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Archive for the ‘Diogene non abita più qui….’ Category

Davanti all’enorme portone del grande palazzo c’erano due guardiani imponenti. Non erano loro a mettermi soggezione ma le dimensioni di tutto e tutto mi sovrastava. Avevo come l’impressione che persino il mio respiro si disperdesse in quegli spazi per poi tornare rimbombando come eco. Loro apparentemente non fecero caso a me, eppure avevo la sensazione che non mi avessero perso d’occhio per un solo istante. Che avessero controllato anche il mio minimo gesto in tralice attenti a non farsi scoprire. Mi feci coraggio, incassai la testa nelle spalle ed entrai nell’immenso androne. C’era solo un piccolo tavolo massiccio e un grande senso di vuoto. Attesi per un po’ per vedere se si avvicinava qualcuno, inutilmente. Non c’erano sedie e l’avevo fatto rimanendo in piedi. Allora osservai con più attenzione e mi accorsi che al centro del tavolo era posto un campanello. Mi avvicinai e suonai con prudenza, poi un altro paio di volte con fare più deciso.
Senza fretta arrivò il segretario; un ometto piccolo con occhiali molto grossi. Non gli rimanevano molti capelli in testa e teneva le dita incrociate sopra una pancia perfettamente tonda. Mi sembrò buffo, ma non lo diedi a vedere. Lui tossicchiò, si mostrò leggermente contrariato per il troppo baccano e mi chiese a cosa era dovuta la mia visita. Gli spiegai con calma che avendo cambiato di indirizzo e perciò avevo bisogno di modificare il mio certificato di residenza. Mi osservò con fare dubbioso e poi mi indirizzò. Disse che dovevo salire lo scalone che avevo davanti, attraversare la prima e la seconda sala, prendere il corridoio di mezzo e poi entrare alla terza porta a destra. Faticai più del previsto per trovare l’ufficio che mi era stato indicato.
Entrai, presi il numero e mi misi in attesa. Oltre a me non c’era nessun altro, ma tra il mio numero e quello del display c’era una discordanza di una mezza dozzina di numeri. Pazientai per un po’ e poi di decisi ad avvicinarmi allo sportello, per chiedere semplicemente chiarimenti, facendo presente che ero il solo. Senza alzare gli occhi l’impiegato mi spiegò che il loro era un lavoro delicato, che bisognava avere pazienza e che al momento opportuno il monitor avrebbe visualizzato il mio turno. Provai per ribattere ma lui sprofondo ancor più nel mezzo della sua montagna di atti. Da dietro la sua schiena sentii qualcuno, presumo un collega, fare un sibilo per invitare al silenzio. Tornai al mio posto e mi armai di pazienza; i numeri cambiavano con una lentezza esasperante.
Quanto apparve il numero che stringevo in mano mi lasciai ad un sospiro liberatorio e tornai allo sportello. L’uomo mi guardò come mi vedesse per la prima volta e mi chiese ragione di quella presenza. Spiegai per la seconda volta il motivo che mi aveva spinto là. Mi chiede il nome ed io non tardai a dirlo: Mirco Galvan. Me lo fece ripetere, scosse la testa e mi spiegò che avevo sbagliato ufficio, per la “emme” l’ufficio competente era un altro. Cercai di chiarirgli “Mirco Galvan come Galvan”, me lo fece confermare in modo più chiaro e io cercai di farlo con voce stentorea. Mi spiegò che non faceva differenza, anche per la “gi” di Genova non era il suo l’ufficio giusto. Gli chiesi la cortesia di indicarmi dove mi dovevo recare. Sembrò farmi, con grande fatica, un grosso piacere. Allora: dovevo prendere il corridoio a sinistra, percorrerlo tutto, poi ancora a sinistra, in mezzo a destra avrei notato senz’altro un altro corridoio, la prima o la seconda porta.
Cercai di seguire per filo e per segno le sue indicazioni con risultati catastrofici. Camminai a lungo e salii e scesi scale finché, ormai quasi disperato, non vidi lontano una figura umana. Affrettai il passo per raggiungere la visione di quel miracolante individuo prima di finire le forze. Mi sorrise tranquillo dicendo che ero fortunato, che ero quasi arrivato e mi accompagnò fino ad una porta lì vicina, prima di tornare ai suoi impegni. Dentro si ripeté la scena precedente: numero, display e attesa; e anche lì ero il solo utente. Forse era la mia disperazione a farmi sembrare che i turni potessero scorrere di un niente più veloci. Non mi capacitavo con precisione dello scorrere del tempo e dell’ora che si era fatta. Intanto avevo una voglia tremenda di una sigaretta. Finalmente apparve il ventisette.
Mi avvicinai deciso alla meta. Guardai l’uomo pelato dietro quel vetro e ripetei la stessa litania: dovrei fare un certificato di nuova residenza. Mi chiese sospettoso il perché e glielo spiegai. Mi chiese il nome e glielo recitai: Mirco Galvan. Si allontanò e poi tornò con la faccia dubbiosa. Mi fece ripetere il nome e mi costrinse anche a sillabarlo. Tornò a lasciarmi per un paio di minuti da solo per poi tornare con un paio di fogli da stampante a modulo continuo in mano. Con quelli sotto gli occhi interrogò il monitor del computer: “Vediamo… ecco qua; Marco Garlati, nato a La Spezia nel 67”… Fui costretto ad interromperlo: “No! Mirco Galvan, nato a Sant’Angelo di Piove di Sacco il 25 aprile 74”. Mi guardò contradetto.
Prima mi disse che non risultava nessun Mirco Galvan, nato a Sant’Angelo di Piove di Sacco nel 74. Poiché gli chiesi in che data risultavo nato mi precisò che non risultava nessun Mirco Galvan da Sant’Angelo di Piove di Sacco. Costretto dalla mia insistenza mi ribadì che non risultava nessun Mirco Galvan. Provai a fargli osservare che doveva esserci un errore; la risposta che ottenni fu che con le macchine che avevano a disposizione non potevano verificarsi errori. Feci un respiro profondo prima di chiedergli come potevamo risolvere la faccenda. Mi chiese se ero sicuro dai dati che gli avevo dettato, di chiamarmi proprio precisamente Mirco Galvan. Stavo per sbottare ma mi trattenni: certo che ero certo del mio nome e cognome. Ci pensò e poi mi domando se non avevo mai avuto qualche amnesia, se per caso avessi sofferto da piccolo di orecchioni o di qualche forma, magari leggera, di meningite. Ribattei che non ricordavo tutte le malattie da me avute in tenera età, ma che ero certo di aver sempre avuto un’ottima memoria.
Non si era mostrato convinto. Mi disse che per le macchine io non ero mai nato. Gli chiesi se era convinto che pur se gli stavo davanti io non esistevo. Confusamente spiegò che non voleva dire quello e mi pregò di attendere. Tornò solo per dirmi che non sapeva come fare. Lo pregai e supplicai di sentire anche i colleghi. Con grande sforzo lo fece ottenendo però lo stesso risultato. Vedendo la mia crescente insofferenza mi chiese se volevo sollevare un reclamo. Non mi sembrava di poter far altro e allora l’impiegato cercò di spiegarmi il percorso per lo sportello contestazioni verso cui mi indirizzai deciso. Naturalmente trovarlo non fu altrettanto semplice nonostante la massima attenzione che avevo messo a disposizione delle sue istruzioni.
Attraversai altri lunghi corridoi, poi ancora lunghi corridoi. Sfiorai porte massicce ed erano tutte chiuse. La luce scaturiva da punti invisibili, ma non era naturale. Era come scendere nel profondo e sperare di perdersi. Avevo la sensazione che da solo non sarei mai riuscito ad orientarmi; non avrei mai trovato la strada del ritorno. Dovetti ricorrere nuovamente ad interrogare la prima persona che trovai per caso. E lui fu così indulgente da indicarmi una porta più piccola che conduceva ad una stanzetta angusta con un’unica scrivania. Sul piano c’era un cartellino col nome del dipendente, nome sul quale ritenni opportuno non fissare la mia attenzione. Quello, impettito con una cravatta di un club di calcio, aspettò che sedessi sull’unica.
Provai a spiegare il mio problema, ma fui da lui subito interrotto: “Ho appena ricevuto la telefonata del collega che mi ha messo al corrente dettagliatamente della sua situazione. Già! allora lei vorrebbe inoltrare una domanda di contestazione”. Confermai esausto che quella sarebbe stata la mia intenzione. Si pulì gli occhiali e restò per un lungo attimo a pensare dubbioso: “Il problema è semplice: non essendo lei presente nei nostri registro non potrei nemmeno accettare che lei presenti nessun tipo di richiesta”. Interpretai quel condizionale presente come se contenesse una qualche, seppur minima, possibilità di soluzione. Deluse subito tutte le mie speranze: “Ha qualcuno che può presentare la domanda al posto suo e garantire per lei”? Lo stesso contratto d’affitto era vincolato alla presentazione dello stato di residenza, e molti altri documenti che mi sarebbero stati sicuramente in seguito richiesti. Spiegai che non potevo soddisfare la sua cortesia, ma che abitavo nel comune da quando ero nato. Lui sottolineò che la mia affermazione corrispondeva alla casistica: Da mai.
Con benevolenza cercò di ipotizzate altre ipotesi senza giungere alla soluzione del caso: “Sono qui solo per aiutarla. Noi vogliamo vedere gli utenti soddisfatti e cerchiamo la soluzione dei problemi, per non trascinarli eternamente in contestazioni e reclami. Vediamo cosa possiamo fare”. Sembrava provare a sondare ogni possibilità, ma ogni volta scuoteva la testa; parlò di catastrofe. Scartò l’ipotesi di modificare uno stato di nascita in mancanza dello stesso stato. Allo stesso modo scartò l’ipotesi di aprire l’iter per un processo di cessazione, cioè di morte, in mancanza del succitato stato di natalità. Si sarebbe potuto pensare ad uno stato di adozione purché potessi trovare una coppia disposto e idonea per una richiesta simile. Alla fine, spossato e sconfortato, si arrese all’evidenza dei fatti. Io non riuscivo ad avere una soluzione al posto suo. Lo pregai di non insistere ulteriormente poiché ormai deciso a rinunciare ad ostinarsi, per quel giorno, e che sarei ripassato eventualmente l’indomani. Mi fece i suoi auguri come se mi accomiatassi dalla vita, ma mi stavo già allontanando mestamente furibondo.
Mi proposi di trovare l’uscita, ma ancora una volta ebbi bisogno di aiuto. Mi fu indicata l’ennesimo portone ma da questo entrava un fascio di luce abbagliante di scarcerazione. Non era lo stesso che avevo attraversato quando ero entrato. Cercai di raggiungerlo il più rapidamente possibile, ma fui bloccato a pochi metri dalla libertà da un omino con lunghi capelli e folta barba bianchi. Mi intimò di fermarmi e mi spiegò di essere stato contattato telefonicamente e messo al corrente di ogni cosa. Non risultando io nessun residente non mi poteva permettere di uscire e di andare libero per le strade della loro città. Era costretto a chiamare la polizia e con loro si sarebbe cercata una complicata e ancora inimmaginabile soluzione. Non volevo parlare con la polizia. Non volevo sentirmi rivolgere ancora tutte quelle assurde domande inquisitorie. Tornai correndo sui miei passi e tornai ad inoltrarmi per quei corridoi senza la minima idea di dove stavo andando. Volevo solo fuggire: ero un uomo senza carte.
Un bisbiglio dietro un’altra dei tanti anonimi usci insistette per richiamare la mia attenzione. Sbucò una testa che mi trascinò dentro. Mi disse con fare furtivo che aveva giusto una soluzione per me, bastava un po’ di buona volontà e un paio di centoni. Era libera la posizione di tale Martina Gallearo, che “sempre con la “emme” è”. Bastava solo che mi fidassi di lui e “avremmo” richiesto il documento a quel nome per il quale nessuno si era mai rivolto ai loro servizi. Lo guardai stupito e gli feci presente che, se non aveva fatto caso, ero nato maschio. Gli sembrava solo un problema formale e di secondaria importanza: “Con i tempi che corrono è tutto così confuso e non sarebbe nemmeno il primo che poi diventa donna. Fatta le legge e trovato l’inganno. Fuori dal palazzo nessuno avrebbe fatto caso se i miei documenti erano siglati con un nome al femminile. Solo che dovevo decidermi velocemente”.
Da quel giorno rispondo al nome di Martina Gallearo. C’è un solo piccolo particolare che mi fa stare moderatamente in ansia: il gentile dipendente non era stato sufficientemente attento ai piccoli dettagli. Risulto nato non a Sant’Angelo di Piove di Sacco ma a Sant’Egidio del Monte Albino, “che sempre santo è”, e non nel 74 ma nel 25, per poi migrare nel 36 per domicilio ignoto. Forse per questo nessuno aveva mai sollecitato documenti a quel nome e probabilmente non li avrebbe mai reclamati. Però da domani posso provvedere a tutte le correzioni del caso, in tutti i documenti. Naturalmente l’unica cosa che non posso chiedere di modificare assolutamente, previo riapertura del dramma, restano quel nome e quel cognome. Da domani dicevo; però già oggi è arrivato il canone della televisione e la tassa per l’asporto rifiuti.

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Una tazzina di caffèNon saprei dire dove nasce il nostro amore per il caffè. Forse è sempre esistito con noi. E’ il luogo. Il momento. Il rifugio. E’ l’angolo consolatorio. Si possono scrivere tante storie su questo amore. E tante di tutti i generi. Io stesso, o meglio il mio io narrante ne ha scritte. Storie di tutti i generi. Tra vita e finzione. Da quelle più brevi ad alcune da lasciare il segno. Dal sacro al profano, fino al più profano. Il nostro mondo vive seduto davanti ad un tazza di caffè. Corre, su8da ma quando si ferma e per sedersi davanti ad una tazzina di caffè. Quando proprio il tempo non lo consente: in piedi ma sempre con la tazzina in mano. Tutto è riconducibile ad “un caffè”?
A volte quel caffè riporta ricordi d’infanzia, lontani, persino quando sono amari. Quando quei ricordi rischiano di far perdere il gusto per il caffè. Lo stesso suo odore rammenta quei vecchi ricordi. Rende certi incontri indelebili. Il caffè è una cerimonia. I vecchi amici si ritrovano davanti ad un caffè. Si cementifica un incontro. Si plaude all’amicizia proprio perché è la scusa per sorseggiare un buon caffè. O, al diavolo tutto, solo per lo stesso pretesto. Si fa tutto per un caffè. Tutto tranne ammazzare, o forse no. Ma il caffè è sempre fraternizzante. E’ la vera droga.
Ci si ripromette un caffè con un amico lontano. Che speri di incontrare, o tornare ad incontrare. E allora la scusa di sedersi attorno ad un caffè è la più naturale, anche se la più banale. Sia liscio che corretto. Ci si consola dopo un lutto. Persino quando ti trovi in mezzo intrigato anche senza volerlo. E non sai come toglierti dall’impiccio. Che magari dopo il lutto e le condoglianze, dopo tutto, prima di andare, lo prenderesti anche quel caffè. E capita che la vedova sia tanto sconsolata da scordarselo. E ti resta l’amaro in bocca. E mica puoi aggiungerci qualche cucchiaino di zucchero. Quello resta.
Il caffè è proprio il massimo. E’ il rifugio per nascondere un imbarazzo. Perché ad una signora mica lo puoi dire. Figuriamoci se può farlo lei. Perché le donne non sono tutte come Caterina detta Tina disposte a chiederlo senza giri di parole, papale papale. Così con Lidia alla fine non l’ho mai preso quel caffè. Spesso è solo appunto quel pretesto, magari per un’avventura fugace. Perché penso che quella volta Eva in verità si sia fatta circuire per un caffè. All’inizio non capivo certe sottigliezze. E’ un mio difetto di fabbrica. Mi sembrava assurdo che Carla si spogliasse praticamente nuda per chiedermi se avevo voglia di un caffè. Che Giovanna usasse quella scusa per invitarmi a salire. Ma frequentando si impara. E’ la vita. E oggi, quando vado da Irene, glielo dico subito che “il caffè me lo prendo dopo, a casa”. Diversamente come potrei spiegarlo a mia moglie.
Impari appunto ad usarlo come fosse una metafora. Per dire qualcosa che non puoi o non sai dire. Perché noi maschi siamo fatti così. Per sembrare sembriamo tutti leoni. Spacchiamo il mondo. E poi ci inteneriamo davanti ad un sorriso e una svelata lusinga. E’ stata lei a dire sulla porta: “Posso offrirti un caffè”? E io ottuso: “L’ho appena preso, grazie”. E lei caparbia e indignata del mio rifiuto: “Ma allora sei proprio stupido”. Al che io, che lo avrei preso volentieri quel caffè, ma anche per malsana educazione, non mi volevo contraddire: “Come preso”. Ero proprio stupido, allora. Ma ero solo poco più di un ragazzo. Sopra la sua risata ho cercato di salvare capra e cavoli: “Magari un’altra volta. Magari più tardi”. E lei spazientita: “Mi spiace, sto uscendo”. E doveva ancora truccarsi e finire di vestirsi. Son tornato con la voglia del caffè.
Come con quella mignotta, ma questo molto dopo, che si è sentita lusingata; che ha trovato romantico che le chiedessi: “Posso offrirle un caffè”? Solo che alla fine esistono perfino donne che non ci mettono malizia. E di quelle è meglio diffidare. E allora è meglio precisare: “Non ho nemmeno il tempo per un caffè”. Solo che Sonia mica s’è arresa. Mi ha risposto: “Non penserai veramente che ti ho invitato a prendere un caffè solo per prendere veramente un caffè”? Meglio non pensarci. Non seriamente. Ne sento ancora l’odore in bocca. Un caffè prima di ogni battaglia. Non c’è donna né altra diavoleria che possa togliere all’italiano il gusto per il caffè. Il caffè resta tutto. Il mattino, ogni mattino che il buon dio, o chi per lui, manda al mondo, la vita stessa inizia con un caffè. Col suo borbottio sul fuoco. Fino a diventare poesia. Perché, come si diceva fin dall’inizio non c’è nulla che funzioni meglio che rifugiarsi in una tazza di caffè. Ormai è la nostra filosofia di vita. Cosa viene in mente anche davanti alle più grandi venture se non: “Pazienza, dai. Prendiamoci un buon caffè”? Il massimo è quando lei me lo porta a letto.

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Venezia: 11 maggio 2013 ore 17.00

Sala Casa di Riposo S. Lorenzo
Campo S. Lorenzo – Castello 5071

il coraggio della nonviolenza

incontro con i

Comitati popolari di resistenza non violenta all’occupazione

LUISA MORGANTINI

Già europarlamentare e presidente di Assopace Palestina

HAFEZ H. I HURAINI

Contadino di At-Tuwani coordinatore dei comitati popolari delle colline a sud di Hebron

MAHMOUD H.J. HAMAMDA

Contadino resistente di Al Mufaqarah

SAWSAN M.H. HAMAMDA

Studentessa beduina di Al Mufaqarah
At-Tuwani è il villaggio dove operazione Colomba (angeli) operano dal 2004 per la protezione dei bambini e dei pastori.
Al Mufaqarah è uno dei villaggi da evacuare secondo la scelta dell’autorità israeliana ed è estremamente attivo nella lotta non violenta contro l’occupazione. Oltre a Al Mufaqarah altri 13 villaggi sono in pericolo di evacuazione per l’addestramento militare dell’esercito israeliano, che in realtà è anche un pretesto per far posto all’insediamento di nuove colonie. Mahmoud e Sawsan sono padre e figlia ed è molto importante la presenza di Sawsan non solo come donna beduina ma perché è importante che possa studiare all’ Università (cosa non per niente consueta tra i beduini).
Sarà con noi anche Abuna Aktham Hijazin che ci aiuterà anche con le traduzioni dall’arabo.

 

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Foto di denuncia contro la guerra con una famiglia che chiede pietà e una vittima imbrattata di sangueTempi strani questi, tempi tristi. Tempi strani, dicevo, se mai ce ne sono stati di diversi. Forse sì! forse ho visto tempi meno confusi, dove essere da una parte era consapevolezza. Dove era normale scegliere. E sapere. Oggi tutto è niente e niente è tutto. Tutto è uguale. Una lotteria, come un programma per televisione. Unico problema: solo là sai chi è il cattivo. Sola là tutti gli altri sono i buoni, sono i “nostri”. Fuori infuria un mondo senza regole. Fuori si soffre, fuori si muore, si muore davvero, mica col copione. La piazza infuria… allo stadio. La gente si indigna, per la telenovela. E alla fine tutti hanno un buon motivo per lavarsi delle colpe, delle responsabilità. Eppure “chi tace è complice”. Eppure poi si muore della propria solitudine. E magari si tira un dio per la giacchetta. Questo mi spaventa. Non credo che davanti all’orrore dell’umo ci sia una parte, dove possa trovare posto un qualsiasi dio. E poi: quale dio? Quale dio può permettere tutto questo? Smettiamola con le favole. Quel sangue sporca le mani anche di chi cerca di lavarsene le mani. Guardiamo in faccia la realtà. Niente può giustificare questa terra di massacri, di quelli detti e di quelli taciuti (che sono molti di più). Niente può giustificare questo silenzio. Restiamo umani per una Palestina Libera, Laica e Democratica. Perché come in Siria e in ogni luogo Libertà è Palestina.

P. S. è in tutto questo qualcuno s’è offeso perché uso la parola dio senza usare la maiuscola.

Con dio dalla nostra parte
Il mio nome non conta, la mia età significa ancora meno
il paese da cui provengo fa parte dell’occidente libero
Sono stato cresciuto ed educato ad obbedire le sue leggi
E la terra in cui vivo ha dio dalla sua parte

Oh, i libri di storia lo dicono, e lo raccontano così bene
la cavalleria caricava, gli indiani cadevano
la cavalleria caricava, gli indiani morivano
poichè il paese era giovane con dio dalla sua parte
La guerra ispano-americana aveva fatto il suo tempo
ed anche la guerra civile è stata presto dimenticata
e i nomi degli eroi li ho imparati a memoria
con il fucile nelle loro mani e dio dalla loro parte

Oh la prima guerra mondiale, è cominciata ed è finita
La ragione per combattere non l’ho mai capita
Ma ho imparato ad accettarla, accettarla con orgoglio
Perchè non si contano i morti quando si ha dio dalla propria parte
E quando la seconda guerra mondiale si concluse
noi perdonammo i tedeschi ed ora siamo amici
nonostante ne abbiano ammazzato sei milioni, li hanno cotti nei forni
I tedeschi adesso, anche loro, hanno dio dallo loro parte
Ho imparato ad odiare i russi, per tutta la mia vita
se ci sarà un’altra guerra, saranno loro che noi dovremo combattere
Dovremo odiarli e temerli per scappare e nasconderci
ed accettare tutto coraggiosamente, con dio dalla nostra parte
Ma adesso abbiamo armi con polvere chimica
e se saremo costretti ad usarle, quando noi dovremo usarle
uno premerà il bottone e salterà il mondo intero
e tu non devi fare domande quando dio è dalla tua parte
Per molte lunghe ore ho pensato su questo
che Gesù Cristo venne tradito da un bacio
Ma io non posso pensare per voi, voi dovete decidere
se Giuda Iscariota avesse dio dalla sua parte
Ed ora bisogna che vi lasci, ho addosso una stanchezza infernale
La confusione che provo, non può essere descritta da nessuna lingua
Le parole riempiono la mia testa e si spargono sul pavimento
Se dio è dalla nostra parte, fermerà la prossima guerra

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Soldato americano davanti ad un bambino morto.Perché oggi fa così paura la parola “pace”? Perché da il panico la bandiera dell’arcobaleno? Non sono bravo a trovare le risposte. Per la verità mai stato bravo in questo. Sono molto più abile a trovare le domande. Ad allevare il dubbio, ma ho sempre temuto quelli che avevano solo certezze, verità assolute. Onestamente prima delle ragioni e dei torti mi preoccupo delle vittime. Onestamente non credo esista una guerra giusta. Onestamente l’uomo ha bisogno di trovare una giustificazione, una “verità” per rendere sopportabili i propri torti, per lavarsene le mani, per perdonarsi persino davanti agli orrori. Noi esportiamo la democrazia, noi esportiamo la libertà, noi esportiamo il progresso. Ma io rifiuto di leggere le cronache dei massacri come assistendo ad una partita di calcio, i territori di guerra non assomigliano ad uno stadio. Mi rifiuto di stare di qua o di là. Ripeto: sto con le vittime. Nessuno mi può obbligare a sostenere un dittatore, né allo stesso modo per condannare tale regime non mi sento vincolato a sostenere un esercito di invasione. Naturalmente nemmeno il contrario. Chi tradisce la verità e la vita sono quelli del “di qua o di là”. Sono quelli che poi danno la condanna, ti apostrofano come traditore. Mentre la gente muore davvero. “Mentre urlano le bombe”. E il grande burattinaio muove i fili. E la finanza cerca dalla morte di salvarsi dalla sua crisi. E vedo Compagni confondere la guerra santa con la lotta di classe. Confondere gli assassini con i liberatori. I terroristi con i martiri. Allora ritrovo una vecchia canzone. Una canzone della mia adolescenza. Quando gli scenari di guerra erano diversi, ma anche no. In quel periodo Donovan era una delle bandiere di chi gridava alla pace. Ritrovo una vecchia canzone e la faccio suonare. Non mi fa stare meglio, ma se farà riflettere anche una sola mente non avrà sprecato il mio tempo.

Soldato universale
È alto un metro e sessanta o uno e novanta
Combatte con missili o con spade
Ha trent’anni suonati oppure diciassette
Fa il soldato da mille anni

È cattolico, induista, ateo, giainista,
Buddista, battista o ebreo
Sa che non deve ammazzare
E sa che sempre
Ti ammazzerà per me, amico, e mi ammazzerà per te

Combatte per il Canada,
Combatte per la Francia,
Combatte per gli USA,
Combatte per la Russia,
Combatte per il Giappone
E pensa che così metteremo fine alla guerra

Combatte per la democrazia,
Combatte per i rossi,
Dice che è per la pace di tutti
Ed è lui che deve decidere
Chi deve vivere e chi morire
E non vede mai le scritte sui muri

Ma senza di lui, come avrebbe fatto
Hitler a condannarlo a Dachau,
Senza di lui Cesare sarebbe stato solo
Lui è quello che dona il suo corpo
Come arma ad una guerra
E senza di lui il massacro non può continuare

È il soldato universale, davvero
È da biasimare
Gli ordini non vengono più da lontano
Ma vengono da lui, da te e da me
E, fratelli, non lo vedete
Che in questo modo non finirà mai, la guerra?

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Foto dei bambini di Jenin in fila davanti al teatroA volte una canzone può dire più di tanti libri. A volte il suo testo è poesia. Riungrazio l’amica Giuseppina che ha tradotto in italiano direttamente dall’arabo (e dal cantato, senza testo in mano) e Martina che ci ha coaudiuvati e per la parte inglese. In fondo qui c’è tutta la storia di Juliano Mer-Khamis. E’ passato quasi un anno. Questo è lo splendido risultato: lasciatecelo dire:

Juliano’s way
DAM feat Juliano’s students

Jul, mi ricordo sempre quando mi dicevi che l’arte è rivoluzione,
e noi da quel giorno non siamo solo resistenti,
noi siamo artisti.
Jul, non dimenticherò mai la resistenza che hai piantato dentro di noi!
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Jul diceva che fare teatro ed esprimere la propria opinione è anche questa una forma di resistenza.

Noi ci siamo fermati davanti ai confini
mentre tu li hai semplicemente scavalcati.
Hai tracciato una freccia in una sola direzione:
nessuna svolta, nessun rallentamento, un unico obiettivo.
Sei morto con tutte le tue qualità amico mio,
mentre l’assassino mascherato ha paura di guardarsi in faccia.
Jul, chi è il folle tra noi?
Chi è il sano di mente? Chi ha chiaro il quadro della situazione?
Ci fosse stato tra noi un pizzico della tua follia
“libertà” non sarebbe stato solo il nome di un teatro.
Jul… Juliano è stato ucciso
lo stesso giorno in cui è stato ucciso Martin Luther King,
entrambi avevate un sogno che per noi è una speranza,
ma c’era gente disperata e armata.
Regista e attore fuori dal copione,
ci hai regalato i bambini di Arna, adesso lasciaci essere i ragazzi di Juliano.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.

Ci diceva sempre “non fatevi fermare dalla prima pallottola”, e noi dopo 7 pallottole nel tuo corpo siamo ancora in piedi.
Chi incontra l’assassino gli chieda:
se Jul era su una lista nera, ditegli di mettere il mio nome dopo il suo,
a chi avete sparato?
Avete sparato al nostro uomo e alla nostra unità.
Lui, senza alcun effetto speciale è riuscito a salvare 3 ragazzi;
chiedi agli sbirri, dì agli occupanti di continuare a opprimere.
Noi non ci arrendiamo.
Jul… ci ha lasciato la sua eredità, \ ma se l’assassino è uno di noi
sapete a chi abbiamo sparato?
Abbiamo sparato ad un teatro? ad una danza? ad un dipinto? Tutto questo è eresia?
Io ho aperto i libri, ma non trovo la pagina,
fammi capire, la religione combatte l’oscurità e l’arte ha lo stesso proposito,
questa è la differenza: non c’è bisogno di trasformare il bastone in un serpente per convincerci della vostra ideologia.
Basta combattere la schiavitù, e noi vi seguiamo.
Jul, se tu tornassi ai tempi dei profeti li proteggeresti con il tuo corpo:
mentre chi ti ha ucciso ha in mano i chiodi e il martello,
riposa in pace,
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.

La libertà è libertà di pensiero, è libertà di espressione, e la cosa più importate è libertà di scelta.
Non capisco: perché si uccide la cultura?
Fa così paura la cultura? Jul ha risposto a questa domanda.
Ci siamo incontrati a Led, mi avevano detto che stavi girando un videoclip,
ad un certo punto iniziò una manifestazione, fu allora che capii una cosa nuova:
se l’occhio dietro la telecamera è coraggioso
allora ci si può trovare dinanzi ad una rivoluzione.
Per te una rosa e una grande tristezza; tutte le strade portano a Jenin,
e da qui che è iniziata la storia: impara dal maestro, non avere paura dell’uomo mascherato che vuole far vivere nelle tenebre.
Sicuramente lui avrà seguaci tra i pazzi
mentre tu, in futuro, illuminerai la storia della liberazione, e nella storia della liberazione
ci sarà il poeta, lo scrittore e il combattente,
e stai sicuro che ci sarà anche il teatro.
Per chi ha ucciso e organizzato la scena nel teatro cupa, mentre quella di Jul sarà colorata, illuminata e terminerà con:
la storia continua.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.

Tu ci hai sempre insegnato che se nella resistenza non rimaniamo tutti uniti, l’uno accanto all’altro, finiremo tutti impiccati uno accanto all’altro.

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La nostra presentazione al convegno.

Venerdì 2 marzo 2012

Manifesto manifestazione CITTA' LENTA - VENEZIA OLTRE LA MODERNITA'Siamo qui a nome del gruppo Restiamo Umani con Vik.
Nome strano vero? Solo all’apparenza, se vi spiego non è poi più così strano. ”RESTIAMO UMANI” era la chiusa degli articoli che venivano inviati, quotidianamente, da Gaza, durante i bombardamenti dell’operazione Piombo Fuso, dall’attivista dell’International Solidarity Moviment e pacifista Vittorio Arrigoni, chiamato dagli amici Vik. In questo modo lui sollecitava il mondo a dare valore all’umanità anche se di fronte a profonde ingiustizie e alla negazione dei diritti umani elementari di un popolo.
Vittorio ci ha lasciati circa un anno fa, ucciso da chi lo riteneva scomodo e fastidioso. Paura e fastidio che viene provocato da chi, quotidianamente, mette a disposizione la propria vita per una causa. E nel suo caso aveva consacrato la sua giovane esuberante vita alla causa della Palestina: i diritti umani dei più deboli, ossia quelli senza voce che ogni giorno rischiano la loro vita nei campi da coltivare, sotto il tiro di cecchini capricciosi, nei pescherecci al largo di Gaza, sempre più vessati dalle motovedette militari e nelle ambulanze a portare i feriti durante i bombardamenti. Il suo lavoro era fare lo “scudo umano”, mestiere ingrato che gli è costato la vita e solo indirettamente il giornalista e blogger per denunciare quello che gli altri media tacevano. Insomma una vera spina nel fianco dei suoi detrattori.
Ecco noi siamo tra i tanti che hanno voluto raccogliere il testimone di Vik e ci siamo presi l’impegno di denunciare ed informare attraverso le nostre attività, dove si presentino soprusi e scarseggi l’informazione, per operare, fin dove è possibile, perché vengano ripristinati i diritti umani negati e vengano demoliti i Muri vergognosi, i ghetti dell’apartheid, che come allora pure oggi esistono. Noi cerchiamo di aprire un dialogo tra le varie realtà inseguendo un giusto equilibrio che tenga conto dell’importanza del rapporto umano finalmente a scapito di quello meramente economico e aridamente legato alle convienienze. Per parlare ci vuole tempo e buona volontà. La Pace costa fatica ed interminabili e pazienti mediazioni. Se in Palestina in 64 anni non c’è stata Pace, noi pensiamo che sarà difficile e lungo il percordo per una Pace possibile, lungo appunto, ma non impossibile.
Quindi siamo in piena sintonia con il tema di oggi: “Città lenta, Venezia oltre la modernità” e con Venezia porta dell’Oriente, città aperta ai flussi di genti e merci e miscuglio di culture e di diversità. In questa città che dall’Oriente ha preso l’eleganza, le forme e i colori assieme al ritmo lento e riflessivo della vita, la modernità prende un nuovo respiro, abbandonando la superficialità del consumo veloce della cultura stessa, delle idee e del rapporto mordi e fuggi di ogni pensiero. Luogo che si tramuta ancora in un crogiuolo di idee e conoscenze, di culture e di espressioni che solo attraverso una lenta rielabolazione e assimilazione diventa luogo ideale, officina di pensiero, esperienza di vita.
Proprio per questa fratellazza con la cultura orientale e per le capacità di Venezia di essere “Res Pubblica”, ossia luogo di tutti, per tutti e aperta a tutti, già in tempi lontani, oggi diventa dote irrinunciabile di una città progredita e civile. Noi, suoi figli, cresciuti nei principi di una cultura attenta alla giustizia e all’uguaglianza, senza pregiudizi razziali o verso le diversità, vogliamo aprire altre vie di dialogo con tutte quelle parti che vogliono collaborare per condurre il mondo verso una nuova cultura di Pace e di tolleranza, per combattere le più evidenti ingiustizie sociali e per ricondurre sulla strada della ragionevolezza chi pensa che nuovo voglia dire senza memoria e lentezza significhi incapacità e inefficienza invece che riflessione e capacità di inclusione.
Siamo degli idealisti? Può essere. Ma noi abbiamo progetti e azioni che si sviluppano un po’ alla volta, giorno dopo giorno, per raggiungere una realtà migliore e per diffondere una cultura di Pace che sostituisca l’attuale e prepotente economia di guerra, che vede i potenti come vincitori e i deboli destinati a soccombere. Su questo la Palestina ne è metafora dolorosa. Venezia veloce e senza anima non è la città dove vogliamo vivere e un mondo senza etica assetato di potere non è il luogo dove vogliamo contare. Un’altra terra comune è possibile e noi profondamente ci crediamo.
E chiudo questo lungo e forse confuso discorso con un’unica frase che è il nostro motto, forse saremo lenti e forse capiremo male il significato di modernità ma convintamente e pienamente:
Restiamo Umani, con Vik nel cuore

Qui tutte le nostre foto:
Qui le diapositive che hanno accompagnato la nostra presentazione: CITTA’ LENTA – VENEZIA OLTRE LA MODERNITA’

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Logo del sitoTake action today for Hana al-Shalabi – administrative detainee and hunger striker!

 Send a letter now to Israeli officials demanding Hana al-Shalabi’s freedom.

Hana al-Shalabi, an imprisoned Palestinian held under administrative detention without charge or trial, has been engaged in an open-ended hunger strike since her re-arrest on February 16, 2012. Now that Khader Adnan’s heroism has opened the eyes of the world to the struggles of Palestinian prisoners, it is imperative to keep the pressure on for Hana al-Shalabi.

TWEET NOW to share this action alert by clicking here.

Hana al-Shalabi – like Khader Adnan – needs international solidarity and support for her case to amplify her voice and that of her nearly 5,000 fellow Palestinian prisoners, and to make it clear that the people of the world will not accept the abuse and arbitrary detention of Palestinians by the Israeli occupation. Send a letter now to Israeli officials demanding her freedom.

Hana al-Shalabi was released from an Israeli prison in October 2011 in a prisoner exchange agreement; prior to her release, she had been held for more than 30 months. During that time, she was never charged with any crime nor tried; she spent nearly three years in arbitrary administrative detention.

Hana has been on hunger strike since February 16. On February 23, Hana’s parents both joined in her open-ended hunger strike. Hana’s brother, Samir, was killed by Israeli occupation military forces invading their village of Burqin in September 2009, and her sister, Huda, was also previously held without charge or trial under administrative detention.

After only four months released, Hana was once again arrested – and again, not accused of any crime. Once again, she has been sentenced to six additional months of administrative detention – renewable indefinitely, held arbitrarily. The targeting of Palestinian former prisoners for re-arrest and continued arbitrary administrative detention is not uncommon – Khader Adnan himself spent eight terms in administrative detention.

It is clear that Hana al-Shalabi was targeted for continuing imprisonment so quickly after her apparent release, and once again accused of nothing, except for unreviewable, unaccountable “secret evidence.”

Administrative detention violates the right to a fair trial as recognized in the International Covenant of Civil and Political Rights. It is a practice that is used to silence Palestinians without ever exposing the reality of such actions to the light of day – even in the rigged military court systems. Amnesty International has joined Palestinians and prison rights activists in demanding an end to administrative detention. Administrative detainees have vowed to boycott their hearings, demanding an end to the injustice.

Hana al-Shalabi’s hunger strike is a demand for dignity, for justice and freedom, building on the sixty-six day hunger strike of Khader Adnan, which drew the eyes of the world to the bitter reality of administration through his courage and sacrifice. Hundreds of Palestinian prisoners participated in a 23-day hunger strike in October 2011, demanding an end to isolation, abuse, denial of family visits, and the long-term isolation of Palestinian leaders such as Ahmad Sa’adat; Israeli promises to end isolation, aimed to secure the end of the strike, proved to be false.

Hana al-Shalabi must be released immediately, and international action is urgent.

TAKE ACTION!

  1. Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network urges the Palestine solidarity movement in North America and around the world to publicize the case of Hana al-Shalabi and all Palestinian political prisoners. Join in the call for an April 17 day of action for Palestinian prisoners’ day!
  2. Contact Israeli occupation officials and demand Hana al-Shalabi’s release. Sign your letter here.
  3. Organize a picket or protest outside the Israeli embassy or consulate in your location and demand the immediate freedom of Khader Adnan and all Palestinian political prisoners. Make it clear that the eyes of the world are on the situation of Khader Adnan and demand an end to the use of isolation, torture solitary confinement, and administrative detention against Palestinian political prisoners. Send us reports of your protests at Israeli embassies and consulates at samidoun@samidoun.ca.
  4. Send a fax as called for by FreeHana.org to occupation officials: Minister of Justice, Yaakov Neeman, fax: + 972 2 670 6357; Deputy Prime Minister and Minister of Defence Ehud Barak, fax: + 972 3 691 6940; Commander of the IOF in the West Bank, Major-General Avi Mizrahi, fax: + 972 2 530 5724. Click here for free fax service.
  5. Write to the International Committee of the Red Cross and other human rights organizations to urge them to act swiftly to protect Khader Adnan and all Palestinian political prisoners. Email the ICRC, whose humanitarian mission includes monitoring the conditions of prisoners, at jerusalem.jer@icrc.org, and inform them about the urgent situation of Khader Adnan. Make it clear that arbitrary detention without charge or trial is unacceptable, and that the ICRC must act to protect Palestinian prisoners from cruel and inhumane treatment.
  6. Keep sharing Hana’s story on social media.

Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network

http://samidoun.ca

samidoun@samidoun.ca


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INTRODUZIONE
A volte, sapendo della mia militanza sia in un’associazione ebraica che in una palestinese, qualcuno mi domanda se non mi sento un po’ schizofrenica. Rispondo di no, un essere umano è composto da molte
realtà, questo è vero per tutti e sceglierne una ed estremizzarla è il primo passo per la promozione del fondamentalismo che è, a mio avviso, uno dei mali della società contemporanea a livello mondiale. Il mondo non è mai stato più insicuro e più ingiusto, trovandomi a vivere in questa epoca, penso che il mio tentativo di costruire un ponte tra due realtà che solo apparentemente sono diverse e inconciliabili sia allo stesso tempo anche un ottimo modo di riconciliarmi con me stessa e di non sentirmi del tutto inutile e impotente.
All’epoca della mia adolescenza i giovani nutrivano grandi speranze per il futuro. Volevamo cambiare il mondo. Ci sembrava che tutto fosse in cammino verso un radioso domani di giustizia e di pace. Se mi volto indietro verso quelle facce sorridenti, quelle corse nelle manifestazioni sventolando bandiere di speranza mi prende una grande tristezza. Se solo avessimo saputo dove ci avrebbe condotto il futuro. A quell’epoca nutrivo, come tutti, una grande simpatia per la causa palestinese. Avevo amici palestinesi, studenti quasi sempre di medicina, organizzati nei “Gups” associazioni studentesche. Allora l’immagine dei palestinesi nel mondo era molto diversa da quella attuale. I fedayn erano partigiani della libertà. Lottavano per avere la propria indipendenza, il proprio stato, promesse che non sono state mantenute. Allora si diceva di loro che erano “il sale del Medio Oriente” volendo esprimere con questa metafora la loro capacità di esportare anche negli altri paesi arabi le loro idee di democrazia, di laicità, di semplicità, di libertà. Erano dei ribelli perché volevano esistere e scegliere il loro destino, per questo erano anche la nostra bandiera. Molti anni sono passati e molte occasioni consumate. Fiumi di lacrime e sangue hanno intriso la terra di Palestina. I palestinesi non hanno ancora il loro stato, anzi non ne sono stati mai così lontani, i profughi non sono mai tornati alle loro case, anzi sono aumentati e la loro condizione è ulteriormente peggiorata. La grande potenzialità di intelligenza e di cultura di questo popolo è stata progressivamente umiliata, disgregata, resa impotente. La speranza, sconfitta. Così sono venuti gli “eroi suicidi” oppure i terroristi o kamikaze, come sono stati chiamati ed infine purtroppo le lotte fratricide in una terra, Gaza, dove povertà e disoccupazione colpiscono la totalità della popolazione e dove non c’è più libertà che nei lager il cui abominio la storia ci ha consegnato. Così i palestinesi oggi, colpevoli di esistere e di voler rimanere nella loro terra, sono diventati nell’immaginario dei terroristi, una maschera che è stata cucita loro addosso proprio da chi ha prodotto e pianificato la loro tragedia e che ora guarda con compiacimento come si scannano tra loro come i tonni impazziti nel corso della mattanza e li additano al mondo a dimostrazione di quanto siano folli rozzi e violenti. I media ci sguazzano e volentieri parlano delle lotte intestine di Hamas contro Fatah, ma si guardano bene dall’informare dei bambini di Nablus usati come scudi umani dall’esercito israeliano o dei soldati che spalleggiano i coloni mentre aggrediscono delle contadine a Hebron e men che meno fanno approfondimenti sui giovani uccisi a sangue freddo mentre sostano davanti a un bar, da assassini mascherati che poi spariscono nel nulla e che sono gli esecutori dei cosiddetti “omicidi mirati”. I palestinesi sono un “problema irrisolto” vecchio di 60 anni se si parte dal 1948 o di 40 se si conta dall’occupazione dei 1967. Il mondo si è stancato perfino di sentirne parlare. Il grandissimo poeta palestinese Mahmud Darwish scrive: “Ogni anno, se vado nei campi o accendo la televisione, vedo sempre la stessa immagine: una donna palestinese che porta via le sue cose e i suoi bambini, che sta scappando in un campo di Rafah, di Gaza o del Libano. La vedo gridare, alzare le mani al cielo, ma il cielo non risponde. Questa donna una volta era mia madre, poi è stata mia sorella e forse adesso è mia figlia.”
Sono soli e questo significa che anche noi, che non ci vogliamo arrendere all’ingiustizia, siamo soli, che anche la speranza di pace è sola, che anche il futuro è solo. Mi chiedono spesso perché io, ebrea, mi ostini tanto ad occuparmi della Palestina: la ragione è semplice, il dolore della Palestina ricade su di me. Io non posso rimanere indifferente. Ovviamente non riguarda soltanto me in quanto ebrea, riguarda tutti, quella palestinese è una questione morale fondamentale della nostra epoca, ma per me rappresenta una responsabilità particolare. E’ ciò che sentirono all’indomani della seconda Intifada anche le altre persone che con me firmarono una lettera pubblica intitolata “Non in mio nome” riferendosi alla pretesa del governo israeliano di parlare e di agire in nome di tutti gli ebrei del mondo. In seguito diventammo una rete che si chiamò “Ebrei contro l’occupazione” cioè contro l’occupazione da parte di Israele di Gaza e Cisgiordania. Ora ci siamo costituiti in associazione, abbiamo un piccolo progetto che riguarda un ambulatorio a Marda, un villaggio palestinese, e partecipiamo a conferenze, dibattiti, incontri dovunque ci chiamano a parlare per spiegare il nostro rifiuto della politica israeliana e le ragioni del nostro sostegno alla lotta palestinese contro l’occupazione e per la conquista del loro stato o di uno stato in cui ci siano uguali diritti per tutti. La nostra associazione è federata ad una rete europea di cui fanno parte gruppi. e associazioni di ebrei dissidenti di alcuni paesi europei e che si chiama “Ebrei europei per una pace giusta”. Anche in Israele esistono gruppi e associazioni di ebrei che combattono contro l’occupazione israeliana. La più famosa è “Gush Shalomblocco della pace”. Molte associazioni, la maggioranza, sono composte da donne, la più storica è quella delle “Donne in nero” un gruppo di donne nato dopo la guerra dei Libano del 1982 scatenata da Israele, e nel corso della quale fu perpetrato un crimine che rimarrà per sempre nella memoria collettiva: la strage di Sabra e Chatila, due campi profughi palestinesi i cui abitanti furono tutti orribilmente trucidati, ed erano per lo più donne e bambini, dalla falange libanese su commissione di Sharon. Queste donne vestite di nero, per simboleggiare il lutto sostavano silenziose con i loro cartelli in una piazza pubblica per un’ora tutte le settimane. Ora il loro movimento si è sparso in tutto il mondo, non sono più soltanto israeliane, anche in Italia esiste un gruppo molto attivo. Ci sono poi gruppi di donne che sostano ai check point per documentare i soprusi e le violenze dei soldati. Dopo la seconda Intifada è sorto un gruppo di attivisti israeliani e palestinesi di nazionalità israeliana che lavorano insieme e che si chiama “Tajush” in arabo: vivere insieme. Un altro gruppo combatte contro la demolizione delle case, cercando con la sua presenza di impedire le demolizioni e a volte ricostruendo le case abbattute. C’è anche un gruppo che fa un lavoro molto importante sulla memoria, si chiama “Zochrotricordare. Il suo programma vuole rendere consapevoli gli israeliani del fatto che la guerra da loro celebrata come indipendenza è coincisa con la “Nakba” palestinese (catastrofe). Hanno una banca dati che offre informazioni storiche su quanto è accaduto nel 1948 e organizza tour negli antichi villaggi palestinesi rasi al suolo che culminano con una cerimonia sul posto in cui viene eretto un cartello in arabo ed ebraico che indica il nome del villaggio e i dati essenziali sui suoi abitanti. Ci sono poi i refusniks, il movimento di coloro che si rifiutano di entrare nell’esercito o almeno di andare nei territori occupati “ad opprimere un altro popolo” come essi stessi dichiarano. La loro prima organizzazione nata nel 1982 si chiamava “Yesh g’vul”, (c’è un limite). Dopo la seconda Intifada sono diventati migliaia e perfino alcuni piloti, la formazione militare più fedele, si ribellarono dopo lo sganciamento di una bomba da una tonnellata su un’abitazione per eseguire un omicidio mirato che fece una strage. Un gruppo attivissimo che lotta contro il muro costruito da Israele apparentemente per difendersi dagli attentati, ma in realtà con l’obiettivo di annettersi più territorio palestinese possibile e rubare risorse e falde acquifere, è quello degli “Anarchici contro il muro”.
Questo gruppo è molto assiduo nelle manifestazioni che ogni venerdì da due anni si svolgono nel villaggio di Bil’in. La lotta di Bil’in è l’altra faccia degli scontri violenti che si svolgono a Gaza. Un movimento assolutamente non-violento costituito dagli abitanti del villaggio che il governo israeliano vuole decurtare dell’80% della sua terra per farvi passare sopra il muro. Opporsi per gli abitanti di Bil’in è una necessità: la terra dà loro da vivere. Attorno a Bil’in si sono stretti i pacifisti israeliani e internazionali che partecipano ogni settimana alle manifestazioni, osteggiate dai soldati in modo violentissimo, benché queste marce siano composte da persone pacifiche e inermi e da una moltitudine di bambini. L’atmosfera di Bil’in permette che a queste marce camminino fianco a fianco non solo israeliani e palestinesi ma anche militanti di Hamas e di Fatah nella più assoluta tranquillità e distensione. Recentemente a Bil’in si è tenuto un grande e importante convegno internazionale e ora questa lotta non-violenta si è allargata anche a Betlemme. Nonostante la violenza dell’occupazione riescono a vivere anche esperienze del genere come pure la recente formazione dei “Combattenti per la pace” costituita da israeliani e palestinesi ex soldati ed ex miliziani che hanno scelto di non sparare più e da tempo esisteva l’organizzazione israelo-palestinese dei parenti delle vittime dell’una e dell’altra parte che riconosce nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi la vera responsabile di ogni uccisione e ne chiede la fine.
Se si volesse stendere una lista dei gruppi israeliani che lottano per i diritti umani, per la democrazia e quindi contro l’occupazione e dei gruppi palestinesi che scelgono una lotta non-violenta non basterebbe un elenco telefonico, eppure il loro impegno riesce appena a testimoniare che ci può essere un modo diverso di vivere insieme. La ragione è che la forza della propaganda israeliana è almeno pari alla sua potenza militare. Ma non basterebbero questa forza e questa potenza se Israele non fosse spalleggiato e difeso a spada tratta da tutto il mondo, in primo luogo dagli Stati Uniti che lo riforniscono anche di nuove armi di distruzione di massa. Il mondo chiude gli occhi davanti alle atrocità commesse dallo stato israeliano e anche l’Europa ha cambiato progressivamente atteggiamento nei confronti dei palestinesi cedendo sempre di più alle “ragioni” di Israele fino a mettere in atto un embargo che ha dell’assurdo, verso i palestinesi, un embargo non verso uno stato, ma verso un popolo occupato! Questo ci dà la misura dell’ingiustizia usata verso i palestinesi. Israele può impunemente mettere in prigione bambini di 12 anni, che considera adulti secondo la legge militare, può torturarli, ucciderli, usarli come scudi umani. Può tenere migliaia di persone in detenzione amministrativa per anni e anni senza istruire un processo né permettere loro di avere un avvocato, può demolire centinaia e migliaia di case perché gli serve quel territorio per farci una nuova colonia, può erigere un muro che non divide gli israeliani dai palestinesi, ma i palestinesi dai palestinesi facendolo passare in mezzo a un villaggio, dividendo i bambini dalla scuola, i malati dall’ospedale, i contadini dal loro campo, può privare i palestinesi dell’acqua e proibire loro di scavare pozzi mentre i coloni la sprecano per innaffiare a pioggia i loro prati e riempire le loro piscine, può uccidere senza processo coloro che decide siano ricercati o sospetti, può fare incursioni su città densamente abitate, può requisire terra e abbattere oliveti, può distruggere palazzi e quartieri di importanza storica, impedire ai giovani di andare all’università, può riempire di check point tutto il paese, ce ne sono più di 500, impedendo i movimenti e la libera circolazione di tutti, può costringere le donne a partorire ai check point, può chiudere il passaggio alle merci palestinesi facendole marcire e impedendo qualsiasi possibilità di economia autonoma, può avere carceri segrete peggiori di Guantanamo ma di cui non si deve parlare né nel paese né fuori.
Infine Israele che è l’unico stato nato da una risoluzione dell’ONU ha disatteso ben 73 risoluzioni dell’ONU senza che nessun ispettore sia andato a controllare né nessuno abbia scatenato una guerra contro di lui per difendere i palestinesi.
Il mondo intero produce odio” scrive ancora Mahmud Darwish “ma non vuole accusare Israele per timore di essere accusato di antisemitismo. Così Israele anziché uno stato che opprime diventa un valore etico al di là di ogni legge: non più un fenomeno storico, ma divino.”
Una delle richieste di EJJP, “Ebrei europei per una pace giusta” e anche dei pacifisti israeliani è di non trattare più Israele come uno stato a parte, di trattarlo come qualsiasi altro stato e quindi di costringerlo a sottostare alla legalità internazionale, anche con sanzioni se non vuole saperne. Permettere a Israele di fare tutto ciò che vuole nell’impunità e giustificano fino all’assurdo, alla complicità, alla connivenza, oltre ad essere profondamente ingiusto non fa il suo bene. La società israeliana, a parte i numerosi ma piccoli gruppi di pacifisti, è sempre più paranoica, malata, violenta. Il muro che è stato innalzato per rendere impossibile la vita dei palestinesi è anche un muro mentale: persone che vivono a pochi chilometri di distanza non s’incontrano mai, farlo costituirebbe un reato, infatti è illegale che un israeliano vada nei territori palestinesi occupati, a meno che non sia un colono nel qual caso può circolare dove e come vuole in tutta libertà, mentre meno ancora un palestinese della West Bank o di Gaza può andare in Israele. Leggi recenti proibiscono anche i matrimoni tra israeliani e palestinesi in quanto il coniuge palestinese non avrebbe il permesso di vivere in Israele, né quello israeliano in Palestina. Una legge aberrante che proibiva a un israeliano di dare un passaggio in macchina a un palestinese per fortuna non è passata per l’opposizione dei pacifisti.
Gli israeliani si portano dietro il loro muro mentale dovunque vanno, mentre si comportano in modo arrogante e violento pensano che tutto il mondo è contro di loro. Assecondarli e dar loro ragione non è né giusto, né utile.
Per me che ho sempre cercato l’incontro e che anche come scrittrice ho sempre ascoltato “l’altro dentro di me”, riconoscendolo, con Jabnès, un filosofo ebreo tra i miei più vicini, come la parte migliore di me, la più profonda la più sconosciuta, la più vicina all’anima, è stato molto importante e arricchente entrare a far parte del direttivo dell’associazione “Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese” dove ho avuto modo di incontrare e conoscere meglio molti amici palestinesi con i quali condivido pensieri, progetti e obiettivi. L’ho detto spesso dopo la seconda Intifada, (la parola vuol dire scuotere, scuotersi di dosso, e ha scosso parecchio anche me) che in Israele si stava preparando la tomba dell’Ebraismo. L’Ebraismo come cultura, etica, filosofia, quell’Ebraismo che accoglieva e rispettava gli altri, che affermava “Rispetta lo straniero perché siamo stati stranieri in terra d’Egitto”. Restava la retorica, la propaganda, l’odio. Le accuse di antisemitismo a chiunque ebreo o non ebreo criticasse la sua politica guerrafondaia e assassina, l’ossessione della “sicurezza” mentre rende insicura la vita di un intero popolo, e infine la convinzione che a loro tutto deve essere permesso.
Israele ha un ruolo importante nei piani degli Stati Uniti per costruire un nuovo Medio Oriente, cioè per dividere e disgregare tutta la regione, gettandola nel caos (Libano) e nella guerra (Irak) per poi poter meglio dominarla e appropriarsi delle sue risorse con il metodo del vecchio colonialismo. Bush prende esempio da Sharon, da Olmert, da ogni delinquente che siede alla knesset, da come costoro colonizzano i palestinesi per usare gli stessi sistemi in tutta la regione. “L’impero statunitense sta tornando a un sistema di colonialismo diretto come nel diciottesimo secolo. Stiamo vivendo nell’era dei monopolarismo. Tutto questo sta spingendo il mondo sull’orlo del baratro. Il fondamentalismo statunitense crea dei fondamentalismi opposti che a loro volta lo rafforzano. E’ un gioco di attrazione e di sostegno reciproco tra estremismi e ogni estremismo esercita la propria forza magnetica sulle società del inondo attirando sempre più persone. Il dialogo allora è indispensabile. Non c’è alternativa al dialogo(… .) Il inondo è fatto di popoli, culture, interessi intrecciati gli uni con gli altri e non può pensare a dividersi senza distruggersi. Per questo è dovere dei saggi rifiutare i diktat dei “neocons” e di tutti i fondamentalismi che ci stanno portando verso l’abisso” (Mahmud Darwish).
In questi giorni in Israele si celebra la grande vittoria della guerra dei 6 giorni. Nella West Bank, a Gaza, a Tel Aviv (attivisti di sinistra e genitori in lutto) nel mondo, si protesta contro l’occupazione ricordando 40 anni di assedio. La popolazione palestinese è stata sottoposta alla legge militare per 40 anni, (ordini categorici stabiliscono che alcuni terreni sono “zone militari chiuse” ciò succede nelle aree agricole durante il periodo dei raccolto, non c’è appello, i soldati non devono spiegare né giustificarsi), alle incursioni in qualsiasi momento, al coprifuoco per settimane, alle limitazioni dei check point che bisogna passare per andare a scuola, al lavoro, all’ospedale, a trovare amici, con un’attesa che può durare ore e che spesso finisce con il divieto di passare senza spiegazioni e senza appello. Da quando è cominciata la costruzione del muro dell’Apartheid sul territorio palestinese molti villaggi sono del tutto isolati con la gente prigioniera nelle proprie case. I governi della UE sono rimasti in silenzio di fronte alle violazioni della legge internazionale, dall’anno scorso hanno, aumentato il loro appoggio materiale e morale alle azioni illegali di Israele, isolando ancora di più il popolo palestinese.

La tragedia del popolo palestinese, emblematica della tragedia umana, della tragedia del mondo, ricadrà su tutti noi, travolgendoci, se non riusciremo a rendere veramente efficace la nostra lotta, se li lasceremo soli.

“Non lasciateci soli, non abbandonateci.
Le nostre perdite:
Da due a venti persone, giorno dopo giorno.
E dieci feriti
E venti case
E cinquanta ulivi
Aggiungeteci la perdita intrinseca
Che sarà il poema, l’opera teatrale, la tela
Incompleta
Da “Stato d’assedio” di Mahmud Darwish

da Handala di Miriam Marino
edizioni STELLE CADENTI – 29 giugno 2008 (licenza Creative Commons)

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Manifesto per la campagna THIS IS WHAT ISRAEL IS DOING IN GAZA
Girava per la terrazza conficcandosi le unghie nelle palme delle mani, impotente. Impotente davanti al fuoco. Guardò sua moglie. Stava piangendo. Aveva paura. Era la prima volta che aveva paura. Come se la mitraglietta scarica le facesse sentire che la resistenza di Hassan altro non era che una bambinata e che i ragazzi che avevano addestrato affannosamente erano solo dei pupazzi. Avrebbe mai potuto offrire qualcosa a sua moglie? Una parola per rassicurarla e per infonderle un po’ di forza?
Senza un’arma sapeva che sarebbe morto nella sua casa come un topo in trappola.
Non sopportava che Suàd piangesse. Quando lui la guardò esasperato gli disse solo due parole:
— Hassan, il bambino?
Omar? Proprio per Omar cercava di battersi, per i piccoli del paese, maestro di giorno e combattente di notte.
Già, il suo bambino! La risposta era sulle barricate di cui ha bisogno chi combatte, e chi combatte ha bisogno di armi.
Gli balenò l’immagine degli invasori che festeggiavano una meschina vittoria ottenuta contro pacifici villaggi.
Guardò sua moglie, sarebbero morti tutti e tre se non avessero preso subito la strada per Birak Sulayman, le Cisterne di Salomone. Lì avrebbe lasciato il bambino e la madre, insieme agli altri profughi, e sarebbe tornato indietro a fare qualcosa.
— Vieni!
Le prese la mano e scesero la scala insieme. Si avvicinò al letto di Omar e lo tirò su. Dormiva. Sognava un giorno nuovo, felice, col sole della speranza. Si sarebbe riaddormentato tranquillo fra le braccia della madre.
Vide sua moglie che apriva l’armadio; riempiva un fagotto di vestiti poi andava verso il tavolino e prendeva la foto del loro matrimonio.
E se ne andarono, la moglie col fagotto, lui con Omar. Se lo stringeva delicatamente al petto cercando di dargli calore con tutto il suo affetto, in modo che non avesse paura né aprisse gli occhi su quella notte di terrore. Le pallottole avevano smesso di fischiare e neanche i cannoni tuonavano. Gli ebrei avevano forse capito, finalmente, che era inutile sparare sul villaggio disarmato. Forse risparmiavano munizioni o si riposavano in vista dell’attacco finale. Avrebbero preso Battìr, disarmata sul fianco della valle, scendendo dalle loro postazioni sul monte.
Hassan si voltò verso casa sua. I muri bianchi erano impregnati dell’argento della luna e il profumo dei fiori del mandorlo li purificava con generosità primaverile. Le pietre con cui la daisua casa era fatta venivano dalle cave della montagna, portate dai suoi avi. Il suo giardino era frutto di zappa i cui colpi erano portatori di mille promesse.

Sanira Azzam (Palestina 1927 – Giordania 1967)
da La coperta rossa in Palestinese e altri Racconti, pagine 26, 27 e 28.
Edizioni Q – Roma.

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