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Archive for 9 Mag 2018

Piccoli gialli italiani17. La sua voce è concitata e frettolosa, la linea disturbata: “ Non ho molto tempo. Li senti? Quei due demonietti stanno facendo il diavolo a quattro. In salotto. Volevo solo sentirti. Dirti… Tutto bene”? Balbetto: “Sì! Sì! Sì! Certo”. Lei avverte che i miei sì non sono molto convinti. Ha quella sorta di radar. Inoltre di quella casa non so se mi posso fidare. Lo so che ci vediamo stasera. Non so se riuscirò ad aspettare. Abbasso lo stereo. Insiste. Per me un po’ di tempo lo trova: “Dimmi cosa succede. Non farmi stare in ansia”. Cedo: “Gliel’ho detto che io non mi occupo degli eventi culturali. Mi hanno risposto che, quello, si è rotto una caviglia scendendo dalla sua preziosa moto. Che erano disperati. Che doveva uscire. Che in cambio mi fornivano una traccia succosa”. Tira un sospiro di sollievo. Si tranquillizza: “E allora va tutto bene”. Ma… “E sarebbe”? “È solo che il portatile è in panne. E sai la mia vita con il modem”. Lei ha sempre una soluzione semplice, facile, per tutto: “Puoi andare da me, usare il mio. La password la sai, no? E allora”? Questa volta la soluzione non può funzionare. Non sono proprio quello che si dice uno scassinatore provetto. Lei legge il mio tentennamento e il mio: “Però”… Matilde, dovresti smettere di spiarmi in testa. “Dovrebbe esserci ancora Cencio. È il mio padrone di casa. Aveva bisogno di alcune cose che gli tengo. Lo avverto. Magari perché Cencio te lo spiego un’altra volta. Devo proprio andare. Vedrai che lui ti aspetta. Ciao. Bacini”.
Suono e viene ad aprirmi una ragazza alta, con un accappatoio bianco che a lei sta naturalmente corto, e i capelli ancora bagnati. “Scusa… non credo tu sia Cencio”. Ride e porta la mano a nascondersi i denti: “Cinzia, Puoi anche chiamarmi Hollywood party”. “Va bene solo Cinzia”. Non riesco subito a capire. Non so chi sia e perché sia venuta lei ad aprire. “Lui doveva andare. Ero passata a vedere se c’era Tilde, per farmi prestare un libro. L’ho chiamata. Mi ha avvertito. Le ho detto di stare tranquilla. Che ti avrei volentieri aspettato io. Che non era nessuna fatica. Che glielo avrei fatto un piacere. Ho approfittato per farmi una doccia. Ti spiace? Ero sotto, come puoi vedere, quando hai suonato”. L’accappatoio le sta corto, e il cordone della cinta è appena allentato. Non si vede molto più delle lunghe gambe sottili e qualche brandello di pelle ancora umida. Non che sia troppo curioso… O almeno cerco di non esserlo. O almeno di non darlo a vedere. Ho l’impressione che non si darebbe comunque più cura.
Sembra che nulla la possa preoccupare. Forse deve finire di sciacquarsi. È solo per questo… Mi spiace di essere arrivato così… subito. All’improvviso. Non sapevo… né potevo immaginare: “Fai pure, tranquilla”. Non era certo quello che intendevo. Lei slaccia il nodo e lascia cadere il chimono di spugna. “Spero che non ti dia imbarazzo”. Che alto posso fare? Non è vero, ma nego: “No!”. È sottile. La pelle ha un pallore quasi irreale. Gli occhi sono due piccoli sputi trasparenti. Ha due minuti seni da ragazzina. E sotto è depilata. Quando la mia faccia lo nota lei ride. Diversi tatuaggi le arredano il corpo qua e là. Sembra completamente a suo agio. Anche così. Nuda. “Ti dispiace”? Mento per la seconda volta. Temo non l’ultima. Lo faccio consapevole di mentire, e del peso della menzogna: “No”! Non è niente male, anzi… “Allora… saresti il nuovo ragazzo di Tilde”? “In un certo senso”. Sembra divertita. Si fa guardare e vuole che la guardi. “Lei mi ha detto che saresti passato. Che vorresti diventare giornalista. E che scrivi già in alcuni posti”. “Già”! “Vorrei raccontarti una storia. E magari viverla assieme”. “Prova”. Mi giudica per un istante, indecisa: “Non ti piaccio”. “Tutt’altro, ma”… Forse dovrei fermarmi qua. La mia immobilità la sconcerta, ma non la turba né la frena: “Non mi trovi abbastanza bella”? “Certo”.
A volte le donne sono fin troppo curiose. Quasi sempre le donne restano quel mistero. I capelli prendono luce dal sole che filtra dalla finestra, ma non riescono a dare colore al suo viso. Credo che le tende non siano nemmeno accostate. Le labbra non hanno quasi rossetto. Nemmeno gli occhi. Bella è bella. Almeno carina. Ha dita lunghe e nervose. Il naso sottile. Forse la fronte lunga. Ha un che di… androgino. “Perché non mi scatti una foto”? “Non saprei cosa aggiungere”. “Guarda che puoi respirare. Guarda che siamo amiche. E per te? Perché non scrivi… parole di fuoco sulla mia pelle? Potresti provarci, almeno. O sono così male”? Mi suona fasulla. studiata: “Io scrivo vera”… Ride e mi sbeffeggia: “Un romanzo minuzioso con lettere di saliva su tutto in mio corpo. Ora”. Balbetto come un cretino. “Non credo di”… Vorrei vedere un altro. Davanti ad una proposta simile. Esplicita. Al mio posto. “Guarda che… solitamente… Invece con gli ex di Tilde, povera sciocca, con tutti. Mai avuto… nessun problema. Mai un no. Come vedi… proibito dire no”. Vorrei sottarmi al fascino di quello che mostra e reclamizza. Basterebbe un semplice no, ma… Non riesco a dire quel no. In questo momento nulla è semplice. E il semplice non lo so dire. Il mio è un atto di assoluto coraggio. Di abnegazione: “C’è sempre una p”… “Da buoni amici. Pensa quello che vuoi. Guarda che ci so fare. E non ho alcun imbarazzo. Non vuoi essere amico mio? Non ho proprio nessuna ritrosia. Nessuna”. “Ti credo, ma”… Si sfiora delicatamente, quasi oscenamente: “Non l’ho mai fatto con uno che scrive”. Per quello nemmeno io: “Nemmeno io”. Non coglie il solito mio umorismo involontario e cretino.
Credo che non si sia mai sentita dire quel no: “Cosa c’è, non ne hai voglia”? Per andarmi anche mi andrebbe, ma… Spero non se ne accorga. Mi ruba anche gli occhi, però… Non vorrei offenderla. Non sarò certo io quello capace di dirglielo. “Non è che”… La sua faccia non esprime né sensualità né lascivia. Non riesce a mostrare nemmeno troppo interesse. Sembra del tutto indifferente. “E allora”? “Forse io dovrei”… “Se è per quello… guarda che sono brava. Te la faccio venire la voglia. Fai fare a me”. Certa di regalarmi una specie di sorriso, ma anche quello sembra incolore nel suo viso. Si avvicina e mi passa le mani sul petto. Lentamente. Mi graffia delicatamente con le unghie viola. Un brivido percorre tutta la mia pelle. In sogno. Fatico a tenere ferme le mani. “Perché non cominci col toglierla. Poi passiamo al resto. Lasciami fare. Ti faccio sognare”. “Ti prego… Cinzia”… “Cos’è, non ti piaccio”? Forse avevo già cercato di rispondere a questa domanda: “Non è quello”. “E allora”? “Forse è meglio che prendo il portatile e vado”. Le giro le spalle deciso, col portatile sottobraccio, e prendo la porta. Mi puta dietro: “Fanculo, coglione”. Non paga la sento rincarare la dose dopo che sono già uscito: “E anche finocchio. Fanculo”.
Non mi sono ancora rilassato. È stato faticoso. Non so cosa scrivere sul «cinema emergente, con particolare attenzione a quello tzigano, del basso volga e… andino o albino?». Per provare ci provo. La cosa succosa si rivela la solita storia inutile. Me la cavo in due righe. Dandomi solo un po’ di arie. Ha preso fuoco un magazzino. Sono morti il solito branco di topi, un paio di scalmi con i relativi remi, il copertone di una vecchia bicicletta, alcuni annuari scolastici, e sette, dico sette, romanzi d’appendice. Sembra che l’episodio sia doloso. Ma sono ancora alla tastiera quando lei richiama. E sono giù le nove passate. “Sei ancora da me. Potrei raggiungerti”. “No! sono da me. E qui non staremmo bene”. Perché ha fatto così tardi? “È successo qualcosa”? “Assolutamente no”. “Sei sicuro”? “È solo che qui sto più tranquillo”. Lei è la solita sospettosa. E la solita che legge anche i silenzi tra una sillaba e l’altra: “Non me la racconti giusta”. “Ti racconto tutto domani”. “Non ci vediamo stasera”? Dirle no mi costa sacrificio, e… Ho già avuto tutte la mia dose di avventura per oggi. Voglio cancellare Cinzia dalla mia testa. Da davanti gli occhi. “Vorrei finire quello che sto facendo”. “Come vuoi. Se non hai altro da dirmi… A domani. Bacini”. “Ti… ma… Baci”.
Domani è sempre il giorno dopo di oggi, cioè di ieri. “Ciao amore”. Non mi ha mai chiamato così… Mi bacia sulla porta e mi fa entrare. Mi chiede di scusarla un attimo. Va a sistemarsi i capelli. Quando torna si informa del lavoro. Dice che lo vuole leggere, ma dopo. Mi fissa negli occhi. Sorride: “Ho sentito Cinzia”. Cosa può averle raccontato? Mi sento sprofondare: “Allora”? “Mi ha detto che sei stato stronzo”. “E?”… “Non ha aggiunto altro”. “Bene”. “Cosa c’è? ti conosco. Non è da te”. “Non era il momento opportuno”. “In che senso”? “Era sotto la doccia”. “Come”? “È venuta ad aprire in accappatoio”. “Il mio”? “Il tuo”. “Le sarà stato corto” “Le era un poco corto”. “Dimmi anche il resto”. Vorrei avere una storia migliore da raccontare. “Preferirei di no”. “Preferirei di sì. Non fare il bambino. La conosco bene quella. È capace che… Ci ha provato”? “Si è messa a parlare e”… “Falla breve. E dopo”? Forse ce l’avrebbe lei una storia migliore da raccontarmi. Non mi sembra il caso di essere troppo curioso e indagare. In fondo non ho fatto nulla di male; credo. “Si… cioè… Se l’è tolto”. “Davanti a te”? “”. “E tu”? “Io… niente, ho preso il portatile e sono andato a lavorare a casa”. “Lo potevo immaginare”.
Le viene da ridere: “Sei venuto via e l’hai lasciata lì”. “In poche parole… sì”. “Lo so che Cinzia è… lei”. Improvvisamente ho il sospetto assurdo che non me venga raccontata giusta. Né da lei né dall’amica: “E io sono io”. “Sono orgogliosa. Non sai il piacere a sentirtelo dire. Ecco perché ha detto così. Ti bacerei da qui all’aldilà”. La metto alla prova: “E se avessi capitolato”? “Non avrei potuto prendermela con te. So com’è. Ma mi sarebbe un pochino dispiaciuto. Comunque non ti ho dato nessun permesso”. “Sei gelosa”? “No. Ma se guardi un’altra ti ammazzo”. E ride di nuovo. Forse non parla sul serio. Spero. Forse non del tutto. Però poteva avvisarmi del cambio di programma. Con una telefonata, un messaggino. Dirmi che ad aspettarmi non c’era più Cencio. “Perché non mi hai avvisato”. “Una donna dovrebbe sempre voler sapere”. “Ho superato la prova”? “A pieni voti”. “E”… Lei si sta già sfilando la maglietta: “Andiamo a letto e te lo spiego”.
Mi permetto, nell’articolo, di indicare un mio sospetto: «C’è già un piano di recupero e riqualificazione depositato in municipio? Firmato Bernardo Carafa, responsabile per la cronaca nera».

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