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Archive for the ‘Lettere’ Category

La promessa: tecnica mista su cartone telato (50*70) 2 luglio 2010Le sue mani. Le sue mani mi fanno impazzire. Le sue mani che percorrono il mio corpo, la mia pelle. Solo le sue mani. E io ascolto quella carezza. E tutto vibra al passaggio delle sue dita. Sembra sapere dove va. Cosa cerca. Cosa fa. Lo sa. E’ tutto così forte. Così incredibile. Non è mai stato così. Così violento. Non ho mai provato una sensazione tanto intensa. Le sue mani sanno toccarmi; padrone. Lui mi sfiora il seno e rabbrividisco. Lui mi sfiora il ventre e mi strappa un gemito. «Vieni. Portami a letto».
«Spegni per favore. Non voglio che i tuoi occhi vedano. Spegni e immaginami come vuoi. Com’ero bella e come lo sono per te. Spegni per favore. Oggi la luce offende. Ed è tutto troppo bello. Non deve essere offeso da nulla. Spegni quella luce. E stringimi tra le braccia. Baciami. No! Accendi quella luce. Scusa. Devi vedermi per quello che sono. Devi amarmi oggi, come sono. Non posso più nascondermi. Non posso più fuggire».
E lui entra da quella porta. E lui ascolta il mio silenzio. Non posso nascondergli nulla. Sono nuda. Lo so anch’io. L’ho saputo subito. Lo so da sempre. Che quelle mani mi avrebbero rubato l’anima. E improvvisamente lo so: mi può uccidere. E improvvisamente lo so: mi può far nascere. Non sono mai stata così viva. Mai. Tranne che tra le sue mani. Cos’ero? E le sue mani mi frugano. Cosa sono? Mi toglie il mio nome. Me ne da un altro. Mi toglie la maschera. Mi strappa ogni maschera.
Non è più il mio tempo. Ogni tempo è scaduto. Sono una donna, io. Conosco la vita. Conosco le cose. Chiudo gli occhi e sogno. Non so nulla. Non è lui, sono io. Voglio che mi frughino. Voglio provare quello che provo. E’ solo un ragazzo. E’ di nuovo un ragazzo. Potrebbe essere mio figlio. O io la sua. Non sa quello che fa. Non lo sanno le sue mani. E mi strappa un lamento. Ma io so. E voglio. E voglio sentire. Io voglio sentire quello che sento.
E ascolto le sue mani che mi raccontano quest’altra storia. E ascolto solo le sue mani che mi raccontano quest’altra me. E lo imploro, come non ho pregato mai: «Tienimi con te»!

P.S. Non cercavo una canzone per una storia, ma una storia in una canzone. Poi mi sono accorto che non cercavo niente. Niente fuori. Solo cose dentro. Emozioni. E allora… Una canzone. Una canzone che amo. Una canzone che parla di un altro amore. Di un amore diverso. Ma forse no. In amore tutto è fatto di molte cose. E di molte diversità. Una canzone che comunque mi racconta.

Le tue mani su di me
è difficile chiamarti amore
quando basta aprire la finestra per capire
un’altra verità
le tue mani su di me
è difficile chiamarti amore
quando il mondo sta vivendo sul tuo corpo innamorato
la sua vanità
una foglia stupida
cade a caso sull’asfalto e se ne va
una fabbrica occupata sulle nuvole
e un fucile che rimpiange Waterloo
un bambino che domanda come è nato
si risponde sorridendo che lo sa
il bicchiere di cristallo sta cadendo
non amarmi, non amarti non ti riuscirà.
Le tue mani su di me
è difficile chiamarmi amore
quando basta aprire la finestra per capire
un’altra verità
le tue mani su di me
è difficile chiamarti amore
quando il mondo sta vivendo sul tuo corpo innamorato
la sua vanità
una foglia stupida
cade a caso sull’asfalto e se ne va
una fabbrica occupata sulle nuvole
e un fucile che rimpiange Waterloo
un bambino che domanda come è nato
si risponde sorridendo che lo sa
il bicchiere di cristallo sta cadendo
non amarmi, non amarti non ti riuscirà.

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Foto colori di donna a letto tra le braccia di un robotCara amica(che)
Seguivo la breve diatriba a seguito di Quando il sesso fa bene alla salute. Davo per scontato che l’unica risposta per quel “quando?” è “sempre!”, ma lo è? Ero stuzzicato ad intervenire in equilibrio incerto tra l’ironia e la seriosità, ma trattenuto da un certo riservo. Come seriosità pensavo ad una sorta di analisi di fatti. Come ironia pensavo alla splendida varietà e fantasia dei pettegolezzi e delle ciacole e ai tanti di già citati Rocco Siffredi in giro per i bar. Il punto è che in seguito allo scritto la strada si è fatta se non seria seriosa. E giocare sulle cose dei sentimenti diventa scorretto e indelicato. Non è solo per questo che mi prendo sul serio e faccio qualcosa di non mio uscendo da una scrittura mossa sola dalla mia fantasia. Certo non finirò a parlare di me. Non è di questo che sono curioso.
Nel post d’origine, forse causa certa pudicizia delle parole, si fa cenno al “sesso” ma mi sembra si finisca di parlare (almeno soprattutto se non esclusivamente) d’altro. O almeno di tutt’altro di quanto pareva nelle intenzioni della scrivente. Ci ricorda, anche se non servirebbe ricordarlo, Nichi Vendola: “Se priviamo la sessualità dei suoi significati più intimi, quelli che afferiscono alla tenerezza e al sentimento, etc. cioè: lasciamo che a vincere siano ipocrisia e prepotenza”. Sbaglio o è questo l’argomento attorno al quale ruota la discussione? Che si va imponendo?
Se è così allora i termini diventano altri, anche quelli di paragone. Dobbiamo ammettere che se non sempre quasi sempre le scelte sono poco dipendenti da noi quando non del tutto indipendenti. Si legano al caso e alle opportunità e ai piccoli momenti e ghiribizzi della vita e del “fato”. E’ impossibile non assumerci i rischi che la vita ci impone al di là di qualsiasi precauzione noi possiamo prendere.
L’uomo è un essere sociale ma non c’è relazione, sia essa amicale o parentale o di “coppia” ovvero sessuale, che possa garantire. Esperienze e cronache sono piene di esempi negativi. Il tradimento e qualsiasi delusione hanno un rapporto indipendente dal tipo di relazione. E più forte è il legame della relazione più la persona è nuda cioè tragicamente esposta. Eppure non possiamo sovrapporre, o ci è difficile farlo, i tipi di relazione ovvero un tipo di relazione non soddisfa (e non può soddisfare) anche il bisogno delle altre.
Se dovessimo entrare in merito ad una visione soggettiva è tutto relativo. Quello ch’è bello per alcuni può essere deludente per altri, quello ch’è poco per alcuni può essere troppo per altri. Ne possiamo concludere che il rapporto è deludente quando non sa rispondere alle esigenze-aspettative di quel singolo. Certo l’”argomento” non si esaurisce qui, ma credo che inizi da qui. Se non si parte con un inizio di analisi corretta e una corretta definizione dei termini ogni considerazione diventa imprecisa e approssimativa. Timidamente torno nel mio angolino con un silenzioso saluto agli amici perduti, agli amori passati e a tutti quelli che mi hanno voluto bene.
AmandoRoss

Sergio Endrigo: Dove credi di andare
Dove credi di andare
Se tutti i tuoi pensieri
Restano qui
Come pensi di amare
Se ormai non trovi amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
Lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
Ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

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Cara Martina
Questo non è un pezzo di letteratura. La persona più cara mi ha sollecitato spesso. Mi sono lasciato sedurre, una specie di compiacimento. Mi sono ritrovato ad abbandonarmi ad un paio di piccoli accenni. Poi chiedi anche tu, di quel mio passato. Briciole. Frammenti. In un breve commento. E ti racconti; una patina di rimpianto. No! non ho rimpianto. E’ passato. Vorrei essere presente. Non mi sembra poi così rilevante. Inoltre, piccole streghe, mi fate parlare d’altro. Questo doveva essere un angolo da riservare alla prosa, a piccoli racconti. Non voglio farne area di dibattito, di confronto. Continuo a non volere il proscenio. E’ una scelta antica. Ma le questioni che poni non potevo restringerle ad una breve risposta a quel commento. Tanto vale farne questo assurdo ed inutile post, dove parlo di me. Un me di alcuni, non troppi, anni fa. Forse solo di ieri.
Non siamo a Milano. Anche torno a Venezia ci sono diversi centri sociali. Il più vicino alle vicende raccontate è uno di più importanti, almeno allora, e più nominati: il “Rivolta”. Ma no! non volevo fare nulla di simile. Come mio solito non seguo mai modelli. Quelli di cui parlo potrebbero essere definiti, per non ingenerare confusione, “centri giovanili autogestiti”. Ci rivolgevamo al territorio. Non so se tornerò a parlarne, per ora mi sento in dovere di queste precisazioni. Mi sono sempre mosso in un confronto-scontro con le istituzioni. Dovevo mettere quei ragazzi davanti alla realtà della società in cui vivono. Dar loro strumenti di scelta. Integrarsi e come o altro. Scegliere la parte dove stare.
Contemporaneamente dedicavo un po’ del mio tempo ad un impegno “politico”. Anche questo un po’ insolito. Anche questo avrebbe bisogno di altro spazio in cui parlarne. Nelle ultime quattro tornate amministrative ho “inventato” quattro diverse liste. Anche di queste sono più o meno responsabile; spesso, come per i centri, l’unico responsabile. Per antica scelta non appare mai il mio nome. Naturalmente questo non mi ha limitato nel prendermi ogni mia responsabilità. Non ho così raccolto nemmeno quei trentanove voti, ma, nel bene e nel male, sono sempre stato decisivo. Per far capire: piccoli dati. Se il mio comune non è più retto da una giunta di “destra” è anche grazie a quel 6% che la mia ultima lista ha conseguito. Il dato è secondo solo a quello del PD (per la nostra parte). L’IDV ha raccolto un punto in meno. Il resto della sinistra (Rifondazione, Verdi, Socialisti e Comunisti Italiani) a cui avevo proposto un alleanza, sdegnosamente rifiutata, sono spariti restando sotto 1,5.
Non ne parlo perché non amo vantarmi di cose di cui non credo sia da vantarsi. Non c’è nulla di “eroico”. Ho lottato. Qui ho vinto, lì ho perso. A consuntivo: mi sono divertito. Mi sono sentito vivo. E’ una bella sensazione, ma io ho incontrato spesso belle sensazioni. E ancora ne incontro. Non ne parlo anche perché non è per niente facile parlarne. Spesso sono fatti di sensazioni. E’ stato incredibile esprimere quella proposta non preparata e accorgersi che era percorribile. Sentire tutti parlare del disimpegno dei giovani e vederne in un attimo un centinaio disposti a ragionare, lavorare, entusiasmarsi con te. Relazionarsi a loro come uno di loro. Confrontarsi alle loro logiche. I giovani si raggruppano in tribù. Bisogna saper rapportarsi ai leaders. Trovare gli equilibri. Essere riferimento senza mostrarsi condottiero. Non indietreggiare mai. Alla fine, intorno alla “Baracca” giravano un paio di migliaia di giovani. Una decisione scellerata ha pensato di chiuderla. Ha pensato di ammainare la bandiera della pace.
In questa storia c’è stato Marcos, poi Icaro, poi il Comitato Forte Sirtori e la Baracca & Burattini, poi la Nuova (Breve) Baracca. Una storia lunga. Una storia piena. Una storia che preferirei fossero altri a raccontare. Incontro ancora occhi lucidi che la ricordano come un sogno; del passato. Nel versante politico-amministrativo c’è stata Iniziativa Democratica-Verdi, Iniziativa Democratica, Ci6 e Spinea con… Fino alla prossima avventura. Solo a volte comincio a sentirmi vecchio. Scusami l’arroganza
Un abbraccio: L’autore

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Più che un commento è occasione per un altro post, anche se fin troppo ne ho parlato. Quando sono entrato in questo mondo l’ho fatto con (e per) amici e altri ne ho trovati. Ho deciso allora di limitarmi a una cose alternative alle loro; ché già loro fanno meglio. Per chiosare sull’attualità preferisco leggere lei che cimentarmi io, e lei ha anche un’ottima scrittura. Per parlare di libri e spettacoli lo lascio a Marino. E’ la mia cara Ross che si incazza “qui” per i fatti della politica. Per ridere a denti stretti cercando di guardare il mondo con ironia ho incontrato Gians. Etc. Così ho deciso di limitarmi a poche cose, e limitarmi sempre più. Alla fine non posto che quasi esclusivamente cose mie: raccontini, poesia, immagini di “quadri”. C’è da aggiungere che ultimamente, per pigrizia e tempo, inserisco i raccontini scritti a suo tempo per un amico con cui non collaboro più (troppo lungo e triste stabilire i perché). Per lui mi occupavo anche di una rubrica musicale. Quei raccontini avevano la funzione principale di tracciare e/o abbozzare una parvenza di storia in pochissime righe.
Il viaggiatore della rete, proprio per un vizio del soggetto blog (diario elettronico), cerca sempre di trovare nei post qualcosa di autobiografico lasciato dall’autore. Spera nel pettegolezzo. Non qui. Come messo in testata questa mia è solo una ricerca di linguaggi su “prove di comunicazione”; scrivo cioè solo prosa e godo nel farlo. Prosa che nasce e si ispira dei momenti più disparati. Vi è in più del pudore e la non volontà di mettermi in vetrina. Così, ripeto, qui è solo pura fantasia. Se a volte la protagonista è una donna, giovane o vecchia che sia, giuro che non sono mai stato donna. Se è un uomo giovane giuro che lo sono stato. Se è anziano giuro che non sono invecchiato così. Giuro ancora una volta che non ci somigliamo nemmeno nei caratteri.
Se c’è, per esempio, l’avaro cerco di immedesimarmi immaginando come può ragionare in quanto io avaro non lo so essere, nemmeno di sentimenti. Se è un geloso: ho convissuto con la gelosia ma non l’ho mai provata dentro di me. Se è uomo di destra io sono decisamente del lato opposto. Se canta, lo ammetto, sono stonato. Sono fedele anche se cerco di scrivere di un donnaiolo. Insomma questo non è assolutamente un diario ma il suo opposto. Ben poche volte parlo e ho parlato di me per essermi trovato davanti ad un fatto che poteva essere di interesse o per cogliere un vezzo generale. Ho tradito tutto questo solo per un breve periodo lasciandomi lusingare dalla favola che ho vissuto ritrovando la mia compagna. Magari ne abbiamo parlato fin troppo perché ci pareva (e pare) la più bella tra le favole. A volte l’uomo (non solo il bimbo) ha bisogno anche di favole. Questo è il quanto. Torno a parlare di figure che non esistono: come la sconosciuta qui sotto che proprio poiché sconosciuta non l’ho conosciuta mai.
In Fede: L’AUTORE

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Cara mamma e caro papà
So che qui mi leggerete. Ognuno per conto proprio. Ognuno a modo proprio. Per ritrovarmi in questo spazio incerto e ignoto che è la rete. Spero solo che non lo farete con occhi che sono solo occhi. E’ allora non posso che tranquillizzarvi. Certo qui è Africa. Qui è l’altro mondo.
Come saprete vi scrivo da questo “slum” della periferia di Nairobi, nella zona di Kasarani, a pochi chilometri a est di Kariobangi. Una città di 180.000 abitanti che non è nemmeno una città. Solo una banlieue; poco più. Il nome kikuyu “Korogocho” significa “confusione”. E quella “confusione” regna sovrana. Nemmeno qui, tra le baracche e la miseria, si è tutti uguali. Farete fatica a capire ma qui è ricco chi ha le scarpe; chi riesce a rubare un boccone di pane.
Vi scrivo affacciato ad una finestra con vista sulla vita e sulla sofferenza; sul volto più duro e avaro del dolore. Una finestra che non ha vetri che trattengano e così entrano tutti i rumori della strada e della disperazione. Non da una finestra normale. Da questa miseria inaudita che non lascia respiro. Per questi uomini che vivono ogni attimo della morte; nati solo per morire, come se fosse un semplice appuntamento. Padre Antonio è vicino a me. Niente mi ha mai insegnato altrettanto. E non ci sono parole bastanti.
Niente è come sembra e nulla pare vero. Di sangue e rabbia mi sento pervaso, ma non di sconfitta. Tra le tante lingue che si affollano i giovani bantu mi narrano lo swahili con le mani e gli occhi. E noi, per alcuni di loro, siamo l’unica speranza. Occhi immensi che hanno il pudore di dire grazie, occhi ancora orgogliosi, occhi che sanno inventarsi sorrisi meravigliosi. Siamo tutto e la loro patria e la loro casa e il loro riscatto. Non ho mai avuto tanto in cambio di così niente perché tutto non mi sembra abbastanza. E mi sento vigliacco e colpevole delle mie fortune. E mi sento immensamente grato del loro più piccolo gesto, anche del solo allungarmi una mano. Amo infinitamente questi piccoli guerrieri tristi. La collana di conchiglie che uno di loro mi ha regalato come fosse la cosa più preziosa. Il morso di pane che un altro ha spezzato; con le mani sporche.
Questo popolo non popolo che vive rifiutato nei rifiuti e tra i rifiuti. Se questa pare letteratura mi scuso; è solo vita. Vita che scorre e che noi non crediamo più. Il volto più duro della vita, dove persino la pietà è un bene troppo di lusso. Bisogna venire qui per conoscere la miseria. Dire non hanno niente qui vuol dire che non hanno proprio niente. Come faccio a spiegarvi? Non mi avete mai fatto mancare nulla. Io posso tornare; ho già in tasca il biglietto. Loro invece non possono che aspettare. Eppure qualcosa mi mancava. Forse proprio questi esseri umani d’ebano che sono stati guerrieri e sono solo ombre. Cercavo di capire. Cercavo non un uomo ma cosa, e quell’uomo l’ho cercato; in questi luoghi.
Cara mamma, non essere in apprensione per me. La notte ha i rumori della notte. Ti viene da stare sveglio ad ascoltarli. E’ come se tutto il mondo parlasse qui. E tutto ha un suo fascino, anche se lancinante. Sono loro stessi a proteggermi, da loro; da tutto. E’ qui che, davanti a tanto strazio, solo e nudo, mi sono sentito vivo come non sono mai stato tanto vivo, né altrettanto in compagnia. Io, così protetto, non sono mai stato abbastanza io. Spero riuscirete a capire.
Vostro figlio

Lettera più o meno immaginaria scritta per il blog Lettere al futuro, su incitazione di Ross, postata il 27 c.m.

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Caro Michele
bustaViaggio arduo il nostro; aspro. Nessuna distanza è più distante. E a ritrovarti, qui, così, non è certo facile. Ma non mi ero dimenticato. E’ solo che testardamente ho avuto da fare. Il tempo è quello che è. E poi rincorrere le persone distanti non è sempre un compito agevole. Ché poi è anche parlare tra due generazioni. Una che ha sognato. Una che ha smesso quel sogno e forse lo rimpiange; te ne chiedo scusa. Ma allora era tutto diverso, lo sai. Era come se la corsa non dovesse finire. C’era quella fretta. Nemmeno il tempo di pensare. E più niente è uguale. Nulla è come prima. Perché allora tornare? Forse perché non si può altro. Così sei rimasto lì, immobile, interdetto, ad aspettarmi. Ragazzo per sempre. Il giaccone lasciato a casa di un amico. La voglia di avventura a spingerti ancora avanti. Per illuderti che tutto sarebbe continuato. Per illuderti che ne saresti guarito. Di quei vent’anni non si guarisce più.
E io, oggi, ti parlo da padre a figlio. Mi sento strano nel ruolo. Tutto mi sembra strano. Io con quella finta saggezza che non si acquista, fatta di dimenticanza. Ho sempre avuto ritegno della confessione. Una sorta di timore per te. Per quello che ero stato. Per tutto quello che poteva giustificare. E l’ho confessato ad una figlia. Mai a me stesso. Oggi sono qui per farlo. Per parlare a quel figlio che non ho mai avuto e non sono mai stato. Io e te da soli, guardandoci, in un certo senso, in faccia. Per tracciare un bilancio inutile. Anche se tra le tante lettere non scritte anche questa poteva restare solo intenzione. Ma come è potuto succedere? Succede perché esistono le celebrazioni. Così il 9 ottobre di quarantadue anni fa veniva assassinato il Che. Proprio quell’ottobre; ricordi. Non puoi farlo. Allora eri un altro. Oggi lo so. Ma allora credevi che era successo qualcosa di importante, che avrebbe cambiato la tua vita. La rabbia si era fatta una compagna reale e scomoda. E la tua compagna sarebbe stata per tutta la vita. Nemmeno questo potevi saperlo. Almeno da questo credevi di poterti liberare. E’ singolare come invece sia stata compagna della tua vita, lei, veramente. Anche nella sua assenza. Anche nel suo addio e nonostante quello. E compagna nel senso più pieno del termine. Anche questo ora lo sai: quanto è arduo crescere e diventare uomo. Quanto si perde di sé. La differenza tra le parole e il fare. No! non c’era nessuna rivoluzione fuori dalla porta. Era solo rivolta. Per molto legata ad una età. Così hai cercato di mostrare che non eri più tu. Come io ho cercato di fingermi non più tuo padre.
Cerca di continuare a restare fuori dai pasticci, come hai sempre fatto, ma non mandare gli altri. Di troppi maestri è pieno il mondo. Io e te lo sappiamo che non ti sei nascosto. Ti ha nascosto lo scoprirti fragile e vulnerabile; forse. A vent’anni tutto sembra per sempre, l’ho sempre ricordato. E noi ad essere solo passanti distratti. O come davanti a quello specchio, e lo specchio deforma. Ti faceva padre. Mi fa figlio. Oggi amo l’amore che mai ho amato. Ma allora … A tratti le parole scappavano fin troppo leggere. E ci si sente eroi della propria vita. Perché a vent’anni tutto sembra facile. E a vent’anni non si pensa di poter invecchiare. Né di poter perdere. Basta un panino e via. Hai perso, ragazzo mio. Del cosa e quanto ho avuto tempo di riflettere per tutti questi anni. E poi ti ritrovo qui, tra i piedi. Come se nulla fosse passato. Come per uno slogan rimasto in gola. Allo stesso modo arrabbiato. Con te (oggi) e contro tutto. Ma più nulla è semplice come allora. E tutti siamo colpevoli. Anche colpevoli di averci mentito. Per difetto. Per troppa fiducia. Per arroganza. Nell’illusione. Riempiendoci gli occhi di speranze. Con lei hai guardato il mare; lei che oggi è con me. Non c’è più un libro. Per un viaggio mai intrapreso. Avevi una confusione che chiamavi ideali. E non conoscevi ancora il dolore. Il tuo. Quello a venire. Né l’amore. Non ti invidio i tuoi vent’anni. Forse tu puoi invidiare i miei sessanta e più.
Michele

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Cara Rossana
bustaOra come allora. Lettere che si inseguono. Che ci cercano. Questo siamo stati. Questo siamo ora. Ah! Le nostre canzoni. E anche quelle che non lo sono mai stateInutile spiegare a noi. Proprio a noiInutili le domande che chiedono e non vogliono risposte. E quelle che nemmeno chiedono. Inutili i giochi col tempo. Quelle carte della cabala. Il tempo non parla. Il tempo non insegna. Il tempo. E le sue cose. C’era un tempo. C’è sempre un tempo. E ti dici che non può essere più. E sai già che sarà ancora lo stesso. Perché non c’è un tempo che insegni. Né un tempo che ci difenda da noi. Il tempo è immobile mentre trascorre. Allora. Perché parlare ancora di allora? Perché noi siamo di quella materia e di quel passato. Perché pensiamo di venire da una qualche parte. Di avere un destino. Di andare in qualche luogo. Non accettiamo. Non ci rendiamo conto di essere immobili. Forse siamo solo delle pagine di un libro già scritto. Com’eravamo? Forse siamo solo noi capaci e incapaci di tradire noi stessi. E non ho bisogno di altri dubbi. So solo quello che sono. Che credo. Ora. Adesso. E più spesso siamo noi a non poter decidere. Così io non potevo non partire. Allora. «Non andare via». E la canzone, quella canzone, lo gridava con noi. Per noi. Dentro di noi. Ed era troppo presto. Doloroso e troppo presto. Doloroso di quel dolore che non si cancella. Doloroso in un abbraccio. Che ancora soffoca. Doloroso che nemmeno quell’abbraccio lo poteva lenire. Doloroso senza un vero addio. E tutto stava finendo. Si stava lentamente consumando. Ammalando. Un mondo intero. Si stava corrompendo. Lacrime le lacrime che annegavano i sogni. Che toglievano la luce. Che ci raccontavano oltre a quello che il pudore permetteva. Nel dolore. Nel pianto. Oltre ogni barriera. Più di quanto noi avremmo voluto. E testardi non volevamo mostrarle, quelle lacrime. Le abbiamo pagate. E abbiamo pagato la nostra ignoranza. E la nostra arroganza. Dove tutto si paga. Nel silenzio. Nel vuoto. Ancora. E ancora.
E poi una vita si può raccontare in una infinità di modi. Dire “non sapevo”. Fingere di non aver saputo. O semplicemente di non voler capire. Leggere i minuti da soli. Dialogare di niente. Cercare un alibi. Perché siamo solo distratti viandanti. E non abbiamo mai smesso di parlarci. Nemmeno quando lo facevamo nel silenzio. Non certo quando il dolore si cangiava di rabbia. Non quando ancora potevamo guardarci negli occhi. Non quando il suono di ogni parola si tingeva in una offesa. Suonava di rancore. Ci strappava la pelle a brandelli. La mia rabbia. Il tuo torto. Il torto di aver creduto. Creduto troppo. Di esserti lasciata ingannare. E non volerlo ammettere. Tradire lentamente. Di piccoli frammenti quasi insignificanti. Di sillabe. Di ammiccamenti. Di false promesse. Di promesse nemmeno promesse. Non dette. Di dubbio. Di dubbi insinuati. Mal riposti. Riscritti. Riportati. Semplici dubbi che si fanno corrosivi. Che non ti aspetti. Non in quelle labbra. Che diventano architettura. Timore. Poi paura. Bisogno. Gran brutto male la solitudine. Gran brutta compagna. E i bisogni. Il bisogno di esser giovani. Sentimenti contrastanti. Il bisogno di crescere. Di sentirsi grandi. Accettati. Voluti. Amati. Desiderati. Semplicemente accarezzati. Di andare. Nulla può garantire per la novità. No! non eri noia. Non hai fatto a tempo ad essere abitudine. Sapere è ricordare. Sapere e ricordare. Se è questo è anche quello. Se tu sapevi lo sapevi. E sbagliavi decisa a sbagliare. Se la memoria ricorda lo sapevamo; entrambi. L’abbiamo tradita entrambi. Allo stesso modo. Nello stesso momento. Colpevoli di colpe che non avevamo. Colpevoli solo di non conoscere colpa. Colpevoli in quanto nudi. Colpevoli eppure. E la tenerezza si era ormai stemperata nella disperazione. Il piacere nel bisogno. E anche il bisogno s’era fatto timore. Timore del futuro. Timore di ciò che non si conosce. Di quello conosciuto come ignoto. L’ignoto dentro di noi. Del chi siamo? A guardare chi eravamo, cosa, viene tenerezza.
Persino una canzone. Persino una stupida canzone. Anche una canzone sapeva quello che non volevamo sapere. Ora che lo sappiamo tutto sembra stupido. Puerile. Ora. E non è ancora tardi. Non voglio più essere Michele. Nemmeno non essere.
Michele

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Rossana cara
bustaNonostante le tue preghiere queste parole non mi hanno mai trovato. Forse non sarebbe cambiato molto, forse nulla. C’erano state altre parole. Parole che non dicevano. E parole che non sapevano. E parole non parole mai arrivate. Una sorta di rifiuto del silenzio. Poi a poco a poco nulla o troppo poco per essere qualcosa. Poi queste non del tutto comprensibili. Ma forse semplicemente era il tempo dell’odio, non dell’amore. Cosa potrei mai dire oggi?
In piazza c’era una lepre. O forse mi confondo. E forse era solo un sogno suicida.
Non c’è un posto da cui non si può tornare tranne che per i viaggi nel tempo, quelli non consentono mai ritorno. Così avevo scordato la valigia a Civitavecchia. Avevo cercato di scordare quelle lettere. Le risposte che non ebbi mai. Quel qualcosa che non mi apparteneva più ed era la tua vita. Perdere è parte di essa, anche se poi manca la voglia di sorridere. Ma i miei auguri erano sinceri, e il ricordo era tenerezza. Ma credo che conti poco. Cosa importa sapere oggi ciò che ignorammo allora? A cosa può servire?
Mi preme dirti che ho avuto sempre in animo di tornare, per tornare da te. Se poi non lo feci fu per quello. Fu perché per tornare ci vuole un posto dove tornare. Fu perché non lo chiedesti.
E non è tanto la data a spaventare. Solo la domanda: a che serve? In quei giorni forse ero al mare di Costanza, forse a Râmnicu Vâlcea (Rîmnicu Vîlcea) a fare il contrabbandiere di icone o forse a Istanbul ad acquistare montoni e tappeti; troppo tempo è passato. Poco importa. Persino dirti che mi piangeva il cuore ormai non ha più alcun senso, e lo sai. Persino ammettere che eri parte della mia incoscienza.
Il tuo nome era rimasto sempre un dolce ricordo
Michele

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Oggi, 4 settembre 2009
bustaLe cose, a volte, si sanno solo dopo; nel tempo. Il tempo di quando non si ha più tempo. Nel tempo fuggito. Nel tempo rimpianto. Quella lettera mai scritta, o l’altra lettera, arriva da lontano. Porta sapori lontani. Porta persone lontane. Forse nemmeno persone, solo ricordi. E, a tratti, persino vaghi. Ragazzi. Bastano poche parole. Anche meno. E’ facile avere 20anni. E’ difficile vivere e correre, a 20anni. Sapevo solo di non sapere. Niente era ancora definitivo. Ora so cosa non sapevo allora. Nessun peccato. Se c’era un appuntamento nessuno l’ha tradito. Se c’era un appuntamento credevo fosse con la vita; con la storia.
Un mondo che corre. Il fiato corto da ragazzi. Non ero pronto ad amare. Credevo di non esserlo. Non lo eri tu. Eppure guardarti è sempre stato un’emozione. Forse, col senno del poi, non ti avrei fatto quegli auguri. Forse ti avrei dedicato una canzone¹. Un’altra canzone da ricordare. Ho una canzone per ogni occasione. Non potevo farlo. Non c’era ancora, quella canzone. Avevamo già una canzone². Una canzone per noi. Diceva quello che non potevamo capire. Diceva che avevamo un appuntamento. Che non era un addio ma un lungo arrivederci. E quella canzone è rimasta. Un messaggio a cui non abbiamo prestato abbastanza orecchie. Una canzone che si sarebbe fatta ricordare. Una canzone come un ammonimento. Una canzone e un dolore. Come una sofferente nostalgia. Come una ribellione agli anni. La pazza idea di restare quello che eravamo. Di poter non invecchiare. E non ho imparato a non amarti. Ci sono parole talmente difficili da dire. Così dolorose. Quasi impossibili. Tanto varrebbe non dirle. Ma questo è già stato detto. E cos’è un bacio? Del resto poco importa.
Michele


1] E’ sempre più difficile postare musica con Youtube, poi te la rimuovono. Non penso sia pirateria ma promozione. Comunque sostituisco il video di Youtube:
Fabrizio De Andrè – Amore che vieni amore che vai
[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/AmoreCheVieni.mp3”%5D
2] Patty Pravo: Se perdo te.

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