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Archive for the ‘Musica’ Category

Intorno solo mura, mura di pietra
e il mondo è chiuso fuori e mi spia
da una piccola finestrella mi spia
forse credendo di potersi illudere
ma alla finestrella sbarre e
dietro le sbarre persino la luna
e la luna prova vergogna, da dietro le sbarre.
Vorrei parlare d’amore,
per quelli che hanno chiuso fuori,
e di dolore
e di affetti
e di amicizia
e di rispetto
e del canto al mattino
che lo stesso mattino trattiene in gola,
e degli occhi che mi spiano
illudendosi d’essere liberi, loro;
no! non li libererò.
Vorrei parlarvi di tante cose
e magari metterle in un foglio
un foglio di carta seppure stropicciata
parlarvi di mio figlio
e dell’altro mio figlio
e di mia moglie,
chiudo gli occhi e vedo i suoi occhi,
occhi fieri di donna.
Quante volte mi son chiesto
“è giusto che anche loro
che anche loro paghino questa lotta
… con l’assenza”.
Ma risuona ancora la sua voce
“il nostro amore è nella lotta”.
E vorrei parlarvi anche di cose semplici:
dell’odore dei datteri
del sapore del sale sulla pelle
di come i bimbi giocano sulla sabbia
e sul mattino
e sul mondo
ma questo non è il posto
e queste parole sono solo rabbia
rabbia per quelli che si credono liberi
incatenati alla loro arroganza,
schiavi della crudeltà dell’ignoranza.

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Sabra e ChatilaArrivati come un’orda dal mare. In un formicolio immane. Senza essere chiamati. Senza invito. Senza un suono di flauto. Come una torma di cani. Affamati. Come uno sciame di topi. In silenzio. Poi in un boato. Rumoroso. Come il temporale. Senza pioggia. Solo tuoni. Gridato in una lingua strana. Incomprensibile. Senza parole. Fatta solo di suoni. E strana è la loro carne. Hanno una pelle senza colore. Delicata. Nivea. Esangue. Senza sole. Si brucia fin dal mattino. E questo li fa ancora più rabbiosi. Come sciacalli. Animali senza religione. Senza padri. Senza cuore e senza pietà. Senza patria. Senza memoria. Figli di madri sempre incinta. Venuti da lontano. Destinati a tornare lontano. Da dove son venuti. Lasciando solo morte. E malattie. E pianto. A lasciarci guardare a quel mare come una speranza. E ci hanno tolto gli occhi ma noi continuiamo a vedere.
Hanno preso le nostre donne. E anche le ragazzine. E anche ragazzi e uomini. Prese e trascinate per i capelli. Prese a sbattute per terra. E ne hanno fatto scempio. E hanno strizzato il loro seno. E hanno inferto vergogna nel loro ventre. E niente gli è stato abbastanza. Hanno sporcato il nostro mondo col nostro sangue. Delle nostre donne e delle nostre ragazzine le hanno usate e gettate. Ridono e ghignano allo stesso modo. Con lo stesso suono. E la nostra carne e le nostre ossa son diventate terra. E sassi. E strane piante. E lugubri coreografie, di deserto. Con gli artigli che gridavano al sole. Solo teste mozzate. Solo bocche spalancate affollate di silenzi. Solo braccia. O gambe. Hanno sterminato i nostri animali. Lasciato pendere viscere nella foresta. Abbattuto alberi. Prosciugato fiumi. Sfidato l’ira del grande baobab.
E le poche le hanno tenute nelle loro tende. Le hanno usate e usate e usate ancora, ripetutamente e davanti a tutti. Sghignazzando come in preda ad un delirio. In uno. In due. In cento. Giovani e vecchie. E le hanno disonorate. Trasformate in relitti. E poi gettate a morire piangendosi addosso. Alle più fortunate hanno riservato il filo dei loro coltelli. Della loro rabbia. Della loro impotenza. Le hanno sventrate. Sgozzate. Ma i figli continuavano a nascere e morire uguali a noi. E i pochi li hanno incatenati a catene di metallo robusto. Duro. Pesante. E trascinati con la faccia a terra. E con le piaghe dei morsi della frusta sulla schiena. Curva. Intimandoci di vedere solo terra. E notte. Ma la vita della macchia continua anche lei a rinascere sfidandoli. E il verde ricopre la vergogna. E il fiume la bagna. E la lava. E annega che gli chiede soccorso per morire una volta sola. Perché non sa più guardare la sua faccia. Perché non capisce Dio.
I migliori cacciatori. I migliori guerrieri. Ridotti a cenci. Noi non possiamo capire Io stesso non posso capire. Il loro capo non porta più carne alla sua gente. E’ quello che tiene più cibo per se. Ha portato una donna strana. Sotto le strane vesti sembra una donna. Sulla testa ha capelli gialli come il grano. A volte come l’erba secca. E lisci come gli steli di quelle spighe. E nel viso ha due occhi scoloriti. Pieni d’acqua di mare. E un volto triste. Ma io ho cento e cento e cento anni. Ne vedrò morire ancora, di quelle scimmie albine quasi prive di pelo. Guardo il monte grande e prego. Li hanno fatti scavare. E scavare ancora fin alle viscere, al cuore, di questa nostra madre terra. Violando anche il suo corpo. Rubandone i segreti. Scavare fino all’ultima goccia di sudore. Fino all’ultimo fiato. Fino a morire. Fino a sfidare l’ira della stessa montagna. Infierendo sul buono per il male. Gettando i frutti per cercare le radici. E anche più sotto. Svellendo i corpi millenari degli alberi giganti. Resi sempre più cattivi. Con cappelli in testa per paura del sole. Con abiti sulla pelle per paura del sole. Con la mano a coprirsi gli occhi per paura del sole. Con reti per paura della notte. E degli insetti. Con fuoco per paura delle belve; belve loro stessi. Per paura della dignità del leone. Per paura dell’agilità della tigre e del giaguaro. Per paura del serpente subdolo. Per paura di tutto. Per paura anche della paura. Cercando un metallo che non sapevamo metallo. Che chiamano coltan e altri nomi assurdi nella loro lingua.
Non hanno cuore nel petto e nemmeno la loro carne è buona nemmeno da mangiare.

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tazzina di caffèPer via dei Pioli, puntuale come ogni mattina, passa Artemio e non si ferma nemmeno per un caffè. Veloce come al solito perché come al solito qualcosa lo aspetta. Il lavoro, una scappata alla sala giochi, un incontro, il tempo inesorabile, una fretta innata? non è dato sapere. Gli si è slacciata una scarpa, ma lui non se n’è ancora accorto. Rischia di inciampare. Una mano in tasca e una che dondola con decisione, è già lontano prima che qualcuno, se c’è, possa avvertirlo. Solitamente quando gira l’angolo la sua uscita di scena è accompagnata da una quasi soffocata risata. Ha sempre l’aria di chi non si vuole sporcare di mondo. Del legaiolo fanatico che non vuole vedere che c’è altro oltre il suo naso.
Esquino ci passa dopo essersi fermato a prendere i giornali. Finalmente si svela il segreto: legge tutti i giornali sportivi. Per la prima volta ne sbandiera uno davanti al proprio naso poiché la sera prima c’è stato il derby. Dall’espressione non si sa se sia soddisfatto o deluso, ma finalmente si sa di che notizie riempie la sua mattina. Peccato, sembrava un grande intellettuale. Uno che non vuole lascarsi scappare nulla. Essere informato. Poter dire la sua. E ce l’ha scritto nello sua espressione sempre assorta. Tornerà certo a farla ma per i presenti non c’è più quel mistero. S’è tradito. Resta la domanda: Ha vinto o perso? Magari è stato solo un pareggio.
Il vecchio Ercole non passa semplicemente, si trascina. C’è chi dice sia stato un partigiano. Chi solo un povero vecchio. Chi che ha dietro solamente troppi anni un po’ troppo pesanti. A volte deve appoggiarsi al muro e ritrovare il respiro. Nessuno ha mai accompagnato la sua camminata. S’è saputo che si ferma in chiesa. Forse a ricordare qualcuno. Forse a chiedere perdono. E’ che le sue dita sono sempre congiunte, anche prima e dopo essere entrato nel sacro luogo. Pare, ma anche questo è chiacchiericcio, conosca perfettamente tutte le sacre scritture a memoria. Ma anche che si districhi altrettanto bene con le bestemmie. Di questo tutti ne sono certi. Biagio invece s’è sentito gridare da dentro casa. Persino d’inverno con le finestre chiuse. Eppure quando esce a braccetto della moglie sembrano ancora due fidanzatini. Avanti con gli anni ma di amore non ancora impigrito. E parlano sottovoce; sussurrano. Attenti a dove mettono i piedi e distratti su tutto quello che sta loro intorno.
Poi c’è l’Elvira. Mani tozze. Spalle larghe. Altrettanto i fianchi. Capelli unti. Spettinati. Nulla di femminile. Sempre con grandi borse misteriose e la sua borsetta che sembra avere la sua stessa età. Fa la serva da sempre a casa di Achille, anzi del signor Achille. Per qualcuno persino dottore. Questo Achille è un ometto. Con una sposa più alta di una spanna: Margherita. Le voci dei vicini sono sempre impietose. Mormorano. Si dice che l’Elvira sia la serva in tutto e per tutto. Anche se torna dalla figlia la sera si chiacchiera che serva il padrone di giorno e di notte, per ogni bisogna. Non so se il lettore può capire senza altre spiegazioni. Che poi la vita non è che lasci troppo spazio alle sorprese. Al mondo si respira e si ama. Ma probabilmente anche questa fa parte delle piccole leggende metropolitane. Di un modo per far trascorrere qualche ora. Forse non il modo più rispettoso, ma certo un modo funzionale. E poi in qualche modo si deve far passare, questo tempo. Anche se la donna pare non curarsi troppo di loro e poco adatta a stimolare qualsiasi tipo di fantasia.
E poi tante cose si leggono anche guardando semplicemente i panni appesi. Loro difficilmente riescono a mentire. Col naso all’insù si capisce che non è tutto oro ciò che luccica. Che in verità, nonostante la macchina quasi nuova, il Biagio e consorte non se la passano troppo bene. Non ci si ricorda una sera che siano usciti per una cena, per un cinema, anche solo per due passi. E non ricevono mai nessuno. Fanno tenerezza e rabbia e simpatia. Ma in ultima analisi nessuno si illude che quella che racconta la strada sia una verità vera; unica. Ogni abitante fa fare agli altri quello che gli chiede la sua fantasia, quello che provano a leggere i suoi occhi. Cioè tutto è vero dove tutto e impressione, immaginazione, istinti del momento. E anche qualche vecchio dissapore. Piccole invidie. Più di qualcuno sogna di trovare il pretesto per sentir parlare la signorina Altea. Magari anche solo nell’augurale il buongiorno.
Ci sono dei buchi anche nelle lenzuola della famiglia Giacomazzi. E proprio in quel mentre passa proprio lei, la signorina Altea, di fretta come sempre. Ritta sui tacchi. La fronte alta e il naso aristocratico; che guarda all’insù. Stranamente e per la prima volta è leggermente in disordine. Una ciocca di capelli non è al suo posto. La gonna è leggermente stropicciata. E soprattutto viene dalla parte opposta. E nei suoi occhi c’è un che di disagio. Sono anche più sfuggenti. Come se avesse qualcosa da nascondere. Una storia da non raccontare, che eppure vorrebbe dire. Come un bisogno. Un groppo in gola. Un senso di oppressione. Un che di imbarazzo. Forse sì, forse no. Certo che le facce dicono anche cose che non dovrebbero, che non vorrebbero, forse che nemmeno sono. Ma in lei parla tutto. Tranne gli occhi che non ti guardano.
Ma per la prima volta Giuseppe si volge ad osservarla. Il suo sguardo pare molto interessato, anzi compiaciuto. Non fosse lui si direbbe che gli occhi brillino in uno sguardo cupido. E anche si può ardire dirlo; lui o non lui. Strano per la sua proverbiale distanza e negligenza per tutto e tutti. Per quella sua svagataggine. Invece stavolta segue con attenzione quel suo dondolare sui tacchi e gli scappa persino un fischio di apprezzamento. Appena un sibilo. Cosa ancora più insolita per lui. E altrettanto insolito è il commento che rivolge a voce abbastanza alta a Mircea: “Oggi è proprio… proprio un bel bocconcino. Chi non peccherebbe”? Lei nel dubbio tentenna, ma poi si volta e si lascia scappare un sorriso. Poi prosegue nella sua direzione cercando un’espressione sdegnata. Ma dietro il sussiego gli si legge rallegramento.
Naturalmente Mircea è come sempre lì. Ma lui ci passa la giornata. Lui lì ci sta perché ci vive: chiede su quei gradini compassione. E naturalmente qualche spicciolo. Lui conosce tutta quella piccola fetta di umanità. Ha un sorriso e una parola per tutti. Anche per chi non lo ha mai degnato di uno sguardo. La strada non sarebbe lo stesso viottolo senza di lui. Tutti l’hanno sempre visto lì. Da sempre. Forse già da prima che alla via fosse dato quel nome. E a lui una parola, almeno una volta, magari non sempre garbata, gliel’hanno rivolta tutti, ma proprio tutti. Persino la bella Altea che quando s’è fermata ha dimostrato di avere una bella voce, limpida e suadente. Forse persino un’ombra di simpatia. E’ certo che se entrasse in una qualsiasi di quelle porte non ne uscirebbe senza essere chiacchierata. Ma tanto fa lo stesso, si favoleggia su di lei più che su qualsiasi altro passante. Ma nessuno ha mai creduto alle storie raccontate da Luigi. Luigi è un vero leone, ma solo dopo il terzo bicchiere di rosso.
Passa un tipo strano, mai visto prima. La cosa inconsueta è che lui passi per quella via. Non è che una piccola stradina e non è nemmeno molto frequentata. Non ci sono molti negozi. E nessuno di particolare interesse. Non un ufficio postale. Non ci si trova da parcheggiare. E’ fuori dai percorsi più usati e non porta pressoché da nessuna parte. E’ per questo che non ci passano che poche persone. Sempre le stesse. Quelle che sono costrette ad attraversarla perché ci abitano o abitano nella sua prossimità. Quelli insomma che ce l’hanno nel loro percorso quotidiano. Che non possono diversamente. Anche perché c’è un odore di vecchio in quella strada. Non un odore sgradevole, ma da di malinconia. Di cose perdute. Sfuggite tra le dita.
Tutta via dei Pioli, sull’origine del nome è meglio soprassedere, resta sorpresa, anzi interdetta, nel vedere il “povero” Artemio tornare sui suoi passi. Fermarsi con Mircea. Lasciare nel suo cappello, per la prima volta, una moneta e da due euro. E poi anzi mettersi con lui a parlare invitandolo a prendere un caffè. Naturalmente l’altro accetta e vanno al piccolo bar. In realtà i due si prendono il primo un amaro e il secondo un marsala, ma la cosa non ha grande rilievo nella successione dei fatti. L’Artemio si sforza a parlare, ha sempre litigato con le parole, e racconta all’improvvisato compare che ormai vive da solo da quando lei se n’è andata, da quel lontano giorno. Sembra liberarsi con sollievo delle semplici frasi. Gli confida che quello è il suo ultimo giorno di lavoro e che quello che ha in tasca è il suo ultimo stipendio. Stavolta Mircea non trova risposte. Eppure anche il giovane, pur di dire qualcosa, si lascia a confidenze. Gli spiega che lui è un informatico e che un giorno scriverà il linguaggio dei linguaggi. Per un attimo sembrano volersi abbracciare e si osservano stupiti l’uno dell’altro. La scarpa del “povero” Artemio è ancora slacciata. Un’ombra di barba gli sporca il viso; è visibile solo da vicino.
Ora fatemi andare. I nomi delle persone, naturalmente, non sempre corrispondono. Alcuni li ha coniati lo stesso Mircea guardandoli; per distinguerli. E’ il suo modo di apostrofarli dopo un titolo, anche questo suggerito dal loro aspetto. Leone è anche il professore. Probabilmente nel suo caso, perché di lui si sa che non è il suo vero nome, viene appellato così per i suoi folti capelli e per i piccoli occhiali sempre sulla punta del naso. Chi racconta, in questo caso, preferisce l’anonimato; cioè non dire chi dei passanti lui sia. E’ uno e ha cercato di evitare di dare un giudizio di sé. Non è detto che ci sia riuscito. Questo è il quotidiano vivere, veramente e brevemente una parte di esso, di quella piccola strada. Se ci passate non cercate di individuare le persone da questo racconto. Tutto è solo dentro queste righe. Il resto è vita.

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The New Black by The Mavrix

The New Black by The Mavrix
words and music composed by Ayub Mayet and Jeremy Karodia
copyright 2012

Chorus:
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Non devi perdonare la mia insolenza, dato che vengo descritto rozzo e persino sfrontato
Puoi pensare che io sia una persona inutile, spacciatore di falsità, disilluso.
Sono l’interruzione alle tue conversazioni a tavola, una costante irritazione e sbigottimento
al contrario di una certa nazione sovrana che ha una storia vecchia di quaranta generazioni
un’incomprensibile mano umana ha approvato violenza, brutalità e la cacciata dalla terra di appartenenza
Verso una terra senza gente per un popolo senza terra
In modo ancora più inatteso, un maledetto incontro, una lista nera di superpoteri…
Non sono una vittima, sono un terrorista!!!
Per cui non perdonare la mia insolenza, limitati a rispondere alle mie domande
perché sto perdendo la pazienza ed è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza.
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Non perdonare la mia frustrazione, il mio risentimento e la mia rabbia
perché l’umiliazione dell’occupazione è aggravata dal pericolo.
E’ un tipico giorno soleggiato e tranquillo a Gaza oppure un massacro a bordo di una flotilla di aiuti.
I ricordi di Sabra e Chatila e di un ragazzino chiamato Mohammed al Durrah sbiadiscono.
Una nazione, oppressa nella lotta, bombardata e catapultata in un’irreale età della pietra, è immersa nel dolore,
in modo ancora più inatteso, l’oppressore si atteggia a vittima ed è accettato, lodato ed applaudito,
con una tempesta di propaganda e odio!!!
Per cui non perdonare la mia insolenza, limitati a rispondere alle mie domande
perché sto perdendo la pazienza ed è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza.
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Hai detto qualcosa? Hai sentito l’urlo dei bambini?
Quando le armi al fosforo bianco incenerivano i cieli e dissanguavano una nazione,
dov’era Obama, quando il diavolo giunse a Gaza?
Hai per caso implorato? Dateci misericordia, misericordia, vi prego.
Non perdonare il mio sarcasmo, la mia irriverenza o cinismo
perché qualsiasi antagonismo o critica al prescelto da Dio è proibita.
Visioni ed allucinazioni di pace vengono sputate dalla pancia di un M16.
Blackhawks & bulldozer, mortali ed osceni, fanno a pezzi e tradiscono la ragione.
Complotti fatti di massacri, convenzionali e chimici, convogliano un semplice messaggio:
la resistenza in azione sarà raggiunta dalla gloria della civiltà occidentale.
senza discorsi o ovazioni, io chiedo, qual è il prezzo del mio perdono, Jack?
Al diavolo, sopravviverò ad un altro attacco perché non mi fate alcuna concessione,
non c’è ritorno, sono sulla rotta della mia libertà
Perché I PALESTINESI SONO I NUOVI NERI!!!
I PALESTINESI SONO I NUOVI NERI!!!
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Come noi anche i palestinesi hanno intrapreso, per la giustizia sociale, quel percorso di resistenza attraverso il movimento di boicottaggio internazionale (BDS) che per primo portò a mettere in ginocchio e porre fine all’Apartheid. E’ toccante e stimolante provare la solidarietà dei nostri fratelli e sorelle del Sudafrica. Il New Black è un appassionato e potente riflesso di ciò che significa mostrare solidarietà umana. E ‘un riflesso di che cosa vuol dire “mai più”.
Nella mia vita ho visto la sconfitta dell’apartheid Sud Africa e nessuno può cancellare in me la speranza che l’apartheid israeliano e il dominio coloniale veda la finire.
Questa collaborazione musicale tra Sudafrica e Palestina è una manifestazione creativa di resistenza culturale all’oppressione israeliana, una parte indispensabile della nostra lotta globale nel movimento BDS per la libertà, giustizia e uguaglianza.
Mi conforta che oggi palestinesi e sudafricani stanno lavorando insieme per creare bella musica che risveglia i nostri spiriti e aiuterà a risvegliare la coscienza del mondo.
Al Sudafrica è stata necessaria la solidarietà del mondo per guadagnare la sua libertà, e oggi la Palestina ha bisogno del Sudafrica.
C’è una urgenza immediata, in questo momento storico, dopo la guerra del 2009 di Israele a Gaza (piombo fuso),
per una campagna di solidarietà internazionale nella volontà evidenziare le somiglianze tra apartheid e il sionismo.
Questa collaborazione tra musicisti palestinesi e sudafricani e attivisti, il primo nel suo genere, è un passo importante nella giusta direzione.

I Mavrix nascono da una collaborazione musicale nel 1984 come una band di protesta. Questa band è cresciuta fino ad accogliere 6 musicisti: con violini, chitarre, tabla africani, santoor e vocalisti. Le canzoni loro parlano di diritti umani, di razzismo, povertà, abusi di droga e oppressione.
Nel 2004 i Mavrix realizzarono il loro primo album “Guantanamo Bay” e stanno, attualmente, incidendo il loro secondo album “Pura Vida” che sarà completato in giugno 2012, da questo album è stato stralciato la canzone “The new black”, che è nata dalla collaborazione tra il Sud Africa a la Palestina.
Il video musicale e la canzone sono nati dall’incontro della band sudafricana e il musicista palestinese Mohammed Omar, che assieme hanno realizzato questo video musicale chiamato The New Black, che sarà inserito nel nuovo album “Pura Vida” di prossima uscita.
Il testo composto da Jeremy Karodia e Ayub Mayet è stato scritto come reazione all’orrore del massacro di Gaza “Piombo Fuso” del 2008-2009 e successivamente ispirato al libro “Ogni mattina a Jenin” dell’autrice Susan Abulhawa. La canzone scritta nel 2009 da Mayet è stata ripresa e riscritta dopo la lettura del libro della Abulhawa e oggi ci appare nella versione nuova.
Haidar Eid, esponente del BDS di Gaza e amico della band ha ascoltato la canzone nel 2011 e ha proposto immediatamente la collaborazione con il suonatore di Oud palestinese Mohammed Omar suggerendo una collaborazione con la band per creare un video in collaborazione sulle condizioni che accomunano il popolo sudafricano con quello palestinese.
La canzone è stata registrata dai Mavrix in Sud Africa e successivamente sovrapposta la registrazione di Mohammed Omar a Gaza, senza che le due parti si siano mai incontrate. Il risultato del brano mostra l’empatia che la solidarietà tra musicisti riesce a rendere.

Prodotto dal Palestinian Solidarity Alliance (Sud Africa) e dalla Palestinian Campain for the Accademic and Cultural Boycott of Israel (PACBI) accompagnati con scritti di Aldar Eid di PACBI, Barghouti del Movimento BDS, Ali Abunimah di Electronic Intifada e Susa Abulhawa, autrice di Mornings in Jenin” la canzone rappresenta un messaggio di supporto dei sudafricani che hanno vissuto in precedenza pure loro l’oppressione e l’apartheid. In solidarietà con i palestinesi che vivono ancora sotto l’oppressione dell’apartheid di Israele.

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Juliano’s way
DAM feat Juliano’s students¹

Jul, mi ricordo sempre quando mi dicevi che l’arte è rivoluzione,
e noi da quel giorno non siamo solo resistenti, noi siamo artisti.
Jul, non dimenticherò mai la resistenza che hai piantato dentro di noi!
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Jul diceva che fare teatro ed esprimere la propria opinione è anche questa una forma di resistenza.
Noi ci siamo fermati davanti ai confini
mentre tu li hai semplicemente scavalcati.
Hai tracciato una freccia in una sola direzione:
nessuna svolta, nessun rallentamento, un unico obiettivo.
Sei morto con tutte le tue qualità amico mio,
mentre l’assassino mascherato ha paura di guardarsi in faccia.
Jul, chi è il folle tra noi?
Chi è il sano di mente? Chi ha chiaro il quadro della situazione?
Ci fosse stato tra noi un pizzico della tua follia
“libertà” non sarebbe stato solo il nome di un teatro.
Jul… Juliano è stato ucciso
lo stesso giorno in cui è stato ucciso Martin Luther King,
entrambi avevate un sogno che per noi è una speranza,
ma c’era gente disperata e armata.
Regista e attore fuori dal copione,
ci hai regalato i bambini di Arna, adesso lasciaci essere i ragazzi di Juliano.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Ci diceva sempre “non fatevi fermare dalla prima pallottola”,
e noi dopo 7 pallottole nel tuo corpo siamo ancora in piedi.
Chi incontra l’assassino gli chieda:
se Jul era su una lista nera, ditegli di mettere il mio nome dopo il suo,
a chi avete sparato?
Avete sparato al nostro uomo e alla nostra unità.
Lui, senza alcun effetto speciale è riuscito a salvare 3 ragazzi;
chiedi agli sbirri, dì agli occupanti di continuare a opprimere.
Noi non ci arrendiamo.
Jul… ci ha lasciato la sua eredità,
ma se l’assassino è uno di noi
sapete a chi abbiamo sparato?
Abbiamo sparato ad un teatro? ad una danza? ad un dipinto? Tutto questo è eresia?
Io ho aperto i libri, ma non trovo la pagina,
fammi capire, la religione combatte l’oscurità e l’arte ha lo stesso proposito,
questa è la differenza: non c’è bisogno di trasformare il bastone in un serpente per convincerci della vostra ideologia.
Basta combattere la schiavitù, e noi vi seguiamo.
Jul, se tu tornassi ai tempi dei profeti li proteggeresti con il tuo corpo:
mentre chi ti ha ucciso ha in mano i chiodi e il martello,
riposa in pace,
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
La libertà è libertà di pensiero, è libertà di espressione, e la cosa più importate è libertà di scelta.
Non capisco: perché si uccide la cultura?
Fa così paura la cultura? Jul ha risposto a questa domanda.
Ci siamo incontrati a Led, mi avevano detto che stavi girando un videoclip,
ad un certo punto iniziò una manifestazione, fu allora che capii una cosa nuova:
se l’occhio dietro la telecamera è coraggioso
allora ci si può trovare dinanzi ad una rivoluzione.
Per te una rosa e una grande tristezza; tutte le strade portano a Jenin,
e da qui che è iniziata la storia: impara dal maestro,
non avere paura dell’uomo mascherato che vuole far vivere nelle tenebre.
Sicuramente lui avrà seguaci tra i pazzi
mentre tu, in futuro, illuminerai la storia della liberazione, e nella storia della liberazione
ci sarà il poeta, lo scrittore e il combattente,
e stai sicuro che ci sarà anche il teatro.
Per chi ha ucciso e organizzato la scena nel teatro cupa, mentre quella di Jul sarà colorata, illuminata e terminerà con:
la storia continua.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Tu ci hai sempre insegnato che se nella resistenza non rimaniamo tutti uniti, l’uno accanto all’altro, finiremo tutti impiccati uno accanto all’altro.
I DAM sono il più importante gruppo rap palestinese, con sede a Lyd, Palestina, nati nell’anno 2000. Due membri del gruppo sono conosciuti per le loro canzoni di protesta che parlano di politica, sui diritti delle donne e altro. La band ha inciso due album (Dedication and Sligshot Hip Hop ST) e attualmente stanno completando l’album “Dabka on the moon”

La canzone Darb Juliano – Juliano Way è stata scritta nel 2012.
Nel 2004 i Dam hanno lavorato assieme al regista Juliano Mer Khamis (ucciso il 4 aprile 2011) al loro video clip del singolo Born Here e nel 2006 del loro album Dedication hanno dedicato il secondo brano (I have no freedom) al film di Juliano “Arna’s Children” tributo alla madre del regista stesso Arna, donna che ha passato la vita dedicandosi ai bambini e ragazzi di Jenin, insegnando loro di esprimere le loro paure e le loro difficoltà attraverso il teatro.
Dopo la morte di Juliano, che ha lasciato un profondo segno nelle persone che l’hanno conosciuto, hanno usato il video ed inciso la canzone per ricordare a tutti quale fosse la strada indicata da Juliano.
Il disco è uscito il giorno stesso della sua morte il 4 aprile 2012 e per la sua incisione sono state usate le immagini del funerale di Mer Khamis e delle riprese durante il suo lavoro e del suo teatro del campo profughi di Jenin dal nome significativo Freedom Teater. Il teatro stesso è stato più volte attaccato e distrutto e arrestati i collaboratori di Juliano.
L’opera del regista che si diceva essere al 100% israeliano e al 100% palestinese, non era molto gradita in quanto lui l’aveva destinata alla parte oppressa della popolazione e ai bambini e ragazzi del campo profughi che attraverso la recitazione e il teatro hanno preso coscienza della loro condizione e hanno superato paure e condizionamenti tipici di una popolazione privata dei propri diritti.
Juliano Mer Khamis, apprezzato all’estero più che a casa propria, a parte quella che si trovava nei territori palestinesi, lascia dietro di sé un grande insegnamento e delle persone che continuano la sua opera. Di questo parla il video e trasmette immagini di speranza e di volontà di emancipazione.

¹ Il video viene riproposto in quanto era già stato pubblicato con testo leggermente differente.

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ResistenzeParole frettolose. La notizia arriva veloce: il prefetto ha dato l’assenso alla fiamma di sfilare per il centro storico di Venezia. Di quella Venezia resistente e cosmopolita. Di quella Venezia che forse è solo ormai dentro di noi. La cosa è inaccettabile. Si sperava nel sindaco; niente. Venezia è ancora “rossa”?
Non bastasse come provocazione “quelli” vogliono passare per il ghetto. Si sperava nel sindacato. Nell’orgoglio. Nell’amor proprio. Si sperava. In consiglio protesta la solita minoranza della maggioranza.
Siamo lì e non siamo soli, anche se non conto le defezioni, e sono troppe.
Ci sono quelli dei centri sociali. Hanno preparato il campo come una festa. C’è la musica, la nostra musica. E quella etnica. Invidio la maglietta di uno, dice: “scudo umano”. Anche quella è rossa. La nostra rabbia è indignazione.
Sono quelli stessi che bruciano i barboni. Che vorrebbero farlo anche con i locali dove si trovano i compagni. Che vorrebbero cacciare i migranti, meglio non farli entrare. Uccidere, appunto, gli ebrei.
Arrivano dei ragazzi. Sono quelli dell’onda. Hanno i caschi come se fossero arrivati in moto. Fisici esili e quel viso da adolescenti. Si passano le birre senza gettare i vuoti. Ho l’impressione che parlino in più. Si accendono lo spino. Sono caldi; troppo. Sembrano fragili come sbadigli.
Tirano sul viso le Kefiah.
Le tute bianche in borghese.
Osservo la disposizione dei banchi di frutta e verdura. Bastiamo in quattro per farli barricate, servisse. Di qui non passa nemmeno fosse l’esercito.
In fondo mi spiace che non li abbiano fatti passare.
Mi metto a sinistra. Lei mi chiama. Non posso stare al centro, nel ventre molle. Se c’è da menare non servirei.
La città è con noi.
E’ con noi?

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fulmine«Quando il profeta parlerà’ per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[1]

Ovvero “Meglio viver 100 giorni da leone e mangiarsi le pecore”.
Questa indagine cognitiva, che ficca le sue radici sul terreno che nutre il grande Credo, fin troppo si è soffermata su fatti di relativa importanza, spandendo un piccolo borgo ad universo. Chiedendo ragione al nulla. Elencando liste di perlopiù anonimi contadini e allevatori, elevandoli a condottieri e guide, quando non ad interi popoli. Anche laddove il popolo altro non era che uno sparuto gruppetto famigliare o di goduriosi bisbocciatori. Dove tutti tradiscono tutti e le donne non sono che un mero mezzo passivo della procreazione, più che oggetti solo cose. Dove il sospetto è di la da venire e il dubbio non ha mai fatto la sua omicida comparsa. A questo mondo ancora senza luce, acqua, gas e televisione. Questa indagine chiede che alla Storia siano dati i tempi della storia. Chiede fatti. E ricorda che il mondo, il creato, è molto più grande. Molto più vasto.
 25. Come abbiamo già avuto modo di dire Abramo, vecchia lenza e gran tempra di filibustiere, nonché avventuriero, a differenza del figlio, visse centosettantacinque anni e, sistemato Isacco, pensò bene di sposare «Keturà. 2Ella gli partorì Zimran, Ioksan, Medan, Madian, Isbak e Suach. 3Ioksan generò Saba e Dedan, e i figli di Dedan furono gli Assurìm, i Letusìm e i Leummìm. 4I figli di Madian furono Efa, Efer, Enoc, Abidà ed Eldaà. Tutti questi sono i figli di Keturà». Tutti gli altri ventri invece che fecondò erano di concubine e i dintorni furono presto colmi di voci di bimbi, più o meno contenti. Gli illegittimi meno. Allora un po’ per la confusione, un po’ perché non voleva sentire lagnanze e un po’ perché non amava vederli bighellonare senza costrutto, questi li mandò 5«»verso il levante, nella regione orientale». Ma dopo tanta fatica il povero vecchio giunse stanco ma soddisfatto alla fine dei suoi giorni.
9«Lo seppellirono i suoi figli, Isacco e Ismaele, nella caverna di Macpela, nel campo di Efron, figlio di Socar, l’Ittita, di fronte a Mamre. 10E’ appunto il campo che Abramo aveva comprato dagli Ittiti: ivi furono sepolti Abramo e sua moglie Sara». Di dove fosse sbucato tale Ismaele nessuno fa menzione. Forse imboscato al banchetto di nozze ed in amicizia con quello che chiamava fratello. Forse un illegittimo che furbescamente s’era guadagnato la simpatia di quel padre. Forse semplicemente un viandante. Si fanno ipotesi ma non di più. Certo è che Isacco non era tipo da badarsi da solo e perciò allora 11«dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco e Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roì»; dove il servo aveva incontrato sua moglie Rebecca, prima ancora che lui la conoscesse, e dove abitava il padre di lei, nonché suo zio.
Solo in seguito si venne a sapere che Ismaele era figlio di 12«Agar l’Egiziana, schiava di Sara» e concubina del vecchio. Quello stesso figlio che era stato dal padre cacciato e costretto prima nel deserto e poi in Egitto. Spero il lettore non me ne voglia se ci risparmieremo l’elenco dei figli generati da quel figlio di illegittima di Ismaele. Quel figlio che si sospetta accelerò la dipartita di quello stinco di santo del padre. Ai fini della comprensione dei fatti vi è la nuova credenza che quella lista sia un’inutile perdita di tempo e una sfida alla pazienza. Basti sapere che vennero elencati 16«secondo i loro recinti e accampamenti»; e che «Sono i dodici prìncipi delle rispettive tribù». Perché dodici figli mise al mondo anche quella lenza di Ismaele che pare avesse preso dal padre, dal padre in età avanzata. Altrettanta poca rilevanza ha che 17«La durata della vita di Ismaele fu di centotrentasette anni», infatti lui morì giovane. Tali meticolosità possono essere utili solo agli storici che di meticolosità sono già adusi da sé e per disciplina. E possono esser sopportate solo dagli stoici.
Per una sorta di destino anche Rebecca era sterile, come prima Sara, e anche Isacco chiese aiuto al Signore; anche perché erano passati ormai vent’anni e lui non ne poteva più di sentirsi dar la colpa. Ancora una volta Quello si spazientì ma ancora una volta decise di aiutare il giovane. Però questa volta preferì non mandare né viandanti né angeli, non per sfiducia, ma per sospetti. E dopo l’intervento del Signore 21«Rebecca divenne incinta» per un parto gemellare; non di due figli ma di due popoli. Difatti 25ancor prima che il rossiccio Esaù, tutto pelo ed esuberanza, 26trascinasse alla vita il fratello Giacobbe afferrato al suo il calcagno, era chiaro che tra i due non ci sarebbe stata che discordia. Infatti Dio, o chi per Lui, aveva detto alla mamma: «Due nazioni sono nel tuo seno, e due popoli dal tuo grembo si divideranno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il più piccolo». Il primo fu cacciatore e prediletto dal padre –più che quel figlio il padre in verità adorava la fettina– il secondo fannullone scioperato, sempre sotto la tenda, e perciò prediletto dalla madre. Mai che i due andassero d’accordo; come in ogni famiglia che si rispetti. Ma Giacobbe era un furbo di tre cotte e 29buon cuoco, mentre Esaù era tipo da vendersi anche l’anima 30.34per una minestra di lenticchie. Non c’era pace tra gli ulivi, cioè non era destinata quella terra, e quelle genti, a trovare pace.

Per l’immagine ringraziamo Enrico Mazzucato dal cui profilo Facebook l’abbiamo rubata. Come possiamo vedere tutta questa storia, e gli eventi narrati, e la terra promessa (da chi a chi?), e il popolo eletto stanno sotto il dito mignolo della mano destra del mondo.


[1] Da Wu Ming : Altai – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino. Pag. 265

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