trovarmi in un guaio. Lui non demorde: “Non mi ha ancora detto la verità. Cosa ci faceva di notte”? Mi sento stanco. Stanco di tante domande. Di tanta stupidità. Di tanta inutilità. E anche guardingo: “Confesso, mi sono recato per cercare di fare una mia indagine. Per quella povera ragazza. Per quel povero ragazzo”. Per un attimo scorda le formalità: “Vedi cosa succede a mettere il naso in cose che non ti riguardano. Più grandi di te. Nel nostro lavoro. Eppure te l’avevo detto. Perché non usi la spiaggia come tutti”. Mi sono rotto: “Ci ho provato. Ci ho provato a usarla anche come tutti. Questo è il risultato”. “Forse”. “Non può essere che uno stupido caso”. “Le conclusioni le lasci trarre a me. Prego. È sicuro di non essere tornato sul posto anche la sera di ieri. E la notte. Ha qualcuno che può confermare dov’era ieri sera”? Per niente al mondo metterei in mezzo a questo casino il nome di Matilde. Piuttosto mi mordo la lingua. Me la taglio. Non mi fido molto del fiuto dell’appuntato. Delle loro indagini. Della legge ancora meno: “No! nessuno”. Non ho il tempo di pensare che coinvolgerei anche lei.
Preferisco un cauto silenzio. L’attesa. Sbrigarmela. Vedere come va a finire. Sono certo che la Zia confermerebbe che sono tornato alle otto. Che ero a letto. Ma Matilde deve restare fuori da questa faccenda. E poi non c’entriamo niente, né io né tantomeno lei. “Vediamo cosa mi dice ora”? Prima che lo realizzi la fa entrare e me la trovo al fianco. “Lei conferma che nell’occasione era in compagnia del qui presente signor Bernardo”? “Confermo”. “Mi può cortesemente dire cosa ci facevate in piena notte”? “Cosa vuole che ci facessimo, commissario”? “Appuntato, prego. E che era con lo stesso Bernardo, e nello stesso posto, non più tardi di ieri”? “Confermo”. “Siete stati visti, diciamo così, in intima discussione”. “Confermo”. L’appuntato ha un sorriso furbetto. Certo che è impossibile passare inosservati.
Certo che questo mondo ha più occhi che vizi e voglie. Certo che… Tutto. “Posso pensare che tra voi siate?”… “Buoni amici”. Lo trovo un po’ insistente. E un pochino impiccione. Tengo per me la mia opinione. “E lei, signorina, con gli amici?”… Non ha un attimo di esitazione: “Confesso”. Non può non ridere. Non abbiamo che preso il sole. Niente di più, niente di meno. “Fossi in lei non la prenderei tanto alla leggera”. Lei si finge seria: “Non lo faccio”. “Come dicevo, il signor Virgilio Bisson eccetera eccetera, manovale, come da verbale, è stato trovato cadavere riverso nella spiaggia. La bocca spalancata digrignata a mordere la sabbia. Gli occhi sbarrati volti alla luna. Tenuti dilatati con due cerotti”. Matilde non si perde d’animo: “Morto soffocato”? L’appuntato Buonadonna non la richiama. Non le dice come ha detto a me. Si limita a rispondere con un’affettata cortesia: “No! strozzato”. “Ora presunta”? “Tra le tre e le quattro del mattino”. “Che lavoro fa la moglie”? “L’infermiera”. Questa non l’ho capita ma se i delitti li vedo in tv c’è sempre qualcosa che non capisco. Più di qualcosa. Finché non svelano la fine.
Quello che mi mette in crisi sono le domande simili che, a prima vista, non c’entrano un fico. In questo caso anche se la guardo più volte. “Con cosa è stato strozzato”? “Tramite calza di seta. Rinvenuta stretta al collo della vittima”. “È la prima volta che si parla del signor Bisson”? “Più volte è stato oggetto di denuncia per lo stesso motivo. E più volte si è rivolto al pronto soccorso, e a noi, per essere stato malmenato”. Non so di che ma Tilde prende ancora più animo. Ha un’aria trionfante: “Come può vedere non porto calze di nylon”. Per guardare lui guarda: “Seta”! “Nemmeno di quelle”. La mia solita spiritosaggine involontaria: “Nemmeno io”. E lei si dà anche un po’ di arie: “E studio. A tempo perso faccio la baby-sitter. Capisce. Mansione nobile”. L’appuntato Buonadonna pare arrendersi. Le spalle gli penzolano dentro la divisa inappuntabile. L’indumento sembra svuotato: “Capisco. Certo”. Lei: “Credo che ora possiamo andare”. “Certo”. In realtà il povero scomparso non faceva del male a nessuno.
Per un po’ passeggiamo sottobraccio in silenzio. Poi lei mi guarda stupita: “Hai capito”? “C’era qualcosa da… Non ci ho capito un acca” “Ricapitoliamo: Lui si chiama Virgilio Bisson da tutti conosciuto come il Lince. Lei è una donna robusta, direi massiccia. Ricordi cosa fa? Te lo ricordo io: l’infermiera. Hai capito ora”? “No”! “Era di turno”? “Che ne so”? “È facile verificare”. “Continuo a”… “Volevi il giallo. Hai avuto il tuo delitto. Te la scrivo io la fine dell’articolo. La soluzione. Va”… Quelli del Centro erano già pronti a indire una manifestazione contro la repressione sui compagni. Antifascista e contro la violenza delle forze del disordine. Non faccio parte di quel mondo. Non faccio parte di nessun mondo. Faccio parte di un mondo a parte. Noi non siamo delatori. Noi, io e Matilde, non denunciamo nessuno. Lasciamo che resti classificato come delitto di ignoto. Il mondo resta lo stesso. Forse ha ragione lei: che quella donna non ne poteva più del vizietto del marito. Forse era stanca di lavorare mentre lui si andava a divertire. Sono solo povera gente. Portate pazienza con il vostro Bernardo Carafa, aspirante giornalista, possibilmente di nera. Magari ci leggiamo un altro giorno.

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