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Archive for 7 maggio 2018

Nel silenzio della notteSegue: Nel silenzio della notte
Non è certo il migliore dei lavori il mio. Cominciare poco dopo l’alba. Quando, a volte, non è ancora chiaro, il mattino. In compagnia solo del raschiare della saggina. Scacciando i gabbiani, brutte bestie, che squartano i sacchetti e distribuisco le immondizie inzozzando le strade. Che sparpagliano tutto razzolando disordinatamente. E cercare di cancellare le orme e i ricordi della vita della città di notte. Raccogliendo quei sacchetti. Pesanti o lacerati che siano. Bicchieri vuoti. Lattine vuote. Siringhe vuote. Preservativi vuoti. E il vomito degli ubriachi. I bisogni dei cani e degli umani. Le pisciate sui muri. Contro le porte. Maledetta città.
E non incontri mai nessuno. Quel nessuno che a volte preferiresti non incontrare. E i ragazzi mi dicono: “Almeno tu un lavoro ce l’hai”. Ma molti di loro non sanno cos’è la fatica. E il sacrificio. Sempre curvo. E per quattro lire maledette. Io mica ho potuto studiare. Subito a lavorare. E un lavoro brutto dopo l’altro. Prima del lavoro sicuro. Di questo maledetto lavoro sicuro. Perché non facciamo fare anche questo a loro. Certo prima o dopo ci ruberanno anche questo. Questo mondo non è più fatto per noi. Se non c’è lavoro non c’è decoro. Cazzate. A pulire la loro merda perché non ci pensano loro? Il mio contributo l’ho dato. Possono versare la loro misera carità clemente direttamente sulla mia carta di credito. Me ne starei volentieri a godermela in panciolle. Se devo continuare a fare il pezzente preferirei farlo stando comodo.
Sì! È proprio un lavoro di merda il mio. Un lavoro che non augurerei nemmeno a un delinquente. Al mio peggior amico. Già è brutto di suo. Magari fosse solo quello che si è perso. Che non trova più il suo albergo. Ma non sono mica l’ufficio informazioni, io. Invece… Peggio diventa quando incontri quello che non vorresti incontrare. Quello che ti chiede la sigaretta con fare minaccioso. Il barbone che ti chiede la carità e puzza. Come se a me i soldi crescessero in tasca. Come il prezzemolo. Sono stato minacciato anche da una siringa. Mi hanno rapinato dell’orologio. La città sta diventando una vera giungla. Non puoi sentirti mai al sicuro. E quelli si chiedono perché. Il perché è davanti agli occhi di tutti. Basta non voltare la faccia. E stamattina si presenta peggio delle altre. Anche se ha smesso di piovere. Quella che cade è solo pioggerellina. Non dà nemmeno fastidio lasciarsi bagnare.
La vedo là su quei gradini. Sembra aver restituito l’anima al Creatore. Il suo incontro non dev’essere stato migliore dei miei. Vorrei non essere qua. Mica posso scappare. Non so che fare. È tutta sporca di sangue. I vestiti in disordine. Sembra proprio morta. È una sporca faccenda. Per senso civico mi avvicino. Vorrei non farlo, ma sono costretto a farlo. È nel mio giro. Sono comunque guai. Un muto lamento le esce dalle labbra. Quasi non si sente. È più morta che viva. La devono aver picchiata ben bene. Con impegno. Con ferocia. Magari anche con qualche oggetto contundente. Ma il peggio è che pare le abbiano sbattuto ripetutamente la testa sullo spigolo di marmo. Mica sono un medico, però. Magari è anche troppo tardi, ma qualcosa devo fare. Forse farei meglio a chiamare subito la guardia medica, la polizia o il pronto intervento. Che cazzo ne so?
Non mi è mai capitato di trovarmi in un casino simile. Sudo e balbetto. E balbetto e sudo. Brutto mestiere il mio. Brutto mestiere il suo. Non molto meglio del mio. Pieno di insidie e di pericoli. Dovrebbero conoscere i rischi che corrono. Ma magari è stato il suo magnaccia. Magari solo un marito incazzato. E mi guardo intorno. Troppo presto per trovare anima viva. Per contare in un incauto soccorso. E cosa gli dico a quelli? C’è ancora la borsetta. Non gliel’hanno presa. E allora la raccolgo. Ci guardo dentro. Non sono curioso. È solo per avere un minimo di informazioni per chiedere aiuto. Quando chiami fanno sempre un gran casino di domande. Ha pochi spiccioli. Dalla carta d’identità risulta fare l’infermiera. Se non fosse in quelle condizioni saprebbe meglio di me venire fuori da questo pasticcio. Non posso sperare in lei, per togliermi dalle rogne. Ha anche l’ordine di servizio.
Doveva fare il turno di notte. Non è come in uno di quei cazzo di film gialli. Sta capitando proprio a me. Però, a guardarla meglio, è una bella signora. Non fosse per le sue attuali provvisorie malaugurate condizioni. Se non avessi letto avrei giurato che fosse una donna a cui piace divertirsi. A cui piace farci divertire. Una che la vive intensamente la notte. Se non fosse… Però ha delle belle gambe. Veramente belle. E nella scollatura non riescono a nascondersi due seni che, seppur colati di sangue, non sembrano per niente male. No! per niente. Ma cosa vado a pensare? Beh! Pensare non è peccato. E lei è una donna. Non è colpa mia se andava in giro così. Per andare al lavoro. E io sono pur sempre un uomo. Un maschio. Nessuna si è mai lagnata di me.
I suoi occhi sbarrati non sembrano più in grado di vedere. E… la bocca è già aperta. Che c’è di male? Forse domani sicuramente non è in grado di ricordare. Magari nemmeno le dispiacerebbe. Forse per lei non ci sarà nessun domani. E forse è una che sa essere carina. Non le ho certo alzato io le vesti. Ci ho dato solo una sbirciatina, questo sì, ma erano già sollevate. E poi si sa quante ne succedono tra quelle corsie. Non sarà certo lei l’ultima santarellina. E in quella la sua posa è invitante. Seducente. Affascinante. Non le potrà fare più male di quello che ha già sofferto. Basta fare in fretta. In fondo è solo uno capriccio. Non mi è mai successo con una che non protesta. Che lo fa così assente. Che c’è di male nel togliersi un ultimo sfizio? E alla fine prendo anche quei pochi spiccioli. Non per avidità. Tanto li ruberebbero gli infermieri o i portantini. Magari lei non potrebbe più spenderli. Poi telefono e la lascio senza aspettare. Tanto ormai il mio turno è finito.

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