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Archive for 11 Mag 2018

Piccoli gialli italiani18. Matilde è allegra: “Se vuoi uccido i due mocciosi così hai qualcosa da scrivere”. Non le piace vedermi così irrequieto. Annoiato. Non sarebbe male. Finalmente un vero giallo. Una scossa per la città assopita. Solo per un breve istante temo che lo possa aver fatto davvero. Stupido. Come mai è libera, e ha tutto il tempo per me? Naturalmente scherza e il suo sorriso lo denuncia apertamente. Poi mi ricordo che è sabato. Dobbiamo fare due spese. Matilde ha promesso di cucinare per me.
Siamo quasi sulla porta, prima di entrare, quando la vedo e la riconosco subito. È proprio lei. In carne ed ossa. Una delle mie eroina preferite. Anzi la preferita in assoluto. La biondina amica di Loriano Macchiavelli, cioè di Sarti Antonio, sergente. Non Cristiana Borghi, la sosia che, secondo me, nemmeno è tanto bionda, ma proprio l’originale. La blocco: “Matilde, lei è Leda”. “Scusi. Ci conosciamo”? “Ci siamo visti spesso. Bernardo. Ci siamo incontrati in tanti posti; in tante pagine”. Lei finge mirabilmente di ricordarsi. Cerco di spiegare il mio entusiasmo a lei, a Matilde: “Lei, Leda, è”… Matilde non è mai maleducata, semplicemente non è coinvolta. Taglia corto. Quando c’è un’altra donna nei miei paraggi Matilde si fa sempre un po’ scontrosa. Anche un poco taciturna. Dopo la mia non storia con Cinzia, detta anche Hollywood party, le cose sono migliorate, da questo punto di vista. La sua diffidenza va un poco meglio. Meglio non vuole dire bene. Semplicemente si fida un poco di più. Ma non è disposta a rischiare. E non è sicura di conoscermi ancora così bene.
Ma io penso alla nuova amica: “Come mai da queste parti”? “Mi hanno invitata ad una festa. In maschera. È una buona occasione per vedere là città”. “Ne ho sentito parlare. Ne avrei dovuto scrivere. Non ho trovato un biglietto”. In verità non ho trovato i soldi. Non era un costo che le mie tasche potessero sopportare. “Ma tu che fai? Il giornalista”? “Ci provo”. “Perché non venite con me. Il mio è un invito gratuito. Mi farebbe piacere. Non vado volentieri da sola”. Un tuffo al cuore. Matilde cerca di evitarlo: “Veramente avremmo da fare. E poi non possiamo presentarci così”. Un tuffo al cuore. Mi salva la Biondina che insiste. Alla fine Matilde non può più dirle di no. Si arrende. La due spese vanno a farsi benedire.
La villa è grande e bella. Gli interni mi lasciano senza fiato. Marmi. Splendidi affreschi. Molti dei presenti camuffati hanno un’aria furtiva. Compresi i padroni di casa. Sono gentili e ci accolgono fin troppo calorosamente. Lui ha raccontato alla città intera di essere conte, non si sa di cosa. La verità è che deve la sua cospicua fama alla moglie, e ai suoi fortunati inizi come venditore di carni all’ingrosso. Invece la reputazione della contessa è evidente, basta guardarla. Indossa un abito adatto, da nobildonna di Versailles, credo. La maschera le cela il viso ma la scollatura mostra tutto quello che c’è da vedere di lei. Il prosecco è un mare in tempesta. Camerieri impettiti si occupano di tenere sempre colmi calici dai gambi molto longilinei. Nemmeno le tartine non sono male.
Avverto Matilde prima di allontanarmi. Lei mi controlla a vista. Non si allontana mai. Ma non c’è un solo angolo dove uno possa stare tranquillo. “Che ci fai qui, tutto solo, bel giovanotto”? “Veramente sarebbe degli uomini”. “Lo so bene, non mi riconosci. Sono la padrona di casa. La signora contessa”. E si abbassa la maschera su un sorriso invitante. “Veramente cercavo quell’attimo di intimità”. Lei sembra divertita. Mi crede spiritoso: “La devi fare. Falla pure. Che c’è, ti vergogni? Guarda che una contessa è anche una donna”. Non vorrei sembrare un provinciale. E lei non è più una ragazzina: “Era… un falso allarme”. Probabilmente si aspettava di trovare qualcun altro. Ha trovato me. Alza le spalle. Alza spudoratamente la larga e pesante gonna fino a farmi vedere che non porta biancheria intima: “Siamo qui per divertirci. Non credo di non conoscerti. Rimediamo. Divertiamoci. Spero che tu sappia farmi divertire”. Vorrei farle ingoiare i suoi sospettosi dubbi. Vorrei… Per dire la verità lei è pronta ad incoraggiarmi. Se non fossi lesto avrebbe già allungato la mano. Giusto in tempo a sottrarmi ai suoi artigli nobili e mortali. Eppure stregato dai suoi occhi lascivi. “Mi scusi… ma… mi stanno aspettando”. Letteralmente scappo, mentre lei mi apostrofa, pugnalandomi alle spalle: “Stronzo… Finocchio”.
Definirsi giornalista spoglia qualsiasi ipocrisia, e non solo quella. Ritrovo Matilde allo stesso posto, ma un poco più impacciata di quando l’ho lasciata. Mi spiega che la Biondina si è dovuta assentare per un po’, e che si scusa. Hanno affittato una parte della villa, dove non si può andare, ad una troupe per un film. Pare che la villa si mantenga anche con quello. Le chiedo se c’è qualcun’altro di famoso. Mi tratta come uno scemo: “Uno di quei film; cretino”. Non capisco subito. Lentamente reagisco. La contessa ancora non è tornata a farsi vedere. Il marito conte continua nella sua brillante opera di anfitrione. Io mi faccio prender dalla curiosità. Magari trovo uno spunto frizzantino. Ci incamminiamo nella direzione verso cui è scomparsa la Biondina. Un lungo corridoio, una scala e poi un altro lungo corridoio. Una porta senza porta, il divisorio è fatto da due pesanti tende. Arriviamo ad una larga sala, quasi più affollata di quella da dove siamo venuti. Si capisce subito che quello è il posto giusto. Sono creduto il primo gradino per trasformare una nessuno in una qualcuno.
Una lunga fila di ragazze e donne attende per il provino. Cercano comparse. Presumo sia un’assistente quello che gira tra la fila e le palpa e le controlla. E le rimette al loro posto. Alcune le conosco: frequentano, o continuano a frequentare, la mia stessa facoltà. Solo una fa un cenno. Le altre fingono di non riconoscermi. Per la maggior parte sono giovani. Le più sfacciate, o le più temerarie, non hanno già più nulla addosso. Altre hanno solo i seni fuori, in bella evidenza. In una rastrelliera ci sono gli abiti che si sono tolte. In un’altra quelli di scena. Qualcuna mi lascia letteralmente basito e sorpreso. Non avrei mai detto che lei… Di trovarla là. Così, nuda, faccio fatica a riconoscerla. Anche lei finge di non vedermi, e distrae lo sguardo. È una visione buffa quella della signora un po’ avanti di età e di peso, e con le carni ormai rilassate. Probabilmente ha smesso di sognare, lo spero per lei. Tiene la borsetta stretta con rabbia davanti al ventre. E fatica a sollevare gli occhi. Mi sento nudo anch’io.
Si avvicina subito un bassetto con la fronte spaziosa e gli occhiali in cima. Guarda lei con occhio attento e professionale, e me con disprezzo: “Se la signorina vuole provate? Per noi sarebbe un… piacere. Mi sembrerebbe perfetta. Anche un poco di più. Le faccio saltare la fila. Ma lei, giovanotto, cosa ci fa qui? Questa è un’area privata. Non ci può stare”. Finalmente posso dire la frase che ho sempre sognato di dire e che cominciavo a temere che non avrei mai potuto fare: “Stampa”. Mi dà l’aria del regista: “Allora lei… signorina… Cosa ne pensa? Può essere la sua grande opportunità. Cinema. Rotocalchi. Magari in po’ di tv”… Lei mi guarda come dovesse chiedere permesso a me. Io la guardo e so che sa. O magari lo spero. Lei fa no con la testa e ringrazia: “Grazie”. Lui torna a guardarla come prima, da intenditore, e anche troppo a lungo. Decide di insistere: “Guardi che me ne intendo. Ne ho viste… ma… Lei avrebbe, negli occhi, lo sguardo giusto; –la talia ancora accuratamente– e anche tutto il resto, per diventare una vera star. Ci pensi. È per il suo ragazzo”? “Grazie, ma no. E non è per lui. È per me. Lui è… è… un amico”. “Peccato. Ma fate pure liberamente”.
Ci avviciniamo alla coda curiosi. La provoco scherzosamente: “Sei convinta”? Lei spia i miei occhi e mi ha già sgamato: “Certo”. Mi fingo sorpreso: “Perché”? Abbassa il tono della voce. Non vuole che altri ci sentano: “Dovresti saperlo. Non potrei mai farlo. Non mi piace che gli altri mi guardino. E poi fare quelle cose… farlo mentre mi guardano. Davanti agli altri. O sapendo che comunque mi vedranno. Per nulla al mondo. L’amore, e il sesso è lo stesso, per me dovrebbe restare una cosa privata. Mi vergognerei troppo. Ma non giudico le altre. Forse sono io l’ipocrita”. Le ragazze si spingono. Lottano per la fantasia, e la labile opportunità, di accedere al mondo del successo. Per il loro sogno, non troppo segreto. Illuse. Si sentono tutte attrici, e tutte disposte a tutto. A ognuna viene chiesto di girarsi anche di profilo e di spalle. Se ha già un po’ di esperienza. La maggior parte ammette di no, ma che “Penso di avere le capacità adatte”.
Qualcuna ha partecipato a qualche recita privata. Quella non più giovanissima alza la borsetta come una liberazione, e alla fine scappa con le lacrime agli occhi. È stata presa. Viene loro chiesto di recitare una brevissima frase, sempre la stessa. Poi di ansimare. Infine di mostrare un po’ delle loro grazie. Nessuna remora, naturalmente. Qualcuna promette faville per il registra e tutta la troupe. Qualcuna insiste per far vedere che sa anche ballare e per far sentire che sa anche cantare. Le più sanno che sarà solo porno, ma poche sarebbero disposte a dirlo. Torno a provocare Matilde: “Sei ancora sicura”? Me lo merito. Mi fulmina con gli occhi. E non gradisce il mio manifesto interesse per quelle nudità esibite.
Una è la contessa. Non si è tolta la maschera, ma riconosco le sue tette. Anche lei vede me. È ancora indispettita, non perché l’ho colta in flagrante. Sputa, a denti stretti, un’offesa verso la mia accompagnatrice che né io né lei possiamo sentire. Una, quella subito dopo, è proprio bella, bella e rossa. Lei sì ha un’aria veramente altezzosa. E raffinata. Per me è anche troppo bella per fare solo la comparsa. Dice la frase, poi circonda la lingua con le labbra rosse e la ritrae, in un gesto esplicito e provocante nei confronti del regista. Leda se ne sta in disparte e le guarda tutte con l’aria della competente. Il piccolo regista si prende una pausa. Viene verso di noi: “Stasera si fanno solo provini. Dovreste passare domani che giriamo i primi esterni”. “Non mancheremo”. Precisa che la villa che sarà ripresa dall’esterno sarà un’altra. Contigua: “Sa… è per la contessa. Anche se dalle finestre non si può nascondere la città”.
Se fosse per Matilde ce ne staremo per i fatti nostri, naturalmente, ma per accontentarmi, e non lasciarmi solo, decide all’ultimo momento di accompagnarmi. Mi segue ma senza entusiasmo e immusonita; non solo per essere stata costretta ad una levataccia. Cerco di spiegarle che è lavoro. Loro, col loro sogno, io col mio. Alle cinque l’aria è frizzantina e la luce ancora esangue, ma le strade sono quasi vuote. Nel cinema convenzionale si potrebbe definire una scena di massa. Tutti con tutti. Si liberano, in parte o completamente, degli abiti che abbandonano a terra, e alcuni sono già completamente nudi. Il regista spiega come il carnevale sia una festa pagana e carnale. Che libera gli istinti. I partecipanti si spogliano di tutto come in preda a un transfert o a una ipnosi. Dietro le maschere si sentino liberi di essere quello sono, ma solo in segreto.
Qualcuno, come da copione, troppo preso dalla smania non finisce di spogliarsi, e qualcuno nemmeno comincia. Il regista torna a gridare continuamente che non devono guardare in camera. Che lo dice lui quando farlo, a chi deve farlo, e dà indicazioni. “È quasi solo nei primi piani. In soggettiva”. Bestemmia alla santa Vergine. Io non so restare del tutto indifferente. Posso limitarmi a fingere di esserlo. Gli occhi di Matilde passano da un rimprovero al successivo. Le sue espressioni passano dallo schifato, allo scandalizzato, al sorpreso, all’incredulità. La Biondina si limita a sussurrare suggerimenti al regista. Lui, senza interrompere il lavoro, chiama un assistente per farsi togliere dall’imbarazzo. Non deve avere grande esperienza nemmeno lui. Invece quella segretaria di produzione con gli occhiali sembra esperta o lui troppo impaziente. La nostra consulente lo rimprovera: “Potevi chiedere”. Poi viene da noi a spiegarci che, poveretto, si è riciclato dal cinema vero.
Potrebbe essere una scena per un Giudizio universale. La rossa è proprio una gran gnocca. Qualche maschietto si è già raffreddato troppo presto a causa della temperatura. Qualche altro è entrato in panico. Poi ci sono quelli che, presi dall’entusiasmo, hanno esaurito troppo presto le energie. Mi sembra tutto una grande confusione. Arriva finalmente il momento della battuta della protagonista che canna tragicamente. Invece di esclamare: “Vengo!” sospira: “Svengo!”. Uno di quelli che trastullava le dà della vecchia baldracca. Il regista, fuori di sé, interrompe la scena. Tutto da rifare. Annuncia una pausa: “Gli ignudi si rivestano”. Una ragazzina, che se non dovesse avere almeno diciott’anni ne avrebbe tredici, continua imperterrita nonostante lo stop. O non ha sentito o vuole sempre finire quello iniziato, o vuole dimostrare la sua professionale e indefessa disponibilità al lavoro. È tutta sudata. E talmente testarda che la devono staccare a forza. Il suo lui, che è anche il suo compagno di vita, ringrazia. Ha negli occhi una preghiera disperata e, vista l’età, deve aver preso qualcosa.
Il regista ci viene incontro. Gira la testa per un attimo e grida che ognuno riprenda il proprio costume, senza fare confusione, scherzi o allontanarsi. Qualche attore ha bisogno di più di una marsalina. E non solo per scaldarsi. Anche una delle comparse profitta della pausa e viene verso di noi. Mi deve aver confuso con qualcuno di importante, forse perché il regista ha preso a chiamarmi dottore. Davanti a Matilde mi guarda puttanescamente, si umetta le labbra e mi chiede, con un sussurro ingozzato di lascivia: “Vuoi”? Mi ha quasi abbassato la lampo prima che possa rispondere. Matilde è più veloce a mandarla a cagare. L’aspirante Greta Garbo la guarda con disprezzo, andandosene le dà della povera scema e della ipocrita bigotta, e torna a mescolarsi con la compagnia.
Mi rendo conto che siamo spettatori, e forse complici, di reato. O più d’uno. Cerco di fare un elenco dei miei timori. Atti osceni in luogo pubblico. Pornografia. Turbativa. Qualche grammo di droga. Magari persino invito al libertinaggio e induzione alla prostituzione. Lenocinio. Uso di arma impropria e di oggetti atti a… dare diletto. Blasfemia. E penso anche tanto altro. Che ne so? Mica ho studiati legge. E, mentre il regista ci chiede che ce ne pare, e se Matilde ha cambiato idea, io gli manifesto i miei dubbi e le mie paure. Lui ride. Mi tranquillizza: “Non è passato nessuno e sono già le sette passate. Non ti sei chiesto perché. L’appuntato Buonadonna è un caro amico. Per un regalino ha creato una sorta di cordone sanitario. Nessuno può passare. Ho dovuto mandargli anche una delle… una delle attricette, per convincerlo dei residui eventuali dubbi. Non è un problema. Ne è rimasto soddisfatto”.
Prima di tornare a Bologna prego la Biondina di affiancarmi nella mia fatica, con la sua esperienza e le sue conoscenze. La Zia gira per le stanze a spolverare. Non si fida molto di quella donna non più giovanissima. Per quello nemmeno Matilde si fidava troppo a lasciarmi solo con lei. Mentre la Zia ci gira le spalle lei mi sussurra come un soffio di brezza: “Ne hai bisogno? Vuoi prima o dopo”? La voglia ci sarebbe da ieri. Non posso tradire la fiducia. Devo tenermi i pantaloni addosso. Non voglio mancare di rispetto né a Loriano né ad altri. Ha un sorriso diafano: “Non ci sarebbe nessun male e nessun peccato”. Cerco di chiarire che, apprezzo la sua gentilezza, ma: “Né prima, né dopo”. Lei mi spiega che non c’è problema. Che Sarti Antonio, sergente, è solo un amico. Scopano, ma da amici. E mi ricorda che so qual è il suo mestiere: lei è puttana, non per diletto né per vocazione. Lei è puttana perché la vita l’ha fatta nascere puttana. Ha negli occhi un sorriso mesto e distaccato: “Non sarebbe nemmeno lavoro”. Poi, finalmente, ci mettiamo a pensare all’articolo.
È stata una scelta giusta. Lei sa i nomi propri di ogni gesto e performance di quel sesso senza limiti. Mi sa rendere edotto della meccanica di ogn’uno di quei gesti. Di ogni oggetto di scena. Sullo scopo. È scientifica. Non sono un drago, ma mi spiega anche quello che so o ch’è facile intuire. Lei conosce bene quell’ambiente. Meglio un’informazione in più che una in meno. Dal questurino c’è andata di persona, per sicurezza. Così denuncio la nudità pubblica. La corruzione. L’oscenità dissoluta proprio nei pressi del vecchio palazzo del potere. La dissolutezza dei costumi dei concittadini consenzienti, partecipanti e di quelli tolleranti. La produzione di opere pornografiche. Il mercato della vergogna. La complicità della classe politica locale. La connivenza e il favore delle forze dell’ordine. Naturalmente ometto di fare il nome di Buonadonna, appuntato. Così come, di mia autonoma iniziativa, taccio il suo, per rispetto sia di lei che di Sarti, sergente. Mi limito a scrivere: «con la gentile e professionale consulenza di una notissima e famosa professionista del mestiere, nonché grande diva letteraria, interpretata sullo schermo da Cristiana Borghi. Con grande orgoglio firmato Bernardo Carafa e la Biondina».
Finalmente pubblicano un mio articolo nel quotidiano più importante del comune. Quello che chiamano “La servetta puttana docile”. Mi avverte Afro dandomi del soffia. Lo leggo con Matilde che smaniava di raggiungermi per assicurarsi che la Biondina fosse già ripartita. Non sono moralista. Lo lascio fare agli altri. Obietta che è solo sesso. È domenica. Naturalmente non lo pubblicano per intero. Stralciano gli attacchi alla classe politica e alle forze dell’ordine. Edulcorano un po’ tutto, ma la denuncia c’è. Si chiedono chi sia la coppia nobile ospitante tanta dissoluta depravazione? Chi la turpe massaia? Chi l’attore più resistente? Lasciano a intendere che non c’è sorpresa per le studentesse che sono tutte puttane. Spiegano –come ho dovuto fare anch’io– che non possono divulgare nessuna foto perché troppo esplicite. E soprattutto non pubblicano a mio nome. Alla fin fine è meglio così.

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