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Archive for 5 Mag 2018

Un cacciatore da luna-parkSiamo stati tutti cacciatori. Dalle nostre parti, quando nasce un figlio, si controlla il sesso e ci si rattrista se è femmina o si gongola diversamente: “Un cacciatore”! In questo caso le donne sonno soddisfatte pensando ad un cacciatore di gonne. Gli uomini di più pensando ad una nuova doppietta. Prima lo era stato mio padre, e prima ancora in padre di mio padre, e così per generazioni. Era una tradizione di famiglia che risaliva a prima che fosse inventata la stampa.
Mi piaceva essere un cacciatore, e mi sentivo fiero con il petto in avanti. Mi faceva sentire importante, il padrone del mondo. Mi piaceva perché si andava a boschi e prati. Si incontravano gli amici di papà. Si faceva due chiacchiere. Tra adulti ci si dava una pacca sulle spalle. Per me… mi strizzavano energicamente una guancia. Se era il caso si fumava una cicca e si trincava un goccio. Poi si procedeva, ognuno nella propria direzione. E mi piaceva soprattutto per come si vestivano; vestirmi da vero cacciatore.
Fin da ragazzino avevo una buona mira al luna-park, e la stanza piena di peluche. Allora non avevo ancora la ragazza. E fin da piccolo lui mi ha portato con sé. Però, a quel tempo, mi lasciava solo portare lo schioppo, diceva che rischiavo di sprecare il colpo o peggio di sparare sul culo a King Red. E se la rideva per la battuta. A me andava bene anche così; anzi meglio. La selvaggina poteva stare tranquilla, non ho mai sparato a qualcosa che si muoveva. Lo ammetto: avevo ferito un leccio, e ammazzato qualche mela.
Mio padre è morto di fabbrica. Prima di dirci addio per andare in gita con la cassa della mutua –così ha detto– mi ha regalato il suo sciopo. Era un bell’arma, guardarla mi lasciava affascinato. Da allora ho cominciato ad andarci da solo. Da solo e senza fretta. Mi piaceva anche il silenzio intenso. Il frusciare del vento tra le foglie. L’odore. Quell’odore. Quegli sporadici cinguettii. Riempire la borraccia al ruscello. Quell’acqua limpida che gorgogliava nervosa tra le calma circostante. Poter entrare nell’orto di Elsa senza che nessuno potesse dirmi niente. E salutarla mentre lei mi sorrideva dalla finestra. Non era l’unica a cui facevo la corte. Non era l’unica che con gli occhi, qualche cenno o più apertamente mi invitava a corteggiarla. Nemmeno la più disponibile. Solo che fu lei a vincere la lotteria, e lei che alla fine sposai.
Continuai ogni domenica da uscire per andare per caccia, sempre senza sparare un colpo. Lei se ne andava a messa e poi mi aspettava preparando il pranzo. Non ho mai capito, né ho mai indagato, perché mia moglie non abbia mai sospettato nulla e non mi abbia mai chiesto come mai uscivo ogni festa e tornavo sempre a mani vuote. Non portavo mai una preda. Solo una volta pagai molto caro uno che avevo conosciuto quella mattina stessa e tornai con una lepre. La porsi ad Elsa tenendola tra l’indice e il pollice. Lei fece lo stesso con una smorfia di ribrezzo: “Ma è morta? Povera bestia”. Fummo costretti a regalarla al vicino. Non eravamo in grado di scuoiarla. Non sapevamo da dove cominciare per cucinarla. Credo che fu da allora che diventammo quasi vegetariani.
Era il mio unico vero svago e mi accompagnò per gran parte della mia vita. Credo che con mia moglie fosse subentrato una sorta di tacito accordo, non mi chiedeva mai com’era andata. Non parlavamo mai delle mie battute infruttuose. Semplicemente mangiavamo in silenzio e poi andavo a riposare mentre lei lavava i piatti. Ma niente dura per sempre. Col tempo diradai le mie uscite fino a smettere completamente di uscire la domenica, mi limitavo ad accompagnarla a messa. In verità cominciavo a faticare, mi stavano un poco tradendo le gambe. Le dissi che il tempo passa e con il tempo passano anche le passioni. Scherzai che solo tra noi sembravano non passare mai. Non era del tutto vero, ma nemmeno farlo.
Mi chiese perché non lo vendessi. Cercai di buttarla in burla: “Se arrivasse un ciurlo impazzito, o uno stormo di beccacce assassine”. Lei si mise a ridere. Non avevo cuore di liberarmene, era una storia di famiglia e di affetto. Mi ricordava papà. Ed era bello il luccichio della canna quando rifletteva un raggio di sole che le sbatteva contro. Alla fine, com’è d’uso, lo passai a mio figlio. Proprio come aveva fatto mio padre con me, eccetera. Glielo consegnai con un poco di timore, avevo paura che si ferisse da solo. Che si sparasse ad un piede. Quel nostro mondo stava ormai finendo. Lui chiese cosa se ne doveva fare, studiava da agronomo. Le sue parole mi tranquillizzarono. Lo appese sopra il caminetto con l’intenzione di non staccarlo mai da lì.
Un giorno non lo vidi più al suo posto. Gliene chiesi ragione. Mi mentì che l’aveva prestato per una mostra. Scoprii che lo aveva messo in soffitta a farlo soffocare di polvere. Per un attimo mi sentii tradito, percepii che tutto stava precipitando e che niente sarebbe più stato come prima. Lo pulii, lo ingrassai, lo lucidai e lo avvolsi in un panno morbido. Tutto senza essere visto. Mentre lui andava al lavoro. Lui sicuramente se avesse sparato per terra avrebbe mancato il bersaglio. Io insolitamente uscii. Elsa non mi chiese niente. Tornai nel bosco a passare le dita sulla ferita di quel vecchio leccio. Sulla corteccia qualcuno aveva scritto, dentro un cuore: Marta ama Pierino.

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