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Archive for 10 maggio 2018

Ancora una manoNon era stata una sorpresa. Certo che ne era rimasto amareggiato. Certo che poteva farlo anche in un altro momento, non a settembre. Certo che era anche una questione di solitudine, ma non solo. Ormai le cose tra loro due non andavano più bene come un tempo. Lui aveva trovato abbastanza facilmente una sistemazione. Quello che gli pesava di più, semplicemente, era che da quando si era lasciato con Fragranza si era trovato imbarazzato. Per gli amici. Loro erano tutti in coppia, lui era solo. Se non era per quello avrebbe affrontato la cosa quasi con serenità.
Sarebbe stato disposto a rinunciare anche alla loro partitina del sabato, solo pur di evitare quel disagio. Stava per chiamarli e disdire, anche se loro erano così cari e insistenti. Aveva già il cellulare in mano quando lei era entrata. Non era stata nemmeno un’idea. Si fermò un attimo e prima di pensarci veramente le vennero le parole direttamente in bocca: “Una cena e una partitina tra amici”? Amarena aveva cominciato a lavorare con loro da un paio di mesi. Non poteva dire di conoscerla. Forse si era spinto troppo oltre. Forse era stata una proposta indelicata. Avrebbe accettato qualsiasi risposta e lei sorrise in modo largo e spontaneo replicando: “Perché no? –poi aveva aggiunto– Amo il gioco”. La soppesò con attenzione, comunque fosse andata si poteva rivelare una seratina interessante. Le disse che sarebbe passato da lei alle sette e le chiese l’indirizzo.
Lui si presentò puntuale alle sette sotto casa sua, anzi con qualche minuto di anticipo. Non era più tanto sicuro che non avesse potuto ripensarci. Era stato tutto così strano, informale e veloce. Era pronto ad aspettare, e anche rassegnato ad una eventuale delusione. Lei scese immediatamente, pronta e elegante. Si accomodò con un sorriso benevolo cercando di non spiegazzare la gonna: “Come va”? “Possiamo andare”? “Certo”. Le spiegò per strada che loro giocavano con regole un po’ proprie. Una piccola somma iniziale e poi rilanci liberi: “Non si preoccupi. Niente di pesante. Se non se la sente… Può anche solo guardare”. “Non mi va… mai… solo guardare”. “Meglio… come vuole”. Lui mise in moto. Sembrava disinvolta. “Andiamo”. “Possiamo darci del tu”? “Vedrai che sono tutti molto gentili”.
La presentò come un’amica. Lei si trovò subito a proprio agio, soprattutto con Cerbero, che le si era seduto immediatamente appiccicato al fianco. Meno con la moglie Corniola, la padrona di casa. Consumò la cena brandendo le posate con eleganza. Chiedendo un po’ d’acqua e un goccio di vino bianco, che Cerbero le servì prontamente. Sorseggiando, con grazia, piccoli sorsi dal calice di cristallo. Rispondendo con gentilezza, e un sorriso incantevolmente spontaneo con cui metteva in mostra i suoi bianchissimi e ordinati denti, alle domande curiose degli altri. Raccontando che ormai si conoscevano da un po’, glissò sulla lunghezza di quell’amicizia. Parlandone in modo che nessuno si interrogasse sul genere di quella amicizia. Confessando i propri studi e un enorme amore per certo cinema e certa letteratura. Mentendo sul posto dove lavorava. Si dipinse come bibliotecaria.
Lui osservava i suoi gesti. Annuiva. Conveniva. Non aveva niente da pentirsi per averla invitata. Disse di averla incontrata in quella biblioteca. Una prima volta e poi delle altre. Aggiunse che un po’ era stato incantato dalle sue parole. Non si sbilanciò ad aggiungere altro. Tutti i maschi presenti sembravano apprezzare la nuova venuta. E comunque era una novità per i loro soliti incontri. Cenarono impazienti di cominciare il gioco. Alla fine, mentre prendevano il caffè, Cerbero preparò il tavolo e Corniola si preoccupò di fornire quel tavolo delle bibite. Lui si era ripromesso di fare attenzione a non esagerare col bere, non voleva finire alticcio. Voleva gustarsi lucido per bene la serata. Era tornato a sentirsi vicini e car i suoi amici. Nessuno gli chiese di Fragranza. Apprezzò quella delicatezza.
Le carte gli cominciarono a sorridere. Avrebbe detto che poteva rivelarsi una notte magica. Avrebbe detto che sarebbe stata una partita strana; non solo perché si presentava come la sua serata fortunata. La dea bendata sembrava voler amoreggiare con lui. Forse l’aveva portata con sé. Intorno c’era silenzio perché il gioco chiede silenzio e concentrazione. Parlavano solo i suoi sorrisi. Stava sfacciatamente vincendo fin da quando avevano distribuito la prima mano. Pian piano stava ripulendo il tavolo, e uno alla volta gli altri si ritiravano e andavano a leccarsi le ferite, cercando di distrarsi, mentre gli ultimi resistevano eroicamente ma passivamente.
Alla fine si servì l’ultimo sorso per alzarsi soddisfatto dal tavolo dopo aver letteralmente sbaragliato tutti e averli lasciati, come si dice, in mutande. La serata era scivolata via velocemente. Nessuno aveva più una fiche ormai, mentre lui aveva, davanti, un gran bel gruzzoletto. Qualcuno già cominciava a commentare quanto successo e la sua sfacciata sorte. L’ultima a cedere era stata la sua compagna Amarena. Gli aveva tenuto testa tenacemente. Con un gioco giudizioso. Rischiando sempre il minimo necessario. Vincendo un paio di piatti non troppo generosi. Ma lui doveva ancora scoprire che quella ragazza non era un tipo da arrendersi facilmente. Ancora non sapeva nulla di lei.
Pensò a Fragranza, ma subito non ci pensò più. In verità si era concluso tutto fin troppo presto. Qualcuno stava già versandosi il bicchierino della staffa. Corniola gli sussurrò che era stato sfacciato e gli rammentò che erano solo da poco passate le undici. Qualcuno propose una partitina di Scarabeo per pochi, tra quelli che non avevano fretta di tornare. Per chi aveva voglia, audacia e resistenza. Lei non era paga. Lei lo scrutò negli occhi pensierosa e poi nuovamente decisa lo immobilizzò, nella sua ostinazione, sulla sedia: “Non te ne puoi andare proprio adesso. Sul più bello. Merito una rivincita”. Si era già perse un paio di mesate.
Tra loro, mentre gli altri assistevano ritrovando una curiosità rinnovata, era scoppiata una velocissima diatriba, combattuta, più che altro, con gli occhi. Lui, in un certo senso, la ammirava. Le fece notare con soddisfazione: “Orami sei rimasta al verde”. Lei ribatté sfacciata: “Potresti farmi credito”. Lui si finse scandalizzato, con aveva ancora visto niente: “Il gioco non fa credito”. “Lo dici perché hai paura che giri”? “Lo dico perché è questa la legge delle carte”. Lei sapeva che lui aveva ragione, non sembrava sufficiente per farla desistere dal suo proposito: “Cosa ne dici se mi gioco… Della collana”? Era un semplice filo d’oro con un ciondolo, quella collanina. Una cosuccia probabilmente legata a qualche affetto. Decisamente lei non era un tipo da cedere facilmente senza lottare fino all’ultima stilla di energia.
Non fosse stato per la curiosità, e per lei, avrebbe respinto sconcertato quella richiesta; avrebbe detto di no. Però quella ragazza lo incuriosiva. Non aveva potuto sottrarsi a quella sfida impertinente. Volle essere generoso: “Diciamo un… Cento”? In fondo quelli non erano che spiccioli. Lei, nel silenzio dei propri pensieri, incitò le carte: “Forza belle”. Sempre lei, scosse la testa come a schiarirsi le idee, e accettò: “Vada per un centone”. Lui si sentiva già un ladro; aveva sbagliato. A quel punto aveva voluto tornare in gioco anche Corniola. Cerbero si ammutolì. Lei si accese una sigaretta, non sapeva che fumasse. Non lo aveva ancora fatto. Le carte però sembravano non voler cambiare.
Lui continuava inesorabilmente a vincere con una fortuna sfacciata. E Amarena a perdere con serena e imperturbabile noncuranza. Almeno apparente. Le aveva spillato altri centocinquanta per l’orologio, altri cento per gli orecchini. Corniola restava testardamente in partita ma con una presenza passiva. Più che altro assisteva, gettando poi, con rabbia, le carte che non le davano speranze. A quel punto lei aveva proposto quelle scarpe rosse lucidissime e appuntite con quei lunghissimi tacchi. Lui aveva proposto venticinque. Lei aveva provato a protestare ma sapeva di essere nelle sue mani: “Come venticinque? Sono un paio di”… Era stato irremovibile: “O venticinque o lasciamo”.
Ormai la serata continuava solo per loro e rischiava di diventare stucchevole. Cerbero si era allontanato con una bibita gassata stretta in mano a vedere, sul divano, il finale di qualcosa di cui avvertivano solo il fastidioso brusio di fondo. Ma era una sfida e nessuno tra i due voleva ritirarsi e cedere. Scoppio in una breve e stridula risata nervosa: “Chi si ritira dalla lotta non è figlio di una santa donna”. Gli aveva fatto un gesto rassegnato di accettazione: “Vada per venticinque, ma sappi che sei uno strozzino”. Persa quella mano avrebbe dovuto finalmente arrendersi; e la perse.
Non era ancora doma e la serata sembrò prendere una piega diversa. Si era giocata le calze per venti e se le era sfilate. Non le restava proprio più niente. Si sarebbe semplicemente offerto di riaccompagnarla a casa. Lei guardò tutti e sorrise a tutti e cercò il sostegno di tutti. C’era ancora la forza della sfida nei suoi occhi. Gli piaceva proprio quella donna. Certo le avrebbe restituito le sue cose. Cosa poteva farsene… di quel paio di scarpe? O di un paio di calze? Non aveva un cuore abbastanza duro per non farlo. Quello che sarebbe venuto dopo non gli importava, non ci pensava. Si fidava di quella fortuna che lo aveva accompagnato per tutta la serata. Invece lei era ancora piena di fantasia e di audacia.
Amarena lo colse di sorpresa. Aveva proprio il gusto di quel frutto. Dopo una rapida riflessione si decise: “Che mi dici se mi gioco la camicetta”. Era proprio piena di risorse. Era sconcertante. Cercò di mostrarsi spavalda. Lui cercò di simulare tranquillità e sicurezza. Cerbero tornò interessato intorno a quel tavolo. Lui valutò per un po’ la provocazione: “Vanno bene cinquanta? E sotto”? “Sotto?… il reggiseno”. “Allora cinquanta”. Lei tergiversò ma poi annuì: “Cinquanta”. Anche gli altri ripresero interesse e si avvicinarono incuriositi da quella nuova piega. Lui osservò: “Ma questo è strip”. Lei rise imbarazzata: “Vada per lo strip. Troppo sfacciato”? “Non per me”. Le donne presero a guardarla con sospetto, gli uomini con curiosità. Nessuno si oppose a quella svolta del gioco; non certo il padrone di casa.
Era proprio la sua serata sfortunata. Fu costretta a togliersi quella camicetta, tra l’entusiasmo silenzioso. Per altri settanta perse anche la gonna. Ancora non le bastava. Portava una biancheria non troppo audace e candidamente bianca. Forse sfiorava la sfrontatezza. Forse esagerava. Avrebbe voluto fermarla, ma non poteva farlo. Lei non sapeva proprio limitarsi. Gli altri sembrava avessero smesso di annoiarsi. A quel punto Corniola si ritirò indispettita e andò a fare i piatti. Si era arresa con ancora addosso il suo reggiseno, abbondante, robusto, bello gonfio, prima di perdere anche quello. Aveva messo su qualche chilo ultimamente. Lui pensava che l’amica avesse fatto il tifo augurandosi lui perdesse. A quel punto lui aspettò la mossa della sua avversaria. Le lasciò la prima parola e l’ultima decisione.
Lei chiese gentilmente se le potessero portare qualcosa da bere. Era palesemente in un angolo, alle strette. I suoi occhi cercavano inutilmente attorno che qualcuno o qualcosa le venisse in soccorso. Inutilmente. Lentamente sembrò decidersi, mentre lui le lasciava tutto il tempo di cui aveva bisogno. Sbirciava in mano la sua coppia di jack. Per cento lei propose di giocarsi il reggiseno. E perse. Lo tolse senza indugiare. Gli occhi di Corniola cercavano di fulminare l’attenzione di Cerbero. E per centocinquanta perse le mutandine, erano un piccolo ma grazioso tanga, e se ne liberò. Inesorabilmente lui aveva fatto sua la mano con i due jack accompagnati da due otto.
Non aveva proprio più nulla. La platea era divisa nel tifare per uno dei due. Per una cosa o per l’altra. Diversamente motivata. Restò lì nuda e silenziosa senza riuscire a nascondere completamente un senso di disagio e di imbarazzo. Cercava di sorridere ma erano sorrisi palesemente forzati. Qualcuno era già rassegnato ad accettare quella fine. Si fece tradire da un attimo di incertezza. Per lei non era ancora la fine. Sorprese tutti e fece ricredere tutti e li rianimò. Lo invitò a dare le carte. Lui chiese cosa avesse in mente; intenzione di giocarsi visto com’era ridotta. Lei cercò di fingere un sorriso malizioso che non riusciva a nascondere la stizza. Era determinata e testarda come un mulo.
Ognuno era preda delle proprie ipotesi e fantasie. Lo fissò negli occhi con fare interrogativo. Incredibile: “E se fossi… carina… Disponibile. Cerca di capire… Non farmelo dire. Insomma… Potrei essere carina, con te. Dopo”. Era esterrefatto. Non poteva crederci, e nemmeno era certo di aver capito. Lo aveva anche detto mentre ascoltavano tutti, anche se il tono della sua voce era all’improvviso crollato. Lui stava gonfiando il piatto di gettoni e lei di promesse. Promesse, quelle, che avrebbe anche potuto faticare a mantenere. E i suoi occhi sembravano altrettanto sorpresi e dire un’altra verità. Lui soppesò quell’offerta: “Dopo”? Ormai era curioso di scoprire fin dove era disposta a spingersi. E poi stava giocando i soldi degli altri. Lei alzò nuovamente le spalle. Lui osservò: “Dopo”? Lei confermò: “Dopo”. Lui le ricordò che il poker non ammetteva un dopo. Lei si limitò ad un’alzata di spalle.
Il suo era ormai il gioco del gatto con il tipo, ovvero con la topolina. Gli sembrava indifesa. Non era certo che lei sapesse cosa pattuiva. Si sentì una vera carogna: “Carina quanto”? Li valeva tutti, si disse. Non avrebbe comunque potuto riportarla a casa spogliata. Lei non fece quasi nemmeno una piega: “Carina… Tanto”. Fece nuovamente per alzarsi ed affermare che ora il gioco era proprio finito, ed era ora di andare. Si informò con non velata cattiveria, così per dire: “Tanto quanto”? Lei provò a farsi gattina e gli fece osservare che la notte era ancora giovane. Ormai lui non poteva certo più ritirarsi. Tornò a sedere. Ora era lui a sentirsi costretto in un angolo.
Lei non poteva più sottrarsi alla sfida: “Tutto quello che vuoi”. Lei si era spinta ormai fino al limite del baratro. Ormai era lanciato: “Potrei dire… mille”. Non voleva più vincere ma stravincere. Si era indispettito. Voleva, non solo piegarla, ma anche umiliarla. Era la sfida. Non ne sarebbe stato certamente capace. A parole si può essere tutti bravi. Comunque stava a lei scegliere: “Mille”. “Sicura”? “Sicura”. Era intrigante quel mercanteggiare: “Come”? “Con”. “Senza”. Era realmente incredibile. Parlavano solo loro, intorno c’era il massimo silenzio. Lei fece un muto cenno di assenso. Anche Corniola si era fatta più vicina per assistere. Ora faceva il tifo per lui e invidiava lei. “E?”… “E?”… “Altri cento”. Lei deglutì e fece un altro segno rassegnato di consenso.
Benché nuda manteneva una sua grande dignità. Ora era stanco. Veramente stanco. Qualsiasi gioco è bello finché dura poco. Chiese di assentarsi un attimo per rinfrescarsi la faccia. Lei non si mosse dal suo posto. Nessuno le distolse gli occhi da addosso, e nessuno si sentì di darle un consiglio. Quando lui tornò lei tornò a controllare attentamente le carte. Pareva sicura di sé, tanto sicura che lui si sentì in dovere di provocarla rilanciando: “Qui”? Lei si lasciò sorprendere: “Come qui”? Forse qualcuno si stava domandando chi si fosse portato dietro. “Siamo tra amici”. Forse qualcuno cominciava a faticare a controllare la propria curiosità e le proprie fantasie. “Mica è per l’amicizia”. “Non siamo a casa nostra”. “A tutti”? “A loro pochi”. “Tu sei impazzito”? Lui la conosceva veramente per la prima volta e avrebbe scoperto in seguito che non era così, che era il gioco e la sfida a corromperla.
Probabilmente ormai niente avrebbe potuto fermarla. Né lui era deciso a limitarsi. Per l’ennesima volta rilanciò. O la va o la spacca. Propose: “Altri mille”. Forse era riuscito finalmente ad avere completamente la sua attenzione e a metterla in difficoltà. Ad obbligarla a rendersi conto di tutto e delle sue conseguenze. Sembrava scandalizzata. Aver esaurito le energie e le parole. Ci impiegò un po’ per riflettere e decidersi: “Fammi pensare… Sei un vero seduttore. Un ingannatore. Allora sono duemila; anzi… duemila e cento. Solo per la precisione”. Accompagnò la frase con un ennesimo cenno di rassegnazione e di accordo. “Duemila e cento”.
Lui controllò le carte, aveva due sette, raccolse tre otto. Non avrebbe insistito, nel riaccompagnarla, se non avesse voluto pagare interamente quel debito. In fondo lui restava pur sempre un galantuomo. E comunque il giorno dopo avrebbe potuto restarsene a letto e riposare. Lei sfogliò lentamente le sue, aveva trovato un’inutile regina e il quarto jack, quello di cuori. Li enumerò sul tavolo con enfasi e immensa soddisfazione. Sul piatto c’erano settemila quattrocento dodici euro e cinquanta centesimi. Raccolse tutto e chiese un sacchetto dove metterli. Tutti, uomini e donne fecero un sospiro, i maschi di delusione, le femmine di sollievo.
Lei raccolse anche i suoi stracci e salutarono tutta la compagnia. Appena salita in automobile si scusò con lui: “Non li voglio quei soldi. Sono stata orribile. Lo so, non dovrei giocare. Quando comincio a giocare non mi so più fermare”. “Riprenditi almeno i tuoi”. “Giusto non sarebbe giusto. Perso ho perso. Ma se proprio insisti”. Per farsi perdonare gli promise che, se si accontentava, lei era disponibile a farsi per lui il suo premio di consolazione. Ma per accontentarsi si doveva proprio accontentare intanto di un piccolo bacetto. Poi ognuno per conto suo nella propria cameretta, perché lei, anche se lui poteva stentare a crederlo, era sempre stata una ragazza seria, e viveva ancora con i genitori. Lui nemmeno la stava ad ascoltare. La sua era sola una riflessione a voce alta: “E se avessi vinto”? Amarena ebbe bisogno di un lungo attimo per pensarci: “Non so proprio cosa avrei fatto. Non so come. Speravo che fossi gentile. Forse… forse… avrei dovuto pagare. Un debito di gioco è come una sentenza”.
Fermò la macchina. Pensò solo al sapore dell’amarena. Pensò che era proprio una ragazzina. Pensò che era troppo ingenua per essere abbastanza spudorata. Pensò che a volte le parole escono da sole e sono più veloci del senno. Pensò a quanto si dovesse, in quel momento, vergognare di quella insolenza. Pensò che nemmeno la sua malinconica cameretta non gli faceva più paura. Pensò a come era diventato un uomo ricco. Pensò che il giorno dopo avrebbe potuto provare a chiamare Corniola; come mai non ci aveva pensato prima? ora era già troppo tardi. Pensò che niente e nessuno avrebbe potuto dargli quanto quel bacio promesso di Amarena. E allora chiuse gli occhi e assaporò le sue labbra.

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