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Archive for the ‘Prima di quel noi’ Category

Foto colori di Ross in barca a PonzaDonne. Apriamo la finestra per stendere i panni al sole. Come fossero altrui. Non chiedevo altro. Ma non vorrei fare del male a nessuno; cioè a nessuna. E Lei commenta che le piacciono le regole. Nello stesso tempo non mi vuole sentire parlare di regole. Semplicemente la spaventano. Certo che ad essere coerenti si sfiora la criminalizzazione. Ma Lei è donna. E quando parlo di me non parlo mai veramente di me. La vita è come in quei gialli in cui ti dicono dall’inizio chi è l’assassino. A margine ricordo che l’assassino è sempre una figura di contorno. E’ la vittima, in quei casi, ad essere l’unico protagonista. Ma questa è una lettura leggermente sublimata e gotica.
Riassunto
Ho amato una donna (come da richiesta), e lei mi ha amato. Ma poi lei ha incontrato uno che le ha detto che l’avrebbe amata come me, anzi che era me. Lei è andata con lui e c’è pure rimasta. Ho continuato ad amare quella donna, ma mi sentivo un po’ solo in quella forma di amore. Per fortuna non mi sono mai sentito ridicolo. Forse solo un po’ idiota. Poi lei ha amato uno perché le aveva promesso di non amarla. Ho cercato un’altra donna da poter amare. Non era più come quella volta ma ogni volta è una volta. Poi ancora ha scelto uno solo perché lui non sapeva amare e lei non era costretta ad amarlo. Quell’altra mi ha detto che mi voleva amare senza l’amore. Mi sono sentito confuso. Alla fine me ne sono andato. Veramente sono stato fatto andare. Poi Lei ha creduto di potersi fermare e finire amando solo nessuno. E’ allora che l’ho ritrovata e mi ha chiesto se mi ricordavo come si fa ad amare. Certo che me lo ricordavo. Quando ti insegnano ad amare non lo scordi più.
Capitolo dopo (o Seconda strofa)
La vera storia è un attimo più estesa. Anche se non ho tempo di fermarmi troppo. Ebbene sono un tipo fortunato. Sono nato nella città più bella del mondo. In una casa enorme. Da una famiglia numerosa. Avevo sei genitori: due madri, di cui una, in verità, era mia matrigna, e quattro padri; a fare i sei. A cavillizzare solo due erano stanziali. Gli altri erano sempre di passaggio e cambiavano in continuazione. Così in fretta che avevo smesso di scervellarmi per imparare i loro nomi. Non che tutto andasse sempre liscio perché quelli fissi, soprattutto Giuseppe, brontolavano in continuazione. Non erano del tutto contenti di quella situazione di instabilità. Dicevano che era per i figli, anche se ero figlio unico. I miei fratelli avevano preso la via della vita da orfani. La salute mi ha sempre sostenuto. Non mi mancava cioè niente di quello che avevamo. Ripeto: son sempre stato fortunato.
Ma qui il tema è l’amore e anche in amore… Anch’io son cresciuto di leggende metropolitane. Avevo incontrato la ragazza più bella della città. Mi son sempre chiesto se lo meritavo. Senza qualche dubbio la vita non è vita. E Lei s’era accorta di me. Accorta è dir poco. Mica dei dubbi; di me. Allora ironicamente mi son dato dello stronzo. Poi ho provato a farlo. Non mi riusciva del tutto bene. Ero poco credibile. Solo al primo attimo. Avevo scambiato la parola con stupido. Sempre con la esse iniziavano. Ma Lei, almeno per un po’, c’è cascata. Ora torniamo alla storia. Forse un limite c’è sempre stato. Troppi più nella mia vita. Capita, qualche meno. E’ da mettere in conto. Per una ragione statistica. Odio le statistiche. Solo che magari non era quello il momento adatto.
Forse ho imparato da allora ad odiare le statistiche. Era come quando vinci la lotteria senza nemmeno comprare il biglietto. Detto per inciso è quello che mi è successo ieri incontrandola una seconda volta. L’ho detto e ripetuto. Ma è che a volte trovi anche chi si arrangia a mangiarsi la tua vincita. Questo non toglie nulla alla fama del fortunato. Che poi, a guardar bene, il vigliacco profittatore è un benemerito: toglie dalle responsabilità. L’improvvisa ricchezza può creare fastidiosi contraccolpi. I troppi soldi creano problemi, non riesci mai a spenderli tutti. L’abbondanza rende ciechi e obesi, persino nelle idee. E’ che tutto sembra così impossibile. Esagerato.
Era tutto abbondante nella mia vita; i pasti no. Ero talmente fortunato da essere due. Peccato che lei, la più bella ragazza del mondo, e bella non solo d’aspetto, se provate ad immaginarla era ancora più bella, esageratamente, tra i due scelse il me stesso sbagliato. La copia. Ironia della sorte e del racconto. Pensai all’ennesimo colpo di culo. L’altro aveva Lei ma io avevo la libertà e tutte le ragazze che volevo. C’era solo un piccolo particolare insignificante: tutte quelle ragazze non volevano me. E a ben pensare nemmeno io volevo loro. Ma non sempre si può avere ciò che si vorrebbe. Ho fatto colazione appena sceso dal treno. Ci sarebbe da giungere alla conclusione che Alterego è sempre un amico infido, alla fine si trasforma in sé. Più simile ad un verme che all’uomo che ero e sono. Ma forse la stima che faccio è, nonostante tutto, generosa. E a dire verme è stata proprio Lei ma solo poco prima di ieri. Prima sapeva ma non voleva vedere.
Ho avuto molti incidenti ma sempre senza conseguenze fisiche. E pensare che non ho né ho mai avuto la patente. E’ per questo che preferisco viaggiare in treno. Se mi lagnassi sarei come quelli che vogliono fare del blues a pancia piena. E qui non siamo nella canzone di Vergassola. E io non sono quel Mario. Ad un certo punto mi ero convinto di piacere alle altre. Come se fossi a scadenza breve. E soprattutto alle madri e alle nonne. Tranne naturalmente quando presagivano di poter trasformarsi in suocere. Mi ero convinto di piacere a quelle che non mi interessavano e a cui non interessavo particolarmente. Non sono particolarmente decorativo, ma in un certo contesto faccio la mia bella figura. Come certi quadri. Posso fare arredo. La cosa peggiore è che sono adatto al rimpianto. Magari ad essere piantato per poi riscuotere pentimento. Per informazioni si può chiedere alla mia ultima ex. Ultima di due. Già! a lei poetare non le sembrava una cosa seria. Per lei sognare non era una cosa pratica. Così mi ho trascinato stancamente la mia fortuna in un mini che non ha ancora imparato cos’è il sole. Due stanze e servizi oltre confine.
Forse sbagliavo spesso momento. Col dubbio che alcune quando chiedevano amore volevano sesso e quando chiedevano sesso volevano amore; appunto. O quando mostravano le tette lo facevano perché le guardasse un altro. Mi viene in mente Cristiana, povera diavola, che nonostante gli sforzi non è mai riuscita a mostrare quello che non aveva. Ero già arrivato a concludere che per amare era la cosa più facile del mondo, persino banale, bastava non dirlo ad anima viva. Amare in silenzio non porta inquinamento sonoro. Non offendi né fai male a nessuno. Scegli come e con chi farlo.. Richiede poco tempo, poco impegno e meno passione Ti stendi a letto e la voglia se n’è già andata.
Ma la fortuna era in agguato. E’ stato allora che ho trovato Lei, quel bel tipo (di cui sopra). Mi vede e mi dice: “Ti ricordi come si fa ad amare”. Non era la memoria a farmi difetto. Solo un po’ di allenamento. Poca cosa. Porca miseria. E m’ero mantenuto in forma. Niente pancia né acciacchi significativi. Faccio ancora i cento metri ma poi mi devo fermare. Maledetto fumo. A quel punto mi son detto “non è per l’amore, ma… preferirei guardare un film”. Lei non mi ha fatto vedere il film. Non era bello e l’avevo già visto. Ha insistito. Son tornato a vivere nella città più bella del mondo. Dimenticavo di dire che me n’ero dovuto andare per sfratto. Insomma… Non chiedo altro

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foto di Ross con il pancioneDolorosamente, faticosamente lo devo ammettere: aveva ragione Lei. Ancora una volta. Come sempre. Alla faccia del “poeta di allora”, alla faccia del “perfettino senza arte”, alla faccia del “brontolone intemperante”, alla faccia dell’ “instabile iroso dagli umori frizzantini”, alla faccia di tutte le facce e della mia, ne è uscito, ancora una volta, un buon post.  Alla fine. E io starei ancora lì a cercare l’uovo nel pelo. Il fatto che del film s’è fatto poco cenno. Ed è così che ci si sente scornati e senza parole.
Allora, come s’usa dire, parliamo del tempo. Scroscia a dirotto, per dirla tutta. Cosa? Ma la pioggia, naturalmente. Cosa potrebbe scrosciare, e per giunta a dirotto. Viene giù che dio la manda. E chi altri la potrebbe mandare se non un tipo così assai bizzarro. A catinelle. A secchiate rovesce. Sono modi di dire e i modi di dire seguono ragioni proprie. Mica gli si può chiedere una logica. Verrebbe da dire: piove, son tutti ladri. Se non fosse che sarebbe qualunquismo. Non fosse che mi chiedo se me la si poteva, allora, chiedere. Io credo di aver sognato solo di uscire. Di scappare. Di sottrarmi al ruolo che mi era stato destinato. Ma sono stato da subito spettinato, a modo mio, ribelle. Comunista. Comunista in una famiglia comunista. Riuscivo ad essere lo stesso comunista a modo mio. E a contestare. Con già il 68 nelle vene.
Eppure ero un bambino muto, con gli occhi che gli pesavano a terra. Disperatamente alla ricerca dei gesti dell’affetto. Forse nemmeno mi mancavano. Non mi erano mai abbastanza. Un bambino che giocava con la propria ombra. Proiettandola sul muro. Facendola ballare. Poi sono diventato un bambino con un fratello. E in seguito il figlio maggiore. Mai sopportato nemmeno questo ruolo. Ancora oggi lo rinnego. Me ne vado a raccontare che è lui il più vecchio. L’altro. Quello bello e fortunato. Quello che la vita la sfida. Mostra di sfidarla. In realtà ci passa attraverso. Pare sempre a suo agio. E si fa ragione alzando la voce. Lo lascio fare. Sono sempre e solo intervenuto quando quella sfida gli ha offerto prove troppo impegnative. Nei suoi momenti di sconforto. Bui.
A parlarmi addosso mi sembro un altro. Ho sempre cercato malamente di non farmi notare. Con gli anni non è cambiato molto. Non sono mai corso dietro a nessuno. Mi meravigliavo solo quando erano gli altri, a seguirmi. Non ho mai amato gli eroi. Ho continuato ad amare gli umili, nonostante le rabbie. A evitare i miti. Mi affogavo di libri. Fino ad arrivare alla nausea. Ma mai stato ortodosso. E’ così che ti ritrovi ragazzo. A volte troppo presto. Senza nemmeno accorgertene. Ma me lo sono chiesto; anche se molto dopo. Non ho mai sognato di diventare pittore. Non ho mai sognato di diventare poeta (come mi chiamavano gli amici). Lo scrittore. Ho semplicemente provato a farlo. Mi bastava dimostrare a me che avrei anche, seppur malamente, potuto farlo. E lì finiva la sfida. Dimenticavo di dire che non ho mai amato le competizioni. Ho accettato sempre le sfide, mai le competizioni. Mai voluto essere migliore di nessuno. Mi bastava convincermi di non essere il peggiore. Ci doveva pur essere, in un qualche angolo, un valore inferiore.
Le cose le devono fare chi ha imparato per farle. Dimenticavo anche di dire che allora ho deciso di non proseguire negli studi. L’ho deciso io; assieme alla vita e all’ambiente. Me ne sono pentito. Non me ne sono pentito. Non abbastanza. Non abbastanza per riprenderli, quegli studi. Qualsiasi. Invece Lei lo ha fatto. Per Lei era un sogno. La invidio. La stimo e la invidio. Volevo solo attraversare la vita. Com’è sempre stato. Come oggi. Parto amando solo il viaggiare. Non chiedo quasi mai cosa succederà domani. Mica me ne vanto di quanto sopra. Solo che fui e sono stato. Quello era quel bambino. Poi quel ragazzo. Oggi sogno ancora. E ogni notte sogno di risvegliami il mattino, vicino a Lei. Parrebbe strano. Mai sentito l’angoscia di non risvegliarmi. E’ che oggi c’è Lei. E’ tornata. Così come non era mai stata. Come non era potuto essere. Ma sono molte le cose che mi fanno sentire strano. E che mi paiono magiche. Soprattutto oggi. Pioggia o non pioggia.
Insomma poi ho avuto la fortuna di incontrare Lei, Rossana, allora, ma qui comincia un’altra storia. Sprecarla in poche righe sarebbe uno spreco. Una banalità. Una bestemmia. Non è forse la favola? Lo è per me. Mi chiedo a chi può interessare. Cosa può destare interesse in questo parlare di me. Come di una cavia. Attempata. Forse per lenire. Forse in senso propedeutico. Il trovare qualcuno che è riuscito a fare di peggio. Sono riuscito quasi a convincerla che non ero adatto. Che non mi doveva né poteva amare. Aspettare. Che tutto vale maggiormente la pena. Naturalmente l’ultimo piccolo passettino se l’è dovuto fare da sola. Anche questo appartiene all’altra storia.
Non fossi un tipo fortunato sarei solo una nullità.

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Era bellaLa realtà non è quello ch’è stato ma in come la si ricorda.
A sinistra il Brenta. Quel fiume che nasce lontano; come tanti, dal niente; dove la terra lo suda e trasuda. E arriva arrogante. Di un acqua scura e limacciosa. E come una donna si ammira flessuoso. E di sé si riflette. E lei non aveva di che ammirarsi. Non credeva a quello che le dicevano. Temeva di vedersi riflessa nello specchietto. Aveva accavallato le gambe. Poi era tornata ad affiancarle. Se era stata di un uomo non era stata veramente che di sé stessa. E questo lo voleva dimenticare. Ma era proprio con sé che non sapeva stare; sempre.
Non tutti i ricordi sono buoni ricordi. Quello, come quel fiume, era nato in sordina. Si era insinuato tra le zolle. Ma lui, Michele, aveva guidato e sembrava vedere solo la strada. Non sapeva cos’era. Tra loro era sceso improvviso il silenzio. Un silenzio che si poteva toccare, pensare. “Mi sembrano adatte. Cosa ti sembra”?
Aveva insistito per accompagnarla lui. Cosa doveva pensare? Perché era lì? Strana ragazza quella ragazza che era in lei. Ormai donna. Con domande da ragazza. E domande da donna. E domande fuggite. Perdersi prima di trovarsi. Lei, che non sapeva che amare, era disarmata davanti all’amore. Confusa. A volte le cose sono più chiare quando non te le chiedi. E allora avrebbe voluto almeno le canzoni della radio. Ma le sue non erano le stesse. E non le sembrava opportuno accenderla, quella maledetta radio in silenzio. Ma quell’attesa la sfiniva. Perché nemmeno una parola? Come se il silenzio non fosse imbarazzo. Lui che le cose le sapeva. E non aveva bisogno del suo parere. Ugualmente lo chiedeva. Ma quel silenzio la rendeva più sola. Più incerta. Altro mondo, lui, altre sensazioni. E quell’anello al dito. “Cosa dici se andiamo alla villa a Strà”?
Cosa le poteva importare? C’era stato quel bacio. Un bacio da niente. Cos’è un bacio? Ma era lei, lo sapeva, a non potersi mai perdonare. Avrebbe voluto fuggire. Avrebbe dovuto averlo già fatto. Perché allora non l’aveva fatto? Temette che fosse già tardi. Solo un pensiero leggero, e veloce. Un pensiero che nemmeno era riuscita ad afferrare.
E quel bacio. Un bacio chiesto. Non si chiede un bacio. Lei stava bene solo con lei; anche da sola. Lo voleva credere. Se lo diceva. Lo credeva. E allora non capiva quel vuoto. In fondo lei stava scappando. Perché scappare, e scappare ancora? Non le poteva bastava un bacio. Non le importava. Non voleva di più. Ma neanche quel bacio. Lui non avrebbe avuto diritto. E lei doveva dirgli di no. Perché l’aveva accettato? Non aveva tutte le risposte. E’ proprio vero che un uomo, persino un ragazzo ti può anche uccidere.
E aveva paura dei propri pensieri. In fondo stava bene con lui. Forse nemmeno quello. Non sapeva cosa provava. Preferiva non chiederselo. Aveva stima, questo sì. Cos’è la stima. Lei era una donna. Una giovane donna. Lui pareva così sicuro di sé. Era un uomo. Ed erano così diversi. Solo gli anni? Non era più certa di niente. Non era certa nemmeno di essere mai stata certa di qualcosa. Cosa voleva? Voleva solo non volere. Voleva solo di essere libera. E di non aver paura. Di poter essere e fare. Eppure lui non era più quello che sembrava. Non sembrava più così sicuro della sua sicurezza. Forse perché erano fuori dall’ambiente di lavoro. Ma dov’erano?
Quello che dovevano fare l’avevano fatto. Era stata la scelta giusta. Poi le aveva proposto di visitare la villa. Non c’era mai stata. Non sapeva perché ma non c’era nessun motivo per rifiutare. Niente aveva un vero senso. Non voleva storie. E troppe storie avevano abitato quelle mura per non sentirsi inadatta.
L’uomo Michele e la donna Rossana, anzi la giovane donna, erano entrati nel parco; il parco più bello d’Italia. Ancora negli occhi la sala del trionfo di Bacco. E poi si erano avventurati nel labirinto progettato dall’architetto padovano Girolamo Frigimelica de’ Roberti. Lui aveva ancora una volta insistito. Perché? E le spiegava le cose come se quelle dovessero ancora di più affascinarla. Bastavano i suoi occhi. Una leggera brezza spettinava suoi lunghi capelli. Forse voleva solo farle vedere che sapeva. E quello era il labirinto dell’amore ma lei non lo sapeva. Per lei era solo un labirinto. Non ne aveva visti prima. Tra le siepi di bosso non passava il sole. In quel momento ascoltava solo i rumori della natura e le proprie riflessioni. E lo sfrigolare sottile dei loro passi.
Avrebbe dovuto dirgli di no. Certo che doveva dirgli di no. Non avrebbe dovuto accettare. Andarci. Semplicemente non avrebbe mai dovuto accettare, di andarci. E lui l’aveva chiesto senza pensarci. E lui aveva insistito. Ma non era come le altre volte. Non poteva esserlo. Dopo quello che era successo. Dopo quel bacio. Ché per lei un bacio non era stato mai solo un bacio. Anche se era stato solo un bacio muto. Anche quello. Lei non era così. Non sapeva essere come le altre. Anche lui sembrava saperlo. E perché l’aveva portata lì? Dopo. “Perché”? Non poteva tenerselo dentro. Non ne era mai stata capace. Maledetto quel vizio di non saper ingoiare le domande. Di essere così diretta nel dire. “Cos’è stato per te. Intendo, lo sai, quel bacio”?
Ma forse nemmeno lui lo sapeva. Forse per lui era poco meno di niente. Appunto, curiosità. Una prova per sé. Un altro brandello d’orgoglio. Lei non riusciva ad immaginare cos’è essere uomo. E avrebbe voluto fuggire. Ma era già fuggita e fuggita fin troppo. E aveva paura dei suoi pensieri. Di cosa pensava di lei quell’uomo; sposato. Sì! sposato. Marito e padre. E lei era ancora troppo ragazza. E aveva dei sogni. E sapeva che era impossibile. Per lei. E nemmeno ci credeva. Non poteva essere; semplicemente. Non poteva essere lei. Quella ragazza. Quel bacio. Semplicemente avrebbe voluto capire; sapere. Lei. Sé stessa. Perché un bacio non era mai stato semplice come un bacio. Lei credeva all’amore. Non poteva crederci. Non lo aveva rifiutato. Non aveva distratto le labbra dalle sue. Un semplice bacio. Un bacio non è mai semplice.
Eppure si diceva è meglio così. E’ meglio delle catene. Non era riuscita a scordare. Si diceva: è proprio questo che vorrei. Se deve essere deve essere senza impegni. Deve essere solo per quello che è. Aveva smesso di sognare. Di aspettare. Non era più una ragazza. Non era più quella ragazza. Non lo sarebbe stata mai più. Qualcosa era morto in lei. L’avevano ucciso. Non si dava pena. Non lo pensava. Cercava un sorriso. Le bastava quella cortesia. E poi non era nulla di diverso. Niente di più che il gesto goffo di un amico. Un pomeriggio tra amici. E non c’era niente di più in quel labirinto. Niente tranne l’ombra e quell’aria leggera. Ed era stata lei a ritrovare la strada. E lui non le aveva chiesto di più. Un pomeriggio come un altro.
Ma fino ad allora ciò che aveva amato era solo una finzione d’amore. Lei ci aveva creduto. Ma lui. Lei gli aveva creduto. Forse per poco. Nemmeno lei poteva essere così stupida. Lui sapeva amare solo sé stesso. Nemmeno quello. La cosa che voleva essere. Quello che avrebbe voluto credessero. Ma questo non bastava. Non le era bastato. Se aveva un rimorso se ne era ormai liberata. Perché era lì? Lei che aveva conosciuto un solo amore. Un piccolo amore. Una parvenza d’amore. Solo una misera cosa. Una cosa da cui era scappata. Lei scappava da tutti. Lei. Chi era lei? Quella che viveva dentro il suo corpo? No! non scappava. Non ne era capace. Era solo che… non sarebbe mai stato possibile. Finalmente aveva capito. E capire aveva rappresentato dover dire “basta”. Non poter più rimandare. Non voleva più quello che aveva violentemente voluto. Non con lui. Voleva indietro la sua libertà. E ora che se ne faceva? Di quella libertà? Ancora quella domanda: ma lei aveva mai amato?
Lui, quell’uomo, un uomo, pareva in imbarazzo. I suoi occhi frugavano verso l’uscita. Sembrava solo impaziente di andare. I suoi occhi, non avevano trovato altra risposta che il silenzio. Lui, l’adulto, ma lei non era più una ragazzina. Era una donna ormai. Era una donna ormai? Aveva il diritto di chiedere e di chiederselo mentre il tempo passava con ostinazione. Si accontentò di quel silenzio. Temette che non sarebbero tornati più.

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Già! oggi sono qui a dirmi ma quanto stupida sono stata? Ma com’è stato possibile? Ma che stupida? E mica né ho questo grande piacere. Non mi va. Decisamente preferisco non parlarne. Il massimo di esposizione: parlarmene da sola nel silenzio. Nemmeno Michele mi deve sentire. Nemmeno lui che dorme qui a fianco, come un angioletto. Come se se questo oggi fosse solo un ventre dolce. Le coperte tirate sulla testa. Un sorriso che non nasconde un sonno tranquillo. Forse anche una qualche avventura notturna. Una scappatella incolpevole. Ne dovrei essere gelosa? Il suo volto sereno mi mette allegria. Invece me ne sto qui. Succede. Qui vittima del passato. Frammenti di discorsi e di dubbi che mi assalgono. Senza motivo né giustificazione. Cose non del tutto distinte che riemergono. Da quella poltiglia indefinita. Per quanto faccia. Eppure non voglio. Ma è di questo che è fatto, il passato. Non sopporto che lui possa dormire, così tranquillo. Una rabbia mi monta. Mi andrebbe di svegliarlo. Per dirgli cosa? Che capita che il mattino si faccia di cattivo umore? Vorrei tornare a dormire. Una qualsiasi via di fuga. Anche la più stupida. Cerco il suo calore. La tenerezza che mi da scivolare e andargli vicino. Ascoltare solo il rumore del suo respiro. Avessi potuto nascondermi sempre in questa sorta di morbida pancia vaporosa.
Oggi è lui la mia storia, e la mia vita. Ma allora… Di storie simili chi non né ha vissuta una o almeno sentito parlarne? Ne sono piene le strade. E’ bello, a volte, lasciarsi al chiacchiericcio, anche solo per parlare. Niente di meglio che una storia d’amore, travagliata; cioè di sesso e corna. Non si può condannare una se si lascia andare a qualche consiglio, sempre e obbligatoriamente in assenza dell’interessata, a qualche considerazione moraleggiante, a qualche fantasia anche crassa; a supposizioni più o meno colorite. Si sa come siamo noi donne. A volte non c’è maschio che tenga, e sui maschi, a parlare di maschi, magari su particolari anatomici, con tanto di misure, più o meno documentate. Certo che per sé si sogna sempre il meglio. E si vorrebbe che tutto appartenesse alla favola. Invece è la vita che si inventa il tuo futuro.
Solo che finché sono quelle degli altri… solo che invece era la mia storia. E quando la storia è la tua storia allora mica né parlano con te. E nemmeno le chiacchiere ti divertono. Gliele leggi semplicemente negli occhi, quelle velenose maldicenze, nelle voci che si abbassano quando vieni scorta, in ogni gesto. Poi ci sono uomini come Francesco che credono che questo gli dia un qualche permesso. Una donna che ha una storia è una donna disponibile a qualsiasi storia; come esibita in offerta speciale. Non tutti gli uomini sono così ottusi e stupidi, per fortuna, ma molti certo che sì. E allora Francesco si era fatto allusivo e pareva non potesse accettare che venissero respinte le sue avance. Ma io non avevo ancora nemmeno quella storia, e poi la mia sarebbe rimasta sempre solo una piccola storia malata. Ed ero cresciuta così all’improvviso che avevo smesso di riuscire a trovarmi. Ed ero stata costretta ad imparare sulla mia pelle. A capire il silenzio. Ad abituarmi ed accettare la solitudine. Non erano, allora, certo le parole a sfidarmi. Poco me ne importava. Mica mi ero fatta stupida per quello.
In questo coacervo di pensieri mi annego; maledetta mattinata. Alba di merda. Già! la stupidità è una libera scelta. Per quanto si possa essere liberi con se stessi, con le cose, con i fatti della vita. Tenendo conto di tutto, dei pro e dei contro, in questo contesto, libera lo ero stata. A dirla con la ragione di oggi niente e nessuno mi aveva spinto. Non avevo né potevo avere allora la ragione di oggi. Ne avrei di cose da raccontarmi. Meglio di no. Meglio non farlo. Basta quel poco; quei frammenti galleggianti; tornati, senza ragione, in superficie. Questo male. Ma c’è qualcosa che avviene senza ragione? Ho il sospetto che quando non c’è sia semplicemente perché non vogliamo che ci sia. E’ solo oggi che mi sembra di non capire. Allora capivo benissimo. Chi era causa di quel male di vivere se non io? Ma allora ero un’altra donna e oggi sembra solo un’altra storia. Persino la storia di un’altra che un poco sono tentata di non crederci.
E oggi mi ritrovo con la testa piena di idee e la bocca di parole. Parole che non si possono che tacere. Semplicemente perché non c’è di meglio che un silenzio. E perché lui dorme e non né ha colpa alcuna. Si tira le coperte ancora più su sul viso proprio come un bambino. Nessuno ne ha colpa, nemmeno il mattino. Nessuno tranne me e la mia capacità di ricordare, all’improvviso. Queste cose che tornano dal nulla; dall’infinito. E vorrei liberarmene, di queste idee e di tutto. Lui non lo merita. E lui ha avuto la forza anche di perdonare. Ma io non avevo nulla da perdonare perché semplicemente ho vissuto la mia vita. E in fondo lui non c’era e non può certo vantare diritti e recriminare. Quello è il mio passato ed è solo passato, una vita fa, trascorsa. L’importante è che sia qui e che ci sia quando si sveglia. E so già che quando si sveglia tutta questa angoscia smetterà di essere. Verrà cancellata. Ma perché vivere e soffrire ancora per quei ricordi come non l’avessi già fatto abbastanza?
Allora, quando ho scelto di stare con lui cioè di mettermi con lui, non è che l’ho scelto ma è la cosa che mi ha scelta. Tutto è iniziato in silenzio. E’ sempre così, le cose accadono mentre ti succedono e crescono e si fanno fatti e storie, ed è come se in quei momenti ti fossi distratta dalla vita. Così è stato anche per me: una gentilezza che diventava sempre più carineria, una amicizia che tra una parola e l’altra metteva radici e diventava sempre più confidenza, per poi trasformarsi e spingersi fino all’intimità ed è così che è cominciato tutto, lentamente. Tutto in modo così naturale e, in un certo senso, subdolo perché l’amore, se possiamo chiamarlo così, non da appuntamenti, non si annuncia, non manda lettere. E quando ho capito era già troppo tardi. Io lo sapevo che aveva già una famiglia. E sapevo tutto. Sapevo anche che non sapeva dire no a nessuna lusinga. Che non sapeva resistere al fascino e ai corteggiamenti. Che gli piaceva sedurre e farsi sedurre. Anche se tra noi non è mai successo e non è mai stato così. Ma ero già una donna che ama e lo vedevo già meglio di quello che ero. Ma non ho mai imparato a vergognarmene. E’ così che ha cominciato ad esserci. E lui c’era. C’era sempre. Sempre quando non serviva.
E ho imparato, e ho imparato ad aspettarlo. Perché quello è il prezzo di un amare ammalato. E io ero lì ad aspettarlo. Come una stupida. Nemmeno come un amante, ma solo proprio come una stupida. A sperare e a soffrire, senza nemmeno un appuntamento. Quando veniva era sempre come per un caso, una fatalità. Ero persino incapace di gelosia. Lo odio per questo. L’ho odiato anche allora. E’ così stupido a pensarci. Ed è così stupido svegliarsi, tornare a pensarci, e odiarlo ora. Quel mattino di pioggia è stato solo per un attimo, sapevo che non era possibile, che non poteva essere, ma ho voluto illudermi; raccontarmelo. Forse solo perché… come sarebbe stato bello. E volevo vederlo bello, comunque. E poi mi sono vista. Vista veramente. Lucidamente. Completamente. Com’ero buffa. E soprattutto stupida. Anche di più, se possibile. E mi assale ancora quel riso sgangherato. Eppure, nonostante tutto, non posso ricordare un addio più doloroso.
Per fortuna oggi c’è Michele e queste cose che riemergono ritrovano dolore ma restano solo ricordi. Cosa aspetta a svegliarsi e a stringermi tra le braccia? Oggi che mi sono liberata di tutto e vivo una vita che non è più quella vita, non sono più lei. Oggi sono la sua Rossana, e sono tornata, e lui le sa tutte queste cose. Non voglio parlarne con lui. A cosa servirebbe? E allora: “Chi è colpa del sensale pianga sul prezzo”. Sempre per la serie dei proverbi e dei modi di dire rivisti. Ma oggi lo so, e l’ho imparato, che l’amore ha un altro sapore quando una persona si sente amata.

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DiogeneMichele abbraccia Rossana sul divano ed è preda di una grande tenerezza.
L’abbraccio disperato di due persone che si sono ritrovate quando credevano che il loro tempo fosse scaduto. E poi quel cercarsi come d’affanno. Quella nuova vecchia passione. E staccarsi con fatica. Parlarsi. Lei gli accarezzava dolcemente la cicatrice, ma questa è un’altra storia. Ci saranno altre pagine per raccontarla. E per raccontare il resto. Quel suo entusiasmo: “Ho fretta. Voglio raccontarlo a tutti. Al mondo”. Tutto era successo troppo in fretta. E forse troppo tardi. Gli occhi della sua Rossana erano ancora gli stessi: mansueti. Quegli occhi che si facevano fieri ma poi ritrovavano sempre quella loro evidente mitezza. Ma erano gli stessi anche allora, quando l’aveva trovata, quella prima volta, e quando l’aveva perduta. E lui non riusciva ancora a crederci. E non si sentiva ancora certo e giunto.
A sfogliarle, le fotografie, c’era la storia di quegli anni; dei suoi anni. Michele provava il gusto amaro di giorni perduti. Gli occhi erano stanchi e il disordine temporale in cui erano conservate lo affaticava. C’erano ancora loro, gli amici. Qui era ancora quella ragazza; in bianco e nero. Lì era già una donna; in altre sciupata. Così sono le foto conservate. Un poco come la memoria. Forse avrebbe dovuto lasciarle nel cassetto. E poi troppe novità in un colpo solo. E troppa malinconia. Occhi tristi e occhi stanchi. Occhi. Quelli. E alcuni paesaggi che lasciavano senza fiato. Lei invecchiata rapidamente. Cambiata mille volte. E nel cuore niente era come era stato. Non lo poteva essere. Quella strana inquietudine lo distraeva dall’abbraccio. La lasciò sognate per un attimo, alla luce soffusa della lampada. Si sentiva estraneo a quelle stanze. Si sentiva curioso tra quelle stanze. Curioso di cose e di lei e di quel loro distante tempo. Si sentiva indiscreto. Nella casa delle ombre, negli armadi, sapeva di poter trovare di tutto, e anche il suo contrario, ma non credeva proprio che avrebbe trovato quello. Forse avrebbe dovuto usare più cautela. E rispetto. Ma è il rischio di frugare in quello che è stato, e non si conosce. Aperta la porta lo scheletro gli era caduto quasi dosso.
Ma chi è”?
No! nessuno.” era stata la risposta di lei. “Lui è cioè era Carlo. Non quello, l’amico. L’altro. Cioè, veramente era solo un amico. Carlo è un nome fin troppo comune. Ecco dov’era andato. E me n’ero scordata. Non è facile ricordare tutto. E poi non mi era ancora capitato di dover ricordare”.
Lui conosceva solo quel nessuno. Gli sembrava di averla ferita. Credeva di non aver paura dei fantasmi. I volti cominciava ad impararli. Anche quella volta credeva di essere invincibile. Di non provare il dolore. Credeva che il mondo fosse un altro mondo. E di poterlo cambiare. Aveva un ideale. Una rabbia. Quello lo aveva portato via. “Raccontami”.
Era vero: in fondo Carlo è un nome fin troppo comune. Chi non conosce almeno qualcuno che è stato chiamato con quel nome? E non si dovrebbe frugare dove non si sa; distrattamente. Lui lo sapeva che lei lo aveva conosciuto. Gliene aveva già accennato, ma in modo parco e con pudore. Poche parole; di lui e dell’altro. Ma con l’altro erano rimasti amici. Ed erano stati sempre e solo amici. Una bella amicizia; sopravissuta. E aveva una bella voce. E suonava la chitarra. L’altro. Quello di cui conosceva anche il cognome. E ne aveva conosciuto un altro ancora. Ma di lui non aveva bisogno di ricordare. Era stato solo un breve incontro. La vita è spesso confusa. Di quello, di quel Carlo, invece una storia, grande o piccola, o stupida, c’era. Poi, da troppo tempo, s’erano persi. Almeno lo aveva creduto fino a quel momento. Ora quel momento era imbarazzo. Per quello scheletro. “Non c’è nulla da raccontare.” e sembrava sincera.
Raccontami almeno una storia”.
Rossana nasconde gli occhi e racconta.
A volte c’è solo bisogno di parole. E qualche volta servono ad un imbarazzo. Per un silenzio ingombrante. Per riempire un vuoto. O solo per starsi ad ascoltare. O perché è bello sentire la sua voce raccontare. In fondo quale uomo non conserva dentro un poco di quel romanticismo? Non insegue di disporre gli occhi al sogno? Dentro si resta sempre un po’ bambini. E si ha il bisogno di credere. E di favole. Perché non si limitava ad abbracciarla? In fondo avevo aspettato anche troppo. “Come dicevo non c’è molto, da raccontare. Se vuoi lo farò. Ma la verità. La verità vale sempre meglio che la sua bugia. E poi non te ne ho mai dette. Almeno quello che ricordo di quella verità.” Non sapeva se lo voleva. Poi era stato distratto dalla finestra. Passava una barca per il rio. Si era già dimenticato. Una vita piena di ricordi diventa un peso. E cominciava a farsi confusione. Quale Carlo? E perché Carlo, e perché lì? Non è mai come sembra. Perché nella sua stanza. Forse lei raccontava perché aveva il bisogno di ricordare. E lui un po’ temeva quello che lei gli poteva dire. Se ne accorse solo in quel preciso istante. Non voleva dare un nome ad ogn’una delle sue rughe. Ma il tempo era passato senza chiedere loro ulteriori spiegazioni. Era come se li avesse lasciati lì, a quel giorno. Ancora con gli occhi sognanti. “Insegnava; lui. Era professore. Professore universitario. Era una amicizia, la nostra. Una amicizia come altre”.
Ma con lui”?
Ma lei non era più quella. E lui non capiva certe sottili differenze delle donne. Forse solo di quella donna. Esseri complicati, le donne. Era cambiata. Era un’altra. Solo in alcuni istanti tornava lei. Aveva bisogno di quel lei. Di tipi come quello ne aveva incontrati parecchi. Non aveva mai avuto il tempo per invidiarli. In fondo non era di quello. Lui si poteva dire soddisfatto. Soprattutto quando la fortuna torna a battere alla stessa porta. Succede raramente. Molto raramente. Mai. Ne era persuaso. Non che sapesse perché l’aveva chiesto. Non c’era una ragione. Gli era sembrato strano sentirlo nella sua voce. E non aveva idea di come avrebbe reagito lei. A volte è meglio portarsi le proprie storie con sé. Soprattutto quando se ne è protagonisti. E altre volte fa solo male guardarsi indietro. Ma come si può provarne ancora vergogna? Come si può sporcarsi con le memorie? “Sì! con lui ci andavo anche. A letto. Se è questo. Ma non c’era niente; in verità. Solo amici. Lui non passava per il mio cuore. Solo per il mio letto, insomma ma si dice così. Non è stato bello. Non ne vado fiera. Come per quelli altri. E poi è passato tanto tempo. Si parlava. Solite cose. E c’era ancora Michele. Ma era uno di quei momenti. E niente è come sembra. Cerca di non giudicare. Allora c’era e non c’era, Michele. Non trovi strano, la cosa del nome. Comunque. Ne avevo parlato con Carlo. Lui sapeva. E anche Michele. Di cognome fa cioè faceva Maggiori. Voglio dire di Michele. E della nostra storia. Quando ho deciso di finire con Michele ho finito anche con lui. Cioè con Carlo. Cosa ti dicevo? Due anni. A pensare non ricordo molto. Lui, Carlo, era uno di quegli uomini brillanti. Quelli che si lasciano guardare. Forse si poteva dire bello. Non gli mancavano certo quelle pronte a farsi corteggiare. Lui mi guardava come una preda da mettere nel suo taccuino. Poi aveva trovato, anche facilmente, grazie ad un amico, l’occasione di incontrarmi. Non era successo quello che doveva succedere. Quello che sperava. Cioè non subito. Ma poi siamo finiti per diventare amici. Non è stato mai niente di diverso. Niente più che amicizia. E’ stato dopo un po’ che eravamo finiti a letto. Non subito. Abbiamo scoperto di avere delle cose. Cose in comune. Che era bello parlare. Tutto qui”.
Ma tu”?
Non c’è nulla da spiegare. Le cose succedono come succedono. Non mi sono mai chiesta i perché. Non è stato mai facile. Avevo gli occhi addosso, di tutti. Mi vedevano bella. Mi infastidiva. Avrei voluto fuggire. Gridare. Ribellarmi. Tutti a innamorarsi. A innamorarmi. A corteggiarmi. Per una sera. Non avrei da raccontare. Scusami ma sono stanca. E Michele me ne faceva una colpa. Anche lui. Per lui ero io. Bastava una parola. Anche se nemmeno l’avevo detta. Amava che mi amassero. Amava che mi guardassero. Ma non lo voleva. Non voleva che mi vedessero. La minima attenzione. Dovevo stare in cucina a fare il mangiare. Ad ascoltare. Quando venivano gli amici. Amava attorniarsi degli amici. Ma anche loro. Tutto lo infastidiva. Dovevo essere solo per lui. Sempre pronta. Donna. Non sai cosa vuol dire subire la gelosia. Era sempre colpa mia. Eppure non ne ha mai avuto un vero motivo. Tranne quando glielo dissi. Ma di loro non mi importava nulla. Devi sapere; finalmente. Era quello che mi importava: dirglielo. Era stato per lui. Non l’ho ammesso. Nemmeno con me. Ero stata sempre una delle tante. Sempre. Ed è stata una storia lunga. Forse ancora dolorosa. Volevo fargli del male. E ce ne siamo fatti. Credo che tu non possa capire. E se ho sbagliato allora non vuol dire che lo debba fare ancora. Oggi non sono più quella ragazzina. Quello che è stato con te non può tornare. Con lui era diverso. C’era Michele. Non trovi strano abbiate lo stesso nome. A volte, il caso. Cosa vuoi sapere”?
Non me ne avevi mai parlato”.
Volevo finirla con Michele. L’ho finita con entrambi. Una delle tante fine con Michele. Infinite. Io sapevo delle altre. Non mi interessava. Cioè gli dicevo così. Ne soffrivo. Lui nemmeno mostrava di preoccuparsi. Mi ha dato del male peggiore. Non eravamo ancora sposati. Non eravamo ancora assieme. Non c’era ancora Matteo. E’ venuto dopo. Con lui era così. E’ stata così. Ci trovavamo e ci lasciavamo. Ero stanca di soffrire per lui. Così sono venuti gli altri. Solo per dirglielo. Per sbatterglielo in faccia. Per fargli capire. Non è cambiato nulla. Non c’è modo di spiegare a chi non vuol capire. Ma mi avevi chiesto di Carlo? Cosa vuoi che te ne dica? Era brillante. Potrei dire intelligente. Non ricordo molti ricordi. Non ha lasciato nulla. Nemmeno un segno. Nemmeno ne varrebbe la pena parlarne. Non so poi perché ne dovresti stare male. Non mi ricordavo di te. Ti ho detto: ti avevo dimenticato. Non so come. Non so perché. Era meglio così. Magari oggi mi spiace. Ho cercato di vivere. Ed è stato faticoso. Tu non mi avevi fatto capire. Allora. O almeno così credevo. Avevo dimenticato. Te l’ho detto. E poi ero solo una stupida ragazzina. Non mi fido di quella. Della ragazzina. Non sapevo nulla di politica. Lo sai. Lui, quello, l’amico, bell’amico, mi ha detto non serve. Ti insegno io. Ti dico i libri che devi leggere. Ti spiego. E intanto io non ero più io. E lui ha tolto subito quella maschera. Non voleva me. Voleva quell’altra. E forse l’ha fatto solo per te. Non per uno sgarbo. Per credere in sé aveva bisogno di abbattere te. Forse. Mica lo so. Si faceva trovare; dopo. Dopo la fine. Forse era un caso. Non credo. Non ne posso essere sicura. Non lo sapevo allora. Lui era un giuda. Stupida a credergli. Comunque allora voleva quella. Voleva che io fossi come mi voleva. Uguale alla sua immagine. E’ stato subito così. Cercavo di adattarmi e di non soccombere. Di restare me stessa. Alla fine non era nemmeno una gabbia, era una prigione. Non ho resistito. Gliel’ho detto. In realtà lui me l’ha detto. Non volevo sposarlo. Ha cercato di forzarmi la mano. «Allora ci possiamo lasciare». Era quello che speravo. L’ha detto. Gli ho detto subito sì! L’ho lasciato. In realtà, credo, non ricordo molto, per la verità gli dissi che avevo bisogno di pensarci. Di stare sola. Di stare con me. Di ritrovarmi. Sapevo, credo, che era solo un modo per dire basta. Un addio. E anche lui lo sapeva anche se non lo voleva sapere. Non lo poteva accettare. Lo so che non è quello che vuoi. Non posso farci più nulla. Forse non te ne dovrei parlare. La verità è che non ricordo molto. Anzi non ricordo nulla”.
Il passato non passa mai, e anche le favole possono fare male.
In verità lui, il caro amico, naturalmente, l’aveva raccontata, quella storia, in modo diverso; in una sera. Era stato l’ultimo sgarbo. Forse, almeno quello, forse, nemmeno voluto. E aveva anche pagato quella cena, e lasciato la mancia. Era stato l’ultimo capitolo. Ora Michele capiva, credeva di poter capire, aveva la sensazione, d’essere entrato in un territorio non suo, ma forse aveva bisogno di tempo. Nulla aveva più importanza, ma nulla lo lasciava. Dopo tanti anni quella ferita era tornata a dolere, e a spurgare. Era tutto stupido eppure era. E di lui si era fidato, dell’amico. Gli aveva messo nelle mani la propria vita. E il proprio amore; lei. Non c’è nessuna morte, per quanto piccola, che si esaurisca senza dolore. In quel momento non voleva più sentire la sua voce. Sentirla raccontare. Era tutto così doloroso. Quella voce che pareva faticare. Che pareva addolorata. Quella confessione era come dovuta. Come una penitenza. Non aveva più nessun diritto. Non poteva ritrovare un rancore che non aveva mai provato. Avrebbe voluto solo darle un sorriso. Lui voleva solo stringerla a sé. Imparare a tacere e dimenticare. Lo sapeva che era stupido. “Sai? sono tonato a valle Giulia”.
Già! niente era come prima. Come allora. E non è il massimo ritrovarsi dentro una canzone. Sempre quella canzone. “Ora lasciami parlare. Volevi sapere e se mi interrompi poi non riesco a dire. Con quell’altro Carlo invece eravamo solo amici, ti dico. Amici da sempre. Non come con te. Lui è stato dopo. Ma veramente amici. Aveva una voce meravigliosa. Era bravo. Gli sono stata vicina. Con lui non avrei mai potuto farlo. Tu non sai distinguere le sfumatura. Per te o è così o non è. E’ sempre stato così. Sei rimasti uguale. Ora è solo. E’ forse per quello che ha creduto di trovare rifugio tra le mie braccia. Con lui non sarebbe stato proprio possibile. E’ stato poco prima di te. Cioè che ci ritrovassimo. Una vecchia amicizia. Non poteva diventare altro. Non poteva che restare amicizia. Non so cosa gli è preso. A me capitano tutte. Ma non è di lui. Quel Carlo, come dicevo, è stato una cosa senza un vero motivo. Non era nulla né per me né per lui. Almeno credo. Per me lo so. Ma non è mai stato vero. Non è mai stato bello. Era come se io non ci fossi. Non partecipavo. E’ sempre stato così. Non riuscivo a rilassarmi. Forse riuscivo meglio meno ero coinvolta. Sentimentalmente intendo. Con quelli con cui sapevo. Non provavo niente. Ma non pensare. Non sono stati molti. Anzi. E non sono cose di cui parlare. Non ne vado certo fiera. Li ho cancellati. Non meriterebbe nemmeno. Con te era stato diverso. Tutto diverso. In un certo senso sono stata io ad essere tradita. Non ho mai potuto perdonarmelo. Sono stata tradita da un amico. Il tuo amico. Non potevo sapere. Non potevo immaginare. Lo credevo un amico. So di essere stata io. Me ne vergogno ancora. Sentivo dentro che te lo dovevo. Era come una cosa irrisolta. Una colpa. Poi ti ho ritrovato. Ho ritrovato tutto. Ho ricordato. Non è facile nemmeno per me. Non è facile se oggi ti chiedo scusa. Sembra chiaro solo perché oggi è oggi”.
Intanto non sapevano come disfarsi di quelle povere cose. Resti. E lui sentiva il bisogno di rimettere ordine fra quelle storie. Perché erano condannati a rivivere tutto e a vivere, nello stesso momento, del presente e del passato? E a non sapersi perdonare niente?

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raccontiI. Raccolse la foto che si staccò dalla piccola cornice d’argento. Riuscì a salvare il vetro ma quella gli cadde. La raccolse. Se ne sentì responsabile. Non sapeva se aveva il diritto di chiedere, ma lui non aveva mai imparato a trattenere le sue domande. Era sempre stata la sua condanna. Chiedere anche quello che avrebbe preferito non sapere. Inoltre l’aveva saputo a chi apparteneva quel volto. Ciò che non conosceva era tutto il resto. Lo frequentava spesso quel senso di disagio. “Chi è”?
La voce di lei s’era fatta amara. Solo un orecchio attento poteva cogliere come s’era appena incrinata di una impercettibile accoramento. “E’ il padre di Matteo. Ora non c’è più”.
Gli capitava sempre di pentirsi troppo tardi. Lo sapeva ma non poteva opporsi. Quando la domanda cominciava a farsi largo nella sua testa. Diventava opprimente. Un tarlo che esigeva il suo tributo. Si faceva ingombrante. Indiscreto. “Mi spiace”.
Non devi. Non è stato fortunato. Mio marito. Una cosa banale gli ha rubato la vita proprio quando cominciava a vivere. Anche lui si chiamava Michele. E’ strana la vita. Le coincidenze. Ma lui era molto più vecchio di me. Un’altra generazione. E’ strano come il tempo possa guarire di tutto, anche dalle migliori malattie. Il tempo. Eppure allora avrei creduto. Ne è passato del tempo. Poi… ma forse non ti interessa. Ora non è più un problema. Ora non ho più paura della notte e del sonno”.
Non era quello. Nemmeno avere lo stesso nome. Anche quell’uomo aveva il nome che lui per tutto il tempo si era portato addosso. Ma non sapeva che s’erano sposati. Nei ricordi tutto resta immobile. Pare che niente possa cambiare. Era una tra tutte le cose che non poteva sapere di lei. Che avrebbe voluto continuare a non sapere. Oppure sapere allora, quando sarebbe servito. E poi le storie vanno come vanno. Si rischia sempre di pensare che siano tutte uguali. Ritrovarsi dovrebbe essere accettare il passato. Si accorse all’improvviso di essere tornato ad essere di tutto curioso di lei. Del figlio, di Matteo, aveva saputo. Non ricordava chi glielo avesse detto. Forse proprio lei. Ma erano stati così pochi i contatti che aveva avuto. E tutti erano stati, in un qualche modo, dolore; anche se piccolo dolore. Le cose corrono e si perdono. E poi ci sono momenti in cui le parole non hanno padroni e posti in cui si liberano di ogni rimorso. Ora lo sapeva. Erano stati figli di quello sbaglio. Eppure sapeva che non né aveva alcun diritto. E poi poco importa l’età. Che lui fosse più vecchio. Era solo uomo. Non si è solo in misura della propria età. Non sempre sono gli anni a farti diverso. Michele provò tenerezza, per lei e anche per lui. Anche di lui. Se era stato assente, se le aveva fatto del male, certo non lo voleva. Se lo aveva fatto era stato il suo modo di amare. E la vita era stata avara soprattutto con lui. L’aveva persa prima di imparare ad amarla.

II.Questa è del giorno del matrimonio”.
Il suo silenzio era pieno di parole, le parole dei ricordi. Ricordi che avevano smesso ormai di essere vivi. E di farle del male. Ma ricordi. Ma erano quelli, ricordi, che non smettono mai. Che lasciano sempre qualcosa. E quella sorta di tepore, ma soprattutto di paura. Certe sere di gelo. Eppure non aveva di che rimpiangere. Aveva scelto. Ma aveva veramente scelto? A pensarci bene, nel dopo, nemmeno la trovi una ragione. Lo fai è basta. Lo fai per scappare. E scappi. Non puoi vivere tutta la vita il dolore. E poi non ricordava tutto. Anzi non ricordava che poche cose. Forse perché altri ricordi non erano abbastanza importanti da ricordare. Hai bisogno di due braccia. Di illuderti ancora. Di sperare. Lo fai perché te lo detta il cuore. Ma anche lui ti può mentire; si può sbagliare. Il cuore. O qualcosa dentro. Un vuoto. L’assenza. Qualcosa che ti manca. Nemmeno lo sai. Ti dici che infondo è gentile. Non ti chiedi se è abbastanza. Il cuore. Quella cosa che chiami cuore. Vorresti tornare a vivere. Ma chi non ha perduto non può capire. Chi non ha vissuto un dolore così grande non può sapere. E si era rimproverata di averlo letto, in certe ore, come una liberazione. Per quanto dura e difficile fosse stata; quella vita. Colpevole di tutto.
Dopo. In fondo era solo Raffaele. Lui non lo sa. Non l’ha mai saputo. E poi lui era così giovane. Troppo. Ormai non serve. Oggi si chiede di quale amore. Si è giovani a sedici anni. Giovani e stupidi. Poi si cresce ma quello che sei non cambia, te lo porti dietro. E dentro. Come una condanna. Ma questo te lo chiedi solo dopo. E’ dopo che ti chiedi di quale amore. E dopo è tardi. Magari è solo una storia stupida, ma solo dopo. Sarebbe rimasta troppo giovane per sempre. Non si impara mai. Un solo gesto di cortesia, quando hai bisogno almeno di un gesto di cortesia. Perché ti senti sola. Disperatamente sola. E sei lì, disposta ad aggrapparti a qualsiasi cosa. Non cerchi niente ma ti manca il respiro. Ti senti di annegare. Ti manca tutto. Non sei più niente. E ti sembra troppo tardi per vivere. Ma hai voglia di vivere. Non vuoi annegare in quel vuoto. Hai un figlio. Non puoi pensare solo a te. E ti sembra di aver sempre pensato solo a te. Infondo non lo fai nemmeno per lui. Non sai perché lo fai. Solo perché dopo la notte viene un altro giorno. Solo perché il letto è freddo. Solo perché. E credi ancora di poter dare.
Le notti, allora, si fanno giorno, e folla. Si animano e non ti lasciano più in pace. E poi eviti le domande. Quelle fanno solo male. Si fanno ingombranti pure loro. E non hai nessuna risposta. Mai. Così accetti tutto, e le notti. Le vivi. E le temi, e le vivi. Lo sapeva che è stupido. Chi non ha vissuto non può capire. E’ stupido ma ci si sente comunque colpevole. Si dice: se avessi fatto. Se avessi capito. Forse era solo una questione di attimi. Minuti. E’ che il tempo perso non torna. Come tra loro. Si cerca di correre contro il tempo ma è tardi. E’ sempre così, credeva; quando piangi una persona che è venuta a mancare, all’improvviso, e troppo presto. Inaspettatamente.
Forse era presto ma non aveva più bisogno del passato.
Ora poteva liberarsi di tutte le cose che erano rimaste ancora nell’armadio.

III. Se non amava la donna che era diventata nemmeno amava la donna che era stata. Nessuna di quelle donne. Sì! forse non si era mai amata. E così non si era mai perdonata. Ma gli altri. Tutti gli altri. Gli uomini. Lei aveva amato troppo e amato tutto. Forse anche male. Alla fine, dopo, nemmeno lei lo avrebbe creduto. Ogni volta era la prima volta. Lasciarsi dietro tutto e ricominciare. Ancora. Sperare ancora. Dopo aver rinunciato. E amare era darsi. E dare tutto. Senza chiedere. Non conosceva altro modo d’amare. E troppo era stata amata. Non voleva sapere perché. Non lo avrebbe accettato. Eppure ogni decisione era stata definitiva. Era diventata definitiva. Anche quella volta. E tutto sembrava semplice, e felice, allora. Quasi come la vita potesse essere solo una corsa. Lei, diversa. Libera. I suoi dubbi in silenzio. Le notti a guardare il soffitto. Ad immaginare. Ad aspettare. Alla fine non era successo. Non era successo niente. E in segreto portava quel ricordo. E l’aveva taciuto, quel ricordo. Non ne aveva avuto memoria. Non coscienza. Si era illusa di poter dimenticare. Com’è possibile dimenticare ciò che si è? E quella lametta. E quelle storie di ragazza. Non si può restare ragazza tutta la vita. Ma non voleva essere donna.
E aveva smesso di credere all’amore. Troppo presto. Continuando a chiedersi. A chiedersi se l’amore era tutto lì. Era solo quello. Quella piccola cosa. E se doveva sempre finire così. E ritrovarsi con le mani vuote. I capelli sparsi sul cuscino. E quel vuoto che lasciava lui. Lui che dormiva senza sapere. E ascoltare quel sonno, distante. Senza provare più niente. Lui che non era più nemmeno un corpo. Che era diventato solo silenzio. Scappare. Evitare anche le parole. Le avrebbe volute, quelle parole. Sapeva che non c’erano. Che non servivano più. Ma voleva capire quel vuoto. Anche se sapeva che nessuno glielo avrebbe potuto spiegare. Era un vuoto dentro. Che si portava dentro. E non aveva mai più imparato ad abbandonarsi. Ad ascoltare solo il rumore del suo cuore. E del proprio respiro; incapace di essere nient’altro che di respiro. Assente. Aspettando che finisse. Nemmeno il sesso era sesso. Era solo la paura di essere quella che non avrebbe mai voluto essere. Amare e non sapere amare. E allora perché? Sperare invano. Sentirsi nuda. Nuda e ancora confusa. E’ difficile essere donna. L’unica che non sapeva difendere era quella ragazza che si portava dentro. Lei doveva pagare, ma non sapeva cosa. Non sapeva perché.
Allora ancora le sue paure. I suoi dubbi. Forse la sua incapacità di crescere. Perché? E gli rimbombava in testa quella parola. Quella parola che non voleva sentire: «puttana»! Quante volte. Quante volte se  l’era detta. Per farsi del male. Quante se l’era chiesto. Si sentiva, lei, incapace di amare. Estranea. Assente. Responsabile di tutto. E di tutto colpevole. E tra quelle braccia s’era sentita cosa. O forse meno. E si trovava a chiedersi perché la guardassero così. Come se lei fosse solo quello che vedevano. Come se lei fosse capace di essere altro; diversa. Poi. In quel momento sapeva d’essere stata fortunata. Lui era quel ragazzo. Il ragazzo di allora. E tutto tornava a farsi semplice. Una tenerezza la scioglieva dentro. Bastava solo guardarlo. Allontanarsi da quel perché. Non serviva. Michele invece guardava la foto. La teneva tra le dita come una cosa fragile. Con pudore e delicatezza. Dietro si allargava la città nel sole. Il sorriso di lei era soddisfatto, non felice. Gli sembrava di cogliere un ombra in quel viso. Appunto, l’assenza di felicità. In quella foto. In ogni foto. Ma forse era solo un impressione. Forse era solo quello che voleva vedere. E aveva paura della propria curiosità. Ma il sorriso di lei era bello quasi come allora.

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DiogenePuò finire così, una storia come questa? Una storia che non è nemmeno una storia? Devo essere pazza. Se lo sono lo sono sempre stata. Dovevo pensarci prima. Matteo sembra proprio un ometto. Dovrei farlo almeno per lui. Cuore di mamma. Ma lui ne aveva bisogno allora. Non sembra importargli. Cosa gli posso dare ora? Che senso ha, ora? Avrei creduto che sarebbe stato diverso. Più bello. Semplicemente bello. Stupida. Che succede? Ne hai Paura? Ora? Che senso ha? Esci da questa vasca. Non puoi restartene sempre qui; rintanata. Ti aspettano. Tutti ti aspettano. E lui è di la. Ma vorrei crederci. Non vorrei lo facesse solo per me. Ma chi sono io, per lui? Ancora a farmi queste domande. Lui è qui. Per un caso. Per la pioggia. Ma lui è qui. No! non pioveva. E’ la nostra storia. Forse non una bella storia. Forse me ne dovrei vergognare, ma è la nostra storia. No! è la sua storia. E’ solo mia. Che c’entra lui? E’ quello che hai voluto. Stupida. No! non credevo fosse così… così… poco. Infondo non me ne importa. Credevo fosse importante. Se lo è stato adesso non conta. Non ho bisogno di promesse. Di un’altra promessa. Lui non sa mantenere le promesse. Ma forse questa volta… La vita può essere diversa. E anche Matteo… Lui è mio figlio. Il mio bambino. E’ solo mio. Non voglio che lo sappia. Forse sono stata crudele. Cosa potevo fare. Non si può sempre tacere. Ora lo sai che è tuo. Come mi puoi capire? Come ti posso capire? Tu appartieni al tuo mondo. Io ero ragazza e tu già un uomo. Non sono gli anni a cambiarci. Sono gli anni ad essere cambiati. Ma a cosa servono tante parole. Non uscirò. Non uscirò mai. Vorrei tornare indietro. E sono stata io. Perché l’ho fatto. Perché glielo hai chiesto? E c’è anche mio padre ad aspettarmi. No! non mi importa nemmeno di lui. Mai un gesto. Sempre chiuso in sé. Nel suo ruolo. Lui era un padre. Anche lui, Michele, pare un padre. Non certo il mio. Era già padre. Un padre che non vuole essere padre. E allora perché? A che serve? E’ tardi? Quale favola ci raccontiamo? Ho perso le favole. Sei stata solo una stronza. Era finito. Il suo era un amore già finito. Ora ama me. Come fai a dirlo? Non dico nulla. Non ho più voglia di nulla. Non di parole. E’ passato tanto tempo. Nemmeno lo ricordo quel tempo. Se penso alle cose belle non ricordo cose belle. Sempre solo a farci del male. Perché? Povera stupida. Povera illusa. E’ questa la vita. L’amore non esiste. E allora perché non gli so dire di no? Perché non l’ho fatto? Non posso rimproverargli nulla. Infondo anche Matteo… è solo figlio mio. Io l’ho voluto. Ricordo ancora bene. Purtroppo ricordo tutto. Vorrei poter scordare. E quella passeggiata nel bosco. Non ci riesco. Ci devo provare. Chi può capire quanto è stato duro. E difficile. E chi può sapere quanto lo sarà, ancora. Perché siamo fatti di noi. Vorrei non essere. Vorrei assentarmi da me. Forse sono io che sono fatta male. Forse perché non ho voluto mai crescere. Ma è questo essere donna? Perché nessun addio è stato un vero addio? Rossana, svegliati. Lo senti che ti chiamano? No! non lo sento. Non lo voglio sentire. Non sento niente. Sento solo il tempo che si è fermato. Che non vuole passare. Ti prego, non entrare. E se immergessi la testa; nell’acqua? Tutto finirebbe presto. Sposa. Non mi vedo sposa. Moglie. Lui ce l’ha già una moglie. Cioè l’aveva. Non lo è. Ma non mi sento più. Non sento le braccia. Come dovrei farmi chiamare? Chiamami Rossana. Ma chiamami come non mi hai mai chiamata. Non usare quel tono che usi con tutto. E con le altre. Vorrei essere qualcuna. Ma non basta un vestito per cambiarsi. Per crescere. Non sono altro che una ragazzina. Ma non ne ho più l’età. E abbiamo già un figlio. Io ho un figlio. Lui poteva continuare a fregarsene. Chissà se lo fa per me o per lui. Perché non allora? Forse per paura. Perché non ci credeva più. Non avrò mai le risposte, ma non uscirò mai di qua. Cosa dicono? Cosa gridano? Hanno solo voci. Non ho bisogno di nessuno. Io basto a me. A me e a Matteo. Forse avrebbe meritato di più. Ho cercato di essere madre e padre. Ho cercato. Sono stata stupida. Ancora una volta, stupida. Per l’ultima volta. Non sarò ancora stupida. L’acqua si sta freddando. E’ così dolce starsene qua. Vorrei poter non pensarci. Vorrei non essere qua. Dove? Che ne so. Non ho pensieri.
Lo so che non posso scappare. Non ci sono mai riuscita. Rossana, esci da quella vasca. E’ facile solo da dire. Lui infondo è migliore di sé. No! non entrare. E fuori c’è il sole. Dovrei essere felice. Non so se ne sono capace. Cosa vuol dire: essere felice? Sembra facile da dire. So solo che non avrei mai pensato che sarebbe stato tutto così… Così… So solo che sono solo una stupida. Ha ragione. Hai ragione Michele. Ma cosa ne sai tu, di me. Ancora un attimo. Un attimo e per sempre. Si! scusami. E’ solo colpa mia. Come ti posso guardare? Questo è amore? Non ho bisogno di nulla. Mi basto. Per piacere, vattene. Non sono pronta. Non sarò mai pronta. Non c’è nessun sogno. Cosa fai qui, tutto vestito? Come fosse una festa. Quale festa. Non è la mia festa. Lasciami stare. Dov’è quel vestitino di velluto bianco, o panna? E la pelliccia bianca? A cosa pensi stupida? Avevo scordato tutto. Tutto è così lontano, diverso. E il velo in testa, ricamato a fiori? E le calze di merlo, e scarpette baby, anche quelle bianche? Non è più tempo di sognare. E il bouquet di bucaneve, o roselline, o mughetti, o non-ti-scordar-di-me, legati dal nastro di velluto? E i miei guantini bianchi? Tutto è così distante; perduto. Tutto. E il bianco è un colore accecante. Ero solo una stupida ragazzina, allora. Lo sei ancora. Niente è mai come te l’aspetti. E ci arrivo già donna. Già mamma. Cosa vai a pensare, a ricordare? Non hai più tempo. E’ finito. Non sono mai stata così nuda. In questa vasca. Nel nostro giorno. Nel giorno più bello. Pazza, sono solo pazza. Non è forse questo che hai sempre voluto? No! non sapevo. Non è questo quello che volevo. Che tutto fosse come un sogno. Forse non so più sognare. Non ho mai saputo quello che voglio. Sì! è vero, gliel’ho chiesto io. Lo so che lo voleva. Però. Nemmeno questo. Nemmeno questo ha fatto. Non ho avuto. Non ho dato. Questa è la verità. Arriva sempre il momento dei conti. Niente è stato come dovrebbe. Vorrei avere una vita. Vorrei indietro la mia vita. E le mie lacrime. Tutte. Dimmi almeno: grazie. Il male l’ho pagato col male. Siamo pari. Lo siamo mai stati? Vattene. Per piacere, vattene. Diodiodio! Non guardare i miei occhi con i tuoi occhi. Non dire niente. Ti prego.
“Esci da là, stupida; perché ti amo”.
(finalmente l’ha detto)

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