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Archive for the ‘Invito alla lettura’ Category

E’ solo una ragazzina. Ha il corpo da bambina e gli occhi da depravata. E’ il vizio in persona. Perde il tempo con uno completamente fuori di testa. Un gigante coatto. Con tutte le rotelle fuori posto. Un violento. Tutto muscoli, e la calotta con le ragnatele. Lui fruga nella spazzatura. Ma con lei diventa un agnellino. Forse per lei è solo un gioco. Un passatempo. Basta che gli si avvicini. Che gli si strofini un poco addosso. Se lo rigira come vuole. E’ lei che gli fornisce la roba. Lo rimbambisce di merda; e di sesso. Ha ormai le vene tutte spappolate. Ridotte ad un colabrodo. S’è fatta un tatuaggio nuovo. E un piercing. Proprio lì. E lui per lei andrebbe all’inferno e ritorno. E’ solo che sta riducendo la città come un inferno. Quando gli schizza il dolore dilaga.
Vorrei non doverci avere nulla a che fare. Ma lei la mette sulla vigliaccata. E poi non mi dispiacerebbe sentirmi le sue mani addosso. Quelle mani piccole piene di dita. La guardi e sembra una bambola bambina. Mentre quelle dita lavorano e ne sanno una più del diavolo. Vorrei proprio potermi levare lo sfizio. Perché l’ho vista all’opera ed è un vero demonio. Credo lo faccia anche per interesse. Mi chiedo come si corrompe una tipa del genere: con le caramelle? Mi viene da ridere da solo. E se non bastasse la sua depravazione si accompagna anche con un linguaggio da trivio. Appropriato a lei. E con amiche che la equivalgono in fatto di perversione. Credo che ami dominare il suo uomo. Che nemmeno a lei dispiaccia dare dolore. Che goda anche di quello. Soprattutto di quello.
L’aspettavo alle quindici. Era già tornata nel fumetto.

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La barca corre come se anche il vento avesse fretta e dai fianchi sputa, senza apparente sforzo, il bianco sudore del cavallo che mangia la piana come se fosse inseguito da tutti i tuoni del creato, ma non fuggo da ciò che so, cerco quello che ancora non ho mai visto, e di ritrovare quello che conosco già, ma che appartiene al mondo la fuori. Nemmeno il tempo di salutare mio padre, gli dico, ma il mio destino mi rincorre. Avessi potuto e avuto il tempo lo avrei raccontato ma anche le avventure devono trovare la loro fine e non ci resta più tempo. Fossi rimasto mi avrebbero salutato come si deve ad un eroe e poi, prima o dopo, sarei finito a pendere da una corda perché gli eroi sono sempre scomodi e io non faccio politica, cerco quello che è giusto per me al momento, ma la politica avrebbe chiesto la mia vita perché gli eroi son sempre scomodi alla politica, agli intrallazzatori, ai ruffiani, e mi avrebbero chiesto il conto. Non fosse per questa barca tu saresti già un topo per le loro galere in attesa del supplizio, lo hanno già scritto, e io nemmeno sono un brigante, non nel senso proprio, se non per i pochi giorni in cui sono, anzi sono stato, Spartaco, una leggenda che subito non sarà più, come tutte le leggende. Gli altri giorni, tutti, sono nato marchese e torno ad essere il marchese Aurelio Cabrè di Rosacroce; per il resto sono un’amante di una donna che non sa amare, di un’animale senza padrone, della sivigliana, mi fa impazzire il sapere, non ho altre parole, amico, e lo sai tu come io non faccio politica.
«Fabra, vuoi di nuovo parlarmi di politica?
Marchese, ascoltami: io gestisco una peschiera, pagando l’affitto ad un tale Carrasco, cavaliere di Spagna, che ne è proprietario ma la cui famiglia si è trasferita a Barcellona più di un secolo fa. Lui non ha mai messo piede in quest’isola, eppure riceve i miei soldi. Ci sono dieci pescatori che lavorano per me, e su dieci pesci che prendono, tre li danno a me, perché io ne dia due a questo catalano che probabilmente non ricorda nemmeno da dove gli giunge questa rendita. Dei sette pesci restanti, uno va al Re, e uno alla chiesa. I cinque che avanzano se li dividono in dieci. Mezzo pesce a testa. E devi contare che alle volte non si pesca per il brutto tempo, e altre ci sono dei furti, o una rete che si rompe e va aggiustata, o un uomo si ammala. Ma l’affitto che io devo a Carrasco, non cambia, e quello che i pescatori devono a me, al Re, e alla Chiesa, neppure. Ti sembra giusta, questa divisione del guadagno di un lavoro che viene compiuto da quegli uomini, e da essi soltanto»?[1]
Dimentica. Me ne vado anche per questo, perché l’isola[2] possa continuare ad essere libera di restare in catene schiava dei propri baroni e della loro ingordigia, e dei loro balzelli, e dei loro privilegi, e della loro avida stupidità e della Chiesa, delle credenze. E perché il Re possa tornare ad essere un essere inutile e sciocco, come si conviene ad un Re, ciò possa tornare ad essere solo Re. Ma libera non lo sarà per molto ancora, perché troppi hanno l’ambizione di essere servi. Guardo il mare davanti; lei è al mio fianco, ora più mia che mai, come non lo è mai stata, anche se so che non sarà mai mia. L’aria sa solo di salsedine, i miei occhi corrono lontani con un senso di riconquistata libertà, non sono fatto per gli spazi angusti, per le stanze chiuse, per le giornate che conosco già, e fin troppo, fin dal mattino; ho bisogno d’aria e di mondo; e il mondo mi aspetta:
«Ne sono addirittura certo, amico mio, ma me ne fotto. Per quanto si possa dare per scontato che ci sarà sempre un coglione vestito da teologo che cercherà di fermare il bisogno dell’uomo di sapere, allo stesso tempo sono fermamente convinto che questo bisogno romperà ogni argine, si farà beffa di ogni paramento sacro, scranno di Pietro e censura del Sant’Uffizio, e trascinerà qualche mente illuminata e coraggiosa verso una conquista, utile all’umanità. Non posso pensare che Dio ci voglia sofferenti, mai e in nessun caso, caro amico, e il resto sono solo idiozie di gente stolta indegnamente vestita con abiti sacri»[3].
Niente vale la mia libertà.


[1] Il cuore dei briganti di Flavio Soriga. Romanzo Bompiani – Narratori italiani; marzo 2010 pag. 259-260
[2] Hermosa, ndr
[3] Il cuore dei briganti pag. 163

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«Ascoltai più che altro.
Le foglie sugli alberi mormoravano spartiti provati per secoli dal vento».
«Credo che se non esistesse, ne inventerei la ricetta. Non mai sentirmi sazio senza di lui. Ne scoprirei gli ingredienti, le dosi, i tempi di cottura e me ne cucinerei uno tutto mio e per me soltanto. E se la ricetta di Dio cambiasse ogni giorno io la riscoprirei ogni volta… e ricomincerei da capo. Volete servirvi»?
«Siamo tutti colpevoli di tradimento nei confronti dell’umanità!!! Tutti complici dell’omicidio del nostro presente e del nostro futuro… questo sì, lo siamo tutti…

Gli eroi son quelli che non sono partiti. Gli eroi sono quelli catturati e incarcerati, quelli che scappano nei boschi. Gli eroi son quelli che i vincitori –perché loro si sentiranno comunque vincitori sia che vengano sconfitti o trionfino– chiameranno infami o codardi o traditori».
Da Domani non sarò più re di Luigi Pozza

Una guerra vecchia, nuova, improbabile; già in atto. Le nostre dolomiti. Con tutto l’amore per la vita e per quei posti. E nessun scivolamento consolatorio. Duro come la pietra. Affilato. Pieno di lucida disperazione. La guerra è guerra. E’ sangue e dolore. Che dire? L’ho letto lentamente come si conviene al suo ritmo avvolgente. Entrando in quella disperazione. E l’ho amato. E ne ho avuto paura. Perché non arriverà nessuno a salvarci. Solo noi stessi possiamo farlo.

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1. Altai[1] è il capro espiatorio
Chi è Emanuele. E’ il capo espiatorio in mezzo ad una storia più grande di lui. Di noi. Di tutti. Come il più famoso di tutti, il primo che ricordo, Benni, il buon Benjamin Malaussène, che ne ha fatto una scelta, un’arte. Che ne ha fatto il gesto di campare. Lui, quest’ultimo, l’ultimo, così sapientemente disegnato da Daniel Pennac. Calato nel suo mondo di una Parigi dei sobborghi. Eroe di quella Belleville così simile a tante periferie urbane. Così’ incredibilmente contaminata tra realtà e sogno. Adoro quel ciclo e lo scrittore francese. Ma questa è un’altra storia in mezzo ad altre storie. Assolutamente non coincidenti.
Andiamo con ordine e torniamo al romanzo. Venezia: 13 settembre 1569. L’Arsenale va a fuoco. La Repubblica, per mano del suo Consigliere Bartolomeo Nordio, ha bisogno di un capro espiatorio e lo sceglie in Emanuele de Zante (alias Manuel Cardoso). Ha tre colpe gravi: essere un servitore fedele, essersi innalzato ad un posto di prestigio, ma soprattutto, essere nel corpo un giudeo. Davanti ai suoi fedeli amici, Gualberto Rizzi e Marco Tavosanis, ne ha anche una quarta: essere stato il loro benefattore. E’ questo a condannarlo e quegli amici diventano nemici. Bisognerebbe appuntarsi la data.
Non senza peripezie, come sempre in questo genere di avventure, Manuel scappa dalla repubblica Serenissima e ripara a Costantinopoli accolto e protetto da quello che era il suo acerrimo nemico nonché quello della stessa Venezia: Yossef Nasi (Giuseppe Nasi alias Joao Miquez). Sa fare una cosa sola: la spia, e quello continua a fare; semplicemente cambiando padrone. In realtà il romanzo lo costringe a fare al meglio tutt’altro, cioè il cronista, la voce, l’occhio di una grande storia. Di una leggenda di quel tempo sospeso nel tempo, di quando inizia un altro viaggio e altri viaggi ancora. Di quando Venezia era il cuore dell’umanità e le strade del commercio cercavano una lingua comune per abbattere il mito di Babele e del volere di dio.
E’ lo stesso Nasi a dirlo in un mirabile incontro: «Voi conoscerete senz’altro l’episodio biblico della Torre di Babele. Ebbene, molti credono che il Signore disperse le lingue degli uomini per punirli, ma e l’esatto contrario. Egli vide che l’uniformità li rendeva superbi, dediti a imprese tanto eccessive quanto inutili. Allora si rese conto che l’umanità aveva bisogno di un correttivo e ci fece dono delle differenze. Cosi i muratori, di costumi e fedi diversi, devono trovare un modus vivendi che consenta di portare a termine l’edificio. E per questo non serve una tolleranza concessa, ostentata, com’e quella che viene dal potente, bensì una tolleranza esperita, vissuta ogni giorno, con la consapevolezza che se essa venisse meno, la casa crollerebbe e si rimarrebbe senza riparo. Tahammul, signori.»[2]
2. L’Isola di Sion
Di questo mirabile affresco, fatto di luoghi, di emozioni e di uomini con le loro storie, è fin troppo facile rintracciare la storia. Invitando a leggerlo mi voglio limitare a soffermarmi sul fondo della storia dove Yossef Nasi, ebreo anch’egli, insegue il grande sogno della popolazione della diaspora: una terra per il popolo di Israele. La sua “Isola di Sion” doveva essere Cipro. Quella Cipro ancora oggi divisa a metà e contesa come un baluardo tra oriente e occidente. Così nelle pagine esprime la sua rabbia verso quel popolo l’Abercassi: «–Vermi, topi, questo siete! Avete passato la vita a fuggire, a nascondervi, a blandire i potenti. Vi siete comprati la fuga a peso d’oro. Avete finto e mentito, tutti quanti. Per voi ho solo disgusto.»[3]
Per me che mi interesso della sorte di quel popolo a cui è stata rubata, da coloro che sono stati spesso i perseguitati, la terra e ogni diritto, cioè del popolo della Palestina, mi sembra che quel dio abbia sempre più fattezze umane; da una grande agenzia immobiliare. Dove finisce la storia e inizia la credenza è un problema secondario; almeno per me. Il richiamo alla data è stato fatto dopo aver sentito per troppe volte collocare il sogno del sionismo, come parte del più vasto fenomeno del nazionalismo moderno, a fine ottocento col primo Congresso Sionista Mondiale, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. Poi al 2 novembre 1917 con la dichiarazione Balfour. E infine, il fatto storico più mentito, come conseguenza della catastrofica e non dimenticabile shoah cioè della persecuzione degli ebrei da parte delle dittature nazi-fasciste con le deportazioni di massa, i famigerati campi di concentramento e lo sterminio pianificato. Di questo dramma tutto l’occidente conserva ancora il senso di colpa. E allora trovo bello inserire questo passaggio sui richiami alla fede: «Quando il profeta parlerà per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[4]
Già da allora il sogno era fatto del ferro dei cannoni: «– A cose fatte continueremo a mantenerci in buoni rapporti con il Sultano. Pagheremo il tributo annuale e gli riempiremo la cantina di ottimo vino, ma ci difenderemo da soli e ci manterremo indipendenti. Cipro diventerà la base commerciale degli scambi tra l’impero ottomano e l’Inghilterra. E quando il progetto di Sokollu di tagliare l’istmo di Suez verrà realizzato, il nostro regno sarà il crocevia degli scambi di tre continenti –. Mi appoggio le mani sulle spalle. – Ricchezza, forza, libertà. Dovrebbero campeggiare sui nostri stendardi.
Abbassai lo sguardo sul cannone, lo sfiorai con le dita. Yossef Nasi mi aveva appena dimostrato che i suoi progetti non erano plasmati con la materia dei sogni. Erano forgiati nel ferro inglese. »[5]
E il sogno si vende ad un infido alleato troppo potente; allora. Niente mi sembra più attuale di quel passato. Ma quel popolo, che non è mai stato un popolo, la popolazione come detto della diaspora, pronto a vestire tutti i panni cercando di scordare i propri, prono, era come quelle anatre, era: «Molti autunni prima dell’Egira, durante la migrazione verso le terre calde, una famiglia di anatre fece sosta nelle acque di un fiume al confine con l’Absurdistan. Gli animali del luogo avevano ognuno un proprio territorio, e le anatre non facevano in tempo a posarsi che subito arrivava un serpente o un ranocchio a reclamare il posto e a cacciarle via. I poveri uccelli stavano per riprendere il viaggio senza riposare, quando videro un grosso tronco galleggiare sull’acqua. Era verde di alghe e muschio, e poiché nessuno lo reclamava, le anatre lo elessero a dimora, starnazzando contente, e subito iniziarono a litigare su chi avrebbe occupato le posizioni più comode. Erano talmente impegnate a discutere, che soltanto una di loro vide il tronco spalancare la bocca, ma non riuscì a fuggire. Un attimo dopo raggiungeva le sue simili nella pancia del coccodrillo.»[6]
3. La battaglia di Lepanto e la fine di Utopia
Un grande cantore di venezianità la racconta così: “In Adriatico che lote, le navi torna a casa rote, spense rabiosi i infedeli, che vol robarne i monopoli[7]. Ma allora, allora, il sogno di infranse sulle acque delle isole Echinadi, in quella che viene ricordata come la battaglia di Lepanto, e lì persero anche la vita gli eroi omerici di quella grande carneficina: «– Animo, amico –. Stese la mano verso il mare aperto. – Vedi? Laggiù ci sono tutti i migliori capitani. C’è Ucciali, il calabrese. C’è Caracoggia, c’è il comandante Scirocco. C’è il figlio del Muezzin, il coraggio non gli manca di certo. E ci sarà anche Mimi Reis, all’anima di chi v’ha mmuerte.
Puntai lo strumento di Takiyuddin sulle navi cristiane. Le galeazze avanzavano per prime. Vennero lasciate sole, molto più avanti del resto della flotta. Sei grasse esche per eccitare la sete di vittoria di Muezzinzade Ali.»[8]
Cosa voglio dire? in fondo nulla. La storia parla solo a chi la vuole e sa ascoltare. E a volte la trovi persino in un romanzo. Anche mentre cerchi altro. Lascio, come sempre, ad ognuno trarre le proprie opinioni. E poi parlo solo di una storia che fa da sottofondo alla storia; o forse no? Cinquecento e oltre anni dopo i destini di quel popolo, che non è mai stato popolo, si fondano ancora sul ferro (e sul fuoco) inglese, anzi americano. Sulla culatta dei cannoni. Ora le vittime si sono trasformati in carnefici, e se ne sentono autorizzati. Ma questa è solo una mia riflessione di chiusura. E io non sono imparziale: amo spassionatamente il collettivo Wu Ming.


[1] © 2009 by Wu Ming – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino [www.wumingfoundation.com e www.einaudi.it]
Published by Arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara. Si consentono la riproduzione parziale o totale del racconto e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.
Per sostenere con una donazione la nostra politica di copyleft: qui. L’intero romanzo è scaricabile in formato PDF all’indirizzo: http://www.wumingfoundation.com/italiano/Altai_def.pdf
[2] Pag. 122
[3] Pag. 55
[4] pag. 265
[5] pag. 285
[6] Pag. 367
[7] Alberto D’Amico: Venessia patria mia dileta (seguito di una storia iniziata con: Ariva i barbari); parole nel mio dialetto che spero nonb abbiano bisogno di traduzione.
[8] Pag. 388

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C’è l’invidia e c’è il Blaah! L’elogio e la disapprovazione. Il disprezzo. Così come si abbracciano strettamente amore e morte. E non vivono l’uno senza l’altra. O l’una senza l’altro –poiché non hanno genere. Dietro quelle finestre. Guardando gli altri. Cercando di essere guardati. Spiando. Ci sono sempre due strade. Due alternative contrapposte. Ad ogni scelta, il contrario. La sua antitesi. E vanno pari passo. Senza incontrarsi mai. Come quei due innamorati. Lei guarda il fiore. Lui la luna. Nella dieta della vita. Spiando.
Ciò che vorresti essere. E cerchi negli altri. E allo stesso tempo gratuita è la denigrazione. Come ciò che non vorresti essere. E quello che rifiuti. Degli altri. Le loro debolezze. Ciò che dimentichi. I loro vizi. Le loro condanne. Cioè tutto. Come esposto in vetrina. Al ludibrio del mondo. Beffa nella beffa. Per tutti i saltimbanchi dell’esistenza. Per gli artisti del forse. Per gli acrobati del vorrei. Per le coltivatrici di gerani. Gerani da balcone. Per le miss del gnocco. Di patate. Con due braccia così. E il mattarello incorporato. Il disprezzo. Gli altri non sono che gli altri. Falliti. Illusi. Mancati. Gente che non risponde all’appello. Solo GLI ALTRI.
Il disprezzo.
C’è anche Laura. Lei non sogna nei sogni degli altri. Delle altre. Lei l’invidia non la sa. Conosce altre religioni. Altre filosofie. Altre pubblicità. Conosce; soprattutto. Va per la sua strada. Diritta. Lei lavora per il pane. Se lo suda. S’è guadagnata tutto. Persino le lacrime. Anche la verruca. Tutto. Minuto per minuto. Come quelli del calcio. Senza potersi distrarre. Mai rilassarsi. La vita ti guarda. Non è un film. Nessuno scrive la sceneggiatura per gli altri. Perché dovrebbe volere la vita degli altri. Ne ha abbastanza della sua. Di sua. Ci ha impiegato anche troppo a raddrizzare gli spigoli. A farla andare diritta. A farla marciare. In questo mondo di saltimbanchi. Lei le certezze le ha trovate. Non ha più bisogno di cercarle. Di sognarle. Quelle son brame per i deboli. Sogni. Per chi non ce l’ha. Per quelli che le palle le tengono solo nella scatola. E le mettono solo a Natale. Con l’albero e il carillon.
Non ha bisogno di sognare, lei. Dice sempre il Vanni che la vita non è dentro un barattolo di confettura. Magari di prugne. Basta ricordarlo. L’effetto delle prugne. Lui, il Vanni, non sarà il massimo. E’ un uomo. Magari nemmeno il massimo. Neanche in quello. Ma lui c’è. E’ vero. La viene a prendere. L’aspetta. Non si lava. Torna ubriaco il sabato. Qualche sabato. Anche questo è vero. Si dimentica qualche anniversario. Sono cose che succedono. Agli uomini. Piccole cose. Sfumature. Inezie. Uomini. Lui la fa anche ridere. E divertire. E la sa ancora accendere. Anche se è un po’. E’ passato un po’ di tempo. L’amore. L’affetto. I sentimenti non si misurano col tempo. Lei sa che lo può fare. Che la può ancora accendere. In qualsiasi momento. E’ la sua lampadina. Uomini. Se lo vuole. Se non è stanco. Se è a casa. Lei non ha una foto nell’altro cuscino del letto. Non ha un aspirante niente. Un vagheggio. Ha un uomo intero. Nel suo poco le può dare molto. Le può dare tutto. Potrebbe. E’ uomo anche nel tirare la bestemmia. Lei sa dove va quando esce. Ma dove va?
Laura, sua moglie, insomma la sua compagna. Fidanzato? E’ la cassiera dell’ultimo banco in fondo a destra. Sul suo nastro trasportatore passano le spese. Controlla e fa leggere il codice a barre. E’ il suo lavoro. Da il conto e ritira il contante. O la carta di credito. Fa lo stesso. Esattamente. E vede tutti i prodotti che vanno consumati. Saprebbe dire a mente quelli che vanno per la maggiore e quelli che stentano. Lei pensa che lei pensa. Lei pensa perché lei pensa. Si impegna del suo lavoro. A volte deve trattenerla per aspettare la pausa, per il bagno. Non è un lavoro semplice. E’ il suo. A volte non è così difficile. Ormai se n’è fatta una ragione. E nelle etichette legge la vita delle clienti.
E’ un mondo al femminile. Di donne. Donne giovani. Donne vecchie. Donne. I maschi che passano sono una irrilevante minoranza. Poco significativa, anche ai fini statistici. I più muniti e guidati dal loro bigliettino stropicciato. Sempre pronti a perdersi. Incapaci di confrontare un prezzo. Estranei. Sperduti. Immemori. Ma sempre pronti a distrarsi per quelle presenze di fauna al femminile. La guerra dei generi. L’odore del territorio di caccia. Il richiamo. Anche quando il cacciatore è al limite delle forze. Anche quando escono con l’arma scarica. Quando s’è chiusa la stagione della caccia. Maschi sempre. L’istinto. Il buon vecchio istinto.
Tobia nel suo foglietto tiene la lista delle catture. Data e… bionda formosa. Data e… mora vistosa. La data c’è sempre. Minuziosamente. Nei periodi migliori anche l’ora. Soprattutto in primavera. Anche in autunno. In estate non è proprio aria. Fatica. Sposterà il suo territorio. E poi: Magrolina. Alta. Bionda molto bionda. Anoressica. A volte estremamente preciso: Depilata. Vistosa e porca. Attricetta. Alta e bionda. Romena. Rossa naturale. Moldava. Romena. Romena. E quando gli da il conto la saluta dicendole cose tipo: ciao amore. Laura. Prego! L’ha visto aggiungere i titoli sotto ai precedenti. Un indice personale. Lei pensa che qualcuna gli abbia solo indicato lo scaffale. Donne. E questo gli è bastato. Bastardo. Come tutti allunga la lunghezza del pescato. E di altro. Esagera. Si vanta e non spara. Nemmeno un colpo. Almeno non tutti quelli scritti. Questo è il suo pensiero. Nemmeno il coraggio di allungare la mano. Mi poggiarla molle su un sedere. Ma questa è un’altra storia. E lei deve badare alla cassa. Laura.
Disprezzo. Sì! Bella scoperta. Quattro etti d’amore, grazie.1 Al supermercato. Come se fosse una verdura. Un deodorante. Al massimo è un anestetico. Tra un’offerta e l’altra. Tra colazione, pranzo e cena. Zucchero, latte e miele. Meglio Zucchero, spaghetti e ammazza caffè. Tra i precotti. Tagliati a fette sottili? Nel banco frigo? Insieme ai gelati? Forse è il posto migliore. Tra piselli e ghiaccioli. Con quella patina di brina.
1 CESTINO DI FRAGOLE
4 ARANCE
2 POMPELMI
2 BANANE
600 grammi di zucchine a pagina 11
1 CONFEZIONE DI CAROTE
1 CONFEZIONE DI FIORI DI ZUCCA
1 CONFEZIONE DI POMODORI
2 NELANZANE (in stretto ordine per genere merceologico)
Un arrosto d’infanzia e uno di tacchino: da surgelare
1 BARATTOLO DI PEPERONCINO TRITATO
1 Barattolo di fiducia
2 da sei uova
1 CONFEZIONE DI TROFIE DI FARRO BIOLOGICHE
2 PACCHI DI FARFALLE BARILLA (possibilmente meglio evitare pubblicità occulta)
1 panetto di burro da 250 grammi
2 litri di latte
200 grammi di prosciutto San Daniele (San Daniele non è una marca, è un paesino); meglio qualche fetta in più. Va bene anche il Parma (è una città), se è dolce
MEZZO LITRO DI OLIO D’OLIVA DA COLTIVAZIONE BIOLOGICA
Un chilo di pane, uno di illusioni
1 CANDELA AL MUSCHIO BIANCO
1 Autan spray
e
1 CONFEZIONE DI HAMBURGER SURGELATI AL TOFU (?)
1 BOTTIGLIETTA DI SALSA DI SOIA
1 BARATTOLO DI CAFFE’ ILLY (come per le farfalle)
6 LATTINE DI HEINEKEN (BIRRA; diversamente non si capirebbe)
Eccetera.
La denigrazione. Come la storia della storia. Corrono davanti a Laura. Già dimentica della saga di Tobia. Del suo saluto. Di tutto prima di indossare la tenuta. Col cartellino e il nome: Laura. E il capellino in testa. Scorrono. Solo merci. Barattoli. Confezioni. Vasi e vasetti. Buste e bustine. Scatole. Aiuta ad imbustarle. Ad imbustare quelle vite. Quelle anime. Quei giorni. Le abitudini. Quelle della signora Enrica. Signora, poi… Che vive nei ricordi. In un unico ricordo. Sa tutto di lei anche senza averci mai parlato. Dalla sua spesa.
Quella della signora Tea. Tea come Teresa? Come TeAti? Come Tiberiade? Come?… se Telefonando? Come?… Come Teodora.
! Quella niente.
Quella Fidelibus. Che nome. Proprio un nome del cazzo. Nemmeno. Ma t’immagini? Il nome di un frigo. Quella stronzetta gonfiata di Lei. Pippe cerebrali. Che vive di cessi. E di cessi l’è rimasto l’odore addosso. Il papà. Il pappa. Lui sembra. Bello è bello. Il tipo interessante. Tenebroso. Laura non l’ha mai visto. Solo in foto. E poche anche di quelle. Nemmeno ricorda il nome. Che perché… E’ rimasta una sciacquetta. Magra come la miseria. Tutta pelle e ossa. Pelle e niente. Come quella tolta al pollo. Dal pollo disossato. A proposito dei prodotti in offerta. Il pollo ha una ripresa incredibile. La crisi. La miseria. La tirchieria. La poca voglia di far del bene. E’ questa la condanna del pollo. Così emaciato. Esangue. Cereo. Povero pollo, con l’etichetta incollata al petto. E’ il simbolo dei tempi. Tra un po’ liquideranno anche la balbuzie in confezioni offerta. Dentro il nailon. Tirato. Trasparente. O nel gran mercato telematico.
Laura, l’avrebbe cambiato quel nome. Quel Fidelibus. «Che ne so? Tandini. Che suonava molto meglio. E faceva anche TiTi. Come un accenno a un motivetto. Molto musicale». Insomma lei. Piena di arie. La diva. Quasi fosse un Moltalbano. Secondo lei quel Fabiano non la convinceva. Gli sembrava… Come dire? Né carne né pesce. Né reparto verdure ne reparto casa. Un pappataci. Un mezzo prete. Un marito da saldi. Da operetta. Non era credibile. Mentre quell’altro. Quell’ Anthony. Un giorno era arrivata con lui. Anthony. Lei le annusava le cose. Non era del tutto stupida l’attricetta. Lo sfilatino. La bavetta. Figo era figo. Con gli addominali. Secondo lei c’era tresca. Anche se americano a metà. Un americano da gag. Quando apriva bocca cascavano le braccia. Come attore era un cane. Un vero cane. Invidia di cosa? E si credeva simpatico. Ma se taceva. Se lo sarebbe fatto anche lei. Laura. Una di quelle belle. Spudorate. Spudorate con entusiasmi. Sui due piedi. Senza pensarci su. Anche subito. Sul banco di macelleria. Nel ripostiglio. In mezzo alle scope. Anche una per reparto. Se guardavano? Che rodessero. A volte la pigrizia. A volte la riservatezza. A volte sono lussi che non ci si possono permettere. MAI.
Cosa poteva invidiare alla famosa? All’infamona? Le avventure? Secondo la cronaca era sempre sotto. Indiavolata. Che le bruciava. Sempre a cosce aperte. Gli uomini? Non che non si vedesse. Ce l’aveva uno specchio. Ma piaceva. Anche dentro quella divisa ridicola. Sotto quel capellino. Avrebbe potuto averne anche lei. Quanti voleva. Se solo lo avesse voluto. Le sarebbe bastato. Volerlo. Volere è. Insomma quello. E nemmeno quelli. Bizzeffe. Non era solo Tobia a chiamarla Amore. Ma lei niente. Che aveva più di lei? A parte l’iniziale sugli occhiali? Che poi a Laura non dispiacevano con un po’ di pancetta. Non perfetti. Umani. Interessanti. Stupidi. Diversi. O un po’ leggermente zotici. Come lo stesso macellaio.
Mica è una puntata a fare l’uomo. Si sa che la tele non è sostanza. Non ha spessore. Come dire? Meglio tacere. Quando si tace non si sbaglia. Non si fa male. Teresa restava una delle acciughe in uno dei barattoli di vetro della Enrica. Soprattutto d’estate. Lei. Lei che l’estate lo nasconde dietro gli occhiali. Due lenti d’estate. Panoramiche. E… E sotto il vestito niente. Né anima né carne. Né un seno che sia fatto di tette. Piatta. Insulsa. Inutile. Anche il culo l’ha lasciata. Se n’è andato. Liscia come acqua. Senza bollicine. Inutile. Quale uomo, che sia uomo, si accontenterebbe della sola lisca? Tranne che per la televisione. Per il visagista. Per il dentifricio al fluoro. Per i gonzi che la seguono. Per chi la lascia parlare dormendo sul divano. Puntata dopo puntata. A Vanni piace la sostanza. Glielo dice sempre. Soprattutto prima.
Appunto. Per non parlare di quella Enrica. A encefalogramma piatto. Con i suoi due rompicoglioni. Due mocciosi. Che corrono tra gli scaffali. Che sbraitano. Che piangono. Col muco al naso. Soprattutto la ragazzina. Vanitosa. Vanitosa per niente. Il piccolo col triciclo. Lei che gioca a fare la brava casalinga. Riempiendo il carrello come una caserma. Come per la fame nel mondo. Come una tribù all’ingrasso. Della sua normalità. Benpensante. Priva di sogni. Rassegnata. Trascurata quel giusto. Come da modello. Casalinga madre. Madre casalinga. Tutta casa e confessionale. E magari piena di passioni segrete. Represse. E le unghie rovinate. E le mani rovinate. Con le mani da cipolle appassite lente. Da troppo detersivo da piatti. E la cena sul fuoco. E i parenti. Quelli di lui. Chissà che noia di lui? Che normalità. Quelli di lei. Processione di comparse. Altre comparse. Comparsa lei per protagonista. Solo comparse. Per piccole parti. Due battute. L’arrosto nel forno. «Speriamo la besciamella»… L’alloggio vacanze. In comproprietà. Magari Jesolo a novembre. Col fiato da vaporella. I soldi non bastavano. Quelli non bastano mai. Agosto era troppo caro. Novembre. Due settimane. Le seconde. Il mutuo. Tutto quello che si potevano permettere. I cannelloni ripieni. Un nuovo detersivo. «Sperando la besciamella non faccia grumi».
Se la immaginava. Qualcosa di più. La vedeva. La casa sempre in ordine. Le lenzuola fresche di bucato. Quelle lenzuola senza niente da raccontare. Lenzuola annoiate. Che da anni ascoltavano solo la stessa storia. La storia del capone. E quella di una pazzia. L’unica. Lontana. Stremate di attesa. Lei mica la lascia lì la torta. Secondo Vanni. E’ come nei vangeli. Proprio così. Secondo Vanni. Cerca nei dolci l’affetto. E’ naturale. Quando non hai vicino un uomo vero vai di cioccolata da spalmare. A volte Laura pensa che certe sere dovrebbe farglielo vedere, un barattolo; al Vanni. Lei pensa. Perché lei pensa. Ma non le manca niente. Non certo una scatola di detersivo. O il rumore del triciclo. E le sue tette, stanche. Loro non sanno fingere. Non possono. Non riescono a fare quella faccia fintamente soddisfatta. Sorridere ai bambini controvoglia. Mentre vorrebbe strangolarli con un unico filo da bucato. Lasciarli dietro la porta di un convento. Seppellirli in giardino. Quello del vicino. Appenderli con le mollette. Loro, le tette, si deprimono. Il tempo. Gli anni. Le mani di quel lui sconosciuto. Solo rassegnazione. Abbassano… gli occhi. Loro. E lei, Laura, ha una intolleranza proprio per le fragole. Le si irrita tutta la pelle. E poi chissà quali segreti si portava dentro? La brava massaia. Quali segreti crede di nascondere?
E Blaah! Per il Tofu. Per gli Hamburger al tofu. Doppio Blaah! Simbolo di arroganza. Di presunzione. Di vanità. Sanno di vanagloria. E ostentazione. Sanno come la pioggia al mare. Come un morso di nebbia. Hanno il buon sapore della muffa. Di passato. Di vuoto. Incolmabile. Di fotoromanzo. Della domenica del derby. Di tutto quel mondo che vive in uno specchio. Che si parla addosso. Che cerca due parole sulla rivista di moda. Che racconta di vacanze in costa Smeralda. A Ibiza. Quella guarda solo le marche. Nemmeno sa farle; le spese. A volte ci sono prodotti di maggiore qualità. Magari anche a prezzi più vantaggiosi. Per lei: niente. Vuole proprio quello lì. Se glielo dice la televisione, la moda, lei si mette la maionese sui cioccolatini. La marmellata sugli spaghetti. Si parla in due. Infila le mutandine in testa. Infila le mutandine. Se riesce a trovare la testa. E le mutandine. Secondo Laura le aveva assicurate. Le doveva perdere continuamente. Con quello che costano, un paio… O non le metteva per sicurezza. Contro la smemoratezza. Per non lasciarne troppe in giro. Perché sembra sia sposata. E allora è difficile spiegare certi costi. E quelle scordate anche nel camerino dell’idraulico. Di comprarne come tutta una compagnia di subrette. Chissà se aveva bisogno del gobbo anche per quello? Senza la tele sarebbe una delle tante. Anche meno. Un bucatino senza salsa. Slavato. Acqua di rubinetto. Un lezzo. E l’altra, la dolce casalinga, è anche peggio. Il peggio del peggio. Lei che crede di possedere l’arte della spesa. Ha rubato. L’ho vista. Ha preso 1 tubetto di latte condensato zuccherato direttamente dal carrello dell’altra. Dalla spesa dell’attricetta. Come fosse una reliquia. Con fare circospetto. Guardandosi intorno. Proprio come una ladra. Mentre l’altra era girata.
Perché restano uguali. Quelle due. Quella con gli occhi da pesce lesso. E l’altra. Quella che lessa il pesce. E conserva gli occhi per l’attrice. Uguali. Sputate. Lei se n’era accorta che si controllano la spesa. La misera dell’una. L’esagerata dell’altra. Si guardano nel carrello. E fantasticano. In un barattolo. In procinto di affogare. Senza scambiarsi una parola. Ma è vita la loro? A sognare negli assorbenti dell’altra? Testa o cuore. Questo è quello. Testa e cuore. Ci vogliono entrambe. Lei sì che lo sapeva. L’aveva imparato. La vita è andare avanti. La vita è non dire mai basta. La vita è portare a casa il soldo. Praticità. Convenienza. La vita è un Vanni. Da tenere stravaccato sul divano. In mutande. Il tre per due. La grappa in frigo. La vita si vive alla carta. Si consuma. La vita è una mano sulle chiappe. Anche se è quella del direttore. Mani. Che poi sono la stessa cosa. Uguali. Quelle di quello di prima. Uguali. Quelle del nuovo. Più di due mani non hanno. Anche se possono sembrare cento. Mica è COPIA. INCOLLA.
Dalla lista manca, secondo Laura: UNA CONFEZIONE DI LAMETTE (anche della marca più economica) per tagliarsi le vene per lungo.

1. I protagonisti Tea (Teodora) Fidelibus, Anthony Fark, Fabiano e persino Laura sono deliberatamente rubati dal libro: Quattro etti d’amore, grazie di Chiara Gamberale. Arnaldo Mondadori Editore S.p.A. 2013. Per la storia invece si ringrazia la stessa autrice per non averla scritta.

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10 aprile, 7.30[1]
Prima mezzora del tredicesimo giorno di incursioni militari.

“Che peccato che non abbiam o portato con noi il vaso di begonie che mi hai regalato la domenica di Pasqua”.
E’ la prima cosa che mia suocera mi dice quando, alle sette e mezzo, mi alzo dal letto per andare ad aprire la porta alla cagnetta Nura.
“Non importa, Umm Salim, avevamo le mani ingombre di cose più importanti,” le rispondo con gli occhi aperti a metà. “Khsarah, che peccato, morirà,” borbotta.
“A Nablus e Jenin la gente sta morendo sotto le macerie della propria casa,” ribatto borbottando sottovoce per non deprimerla ancora di più.

Da «Sharon e mia suocera – Diario di guerra da Ramallah, Palestina» di Suad Amiry


[1] L’aprile di cui si parla è quello del 2002; purtroppo non è passato.

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Valentine? Si vogliamo parlare proprio di Valentine. Valentine Galtan. La figlia del famoso scrittore. Anche se un po’ in declino e in lotta con la corrosione e corruzione del silenzio, ma ancora conosciuto. Forse sempre in attesa della grande celebrità. Eppure edonisticamente preso solo di sé. La giovane donna descritta da Virginie Despentes. In fondo una ragazzina, quindici anni, senza particolari attrattive né qualità. Una figura di carta. Di parole. Non particolarmente fortunata, certo. Non particolarmente dotata. Non sveglia. Non troppo altruista. Non un briciolo di cuore. Non per gli altri. Certo un universo senza pietà né debolezze il suo. Una ragazzina sbattuta nelle pagine di un romanzo. Una ragazzina sbattuta da tutto e da tutti. Nel pieno del suo inferno. Maledetta fin dalla prima pagina. Usata e poi gettata. Che fa all’amore ma non ama. E nemmeno lei sa se fa all’amore o ne è schiava, del sesso. Del sesso altrui. Che si regala. Che regala. Senza altro prezzo.
Io, stessa, non lo avessi visto con i miei occhi, con gli occhi Lucie, non lo potrei mai credere. Capisco ogni tipo di diffidenza. La Iena è una lesbica di merda, parola di Lucie Toledo. Sì! l’ho vita proprio con questi miei occhi. Lei può fare impazzire qualsiasi figa sulla punta delle sue dita. O molto altro, perché lo sa. Lei impazzisce per la prima figa che incontra. Ne percepisce l’odore. Gli odori più profondi. Non c’è limite alla sua depravazione. Ma lei è l’incontro peggiore che qualsiasi uomo possa fare. Lei si trasforma in una iena. Lei la vita la prende per i coglioni. Glieli stringe fino a che sente che sta soffocando. Finché il volto diventa paonazzo. Gli pianta gl’occhi dentro agl’occhi. E gli sputa sul muso. E’ tipa da prendere il mondo a calci in culo. Insomma è un gran troione depravato anche come leccafighe. Quando mette il fiato addosso non c’è scampo.
Lei è la condanna e il compromesso. E’ passata attraverso tutto. Ha visto l’inferno e ne è uscita, lei. Crede di aver visto tutto. Odia l’uomo come uomo e come maschio. Potrebbe strappargli l’uccello in un secondo senza battere ciglio. L’ho vista con i miei occhi in azione col cantante dei Panico Nel Tuo Culo. Un fascista di merda. Un essere immondo. Un ragazzotto viziato marcio fino al midollo. Tra le sue mani s’è trasformato in un baleno in un pupattolo impaurito. In un fighetto. S’è preso un cartone da girargli la testa. L’ha sollevato come un fuscello. E lui s’è messo a frignare. E ne ho visti ch’erano più tosti ridotti in poltiglia. Veri duri e poi piagnucolose checche. Se nessuno li tirava fuori sarebbero annegati nella loro stessa merda. Storie di periferia? Bourges? un cazzo. Al suo confronto il tuo incubo peggiore ti fa una pippa.
La Iena ha capito che il rimorso è un vizio che non si può permettere. Che il mondo è fatto di zerbini. Si muove bene solo chi impara presto a metterti i piedi in testa. Che te lo infila nel culo mentre tu cerchi ancora di contrattare sul prezzo. Chi ti da la dose in cambio della tua anima. E poi la butta al cesso. Chi ti promette amore in cambio di un pompino. O di una leccata, fa lo stesso. E poi ti spiega che è tutto lì l’amore. Che è solo un gesto. E che sei solo un coglione. Una gran testa di cazzo. E la guardavo per imparare. Lei non voleva insegnare. E le piaceva più la fregna del lavoro. E il lavoro… fanculo. Scordava la domanda appena scorgeva, anche da lontano, una bella puttana. Avrei detto ch’era una vera troia. Con lei ero sempre in imbarazzo. E mi guardava come ti guarda un uomo. E mi parlavano anche i suoi silenzi. E spesso anch’essi erano imbarazzanti. Anch’io non avevo ancora capito niente. Avrebbe potuto benissimo dire: “Io sono l’infermo”. Invece l’inferno non l’aveva ancora conosciuto.
L’abbiamo rintracciata per le strade di Barcellona; Valentine. In un bar. Anzi è stata lei a trovare noi. Difficile da credere. E’ stata la Iena a rimanerne atterrita. Quella ragazza aveva la morte dentro. Dietro quegli occhi vuoti non c’era niente. O meglio c’era solo desolazione. O meglio c’era tutto e l’abisso. Era solo una marchettara abbietta. E nemmeno si faceva pagare. Né di denaro né di sentimenti. Era una rotta in culo, sempre strafatta, assatanata d’uccello. Ricoperta di sborra, fino a soffocarci dentro, non avrebbe ancora detto basta. Sarebbe stata capace invece di dire ancora. E ancora. Solo per dire quello che non avrebbe dovuto. Che non ci si aspetta. E ti accorgevi che non gliene frega una sega. Poteva farlo anche con due, tre, un intero gruppo insieme mentre restava assente. Mentre lei non c’era. Sì! una ragazzina sbattuta da tutto e da tutti. Impazzita per l’uccello. Che amava farsi sbattere. E che si faceva sbattere dal primo. Da nessuno. Per una dose di coca. Per noia. Per una parola. Per essere normale. Perché qualcuno si accorgesse di lei. Per nascondersi nel branco. Perché le andava. Perché… nessuno lo sa. Nemmeno lei. Per niente.
Questo è per me impossibile da capire: per niente. Ho capito molte cose. In questo viaggio. Ho capito l’insicurezza. La paura. La tensione. La delusione. La speranza. Il peso e la leggerezza di un silenzio. La bellezza della donna. Non ho saputo capire quel niente. Quella sua ricerca ossessiva di libertà che la portava a continuare a costruirsi gabbie attorno. Ma soprattutto quella sua necessità di annullarsi; negando tutto nel negare anche se stessa. Quella corsa testarda verso il vuoto. Il suo odio verso il mondo. Verso l’umanità. Verso gli uomini. Verso Valentine. E ancor di più quell’espressione attonita e quella voce incolore, inodore, estranea, con cui continuava a ripetere quella filastrocca: “Sono emozionata per il fatto che rivedo la mia famiglia”. No! nessuna emozione. Solo deserto. Nemmeno più depravazione. Nemmeno più abbruttimento. Nessuno e niente più l’aspettava. “Tutto quello che so è che non vedo l’ora di vedere mio padre”. Tuo padre? un cazzo! A chi la vuoi raccontare, piccola troia. Tuo padre non vale un rigo di recensione. Non le avrei creduto nemmeno se mi la stava leccando. Ma ho sbagliato solo perché ero stanca. Non mi importava più di nulla. Tranne di chi era lontana. Eppure ero sempre stata convinta che tutti avessimo bisogno di qualcosa in cui credere.

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