Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 8 maggio 2018

Game overAvevo suonato sperando di non trovarci nessuno. Sapevo che era una speranza vana. Era durata meno di un minuto. Poi si era presentata alla porta la signora; sua madre. Sono rimasto forse troppo a lungo a guardarla, in silenzio. Alla fine, dall’alto della sua altezza, la donna mi aveva chiesto gentilmente: “Prego? Posso fare qualcosa per te”? Era una bella signora. Con un leggero trucco e i capelli in ordine. Con una vestaglia a piccoli rombi e le ciabatte di panno a fiorellini. Non si aspettava visite. E continuava ad attendere la mia voce. “Veramente… mia ha detto la professoressa… Sono venuto a portarle la lezione”. Lei rise del mio imbarazzo e, senza volersi prendere gioco di me, mi fece segno di entrare: “A me? O vuoi dire alla mia cara piccolina. A Psiche”? Avrei voluto sprofondare: “Sì! A sua figlia”. È stata la madre a accompagnarmi, attraverso il corridoio, fino alla sua tana. Al suo rifugio. Alla sua stanza. Ero così confuso che non sono sicuro che sia stata proprio lei. “Guarda chi c’è. È tanto gentile. Ti ha portato i compiti”. Non era così contenta di vedermi. Neanche un po’ di gratitudine. Se fosse stato per l’espressione della sua faccia avrei detto che le stavo recando un fastidio.
Psiche si è tolta sbuffando gli auricolari dalle orecchie e ha spento l’iPod nano. Una stanzina piccola a bene illuminata. Mi sono ricordato solo in quel momento che mi ero scordato di presentarmi. La cameretta aveva dentro le sue cose. Era personalizzata principalmente dai suoi amori nei post alle pareti che si sovrapponevano. Due manifesti di serie televisive che non conosco. Una famelica Kristin Bauer da cui avrei voluto farmi succhiare e vampirizzare anch’io. Una riproduzione gigante di una copertina di Super teen. Un sacco di facce che ci sorridevano di attori giovanissimi, e tra loro un giovanissimo Brad Pitt. Uno dei vecchi Metallica e un altro di un complesso metallaro probabilmente nuovo che non poteva suonare una musica tanto violenta quanto l’immagine che li propagandava. Il biglietto di un concerto. Non c’era un angolo di parete libero.
Una libreria con qualche libro, soprattutto di testi scolastici. E poi riviste di vario tipo e una combriccola di barbie. Un paio in sedute e le altre ritte in piedi. Come lei ha visto che le avevo notate si è precipitata a spiegarmi che sono lì da sempre, ma non ci gioca più da una vita. Un paio erano rimaste senza più vestiti. Su un altro ripiano una tigre di peluche. Un piccolo armadio basso, ai piedi di un piccolo letto, una piccola scrivania, un magnifico computer completavano l’arredamento della stanza. Mi ha lasciato che guardassi con calma, aspettandomi. Non restava molto pavimento libero. E a fianco al letto c’erano le sue scarpe da ginnastica. Sopra una sua tuta di pile. Un consueto disordine da stanza da ragazzi. Però lei aveva quella stanza tutta per sé.
Ho appoggiato lo zaino per terra, davanti all’armadio. Non proprio a mio agio. Non ci eravamo nemmeno mai parlati. Avevo sempre parlato poco con le ragazze della mia classe. Lo stretto necessario. Con lei nemmeno quello. E non ce n’era stato bisogno. Mi chiedevo ancora perché quel compito ingrato era toccato proprio a me. Appena soli abbiamo provato a studiare. Mi sono subito reso conto che quell’impegno non aveva futuro. Cioè non riuscivamo ad impegnarci abbastanza. Anzi nemmeno un poco. Lei era distratta. Per me era semplicemente una palla. Ne avevo sentito parlare fin troppo già quel mattino. Ero stato meno che attento. Poi lei accese il computer. Senza alcun motivo. Si limitò a lasciare scorrere uno screen-saver dove passeggiavano dinosauri tanto reali che sembrava di poterli toccare. Ne ero naturalmente affascinato, da quei bestioni.
Mi chiese distrattamente che ne pensavo dei suoi capelli viola. Della sua amica Giorella. Del tatuaggio che aveva sotto l’ombelico e del piercing. Non mi chiese di tutti gli orecchini che le massacravano l’orecchio dentro. Il tatuaggio non l’avevo ancora visto. Era una rosa con il gambo che finiva dentro i jeans. Dove non si poteva vedere. In verità non mi sembrava particolarmente interessata alle mie opinioni. Poi mi domandò cosa sapevo di computer. Temeva di aver preso un virus. La cosa sembrava interessarla di più, ma la delusi. A fatica cominciammo a parlare, e a poco a poco le parole divennero più facili. “Ci sei in Twitter”? Non ne capivo molto: “Ci vado poco”. “Allora sei uno stronzo”. Cosa avevo fatto? “Perché”? “Non mi hai messo tra i tuoi followers”. “Ho solo pochi amici”. “Provvedo io. Nick”? “Come”? “Ci fai? Che username usi. Stupido” “Il mio”. “Vuoi dire nome e cognome”? “”! “Ma sei fuori”? “Preferisco Facebook”. “Io sono SuperChicca. Forse è per quello… se mi avessi cercata, probabilmente non mi avresti trovata. L’hai fatto”? Intanto traffica sul cellulare. Alza gli occhi soddisfatta. A quel punto fa uno squillo anche il mio. Lei dice: “Fatto!” ma non so cosa.
Mi sorride compiaciuta: “Quanti ne hai”? “Di cosa”? “Di followers. E di cosa, sciocco”? “Pochi”. “Anch’io. Solo gli stretti amici. Credo quattrocento e settantatré. Ora, scusa, e settantaquattro”. “Io lo uso soprattutto per giocare. Ma mia madre mi controlla. Non vuole che stia troppo davanti. Troppo in rete. Si preoccupa per i miei occhi. E non vuole che mi rubi troppo tempo allo studio”. “Le madri sono tutte uguali. Non sanno far altre che fare le madri. E rompere. E a cosa giochi”? “Mah!!! Soprattutto con sparatutto. Non so se sai”. “Mi fai vedere”? Faccio partire Doom in modalità Arcade. Il gioco fila sciolto che è una meraviglia, per andare su pc. Deve possedere una super scheda. Vorrei chiederglielo, preferisco non essere curioso. E preferisco giocare. Lei mi si appiccica addosso alla spalla per vedere. Resterei a giocare sul suo finché non mi cacciano. Invece… forse non sono abbastanza attento. Distratto da lei e dai suoi commenti. Il primo incontro è brutto, cattivo e… armato fino ai denti. Una sorta di diavolo torreggiante con un ghigno malefico, una cassa toracica più larga dell’armadio di mamma a quattro ante, e una sputasentenze con cinque bocche da fuoco che non tacciono mai. Ci lascio subito la pelle. Game over.
Suona un’orazione funebre. La guardo, mi guarda. La guardo disingannato. Mi guarda e attacca a ridere. “Sei proprio imbranato”. Ci è scoppiata una grande, irrefrenabile, ridarella. “Sei proprio una ragazzina. Sfacciata. Sfacciata e smorfiosa. È tutta colpa tua”. “E tu un pisciasotto”. “E tu una puttanella”. “Ripetilo se hai coraggio”. Ci siamo messi a lottare. “Puttanella”. “Stupido”. Siamo precipitati sul letto. Credo che abbia cominciato lei. A spingermi per prima. Ma forse sono stato a farlo. Non ha nessuna importanza. Lei soffriva il solletico. Mi diceva “Stupido.” E “Smettila stupido”. E io che le solleticavo i fianchi. E lei che rideva come una pazza. E sgusciava come un’anguilla. Cercando di sottrarsi ai miei attacchi. E io non sono da meno, il solletico lo soffro anch’io. E non riuscivo a stare fermo. Provavo stoicamente a resistere. Con l’unico risultato che mi dimenavo come un forsennato. Ma non dicevo niente. Mi sembrava bello. Si era insinuato tra noi una sorta di cameratismo. La rovesciavo e poi me la ritrovavo sopra.
Sghignazzavo e nessuno era n grado di fermarsi, o almeno controllarsi. Credo che abbia cominciato lei. “Siamo amici”? “Amici”. E io ho cominciato a toccarla da per tutto. Le ho scompigliato i capelli. “Cretino”. Mentre lei mi ricambiava con lo stesso trattamento mi redarguiva: “Cretino. Mi spettini tutta”. Non riuscivo a fermarmi. Non riuscivamo più a fermarci. Era una risata dietro l’altra. Senza interruzione. Non credo di aver riso tanto in vita mia. Senza riuscire a ricordarsi il timore di non farci sentire. E nessuno dei due ne aveva intenzione. “Cretino. Mi spettini tutta. Poi cosa le racconto a quella”? Non la stavo ad ascoltare. “Mica posso farmi uscire tutta spettinata”. Le ho tirato le orecchie. “Stupido”. “Puttanella”. “Non dirlo”. “Dico quello che voglio”. Tutto ci sembrava così divertente. Ho ripreso ad attaccarla sui fianchi. “Fai il bravo”. Lei mi ha dato un piccolo morso sul collo. Mi ha infilato la punta del dito nel naso. Ha cercato di infilarmene un altro in un occhio. “Stupido”.
Lei aveva le mani rapidissime. Eravamo più che euforici. L’ho sculacciata con un rumore secco. “Stupido”. Si è vendicata cercando di graffiarmi. Poi ho sentito una scia umida sul collo. Nella confusione non ero certo di quello che stava accadendo. Non sono certo di nulla. La lotta era frenetica. Senza esclusione di colpi. Le ho dato un pizzicotto. “Stupido”. Lei non era più lei. Ci mettevo lo stesso impegno della strada. Non avrei mai voluto soccombere. Arrendermi. Impiegavo la stessa forza che avrei usato contro qualsiasi avversario. Forse non la stessa rabbia. Era una battaglia, e restava un gioco. Ci stavamo proprio divertendo. L’avevo provocata e stuzzicata, e le avevo solleticato l’ombelico. Non cedeva. “Arrenditi”. Non si arrendeva. Aveva cercato di restituirmi l’offesa. Avevo tutta la maglietta fiori dei pantaloni. “Stupido”. La pancia scoperta. La cinta slacciata. Cercavo di tenerle ferme le braccia. E lei scivolava come una saponetta. E intanto rideva con sguaiatezza.
Certe cose le ho guardate solo dopo. Mi sono trovato una tettina in mano. L’ho stretta. Era ancora proprio una ragazzina. Praticamente non ne aveva proprio. “Stupido”. Stavo stringendo solo un pugno di lana del suo maglione. Per un attimo mi è passata nella testa quella mia conquista. Un pensiero monello. Mi ha spinto via con un riflesso che è arrivato tardi, solo di pochi secondi. Per quell’attimo è tornata ragazza. Immediatamente e ridiventata compagnia di classe. Una stupida ragazzina. Un compagno. Il nostro… un semplice gioco. Solo una lotta. Solo che il suono del suo riso era cambiato. E i suoi occhi si erano chiusi. In quel momento hanno bussato alla porta. L’esuberante allegria ci si è soffocata in gola. Io son balzato sulla sedia cercando di infilarmi la maglietta.
Lei ha chiesto un attimo mentre si ravvivava con le dita i capelli. “Sì? Che c’è”? La voce della madre da dietro la porta fece fermare il mio cuore per la seconda volta: “Posso”? Lei era indispettita: “Certo! Entra pure”. Ci eravamo comportati come se in casa fossimo soli. Senza badare a niente. Ero pieno di vergogna. Speravo che potesse non aver udito le nostre risate. I nostri schiamazzi. “Stavate studiando”? Io prontamente ho cercato di reagire: “”! Credo di essere diventato rosso come la bandiera della Repubblica della Cina. Spero che la signora non l’abbia notato. Lei sembrava già più padrona di sé: “Stavamo finendo. Ci siamo presi solo un attimo di pausa”. Quella madre fin troppo premurosa: “Non hai offerto niente al tuo amico che è stato tanto gentile”? “Ha detto con non vuole niente”. Il suo fastidio era palese. Non mi sembrava l’atteggiamento giusto. “C’è qualcosa che non va, tesoro”? “Sai che non mi piace essere disturbata mentre sto studiando”. Nella mia profonda vergogna non trovai di meglio che dire che dovevo proprio andare. E scappare.
Quando fui per strada mi sembrava di essere fuggito ad un agguato. Di essermi salvato da un incubo. Di essermi trovato in bilico sul confine con un baratro. Ero terrorizzato. Pensavo a quella signora madre. Avevo una enorme confusione in testa. Andai a sbattere contro un cartello della segnalazione stradale. Con la testa per aria. Poi mi ritrovai a pensare a lei, alla mia compagna di classe. Ci ero andato di malavoglia. Non era niente di che. Non era ancora una ragazza. Ma aveva un sorriso simpatico. Era veramente una compagnona. Complice. In aula l’avevo sempre vista tutta seria. Sempre sopra i libri. Non l’avevo mai guardata. Invece… Quando sorrideva aveva un sorriso simpatico. Il suo viso diventava una smorfia gentile. Ed era stato divertente. E… Le avevo toccato un seno. L’avevo palpata. Non me ne ero nemmeno reso conto. Non ne ero più nemmeno sicuro. Anzi penso di poter dire che non aveva seno dentro quel reggiseno. Ma… acqua in bocca.

Annunci

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: